CAPRARA MONTECUCCOLI, Giovanni Battista

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 19 (1976)

di Giuseppe Pignatelli

CAPRARA MONTECUCCOLI, Giovanni Battista. - Nato a Bologna il 29 maggio 1733 dal conte Francesco Raimondo Montecuccoli e da Maria Vittoria dei conti Caprara, assunse insieme con i fratelli il cognome Caprara essendo quest'ultima famiglia estinta nel ramo maschile. Destinato alla carriera ecclesiastica, fu inviato a Roma, ove studiò nel collegio Nazareno fino al completamento degli studi filosofici (la sua tesi venne pubblicata: Propositiones philosophicae..., Romae 1751). Conseguì poi la laurea in utroque iure all'Archiginnasio della Sapienza il 23 sett. 1755. Entrato in prelatura, fu referendario delle due Segnature e nel 1758 fu nominato vicelegato di Romagna. A Ravenna risiedette dall'aprile di quell'anno fino all'autunno 1761, sostituendo con capacità il legato, cardinale G. F. Stoppani, durante alcune sue assenze. Dal 1761, ritornato a Roma, ricoprì la carica di ponente della Consulta. Per essere destinato a più alti incarichi prese gli ordini sacri il 22 dic. 1765 e puntualmente, un anno dopo, il 1º dic. 1766, fu nominato arcivescovo d'Iconio; l'8 dicembre venne consacrato da Clemente XIII e insignito del titolo di assistente al soglio pontificio; il 18 dicembre fu destinato a reggere la nunziatura di Colonia.

Animato da indubbio zelo, il C. avrebbe voluto raggiungere immediatamente la sede assegnatagli, ma, informato che il predecessore mons. Lucini indugiava ancora a Colonia, si trattenne a Bologna fino alla metà di marzo del 1766, approfittandone per leggere con attenzione il De statu Ecclesiae del Febronio (Garampi 292, f. 362), che costituiva il testo sacro dell'opposizione antiromana in Germania. Giunto a Colonia il 14 aprile, incaricò subito il decano dell'università locale, Johann Gottfried Kaufmann, di confutare l'opera febroniana (Pro statu Ecclesiae Catholicae et legitima potestate Romani Pontificis contra I. Febronii librum, Coloniae 1770) e nell'autunno 1768 ebbe un incontro con lo stesso Honteim, cui manifestò la speranza che, per il mantenimento di buoni rapporti fra Stato e Chiesa, il Febronio (il C. non aveva ancora alcuna prova che questi si dovesse identificare con l'Honteim) rettificasse e chiarisse alcune proposizioni. Il C. dovette affrontare ben presto spinosi conflitti giurisdizionali con i tre arcivescovi elettori, mostrando scarsa fiducia nella possibilità di contrastarne le mire.

Lamentava che "la irreligione fa passi da gigante nella gente più culta, nel tempo che la Religione nel popolo è quasi alla superstizione" (Garampi 293, E 149: lettera del 17 dic. 1767) e accusava la stessa Curia romana di indebolire la sua posizione trattando molti affari attraverso gli agenti romani dei prelati tedeschi e trascurando i suggerimenti del nunzio circa l'attribuzione delle prebende vacanti: "I ministri stessi delle Corti, se vedessero ben accolte le premure del Nunzio, cercherebbero di coltivarlo, e di opporsi alle novità, che si fanno contro la S. Sede, per la mira di far provvedere i loro nipoti, parenti e aderenti nelle vacanze delle ricche prebende de' Capitoli della Westfalia" (Ibid., ff. 159v-160r: 31 marzo 1768). Questi ormai precari richiami all'interesse materiale e la "misericordia di Dio, ch'è l'unico nostro appoggio contro la potenza del Secolo" (Ibid., f. 161: 5 maggio 1768) costituivano le sole speranze del C. per alleviare "le calamitose circostanze della Chiesa, contro cui si può tutto temere" (Ibid.). Nel gennaio 1769 sospettava che "la corte di Magonza avesse invitato gli elettori ecclesiastici ad intraprender novità contro Roma" (Colonia 183, F 110: 26 gennaio). Durante questi primi anni della sua missione diplomatica v'è tuttavia nel comportamento del C. un fondamentale contrasto tra questa visione pessimistica e un notevole zelo, che si manifesta nella ricchezza dell'informazione e documentazione fornite a Roma sulla situazione tedesca e anche nel fermo atteggiamento da lui dimostrato nei confronti dei principi elettori, soprattutto in occasione dei contrasti insorti con l'arcivescovo di Colonia circa il convento benedettino di Weidenbach. Ma sullo zelo (significativa è la sua adesione alla linea della segreteria di Stato in occasione della "emergenza" di Parma; cfr. Garampi 293, f. 161), risultato degli anni di intensa formazione a Roma, comincia a prevalere una irresolutezza psicologica, aggravata da una debole salute e favorita da un'inadeguata preparazione teologica che lo porta a trascurare gli aspetti dottrinali dei contrasti, cioè quelli su cui Roma poteva ancora esercitare una notevole superiorità.

