BUONAIUTI, Baldassarre, detto Marchionne

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 15 (1972)

di Sestan

BUONAIUTI, Baldassarre, detto Marchionne (Marchionne di Coppo Stefani). - Cronista fiorentino, nacque a Firenze nei primi mesi del 1336, figlio di Coppo Stefani de' Buonaiuti e della sua seconda moglie Gemma di Dante di Rinaldo.

Per un errore del primo editore della Cronaca, il padre Ildefonso di San Luigi, il nome Stefani è stato considerato come cognome di famiglia, e come tale viene comunemente menzionato ancora; mentre è semplicemente un patronimico, come ha incontestabilmente, dimostrato il Panella (pp. 254 s.). Anche sul nome di battesimo c'è da discutere e con maggiore fondamento. Il B. si chiamava quasi, certamente Baldassarre e con questo nome appare in documenti del 19 e 23 dic. 1351: "Baldassar vocatus Melchion, adultus minor quindecim annorum, filius quondam Coppi Stefani populi SS. Apostolorum de Florentia" (Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico. Certosa, cit. dal Rodolico, ed. Cronaca, p. CIII, e in altro documento del 12 genn. 1351 cit. dal Panella, p. 256 n. 3). Non si conoscono le ragioni per cui preferì chiamarsi Melchion o Melchionne o Marconne, forse con qualche allusione ai nomi leggendari dei re Magi del Vangelo, Baldassarre e Melchiorre, per quanto non sia certo che egli si servisse anche di questa forma del nome.

Il padre era, probabilmente, un uomo d'affari, forse banchiere, relativamente agiato (secondo un'ipotesi del Rodolico, p. CI), uomo piuttosto in vista, anche se certo non fra i primissimi, nell'ambiente sociale e politico fiorentino, dato che fu priore delle arti varie volte fra il 1311 e il 1336 e fra il 1325 e il 1345 dei capitani della ricca compagnia di Orsanmichele. Il B. rimase orfano di padre e di madre in giovanissima età (il padre era già morto nel 1350: Rodolico, p. CII) quando non aveva ancora raggiunti i quindici anni. Visse con la sorella Giovanna e con i fratellastri nati dal primo matrimonio del padre con una certa Tegghiana: Bonifacio e Iacopo, e le sorellastre Margherita, Sandra ed Elisabetta, fattasi monaca nell'Ordine degli umiliati del monastero di S. Marta di Firenze. Abitava nella casa acquistata dal padre nel 1318, nel popolo dei Santi Apostoli, sul lungarno (l'attuale lungarno Acciaiuoli), non nel quartiere d'Oltrarno (S. Spirito), come indicato erroneamente dal Rodolico (p. CIV). Sposò, non si sa in quale anno, Costanza di Guido degli Adimari, la quale non gli dette figli o figli che gli sopravivessero, perché risulta privo di figli già in documenti del 1371 e 1381. Morì nell'agosto 1385, come ha stabilito il Panella (p. 250). Da nessun documento risulta che il B. fosse stato iscritto ad un'arte, probabilmente era considerato fra gli "scioperati", ciò che si accorda con quello che si sa o piuttosto si intravede dai documenti, circa la sua posizione economica: quella di un non ricco, ma moderatamente agiato possidente di qualche casa in città e di qualche podere in campagna, non un rentier speculante, come molti, sugli interessi del Monte del Comune. Ma dovette subire qualche tracollo, perché lo vediamo, nel 1367, obbligato a contrarre un prestito di 50 fiorini. Probabilmente si trovava allora a Napoli, dove pare che riuscisse a riassestare le sue finanze, forse in associazione con qualcuna delle compagnie mercantili finanziarie fiorentine operanti nel Regno.

