CARLO I Gonzaga Nevers, duca di Mantova e del Monferrato

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 20 (1977)

di Gino Benzoni

CARLO I Gonzaga Nevers, duca di Mantova e del Monferrato. - Nacque a Parigi il 6 maggio 1580, ultimo - e, per la morte precocissima dei due fratelli, unico erede maschio - dei cinque figli di Ludovico Gonzaga (1539-1595) e di Enrichetta di Clèves.

Ludovico, figlio del duca di Mantova Federico, trasferitosi in Francia ancora nel 1549, aveva ereditato i beni della nonna materna, Anna d'Alençon, e sposato Enrichetta di Clèves (1541-1601), di Francesco, ereditiera del ducato di Nevers, e della contea di Rethel. C. ebbe così modo di godere tutti i vantaggi d'una situazione familiare eccezionale per ricchezza e prestigio.

C. trascorse l'infanzia e la fanciullezza a Nevers attorniato dai dotti preposti alla sua educazione, cui provvide in particolare Blaise de Vigénère, che si preoccupò avesse "une tête bien faite plutot qu'une tête bien pleine". Nel 1593 accompagnò il padre - già membro della lega, s'era accostato a Enrico III e quindi, dopo un periodo d'incertezza, s'era dichiarato pel Navarra vittorioso a Ivry - nell'infruttuosa missione romana volta ad attenuare l'ostilità di Clemente VIII al nuovo re. Rientrato in Francia, dopo un breve soggiorno parigino, si recò col padre nel castello di La Cassine, nelle Ardenne, e di lì iniziò a visitare, con lui, città e piazzeforti del governatorato della Champagne, di cui C. era titolare sin dal 1589. Partecipò quindi, al seguito di Enrico IV, alla presa di Thierry, Beauvais, Amiens, Cambrai, con soddisfazione del sovrano che scriveva al padre: "je me contant fort de vostre fys qui se rend fort sujet près de moi". Nell'agosto del 1595, sostituendo il padre ammalato, recò soccorso, alla testa di 450 cavalieri, a Cambrai assediata, riuscendo a penetrarvi, malgrado l'assidua vigilanza nemica, "aussy glorieusement et avec tant d'honneur que jamais prince ne saurait faire". Morto, il 21 ottobre, il padre, C., nella veste di duca di Nevers e Rethel, ne prosegue l'impegno a favore del Borbone; ed il re, che a lui si rivolge come a "pair de France, et mon lieuctenant general en Champagne et Brie", esige ch'egli provveda a "donner l'ordre… à la seureté de mes villes" e prenda quindi parte all'assedio d'Amiens. Brillantissimo al pari di quello delle due sorelle - ché Caterina sposa Henri d'Orléans e Maria Henri de Lorraine - il suo matrimonio, del 1599, con l'appena quattordicenne Caterina, figlia di Carlo di Lorena duca di Mayenne, già capo della lega, e nel contempo sostanziato d'un affetto sincero e allietato dalla nascita di sei figli.

Serenità privata non duratura però, ché C. dovrà piangere via via la morte della moglie (8 marzo 1618) e dei tre figli maschi, Francesco (1607-1623), Carlo (1609-1631), Ferdinando (1612-1632). Quanto alle figlie, Benedetta fu badessa di Avenay e morì nel 1637; Maria Luigia - se ne invaghì Gastone d'Orléans, ma il ventilato matrimonio fu sventato dalla madre Maria de' Medici; il suo amore per Henri d'Effiat ispirò Alfred de Vigny - andata sposa al re di Polonia Ladislao IV, e, rimasta vedova, al fratello e successore di quello, Casimiro, sostenne praticamente l'onere del regno polacco dal 1648 sino alla morte nel 1667; Anna, moglie del principe palatino Odoardo di Baviera, visse sino al 1684, rievocata, dopo la morte, in una celebre orazione del Bossuet.