Nella tarda primavera del 1772 il C. compì un breve viaggio in Olanda e in Inghilterra. Dai suoi dispacci non è convalidata l'opinione del Mols, secondo cui tale missione sarebbe stata in connessione con il desiderio della S. Sede di aprire trattative sull'emancipazione dei cattolici inglesi. Al contrario appare come una breve vacanza, sia pure a scopo d'istruzione, del C. il quale, ottenuto il permesso dalla Curia (disp. al segretario di Stato del 3 maggio 1772, in Colonia 180, f. 284: "Vostra Eminenza coll'approvare, e ottenermi da Nostro Signore il permesso di fare una corsa in Olanda e in Inghilterra, ha fatto nascere in me un nuovo titolo di obbligazione verso di Lei"), s'impegnò a seguire ugualmente durante la sua assenza gli affari della nunziatura e a rientrare immediatamente a Colonia in caso di bisogno.

Anche la Relazione sull'Olanda,e l'Inghilterra (in Colonia 185, ff. 22-29) che il C. inviò a Roma: il 9 luglio 1772, dopo essere ritornato in sede in anticipo sul previsto perché timoroso di un colpo di mano dei principi ecclesiastici contro la nunziatura (Ibid., f. 9), testimonia l'inesistenza di scopi precisi del viaggio: le impressioni sulla situazione della Chiesa in Olanda sono positive e sottovalutato è l'aspetto religioso della dissidenza giansenistica (f 23: "I Giansenisti d'oggi non si credono né così fanatici, né così attaccati alle loro massime, come i loro maggiori; ma persone di poca credenza, che hanno abbracciato in apparenza i noti principi per assicurarsi i mezi per poter sostenere la vita con una rimota lusinga di potersi forse riunire alla Chiesa con loro decoro e profitto..."); è messa in evidenza la buona accoglienza ricevuta a Londra, ove è stato presentato ai sovrani dall'ambasciatore imperiale principe di Belgioioso (tra la diffidenza del ministro veneziano, che sospettava l'esistenza di trattative per un trattato di commercio tra Roma e l'Inghilterra); moralisticamente denunciati sono il lusso e la ricchezza della vita inglese e l'indifferenza religiosa che, comunque, ha avuto come conseguenza positiva la scomparsa dell'animosità antipapale.

Nell'autunno 1772 il C. compì un viaggio nella Germania meridionale per prendere contatto con vescovi, abati e gli elettori di Treviri e del Palatinato, ma i risultati furono insoddisfacenti. In seguito dovette anche frenare l'oltranzismo dei gesuiti che aveva trovato una sua voce nella Gazette de Cologne: prima raccomandando di non riportare notizie sulla soppressione di conventi in Italia, poiché avrebbero potuto eccitare i principi ecclesiastici ad analoghe iniziative, poi chiedendo l'intervento del governo di Colonia contro "la maniera indecente e ingiusta" con cui il giornale in lingua francese della città si era scagliato contro la decisione papale di sopprimere la Compagnia di Gesù (Colonia 185, f. 216: dispaccio del 22 luglio 1773). Da parte sua il C. cercò di far eseguire con grande zelo il breve Dominus ac Redemptor, ma trovò ostacoli insormontabili da parte degli elettori di Colonia e del Palatinato, i quali anche in questa occasione vollero mantenere un atteggiamento autonomo da Roma: importanti collegi, come quello Tricoronatum di Colonia e quelli di Ravenstein, Düsseldorf, Juliers, Duren e Münstereifel, rimasero affidati ai gesuiti.