La sua vita politica si compendia in questi dati: nel febbraio 1366 figura nello squittinio per il suo quartiere di S. Maria Novella sotto il gonfalone della Vipera. L'anno dopo, come si è detto, si trova a Napoli, non si sa da quanto tempo. Certo è che nello stesso anno 1367 viene a Roma con la regina Giovanna I presso papa Urbano V, riportando poi a Firenze notizie piuttosto preoccupanti sui risentimenti del papa verso Firenze in quel momento (Cronaca, rubr. 701). Nel 1372 è eletto per il quartiere di S. Maria Novella come uno dei Dieci della libertà (rubr. 738), un ufficio, delicato che aveva una specie di sorveglianza e controllo politico sulla cittadinanza, allora già molto divisa fra le fazioni dei Ricci e degli Albizzi. Il B., pur con una certa inclinazione a rendere responsabili di quella situazione più gli Albizzi che non i Ricci, è tuttavia superiore alle parti, un conservatore non gretto che vede con qualche preoccupazione il penetrare delle classi inferiori in uffici, anche politicamente importanti, quali la Mercanzia. Col tribunale di questa il B. ebbe a che fare fra l'aprile e il giugno del 1374 per rivendicare un suo credito di 235 fiorini d'oro contro un tale Andrea Lolli e compagni, credito poi ridotto, non si sa per quali ragioni, a 62 fiorini più le spese: somma che era indice, comunque, di una certa capacità finanziaria. Dal gennaio 1373 fino al febbraio 1374 era stato, sempre per il quartiere di S. Maria Novella, uno dei quattro "ragionieri straordinari" con balia di rivedere i crediti del Comune, i quali, però, poco riuscirono a combinare contro i debitori insolventi, forti delle loro aderenze politiche, specie fra gli Albizzi. Il B. ne parla nella sua Cronaca (rubr. 740) con un senso di sconforto e anche un po' di dispetto, perché quell'ufficio coinvolse i quattro ragionieri in un'azione giudiziaria davanti al podestà Bernabò Magaluffi da Padova: "Costò questo loro settemila fiorini e più, e questo so io di certo. E il Comune non ebbe sua ragione". Doveva essere considerato un esperto in questioni finanziarie se dal 5 luglio al 18 ag. 1374 lo si vede, con altri cittadini, "sindaco et officiale per la Comune di Firenze deputato sopra facti de' creditori di Lorenzo Bellincioni mercadante cessante e fugitivo con le cosse e pecunia altrui et de soi compagni". Nel 1376, nel pieno della guerra cosiddetta degli Otto Santi, il B. è mandato, insieme con Filippo di messer Alamanno Cavicciuli, a Bologna, che aveva scosso il dominio papale, con il compito, in sostanza, di sostenere il governo bolognese contro le mene dei Pepoli, partigiani di Bernabò Visconti. I due delegati fiorentini esplicarono energia sufficiente a sventare il pericolo. In questa circostanza il B. riuscì anche ad assoldare una compagnia di Bretoni, vale a dire ad impedire che quei mercenari si associassero alla compagnia di Giovanni Acuto e marciassero su Firenze. Nei primi mesi del 1377 egli ebbe anche incarichi militari: comandò le truppe inviate da Firenze contro Portico di Romagna, occupata dal ribelle conte Francesco di Dovadola dei conti Guidi e da Giovanni d'Azzo degli Ubaldini. Non riuscì a togliere la rocca ai conti, ma impedì, per lo meno, che vi si rafforzassero ulteriormente. Reduce da questa impresa, va, nel secondo semestre del 1377, podestà a Montecatini.

Non si ha notizia dell'atteggiamento tenuto dal B. durante il tumulto dei Ciompi, con i quali, certo, non simpatizzò, nonostante qualche sua inclinazione democratica, la quale non andava però al di là di una certa apertura verso le arti minori, non verso quei proletari soggetti, senza diritti, all'arte della lana. Ma si sa del suo atteggiamento nel momento immediatamente successivo e precisamente rispetto al capitano di ventura Bartolomeo Smeducci da San Severino, il quale era incappato, pare inconsapevolmente, in un tranello tesogli dal governo dei Priori per comprometterlo con i Ciompi. Represso il tumulto, i Priori posero lo Smeducci sotto accusa di tradimento. Nel consiglio del Comune del 2 settembre del 1378 il B. lo difese e lo Smeducci fu prosciolto. Nello stesso consiglio proponeva di restringere il governo della città ai più alti ufficiali del Comune e di riformare la parte guelfa. Le due proposte possono servire a gettare luce sulla posizione politica del B., che può sembrare alquanto contraddittoria, perché la prima tendeva a escludere o a limitare l'ingerenza dei Consigli nel governo del Comune e a lasciare più libertà d'azione all'esecutivo (se questa distinzione si può fare nella costituzione fiorentina); mentre la seconda mirava a rafforzare i Consigli, prendendo di punta il gruppo oligarchico annidatosi nella parte guelfa e fattosi temibilissimo con l'arma delle "ammonizioni".