Dopo aver partecipato alla rapida campagna contro il duca di Savoia, C., il 15 marzo 1602, lascia Parigi per un lungo viaggio al fine di "enrichir ses jeux et son esprit de la vue des païs estrangeres".

Questo il motivo ufficiale della partenza; ma la rappresentatività del personaggio - dalle molte e autorevoli parentele, di bell'aspetto e d'elegante portamento, per di più disinvolto conoscitore di più lingue - e il ricco e numeroso seguito fanno supporre dovesse svolgere, al di là dei normali canali diplomatici, un'azione quanto meno propagandistica.

Dopo un sopralluogo all'assedio di Ostenda salpa da Nieuport per l'Inghilterra "pour - così Enrico IV alla regina Elisabetta - vous baiser les mains et, par la cognoissance de vos rares vertus, se rendre digne de servir à la republique chrestienne". Dopo 15 giorni di splendido soggiorno alla corte londinese, C. riprende il suo itinerario apparentemente capriccioso, che lo porta dai Paesi Bassi a Brema, Amburgo e quindi in Danimarca, ospite di Cristiano IV, in Svezia, Pomerania, Brandeburgo, in Sassonia, ove visita Dresda, in Boemia, ove omaggia a Praga Rodolfo II, a Cracovia, accolto festosamente da Sigismondo III, a Venezia e a Vienna. Qui l'amichevole accoglienza dell'arciduca Mattia incoraggia C. ad insistere, più esplicitamente e diffusamente che con gli altri principi da lui visitati, sulla necessità di una vigorosa lotta antiturca, premessa della quale era - tesi questa già caldeggiata dall'ugonotto François de la Noue - se non la concordia, assai ardua da conseguire, della cristianità, quanto meno una tregua duratura tra gli Stati europei.

Così facendo C. s'adoperava per rilanciare l'idea di crociata, per la quale avevano con lui mostrato un certo interesse i re di Danimarca e Polonia nonché lo stesso imperatore, allora in conflitto con la Porta; ed Enrico IV non poteva non essere consenziente se non altro perché un progetto del genere costituiva, di fatto, un alleggerimento dei problemi di politica estera che intralciavano l'opera di ricostruzione e riorganizzazione interne cui voleva dedicare tutti i suoi sforzi D'altro lato, interessato com'era a rafforzare il proprio mito d'Ercole gallico, gli giovava la fama di promotore d'una repubblica cristiana derivantegli dal "grand dessein" di confederazione europea in funzione antiturca, che peraltro Sully s'ingegnava a tradurre in piano dettagliato. Donde l'uso accorto, da parte del Borbone, delle ingenue perorazioni di C., il suo assenso al fatto che raggiunga l'armata imperiale presso Giavarino e prenda parte alle riunioni degli ufficiali e alle stesse operazioni belliche; e non senza compiacimento Enrico IV può scrivere al langravio Maurizio d'Assia che C., il 12 ott. 1602, "a esté blessé d'une mosquetade allant avec les aultres à l'assault" di Buda.

Ristabilitosi dalla ferita, C., ripassando per Vienna e Praga e attraversando la Germania, è di nuovo, dopo otto mesi d'assenza, a Parigi, dove il re, complimentandosi pel suo operato, lo nomina colonnello generale della cavalleria.

Va, ad ogni modo, precisato che Enrico IV non dovevastimarlo molto: "il duca non è capace di gran negotio" dirà infatti brutalmente al nunzio Ubaldini, il quale - deluso così nella speranza d'utilizzare la sua ostilità per gli atteggiamenti indipendenti da Roma di Venezia "e particolarmente del doge" - s'affrettò, il 9 giugno 1609, a trasmettere questo giudizio negativo al card. Borghese. E la scarsa stima del re per C. era notoria se anche il nunzio in Fiandra, in una lettera del 19 giugno 1610 al card. Borghese, poteva accennare al fatto che Enrico IV "lo riteneva indietro". Ancora peggiore poi l'impressione che, di passaggio per Venezia, aveva fatto al Sarpi il quale, in una lettera del 23 giugno ad Antonio Foscarini, scriveva con sarcasmo: "se V. S. cava mai da Nivers cosa buona, io restarò molto ingannato" specificando che mentre "gl'heretici" in visita a Venezia gli "riescono…. avveduti", i "cattolici" - e C., che era tra questi, gli aveva rafforzato l'impressione - "tutti semplici, per non dir sciocchi".