L'azione del C. diventava sempre più inefficace: già nel 1770 aspirava a un trasferimento alla nunziatura di Lucerna, ritenuta più tranquilla e soprattutto più ricca di proventi (Garampi 293, f. 181: lettera del 21 genn. 1770); all'inizio del 1772 lamentava le precarie condizioni di salute (Colonia 180, f. 268: dispaccio del 1º genn. 1772: "È qualche tempo però, che comincio a provare, che la mia salute non mi permette di pensare alla direzione degli affari, e formare ad un tempo memorie e lettere"); due anni dopo ammetteva il proprio isolamento e la mancanza di contatti con il clero tedesco, in particolare dell'elettorato di Magonza (Colonia 185, f 267, dispaccio del 20 genn. 1774: "Quanto alle novità, che sieguono nei monasterj dell'elettorato di Magonza, i Religiosi non me ne fanno partecipe in veruna maniera, tantoché quello che ho l'onore di scriverne di tanto in tanto a Vostra Eminenza mi viene da qualche persona della Corte stessa...").

Nella primavera del 1775 correva voce che il C. fosse destinato a succedere al Garampi nella nunziatura di Varsavia, ma egli brigò per evitare tale sgradita designazione cercando con successo appoggi presso la corte di Vienna. Così il 6 sett. 1775 fu nominato nunzio della Renania Superiore, con sede a Lucerna, ove giunse il 24 ottobre. Qui si preoccupò di evitare ogni contrasto giurisdizionale e di non compromettere la sua salute (cfr. Garampi 2943 f 471, lettera da Strasburgo del 23 dic. 1783: "Creda con verità, che l'aria di Lucerna mi è nociva, non dico tanto per la flussione d'occhi, quanto per le ostruzzioni ed ipocondri, che mi molestano colà, più che altrove"). Alla fine del 1784 si recò a Pisa, e qui nel febbraio successivo gli fu comunicata ufficialmente la destinazione alla nunziatura di Vienna in sostituzione dell'abile Garampi, creato cardinale e richiamato a Roma.

È difficile comprendere tale scelta della segreteria di Stato, pur tenendo conto del rifiuto opposto da mons. Albani, cui si era in un primo tempo pensato, e della scarsa consistenza dei quadri della diplomazia pontificia. Certamente si era pensato al C. perché persona gradita al governo imperiale, ma si confidava ancora, nonostante tutto, nel suo zelo che veniva lodato dallo stesso cardinal Garampi. Da parte sua il C., scrivendo da Pisa a quest'ultimo, pur soddisfatto del nuovo incarico ("ambivo da molti anni cotesta nunziatura"), non nascondeva il suo cattivo stato di salute e il timore di andare incontro alla cecità (Garampi 294, ff. 475 ss.); mancava anche in lui ogni accenno di interesse ai rapporti fra la S. Sede e l'Impero: più che la lotta al giuseppinismo lo preoccupavano, alla vigilia della sua partenza dall'Italia, la ricerca di un buon cuoco ("Da alcuni anni non sono fortunato ne' cuochi, che ho fatti venire più volte di Francia" in Garampi 294, f. 473) e l'ordinazione presso l'enologo friulano Fabio Asquini di un buon quantitativo di Picolit. Partito da Pisa dopo Pasqua, passando da Bologna e da Cremona, rientrò alla metà di maggio a Lucerna per il congedo. Qui, sollecitato dal Garampi, raccolse notizie sull'opposizione del clero tedesco all'istituzione della nunziatura di Monaco, giungendo alla conclusione che l'avversario più accanito era l'arcivescovo di Salisburgo; ne avvertì l'amico, ancora a Vienna, ma non la segreteria di Stato adducendo una singolare motivazione: "Come detto affare di Monaco non mi riguarda, così della notizia, non faccio il minimo uso in Roma" (Garampi 294, f. 490: lettera del 15 maggio 1785).