All'indomani del tumulto, nell'ottobre 1378 il B. fu uno dei 64 cittadini eletti a fare parte di una commissione incaricata di stabilire un nuovo estimo. La richiesta veniva dalle arti minori e tendeva, quindi, a colpire le classi privilegiate della plutocrazia fiorentina. Ma dalla inclusione del B. nei 64 è forse frettoloso concludere che egli sostenesse queste rivendicazioni delle arti minori. Anzi, posteriormente, alla fine del 1379, di fronte alle proteste dei più colpiti in seguito al nuovo estimo, egli fu favorevole ad una attenuazione. La parte presa dal B., nel gennaio 1379, in un'altra questione, cioè circa le misure da prendere contro gli implicati in una congiura per abbattere il governo, conferma il suo atteggiamento di moderato, egualmente lontano dagli estremismi dei gruppi plutocratici oligarchici quanto da quelli dei popolani minuti. Si doveva avere fiducia nelle sue doti di negoziatore e mediatore se fu scelto, negli stessi mesi, per una difficile missione presso Bernabò Visconti. Si trattava di convincerlo a non prendere di punta alcuni condottieri, quali Giovanni Acuto, con i quali Firenze non voleva guastarsi, preferendo un accomodamento in denari contanti. La missione del B. ebbe buon esito. È probabile che, compiuta la missione, nello stesso anno 1379 egli coprisse l'ufficio di capitano (per i Fiorentini) in Volterra. Ne fa menzione nel suo testamento, di due anni dopo, nel quale dispone un rimborso al Comune di Volterra di una somma fino alla concorrenza di 200 lire di fiorini piccoli per emendare danni arrecati da lui al Comune in occasione di una carestia. Eletto dei Priori nei due ultimi mesi del 1379, si trovò con i suoi colleghi nell'incomoda situazione di doversi difendere su due fronti, contro le mene degli oligarchi fuorusciti raccoltisi nel campo del, re di Napoli Carlo III di Durazzo scendente in Italia, e contro i tentativi di riscossa dei Ciompi, pure fuorusciti. Contro, poi, i pericoli di congiure interne dovette assumere la responsabilità di misure rigorosissime, solo formalmente spettanti al capitano del popolo.

Le capacità diplomatiche del B. furono impiegate un'altra volta, nel febbraio-marzo 1380, quando, prima da solo, poi con messer Bettino Covoni, venne inviato a trattare con la temibile compagnia di San Giorgio, condotta da Giannotto del Protogiudice di Salerno siniscalco di Carlo di Durazzo, la quale premeva per estorcere quattrini e patti più onerosi al Comune di Firenze. La trattativa fu resa particolarmente difficile dalla presenza, nella compagnia, di fuorusciti fiorentini, che ponevano come condizione il loro rientro a Firenze. Minacciato da altre parti, Giannotto non poté insistere e la missione del B. si risolse in un nulla di fatto, che equivaleva, tuttavia, ad un successo, perché il condottiero dovette ritirarsi. Nell'agosto-settembre dello stesso anno 1380 altra missione diplomatica: a Bologna, ma questa volta finita con un insuccesso, perché non riuscì a convincere i Bolognesi ad aggregarsi ai Fiorentini e ai Lucchesi in una lega contro le sempre minaccianti compagnie di ventura. L'attività diplomatica del B. culmina con una missione in Germania, insieme con altri (luglio-dicembre 1381) presso Venceslao, da qualche anno nuovo re dei Romani, che aveva invitato anche i Fiorentini a qualche atto di omaggio alla suprema sovranità dell'imperatore, cioè al pagamento di una certa somma di fiorini. Nell'ultimo atto politico del B. che si conosca come gonfaloniere della Vipera del quartiere di S. Maria Novella, egli si scostò dalla linea media che aveva contrassegnato la sua opera: esacerbato per gli'eccessi demagogici, in cui si trovavano uniti nobili ambiziosi con elementi radicali del popolo minuto, anche il B. ebbe la sua parte nella Balia (febbraio 1382) che provocò la caduta delle arti minori e l'avviamento della politica interna fiorentina verso un governo oligarchico. Da allora, per tre anni e mezzo, gli ultimi della sua vita, visse appartato, lungi dagli uffici, o almeno non abbiamo notizia di una sua partecipazione alla vita pubblica.