Cattolico fervente, generoso sino alla prodigalità cogli Ordini religiosi, ostentamente e compuntamente devoto, smanioso, per baldanza giovanile e spirito cavalleresco, di emergere come protagonista di una grande nobilitante impresa, C. non dimentica l'oggetto di tanti colloqui con principi e sovrani; e, prendendo sul serio le vaghe iniziative di cui il re l'aveva, abilmente fatto portavoce, le ripropone con patetico entusiasmo, a titolo personale.

I tempi - sostiene convinto - sono maturi non solo per cacciare i Turchi dall'Europa, ma anche per liberare i luoghi santi; e chi meglio di lui, che - osserverà maligno il Richelieu, il quale non l'ebbe mai in simpatia - "disoit être descendu d'une fille", la nonna paterna Margherita, "des Paléologues", poteva capeggiare l'impresa? "Entreprise… mal fondée", a detta del Richelieu, nella quale C. impegnò tutto se stesso e profuse somme pazzesche. è tutto un susseguirsi di conciliaboli con avventurosi emissari greci inclini a vociferare d'imminenti sollevazioni antiottomane e di diffuse aspirazioni al ritorno dei Paleologhi - ci fu pure un personaggio turco di passaggio a Parigi, Jachya, disposto ad assicurare rivolte nel suo paese -, di pressioni sui diplomatici francesi perché propagandino il progetto nelle varie capitali, d'appelli al papa principi sovrani, di viaggi per sollecitarne direttamente l'incoraggiamento; del 25 sett. 1615 è un lungo promemoria a Luigi XIII, cui seguono un altro, consegnato al duca di Lerma, per Filippo III e un terzo, spedito al conte Adolfo d'Althan, per l'imperatore Mattia. Rinnovato progetto di crociata di cui un influente e intrigante amico di C., père Joseph (il cappuccino padre Giuseppe du Tremblay, autore della Turciade e fondatore di una congregazione delle figlie del Calvario destinata ad impetrare, colle preghiere e mortificazioni, l'agognata liberazione dei luoghi santi), fu, specie tra il 1616 e il 1619, banditore insistente e sin petulante a Roma e a Madrid.

C. frattanto si dà ad organizzare una sorta d'internazionale dei novelli crociati, aperta a tutti gli aspiranti guerrieri d'Europa, purché di nobile lignaggio, della quale rivendica il comando, se non altro perché è l'unico, di fatto, pur nel moltiplicarsi delle adesioni e delle promesse, a impegnare e a spendere senza risparmio il proprio denaro: nasce così "l'institution des chevaliers du Saint-Sépulcre, par la quelle - osserva il Richelieu con lucida acrimonia - il se promettoit de se faire empereur de tout le Levant" e che muta ben presto la denominazione in quella di "Milice Chrétienne" (inaugurata solennemente a Vienna l'8 marzo 1619, alla presenza dell'imperatore Mattia, del re d'Ungheria Ferdinand e coll'approvazione papale), per ovviare alla reazione del gran maestro dei gerosolimitani, un ambasciatore del quale aveva raggiunto da Malta Parigi nel 1616 e protestato presso il re contro la "recerche" di C. "de desmembrer de cet ordre celuy du S. Sepulchre". L'iniziativa, a suo avviso, non aveva altro movente che l'"honneur, profit et utilité d'un prince particulier".