Giunto a Vienna il 21 luglio 1785. Si occupò subito del restauro del palazzo della nunziatura, per cui affrontò spese notevoli, ma fu di poca utilità alla Curia romana. Infatti, non solo evitò ogni minimo urto con il governo imperiale, ma lasciò la segreteria di Stato priva di ogni informazione sugli avvenimenti dell'Impero: e ciò fu particolarmente grave durante il congresso di Ems e nel periodo in cui il nunzio a Bruxelles, A. F. Zondadari, fu espulso dal territorio belga per ordine delle autorità civili. Lo stesso governo di Vienna, d'altronde, ebbe tanta poca considerazione del C. da ignorarlo del tutto quando, in occasione della rivoluzione del Brabante, chiese la mediazione di Roma.

Da respingere sostanzialmente è la tesi secondo cui l'atteggiamento acquiescente del C. avrebbe almeno evitato una possibile rottura delle relazioni diplomatiche. Egli infatti non seppe continuare proprio quella politica paziente e aliena da rigidità che il suo predecessore aveva indicato: fallì ad esempio nell'opera di proselitismo iniziata dal Garampi nei confronti dei suffraganei dei quattro arcivescovi e che la Curia gli aveva raccomandato di proseguire; eppure in ciò non avrebbe urtato la suscettibilità del governo imperiale. La verità è che egli non ebbe il prestigio sufficiente per stringere saldi legami con i cattolici dell'Impero.

Alla morte di Giuseppe II il C. fu inviato come legato straordinario alla Dieta di Francoforte, ove giunse il 28 luglio 1790: il suo compito non era solo quello di presenziare all'elezione del nuovo imperatore, ma di impedire anche che durante i lavori fossero approvate leggi contrarie agli interessi della S. Sede. Egli però non seppe sfruttare appieno l'appoggio fornitogli dall'elettore di Baviera, subendo l'ostilità della delegazione di Magonza che ricusò perfino il breve che l'accreditava a partecipare ai lavori della Dieta. Rassegnatosi a una posizione del tutto passiva, il C. si limitò con grave ritardo a formulare a nome del papa, il 13 ottobre, una riserva contro alcune decisioni (tra di esse l'abolizione delle appellazioni, a Roma) della Dieta, che si era conclusa il 4 ottobre.

Rientrato a Vienna per qualche mese, nel maggio 1791 se ne allontanò nuovamente per motivi di salute per parecchi mesi che trascorse ai bagni di Pyrmont, lasciando ogni incombenza al proprio uditore, B. Agostini Zamperoli, già al suo seguito durante la nunziatura di Lucerna. Tutt'altro che soddisfatta del suo operato la segreteria di Stato pensò finalmente di sostituirlo, elevandolo alla porpora il 18 giugno 1792 (il 21 febbr. 1794 gli sarà assegnato il titolo presbiteriale di S. Onofrio). Il C. rimase, comunque, a Vienna fino al 1º febbr. 1793.