Non si sa in quali anni il B., i cui precedenti non danno indizi di propensioni letterarie e nemmeno di una certa cultura letteraria e retorica (probabilmente non sapeva il latino: i superficialissimi accenni a Virgilio, alla Bibbia non provano nulla), abbia deciso di scrivere una cronaca. Ma una certa naturale loquela doveva possedere, ché altrimenti ben difficilmente sarebbe stato mandato in missioni diplomatiche importanti e anche solenni, come quella presso Venceslao: la parola ornata e forbita era considerata dai Fiorentini, in questi casi, una qualità essenziale. Probabilmente concepì l'intendimento di scrivere la Cronaca negli ultimissimi anni della sua vita, distaccato dagli affari politici, di fatto e sentimentalmente. Ma prove, indizi sicuri non ci sono, ché lo sviluppo proporzionalmente molto maggiore dato agli anni più vicini agli ultimi suoi non dà prova che la Cronaca sia, stata iniziata, ma solo continuata fino alla vigilia della morte. Certo è, invece, che non lo ispirarono motivi di esaltazione familiare; non si può dire che la sua opera di cronista abbia qualche attinenza con la letteratura delle ricordanze familiari, così tipiche e diffuse nel ceto della grassa borghesia mercantile fiorentina. Forse, una traccia se ne può trovare (rubr. 88) nel ricordo un po' particolareggiato dei danni subiti dai Buonaiuti nel 1250. Ma è l'unico punto: non speciale menzione altrove dei Buonaiuti; se mai, una, forse solo apparente, contraddizione fra rubr. 63 dove li colloca, al principio del secolo XIII, fra le famiglie guelfe nobili, e la rubr. 124 dove li menziona (anno 1260) fra i popolani guelfi.

Il B. volle scrivere una Cronaca, ma solo di Firenze, non, come Giovanni Villani, che pur egli ebbe presente, una cronaca in certo senso universale. Forse, in questo insistere sulla fiorentinità della sua Cronaca, c'è una puntatina polemica contro la dispersività del Villani. E non una storia a proprio personale diletto e utile, ma proprio, come quella del Villani, per la comune dei lettori, per informarli, istruirli, educarli; in qualche punto si rivolge addirittura direttamente al lettore (rubr. 585, 922). La finalità didascalica è dichiarata apertamente: "considerando che chi vorrà leggere sarà molto ammaestrato, e dal reggimento passato, se in ciò si diletterà, per lo futuro potrà esemplo prendere; e perché così il laico come il litterato di ciò possa prendere frutto, in volgare latino scriveremo" (Cronaca, p. 1). Nel sottolineare quest'ufficio didascalico della storia (ovviamente il B. non distingue fra storia e cronaca) c'è, naturalmente, attinenza col Villani; ma il tono dei due proemi è molto diverso: ottimistico, direi trionfalistico, quello del Villani, tutto preso dalla visione ammirata e soddisfatta di una Firenze che da piccola origine è giunta alla "nobiltà e grandezza della nostra città a' nostri presenti tempi" (G. Villani, I, 1); disincantato, se non scorato, nel B., al quale la storia di Firenze si presenta come un alternarsi ed intrecciarsi e confondersi di virtù e di vizi, di vittorie e di sconfitte. C'è nel Villani un'aspettativa fiduciosa nell'avvenire della città; nel B., uomo della generazione successiva, dopo l'esperienza della pestilenza, delle atroci lotte interne, dell'agire spietatamente fazioso della parte guelfa con le ammonizioni, dei turbamenti sociali, ultimo quello dei Ciompi, la fiducia nell'avvenire non è più così baldanzosa e volge a pessimismo, un pessimismo del tipo biblico "vanitas vanitatum" dell'Ecclesiaste. "È fumo degli uffici, che certo non è altro che fumo e danno d'anima e di corpo" (rubr. 377).