Indubbie le ambizioni di C., ma anche riscattate da una nota ingenuamente e generosamente cavalleresca, da cui deriva il suo prodigarsi per la promozione e l'organizzazione d'un Ordine, che volle diviso in due "détroits, l'oriental et l'occidental", nelle cui finalità - "procurer la paix et union entre les princes et peuples chretiennes et… delivrer des mains infidèles ceux qui sont sous leur oppression" (così nello statuto da lui dettato) - sinceramente credeva. Certo fu velleitario e inabile: almanaccò, ad esempio, azioni con l'avventuriero Jacques Pierre, noto come "le capitaine", cosicché, quando questi venne coinvolto e travolto nella congiura di Bedmar, i suoi "papiers" (sequestrati dalla Repubblica e trasi, relativamente alle ventilate operazioni antiturche, pare, alla Porta) fecero conoscere i progetti "della impresa in Macedonia et della Valona et altri luoghi"; e la rapida eliminazione dei presunti congiurati faceva circolare la voce, riportata tra gli altri dal residente estense Giovanni Dante, "ch'alli soprascritti si sia data la morte, non perché si siano trovati concerti fermi et reali della conspiratione, ma per farsi cosa grata al Turco sendo ch'alcuni de loro… haveva havuto dinari… et passaporti… d'andar in Francia al servitio del duca di Nivers ad un'impresa che questi voleva far nel paese turchesco".

Né a C. arrise la fortuna; per quanto la lista degli aderenti alla "Milice" vantasse nomi prestigiosi e s'allungasse di numerosi consensi provenienti anche dalla Polonia, la Boemia, la Moldavia, la Valacchia e persino dall'"armata dei cosacchi", mancò l'incoraggiamento del re di Spagna, che, anzi, non nascose mai la sua diffidenza ed ostilità; né poté mai destinare alla lotta contro gli infedeli la squadra di vascelli a sue spese fatti costruire e dotare d'artiglieria pesante, perché Luigi XIII - che già, l'aveva requisita nel 1621 per rafforzare l'assedio a La Rochelle - ne impedì la partenza per Civitavecchia (concessa da Urbano VIII quale base di operazioni) alla fine del 1624 e, dopo che era uscita malconcia da una serie di vicissitudini, preferì, il 16 giugno 1627, acquistarla, per circa 150 mila lire, ed incorporarla definitivamente nella flotta del regno. Naufragava così nel ridicolo ogni superstite velleità di crociata. Rimane, a testimonianza del sogno irrealizzabile lungamente covato e delle ambizioni spropositate tenacemente nutrite, l'armoniosa cittadina di Charleville, ch'egli, derivandone il nome dal proprio, nel 1606 decise di fondare - e i lavori iniziarono nel 1608 - come nuova capitale dei suoi possedimenti ove pienamente dispiegare lo splendido mecenatismo tradizionale della famiglia e come suggestivo punto di riferimento organizzativo e di ipotetica raccolta per i bellicosi cavalieri decisi a seguirlo contro gli infedeli.