A Roma fu assegnato alle Congregazioni dei Vescovi e regolari, di Propaganda fide, del Buongoverno e della Consulta, ma non godette alcuna considerazione da parte di Pio VI. Assiduo frequentatore della vita mondana, dimentico per i lunghi anni di permanenza all'estero dei pregiudizi della corte romana, e anche a causa delle amicizie ivi contratte (tra tutte la più solida sembra essere stata quella con il diplomatico toscano, marchese F. F. Manfredini), si meritò la fama di homme d'esprit. Quando le armate napoleoniche dilagarono nella pianura padana e nel giugno 1796 occuparono Bologna e altri territori pontifici, il C., preoccupato anche per gli interessi della propria famiglia, sostenne la necessità di un accordo con i Francesi ad ogni costo. Questo impegno gli valse allora la stima dell'agente della Repubblica francese a Roma Hyacinthe Bernard e il soprannome di "cardinale giacobino" (Filippone, p. 80) e, in seguito, l'esagerato merito di aver avuto "chiaroveggenza politica". Ebbe anche rapporti di collaborazione con il ministro spagnolo a Roma, Azara, e più tardi con il Cacault, in missione a Firenze, ma ciò non gli impedì di partecipare alle fanatiche processioni di penitenza che si tennero a Roma alla metà di luglio del 1796 per implorare l'aiuto divino contro la Rivoluzione. Il 5 febbr. 1797, alla vigilia del trattato di Tolentino, fu tra i pochi che nel Collegio dei cardinali votarono in favore della pace (Antici, Carandini, Braschi, Busca, Livizzani e il C.). A Pisa dal 5 genn. 1798 per motivi di salute, informato della spedizione francese del Berthier, il C. ritornò precipitosamente a Roma il 2 febbraio. Proclamata la Repubblica, si ritirò a Bologna fino all'apertura del conclave di Venezia, in cui fece parte del gruppo Braschi e appoggiò la candidatura del Bellisomi. Eletto Pio VII, il C. l'accompagnò nel viaggio fino a Roma. Dal nuovo papa fu designato prima all'arcivescovado di Bologna, poi, per l'opposizione degli Austriaci che lo consideravano filofrancese, dovette contentarsi del vescovado di Iesi; nominato a questa sede l'11 luglio 1800, entrò nella diocesi marchigiana il 27 luglio, ma vi rimase poco più di un anno. Infatti, il 24 ag. 1801 venne nominato legato a latere a Parigi con il delicato compito di curare l'esecuzione del Concordato.

Il governo francese fu soddisfatto di tale scelta. Il Cacault scriveva immediatamente al Talleyrand (26 ag. 1801): "Je crois que le Premier Consul pourra compter sur de l'affection de sa part, et sur son zèle à seconder les vues du gouvernement français" (Boulay de la Meurthe, IV, p. 2); e, denunciando le precarie condizioni di salute del C. ("Il parait n'avoir qu'un souffle de vie", 28 ag. 1801, ibid., p. 5), insisteva: "Il se prétera à tout ce que le Premier Consul pourra désirer" (ibid., p. 30: a Portalis, 9 sett. 1901). Queste previsioni, non difficili, si realizzarono puntualmente in seguito, suscitando negli ambienti della Curia romana un ostentato malumore. C'è però da chiedersi se Pio VII e, soprattutto il Consalvi, puntando sul C. come esecutore di quella missione, potessero ragionevolmente aspettarsi unn linea di intransigenza o almeno di dignitosa fermezza: i precedenti, lo stato di salute e anche l'età avanzata del C. non offrivano alcuna garanzia in tal senso. Proprio per questo risulta perciò poco convincente la giustificazione fornita post factum nelle sue Memorie dal Consalvi, il quale attribuì la responsabilità a Napoleone, che aveva insistito per ottenere come legato il cardinale bolognese, e al C. stesso, che non avrebbe rispettato le direttive impartitegli da Roma. Secondo il segretario di Stato, "egli ebbe per massima in tutto il corso della sua Legazione, che non vi era che la condiscendenza, che potesse salvareRoma dalle rovine estreme sì nello spirituale che nel temporale... Bisogna, egli ripeteva sempre, restare in piedi ad ogni costo,perché se si cade una volta,non si risorge più. Con questa massima fece infinite cose che da Roma non si sarebbe voluto che avesse fatte. Egli le fece senza prender prima gli ordini del Papa e qualche volta le fece anche contro gli ordini... Le cose fatte non ebbero rimedio, e i reclami del Papa furono sempre inutili, né il di lui richiamo poté mai eseguirsi, benché non fosse richiamato una volta sola" (Memorie, pp. 341 s.). Se quest'ultima affermazione è poco credibile e non suffragata da documenti, le altre attribuiscono al C. la consapevolezza di quelli che avrebbero dovuto essere il metodo e gli scopi della sua missione: agire con realismo per far attuare un concordato sostanzialmente favorevole a Roma, trascurando alcune questioni di principio su cui la S. Sede - per motivi dottrinali - mai avrebbe potuto ufficialmente e volontariamente cedere. Egli doveva essere, insomma, in un momento molto difficile, l'interprete più adatto della Realpolitik consalviana.