Non si può dire fino a qual tempo il B. abbia lavorato su fonti e da quando sulla conoscenza diretta dei fatti. Via via che ci si avvicina agli ultimi anni, si nota, anno per anno, un addensarsi di notizie evidentemente di prima mano: si veda, ad esempio, la ricchezza di notizie per i mesi di novembre-dicembre 1379, tempo in cui Marchionne fu dei Priori (rubr. 824-840). Per i tempi precedenti vale ciò che egli dice, di avere dovuto "mettere tempo e sollecitudine in ritrovare libri e scritture" (Cronaca, p. 1). Ma quali libri e scritture? Verrebbe fatto di pensare a quegli stessi di cui si valse Giovanni Villani (nessun indimo che il B. si valesse anche di Matteo e di Filippo Villani) e a Giovanni Villani stesso, che, del resto, il B. ricorda in due punti (rubr. 66 e 157). Infatti, c'è tutta una serie di fonti in comune, ma anche fonti usate solo dal B.; oppure, si potrebbe ipotizzare, fonti comuni da cui il B. trasse notizie, che il Villani omise o viceversa. Attraverso un esame puntuale, minuto, anche se non completo, il Rodolico (pp. XXVIII-XCIX) ha studiato i rapporti B.-Villani ed è giunto a conclusioni nuove, nell'insieme accettabili e diverse da quelle tradizionali e che cioè il B. ha un valore di fonte superiore a quanto fino allora ammesso, perché su molti punti della storia fiorentina fornisce dati più attendibili, grazie a una visione più chiara e più realistica della situazione politica, tale da sfatare l'opinione che il B. fosse fonte utilizzabile solo e principalmente per gli anni dal 1348 in poi, nei quali non ha più il parallelo della Cronaca del Villani.

L'indipendenza del B. dal Villani e perciò il suo valore come fonte storica acquista risalto per certi eventi del secolo XIII, sull'origine delle fazioni guelfa e ghibellina, sulla situazione nel 1248, sulla costituzione del primo popolo, su Montaperti, sul predominio guelfo nel 1267, sulla politica di Carlo d'Angiò, sulla istituzione del priorato, sui bianchi e i neri, ecc. Insomma, il B., pur rimanendo molto addietro al Villani per tanti altri aspetti, va poi rivalutato nei suoi confronti per il riferimento e la interpretazione di fatti, e soprattutto per la preoccupazione di tentare una ragione dei fatti stessi. Ma siamo ben lontani, più lontani del Villani, da una elaborazione che si proponga almeno una qualche connessione fra gli eventi. Dice tutto che in una trentina di rubriche, alcune brevissime, si possa giungere dalla creazione del mondo a Carlomagno, per un itinerario attraverso Noè e i suoi figli, la torre di Babele e la suddivisione del genere umano in 72 lingue, la fondazione di Fiesole, alla quale attribuisce una posizione dominante in Italia, la fondazione di Dardania (Troia), distrutta e poi ricostruita da Priamo, la fuga di Enea, la fondazione di Roma e poi, con un bel salto fino a Catilina, caro alla tradizione fiorentina, la distruzione di Fiesole e la nascita di Firenze. In questa scorribanda storica, con evidenti incongruenze cronologiche, che il B. stesso avrebbe potuto rilevare, è manifesto l'intento di restringersi a notizie che mettano capo alla fondazione di Firenze.

Per tutta l'età antica, il B. dà per sue fonti la Genesi, Darete Frigio, Virgilio, che non è detto abbia visto direttamente la diffusissima cronaca universale di Martino Polono e Giovanni Villani, quest'ultimo senza dubbio fonte diretta, ma con molta probabilità anche il Polono. Nella sua schematicità, il B. è più rettilineo del Villani: nel Villani non si capisce quella zeppa (I, 19 e 20) sui re franchi, per tornare poi indietro ad Enea. Comune è nel Villani e nel B. quel salto di quattro secoli di storia della Repubblica romana, che era probabilmente nella loro fonte. Ma c'è nel B. (rubr. 17) e manca nel Villani il cenno allo scudo con l'insegna che Numa Pompilio avrebbe avuto dal cielo. E certamente non era nella fonte, ma è aggiunta un po' maliziosa del B. (rubr. 14) quella sulle voci di una origine adulterina di Romolo e Remo da un sacerdote di Marte: "Se di prete erano, non sono usi i preti a guardare le pecore, ma a stare in agio ed essere riguardati". In confronto col Villani, silenzio assoluto del B. per i secoli IX e X.