C. ne affidò l'esecuzione al giovane architetto Clément Métezeau, il futuro costruttore della diga destinata a bloccare i soccorsi inglesi a La Rochelle assediata, che concepì la città - difesa da solide mura, protetta da un'incombente fortezza, dominata da un monte chiamato per l'occasione Olimpo, reminiscenza classica e appello alla grecità da riscattare - come una regolare scacchiera suddivisa in quattro dalle due vie principali incrociantisi in una vasta piazza quadrangolare. E la simmetrica geometria della disposizione planimetrica è esaltata dall'uniformità deliberatamente prefissata degli edifici: la piazza - così un visitatore, citato dall'Amadei, un cronista mantovano del '700 - è "tutta contornata di portici uguali, su de' quali vi sono fabbricate case assai belle, d'altezza uniforme, ed a misura d'esse… sono… anco le restanti della città tutta". Artificiosa creazione che riuscì a prender vita, quando C., il 16 ag. 1612, istituendo il diritto d'asilo (di cui beneficiarono debitori insolventi, responsabili di rottura di promessa di matrimonio, di omicidio colposo, di bestemmia), riuscì ad attirarvi un certo numero d'abitanti. Il 25 agosto dello stesso anno i gesuiti - cui in seguito s'aggiungeranno i cappuccini, le carmelitane, le sepolcriste o dame del S. Sepolcro - vi aprirono un collegio che, frequentato da allievi non solo delle zone immediatamente circostanti ma anche di Liegi e di altre località dei Paesi Bassi spagnoli, ambì a competere coll'insegnamento protestante impartito nella vicina Sedan e guadagnò a C. il riconoscente appoggio del padre Coton. Volendo, altresì che nella cittadina, dotata d'una zecca diretta dal valente Didier Briot, fiorissero "les arts liberaux et méchaniques", C., sempre nel 1612, stipulò un contratto con un mercante parigino per l'installazione d'"un forneau pour faire des verres à la facon de Venise", volto dunque alla produzione di lusso di "verres phins et de cristal raphiné" ed "esmaillés"; per la fabbricazione degli arazzi ricorre, nel 1622, a Jacques Chassen di Bruxelles e - dopo la rinuncia di questo, scoraggiato dall'ostilità dell'arciduca Alberto al reclutamento di mano d'opera per un'attività concorrenziale a quella fiamminga -, con miglior esito, nel 1627, a Daniel Papersack, altro abile artigiano di Bruxelles, che assume la direzione dell'atelier.

Vagheggiate spedizioni in Oriente ed edificazione di una città - la quale, malgrado fossati e muraglie, rimase un pacifico centro - che impegnano per oltre un ventennio C., senza peraltro ch'egli voglia e possa sottrarsi alle vicende mondane e alle tensioni politiche parigine; troppo erninente, d'altronde, per lignaggio e ricchezza, la sua posizione, perché non fosse coinvolto.

Partecipa alla splendida barriera tenuta, il 25 febbr. 1606, alla presenza d'Enrico IV e dell'intera corte, che fu, secondo Le Mercure, "le plus beau de touts les combats qui se soient jamais faits à la guerre"; nel 1608, con un seguito numerosissimo, di 600 persone circa tra gentiluomini palafrenieri e servitù, è inviato a Roma per "prester", il sovrano informa il 28settembre il card. Visconti, "en mon nom l'obédience" a Paolo V; esperto in scenografici e dispendiosi festeggiamenti e in questioni d'etichetta, a lui si devono, nel 1612, l'organizzazione della sontuosa giostra, del 5-7aprile, per celebrare il doppio fidanzamento di Luigi XIII coll'infanta e di sua sorella Elisabetta con l'infante e l'accoglienza dell'inviato spagnolo, giunto a Parigi il 13 ag. 1612, a ratificare gli accordi matrimoniali.

Nel 1613 C. libera, con uno stratagemma ispiratogli dalla lettura di Frontino, Nizza dall'assedio sabaudo, raggiungendo quindi Casale e assumendo il comando di quella fortezza temporaneamente. Dopo aver raggiunto Roma, Firenze, Ratisbona, nel 1614 è di nuovo in Francia, ove, anche se malvisto da Maria de' Medici e da Concino Concini, conserva il governo della Champagne e svolge opera d'arbitraggio per le pendenze, e tra i Gonzaga e i Savoia. Quando l'alta nobiltà, capeggiata dai principi del sangue, si dichiara contro la regina madre e, il suo favorito, C., che non si schiera subito apertamente al fianco dei promototi della ribellione ai quali era legato da vincoli d'amicizia (erano suoi intimi il duca di Bouillon e il principe di Condè) e di parentela (il duca di Longueville era suo nipote, quello di Mayenne suo cognato) - il Richelieu tuttavia l'accusò d'aver, sotto sotto, favorito il passaggio della Loira al Condé - s'offrì come mediatore, senza tuttavia essere preso molto sul serio. E senza entrare nelle buone grazie della corte - da lui peraltro provocata col reclutamento d'uomini e l'allestimento d'una compagnia di cavalleggeri e colla stampa d'una lettera di protesta per l'arresto del Condé -, ché, nel 1617, una déclaration regia, del 17 gennaio, dichiara C. e quanti lo sostengono "criminels de leze majesté"; e il 21, tutto soddisfatto, il Richelieu può scrivere all'ambasciatore straordinario in Italia, il de Béthune, che "se prépare à envoier une armée en Champagne en cas que" C. "ne se range bientost à la volonté, du roy". Raggiunti gli altri capi della ribellione a Soissons, C. replica, il 31 gennaio, con un manifeste.