Partito da Roma il 5 settembre, il C. giunse a Parigi il 4 ott. 1801. Il giorno dopo fu ricevuto dal Talleyrand e il 6 ottobre dal primo console. Pochi giorni dopo, l'11 ottobre, mons. Giuseppe Spina, ministro plenipotenziario pontificio, chiese di rientrare in Italia ritenendo ormai inutile la propria presenza a Parigi. Nell'aprile 1802 si concluse la parte più importante. della missione del C.: l'8 aprile il Tribunato e il Corpo legislativo approvarono il testo del concordato, che poté così essere promulgato. Il 18 aprile nella cattedrale di Nôtre Dame si tenne la cerimonia con cui veniva ristabilito ufficialmente in Francia il culto cattolico. Ma il C., sottoposto a forti pressioni, era stato costretto ad alcune pesanti concessioni: anzitutto il 9 aprile aveva prestato alle Tuileries un giuramento in cui dichiarava di rispettare le leggi della Repubblica francese e di riconoscere le libertà gallicane (egli si giustificò con Roma affermando che il testo da lui giurato era molto meno compromettente di quello redatto dal Portalis e divulgato poi dalla stampa); in secondo luogo aveva accettato l'aggiunta al testo del concordato di un Progetto d'organizzazione del culto cattolico, redatto dal Portalis e dal Bernier, che attribuiva allo Stato notevoli poteri sulla disciplina ecclesiastica; infine, il 17 aprile, aveva del tutto ceduto in merito alla questione dell'istituzione canonica da impartire agli ex vescovi "costituzionali" nominati dal governo francese nelle nuove diocesi.

Su quest'ultimo punto, dopo aver opposto qualche resistenza, il C., secondo le istruzioni ricevute da Roma, ammise che poteva essere accettata la loro nomina a precise condizioni, cioè dopoché avessero emesso la professione di fede di Pio IV, giurato fedeltà al pontefice e sconfessato la legittimità della Chiesa costituzionale. Questa richiesta non venne accettata dal governo francese che contropropose una formula di giuramento piuttosto ambigua, rifiutata in un primo tempo dal Caprara. Poi, per non far fallire i negoziati, questi si contentò che fosse sottoscritto tale documento con l'aggiunta di un'abiura orale da pronunziarsi davanti a due testimoni: in realtà i sette vescovi "costituzionali", che facevano parte del gruppo dei venti nominati vescovi il 12 aprile, abiurarono alla presenza del solo Bernier, e ciò dette modo a cinque di essi di dichiarare in seguito di non aver pronunciato alcuna ritrattazione. Il C. aveva giudicato che l'esecuzione del concordato giustificasse tale disinvoltura formale, assumendosene ogni responsabilità: "Non nego che un tal passo è per me dolorosissimo: ma posto sulla bilancia se dovevasi far restare tutta la Francia senza religione, e fare un nuovo scisma considerato nell'estensione di tutte le sue conseguenze, o obbligare N. S. a dichiarare esso stesso, che attese le circostanze, credeva di dovere accedere alle nomine dei Costituzionali e canonicamente istituirli, ho preferito che la colpa cada su di me, contro di cui se parlerassi, o mi tacerò, o rispondendo dirò che così ho creduto di regolarmi in coscienza..." (lettera al Consalvi del 18 apr. 1802, in Rinieri, I, p. 458). In effetti, l'azione del C., pur biasimata ufficialmente, evitò una rottura, consentendo nello stesso tempo a Roma di dichiarare apostati i cinque vescovi (i quali si riconciliarono nel dicembre 1804, in occasione del viaggio di Pio VII a Parigi) e al governo francese di ritenerne valida l'istituzione canonica.