Ma anche per il periodo posteriore al 1348, e specialmente dal 1356, quando il B. è già ventenne, la ignoranza, o direi piuttosto la scelta tra i fatti avvenuti e ricordati, è singolare e caratteristica. Egli è infinitamente più povero di Matteo Villani, l'unico cronista del periodo col quale si possa fare un confronto, naturalmente in riferimento a fatti fiorentini, ché è ben noto che M. Villani, proseguendo il fratello Giovanni, si muove su un piano europeo o almeno di Europa occidentale. Non c'è nel B. fatto importante che non sia ricordato anche da Matteo Villani e con ben altra ricchezza di particolari. Ci sono in più, nel B., notizie su carestie (rubr. 638, 659) e sullo stato di insicurezza in città per continui furti; sul compimento del tabernacolo della Vergine in Orsanmichele (rubr. 680); su una delle tante riprese nella costruzione di S. Maria del Fiore (rubr. 683), della quale dà le precise misure; e, più caratteristico, un particolareggiato elenco delle ammonizioni inflitte dalla parte guelfa ai sospetti di ghibellinismo o di tiepido guelfismo, dal 1357 in poi (rubr. 675, 678, 681, 686, 688, 692, notizie che in Matteo Villani hanno riscontro solo per gli anni 1357-58: VIII, 31). Il B. sorvola invece per questi stessi anni fino al 1363, anno di morte di Matteo Villani, o se si voglia, fino al 1364, anno a cui giunge Filippo Villani, su notizie anche importanti della storia fiorentina, che non potevano essergli ignote: la ripresa dello Studio a Firenze (M. Villani, I, 8 e VII, 90); la presa di Colle Val d'Elsa e di San Gimignano (I, 43-44); la sia pure fallita "tavola delle possessioni" (1355: V, 74); la provvisoria utilizzazione del porto di Talamone (VI, 48, 61; VII, 32; VIII, 11, 63); l'istituzione del Monte nuovo, 1358 (VIII, 71), il protettorato su Volterra (X, 67), la vittoria fiorentina di Cascina del 1364 sui Pisani (Filippo Villani, capp. 97 s.). Per gli anni dal 1364 al 1386, col quale si conclude la Cronaca del B., si dovrà dire che, se è valida la data indicata dal Panella per la morte del B., agosto 1385, queste ultime rubriche (994-996) con la notizia della uccisione di Carlo III di Durazzo, 24 febbr. 1386, e delle vociferazioni che ne seguirono per due mesi a Firenze e la notizia di una eclisse di sole nel maggio dello stesso anno 1386 non possono essere di mano del B.; dovrebbero essere un'aggiunta posteriore d'altri. Le notizie sono molto magre per gli anni fino al 1367, aumentano per gli anni 1368-1372, scarseggiano di nuovo per il 1373-74, diventano sempre più fitte dal 1375 in poi. Non hanno mai, tuttavia, il carattere di diario, come nel contemporaneo anonimo diarista fiorentino identificato, con qualche probabilità, in un personaggio della famiglia dei Machiavelli; pare sempre di notare un certo distacco fra la notizia e il tempo in cui fu redatta in iscritto: altro indizio della redazione probabile della cronaca negli ultimi tre anni di vita del Buonaiuti.

Per giudicare dell'animo e del pensiero del B. è indicativo il suo atteggiamento rispetto alle ammonizioni. È evidente che a lui interessano più i fatti interni della Repubblica che non gli avvenimenti esterni, guerre, paci, alleanze. Un fatto come le ammonizioni, non taciuto, ma non insistentemente sottolineato nella sua faziosità da Matteo Villani, che pur ne fu una vittima (infatti fu ammonito nel 1361, come ricorda il B., rubr. 692), diventa un fatto capitale per il B., fino al punto di tenere un registro compiuto dei colpiti da quel provvedimento iniquo: quasi una ossessione. E non consta che egli ne fosse colpito o temesse di esserlo. Per altri fiorentini del tempo non fu una tragedia; Donato Velluti, morto nel 1370, e quindi contemporaneo del B., anche se di lui più anziano, ammette senz'altro di avere "favoreggiato" la provvisione che introduceva le ammonizioni "non per piacere o dispiacere ad alcuno della Parte, ma per favoreggiare Parte [guelfa], veggendo tutti schiudere i Guelfi dagli ufizi e crescere i ghibellini e non veri guelfi, ò ben biasimato e in arenghiera a la Parte e fuori d'arenghiera il male praticare s'è fatto là" (Cronacadomestica, p. 243). E fin qui può andare d'accordo con il B. (rubr. 674), il quale svolge analoghi pensieri: "E veramente, se si fosse usato bene, era secondo la legge, poiché i Ghibellini non doveano aver uficio... ma a quanto fortificare la legge, questo modo fu buono, dico, se usato si fosse bene, come s'usò molte volte male" (così anche rubr. 725); ma la legge male e iniquamente applicata "guastò la città" (rubr. 730). Perfino in s. Caterina da Siena il B., concludendo un giudizio poco lusinghiero, subodora uno strumento di parte guelfa (rubr. 773). "Chi era signore della Parte, era signore di Firenze" (rubr. 778).

Il B. ha un animo schiettamente amoroso di giustizia: rifiutarla è dare un cattivo esempio (rubr. 938), e alludendo alla legge sui sodamenti, che coinvolgeva la responsabilità di intere casate magnatizie, afferma che "se alcuno fallava, si volea quello punire, e non chi fallare non potea, perocché le giustizie generali rado seguono debite" (rubr. 555). L'animo del cronista è più sensibile di quanto comportasse il costume del tempo: deplora le crudeltà commesse al tempo della cacciata del duca d'Atene, anche contro un giovanetto diciottenne (rubr. 584). Si giustifica per certe condanne a morte dovute pronunziare contro congiurati, quali Donato Barbadori, nel tempo in cui egli era stato dei Priori; formalmente l'azione giudiziaria spettava al capitano del Popolo e all'esecutore di giustizia, ma egli non tace a se stesso che la responsabilità tocca anche i Priori (rubr. 836). E tuttavia non solleva riserve sulla provvisione che destina 10.000 fiorini per prezzolare dei sicari pronti ad assassinare ribelli fiorentini fuorusciti (rubr. 875). Ma il fondo del suo temperamento è irenico: "non pare onesto che mai l'uno Comune faccia fare novità nella terra dell'altro; e se lo fa, non pare degna cosa avere allegrezza di male che persona riceva, se non è nimico" (rubr. 978).

Non ama la guerra (rubr. 597), e men che mai quando, come quella contro il conte di Urbino, è fatta solo per l'interesse di una fazione (rubr. 991). Sottolinea con compiacimento che i Fiorentini "non sono uomini di guerra ma di mercanzia" (rubr. 649; e anche rubr. 388); li ritiene "pietosi" (rubr. 270), ma vendicativi "perché sempre nella città di Firenze furono gli animi pregni a vendetta più che a benignità" (rubr. 940). Oltre alla faziosità, rimprovera ai Fiorentini la volubilità nel fare e disfare leggi che nessuno osserva (rubr. 728), attribuendo in parte il fatto anche agli astri (rubr. 884); perché pure il B., anche se molto meno di Giovanni Villani, si rifugia nella potenza degli astri per spiegare certi fatti (cfr. rubr. 588, 615, 868). È nella più ortodossa tradizione guelfa fiorentina nel sospettare tendenze alla tirannide e nel condannarle recisamente (rubr. 442, 520, 565, 649); ma con qualche contraddizione e qualche concessione, perché ammette che i Fiorentini solo "mentre ch'ebbono signore furono uniti" (rubr. 303) e che la tirannide signorile, fra i tanti mali, ha pure il vantaggio su i governi democratici di risolvere più decisamente i problemi e perocché meglio mena una faccenda uno signore, chè solo a' fatti suoi, che uno Comune, che sono assai" (rubr. 387). Non risparmia ironie ai parlamenti popolari accomodati (rubr. 264, 553, 806), ai potenti che riescono sempre a salvarsi. "Ma di queste cose addiviene che sempre va lo male per li meno possenti: ché li grossi pesci e bestie rompono le reti" (rubr. 685). Il suo sentire e pensare rispetto ai gravi problemi politico-sociali del suo tempo sono, in fondo, quelli di un conservatore che vorrebbe mantenuto un equilibrio fra le classi, ognuna al posto che, a suo parere, le compete. Il suo giudizio sul tumulto dei Ciompi - "questi che erano detti gli Otto del popolo del loro Iddio", commenta ironicamente (rubr. 804) - è che fu una gran confusione che non poteva non finire come finì (rubr. 799, 802). Soprattutto abborre da alleanze, che ritiene innaturali, fra grandi ambiziosi e poveri diseredati (rubr. 913). Ma anche verso i minuti, cioè la classe della piccola borghesia artigiana, il suo giudizio è piuttosto aspro, quando non sanno stare al posto loro e tentano usurpare i posti di governo a cui non sono idonei: "la superbia dei minuti, che quasi il reggimento era tutto loro, perocché le 21 capitudini le due parti sono gente minuta e nuova, e sono arroganti senza discrezione, e perché erano negli ufici parea loro essere ciascuno un re" (rubr. 616; cfr. anche rubr. 734, 877, 887). Tuttavia su tutti questi giudizi, dai quali trapela l'animo suo di borghese medio turbato dai rivolgimenti sociali, domina un sincero amore della verità; quando non può accertarla, preferisce astenersi da ogni giudizio (rubr. 568, 581, 623, 665, 801).