Anche nella questione più generale sul clero costituzionale, il C. cedette alle insistenze del Portalis e del primo console, accettando come valida per la riconciliazione la sottoscrizione di una formula che a Roma fu giudicata insufficiente (luglio-settembre 1802). Il Consalvi, scrivendogli il 27 ottobre, gli comunicò e senza ambiguità, che né il S. Padre, né alcuni dei signori Cardinali componenti la congregazione sugli affari di Francia, avevano trovata ammissibile la formula in questione" (Rinieri, II, p. 54); ma non venne seguito il parere del decano del S. Collegio, cardinal Albani, il quale aveva proposto di inviare al C. un breve con l'invito a "provvedere alla sua coscienza" (Ibid., p. 51).

Il C. continuò la sua linea volta alla pacificazione: alle rimostranze di Pio VII contro gli articoli organici fece seguire una nota di protesta molto moderata (che non ebbe alcun effetto) e in seguito, nonostante l'ufficiale intransigente opposizione di Roma, collaborò alla redazione del cosiddetto Catechisimo imperiale (che doveva divenire unico in Francia), cercando di mitigarne lo spirito guilicano, e gli concesse l'approvazione nel febbraio 1806.

In sede di politica estera, il C. continuò, secondo le istruzioni del Consalvi, a chiedere diligentemente la restituzione delle Legazioni, negando la validità al trattato di Tolentino, e un risarcimento per i danni causati dal passaggio degli eserciti francesi in territorio pontificio: ottenne l'evacuazione da Pesaro e qualche indennizzo. A lui invece il Consalvi attribuì la colpa dell'infelice soluzione del caso Vernègues, che portò all'interruzione delle relazioni diplomatiche fra S. Sede e Russia.

Il C., infatti, si era fatto scrupoloso portavoce delle richieste francesi, che intimavano la consegna del Vernègues implicato in un complotto antinapoleonico e rifugiato a Roma; ma, dopoché questi era riuscito ad ottenere la cittadinanza russa, si creò un delicato problema diplomatico per il governo pontificio che avrebbe dovuto scontentare o la Francia o lo zar. La via d'uscita venne indicata dallo stesso Napoleone, il quale suggerì al C. che le autorità romane avrebbero potuto lasciare fuggire il Vernègues durante la sua traduzione alla frontiera dello Stato pontificio per la consegna ai Francesi. Inesplicabilmente, secondo il Consalvi, il C., non avendo ottenuto dall'imperatore un'impossibile assicurazione scritta, non informò del suggerimento il governo romano, che si ritenne costretto a sottostare alle richieste ufficiali di Parigi.

Il C. ebbe anche una parte di rilievo nella vita ecclesiastica della Repubblica Cisalpina. Nominato da Napoleone il 24 maggio 1802 arcivescovo di Milano, in seguito alle decisioni prese dalla Consulta di Lione per l'introduzione di una legge organica ispirata alla legislazione ecclesiastica giuseppina, egli fu incaricato dalla S. Sede di negoziare con il governo di Milano un concordato, che fu concluso il 16 sett. 1803. Il Bonaparte avrebbe voluto che il C. fosse nominato anche ministro dei Culti della Repubblica italiana, ma il Melzi si oppose decisamente dandone l'incarico al Bovara. Alle rimostranze del C., il quale affermò di non poter "soggetarsi ad un pretaccio della sua diocesi", fu deciso di trovare "un compenso alla vanità di Caprara; sarà egli consultore di stato e sarà così in rango politico superiore a Bovara" (lettera di F. Carrega a E. Degola del 23 ott. 1802, in Codignola, III, p. 654). Il C. acquistò ben presto nuovi meriti presso Napoleone: condusse a termine la delimitazione delle nuove diocesi piemontesi (decreti 23 febbraio e 17 luglio 1805); fu preciso e compiacente organizzatore del cerimoniale per l'incoronazione imperiale (2 dic. 1804); incoronò personalmente a Milano Napoleone re d'Italia (26 maggio 1805); si adoperò con zelo in ogni occasione per favorire e rendere ben accetto il nuovo regime. Ne ricevette adeguati riconoscimenti: prima la Legion d'onore (4 ag. 1804), poi i titoli di conte e senatore del Regno d'Italia, infine quello di gran dignitario della Corona ferrea.