Lo stile del B. è, conformemente alla sua modestissima cultura letteraria, privo di ogni lenocinio d'arte; è popolaresco, talvolta rozzo, ricco di anacoluti, ma vigoroso, pronto a cogliere le cose nel loro essenziale; incapace, di solito, di rappresentare i pensieri per concetti generali, supplisce con una vivace rappresentazione realistica, spesso episodica, di timbro, appunto, popolaresco, addirittura, talora, ricorrendo al dialogo. Qua' e là la gravezza ed anche la monotonia dell'esposizione cronistica sono rotte da quadretti gustosi, quali la rappresentazione di un parlamento (rubr. 264). La sua descrizione della peste del 1349 non ha, si capisce, la rifinitezza artistica del Boccaccio e nemmeno la visione generale di un Matteo Villani, ma raggiunge, per rappresentazione di scene ed episodi al vivo, un'efficacia realistica straordinaria, per certi tocchi impressionante (rubr. 634).

Della Cronaca del B. non è rimasto l'autografo. Il primo editore, il padre Ildefonso di San Luigi, in Delizie degli eruditi toscani, VII-XVII, Firenze 1776-1783, si valse di un codice di casa Guadagni, che poi fu creduto smarrito. Il Rodolico, nel procurare la seconda edizione nei Rerum Italicarum Scriptores (XXX, 1, Bologna 1903-1955), pose a base altri codici (cfr. la prefazione, pp. V-XXVII), ma nel corso dell'edizione, durata, per ragioni varie, un mezzo secolo, il codice Guadagni riapparve nell'archivio familiare dei baroni Ricasoli di Firenze (v. N. Rodolico, Il codice Guadagni della Cronaca fiorentina di Marchionne di Coppo Stefani, in Archivio muratoriano, II [1904], pp. 83-87); ciò che, tuttavia, non indusse il Rodolico a mutare i criteri di edizione fino allora seguiti (cfr. nell'edizione Rodolico, p. 97, nota). Dalla edizione Rodolico è stata tratta una scelta antologica piuttosto ampia (62 rubriche) in Cronisti del Trecento, a cura di R. Palmarocchi, Milano 1935, pp. 621-689.

Fonti e Bibl.: I dati documentari essenziali sono offerti dalle prefazioni dei due editori, il padre Ildefonso di San Luigi e Niccolò Rodolico. Inoltre: I. Sanesi, Iltestamento di Marchionne di Coppo Stefani, in Arch. stor. ital., s. 5, IX (1892), pp. 318-326; F. Foffano, La cronaca fiarentina di Marchionne di Coppo Stefani, in Ricerche letterarie, Livorno 1897, pp. 3-39; A. Panella, Per la biografia del cronista Marchionne, in Arch. stor. ital., s. 7, XIV (1930), pp. 241-262; G. Marri, Due notizie da aggiungere alla biografia del cronista Marchionne,ibid., XCVII (1939), 1, pp. 235-239; M. Becker, Un avvenimento riguardante il cronista Marchionne di Coppo Stefani..., ibid., CXVIII (1955), pp. 137-146; G. A. Brucker, Fiorentine Politics and Society,1343-1378, Princeton 1962, ad Indicem; M. B. Becker, Florence in Transition, I, The decline of the Commune, Baltimore 1967, ad Indicem; G. A. Brucker, The Ciompi Revolution, in Florentine Studies. Politics and Society in Renaissance Florence, a cura di N. Rubinstein, London 1968, pp. 340, 344; N. Rodolico, Il valore della Cronaca dello Stefani nella storiografia fiorentina, in Saggidi storia medievale e moderna, Firenze 1963, pp. 242-298 (non aggiunge nulla alla prefazione dello stesso Rodolico alla sua edizione di Marchionne); V. Rutenburg, Popolo e movimenti popolari nell'Italia del '300 e '400, Bologna 1971, ad Indicem.

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