Il C. compì però un notevole passo falso, che gli tolse la già scarsa stima che godeva presso la Curia romana, quando accettò l'inserimento nel concordato italiano degli articoli organici proposti dal Melzi e già pubblicati nel decreto 26 genn. 1804. Questa volta l'intervento di Roma, che, se era disposta a cedere in parte nell'ambito della politica ecclesiastica in Francia, non tollerava gravi cedimenti in Italia, fu energico, l'azione del C. sconfessata, gli articoli organici presto revocati.

Il C., residente quasi sempre a Parigi ancora come legato, rimase praticamente isolato, ma tenacemente teso a perseguire quello che riteneva sempre il suo compito, di ammorbidire l'atteggiamento di Napoleone nei confronti della Chiesa, soprattutto dopoché si andò profilando la rottura definitiva; alla fine del 1805 giunse al punto di giustificare le proteste pontificie contro l'occupazione francese di Ancona adducendo le precarie condizioni di salute mentale di Pio VII.

Occupata Roma dai Francesi (2 febbr. 1808), il C. comunicò il 30 marzo la fine della sua missione di legato, ma rimase a Parigi contravvenendo agli ordini del papa. Fragile strumento in mano al governo imperiale scrisse ancora il 20 luglio 1809 una lettera a Pio VII, già prigioniero, per implorarlo di cedere alle richieste di Napoleone per il bene della Chiesa.

Ormai cieco e quasi del tutto sordo, egli morì il 21 giugno 1810 a Parigi, ove fu sepolto nel Panthéon.

Fonti e Bibl.: Arch. Segr. Vat., Proc.Dat., 345, ff. 542-63; Ibid., Segr. di Stato,Romagna, 81-82; Ibid., Colonia, 175-185, 267-276, 278; Ibid., Lucerna, 192-198, 286, 293; Ibid., Germania, 417-18, 429-37, 683-86; Ibid., Francia, 584, 588-95, 598-602; Ibid., Garampi, 292, ff. 361-76; 293, ff. 125-202; 294, ff. 471-502. Una migliore utilizzazione di questa document. è necessaria per rivedere in parte la buona voce dedicata da R. Mols al C. nel Dict. d'hist. et degéogr. éccl., XI, Paris 1949, coll. 944 ss. Oltre alla bibliografia ivi citata (di grande interesse i Docum. sur la négociation et sur les autres rapportsde la France avec le Saint-Siège en 1800 et 1801, publiès par le c.te Boulay de la Meurthe, Paris 1895, e i due volumi di I. Rinieri, La diplom. pontificia nel sec. XIX, Roma 1902, pur discutibili per alcuni giudizi), si vedano: G. A. Sala, Diario romano degli anni 1798-99, a cura di G. Cugnoni, Roma 1882, I, pp. 8 s.; II, p. 44; S. Bernicoli, Governi di Ravenna e di Romagna..., Ravenna 1898, p. 92; G. Castiglioni, Napoleonee la Chiesa milanese, Milano 1933, pp. 149-231; P. Savio, Devozione di mgr. A. Turchi alla SantaSede, Roma 1938, pp. 921, 922, 924, 957, 962, 966; Carteggi di giansenisti liguri, a cura di E. Codignola, I-III, Firenze 1941-42, ad Indicem; E. Consalvi, Memorie..., a cura di M. Nasalli Rocca di Corneliano, Roma 1950, pp. 341 s. e ad Indicem; H. Raab, Die Finalrelation des KölnerNuntius G. B. C., in Römische Quartalschrift…, L (1955), pp. 207-29; F. Maass, Der Josephinismus..., III, Wien-München 1956, pp. 118, 133, 472; IV, ibid. 1957, pp. 53, 57, 323, 327, 355, 426; G. Filippone, Le relaz. tra lo Stato pontif. ela Francia rivoluzionaria..., II, Milano 1967, pp. 219, 508, 608-610, 634; L.-E. Halkin, Lesarchives des Nonciatures, Bruxelles-Rome 1968, p. 70; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica…, VI, Patavii 1958, p. 242; VII, ibid. 1962, pp. 61, 259.

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