Respingendo come calunnie dei suoi nemici le accuse, C. lamenta lo strapotere "du mareschal d'Ancre et de ses partisans", il fatto che quello, ergendosi a "seul arbitre de la vie, des biens, honneurs et dignitez" dei sudditi, abbia "esloigné" gli "anciens conseillers" della Corona. Le truppe del Concini - ribatte Luigi XIII - "sans oppression des subiects de sa Majesté, la servent… et les armes de duc de Nevers ne subsistent que par la desolation et misère" della popolazione. Il paese è ormai sull'orlo della guerra civile, tre armate sono destinate a ricondurre all'obbedienza i rivoltosi, contro i quali una déclaration, del 16 marzo, proclama la "confiscation" dei beni; difficile diventa la situazione di C., ché vengono invasi il Nivernese, ove due suoi figli sono fatti prigionieri e sua moglie viene assediata a Nevers, e la Champagne.

Ma anche C. beneficia della riconciliazione successiva alla repentina eliminazione del Concini, riottenendo il favore di Luigi XIII che, nel 1621, bloccando la sua smania di continui viaggi per concertare tentativi in Oriente, gli ordina, "en consideration de ce qui se passe aux frontières d'Allemagne", di rientrare nel suo governo in Champagne, ove la sua "présence… est necessaire". Ed ancora una volta ha modo d'utilizzare i suggerimenti del prediletto Frontino per ritardare il minaccioso cammino dell'armata del conte di Mansfeld, ingannato colla finzione di tergiversanti trattative, e quindi indurlo ad una rovinosa ritirata. Il 28 genn. 1624 si complimenta, sempre per ordine del sovrano, con Urbano VIII per la sua "exaltation"; omaggio che si riflette anche in un vantaggio per la "milizia" di C., alla quale, in conseguenza dell'apprezzamento pontificio, viene concessa una sede stabile a S. Giovanni in Laterano assieme ad un posto d'uditore in Rota, mentre è la stessa stamperia apostolica a provvedere all'edizione del testo latino dello statuto dell'Ordine.

Ormai maturo d'anni C. pare avviarsi a una tranquilla vecchiaia; ma l'imminente estinzione della linea maschile dei Gonzaga di Mantova, coi quali s'è sempre mantenuto in contatto, lo caccia nel ginepraio d'una tormentata vicenda dinastico-militare che ne fa un'importante pedina della politica estera francese volta a ostacolare il controllo spagnolo sull'Italia e provoca un conflitto, incuneato tra la fase danese e quella svedese della guerra dei Trent'anni, di vaste proporzioni, del quale C. è più vittima che protagonista.

Ancora nel 1615, nella relazione svolta al ritorno dalla sua missione mantovana, il veneziano Giovanni da Mula aveva sottolineato la difficoltà della questione e i pericoli insiti in una soluzione favorevole a C.: "vi sono… molt'altri dell'istessa casa che pretendono abilità alla successione… quando accadesse il mancamento di discendenza mascolina in questi principi presenti", Ferdinando e suo fratello Vincenzo, "e sono tutti li marchesi di casa Gonzaga… il principe di Guastalla, il principe di Castiglione, ma sopra tutti e con maggior ragione di cadaun altro, il duca di Nivers. E ne rimovi pur il signor Dio l'occasione, perché sarebbe questo, per dir il vero, un pericoloso ed intricato negozio che potrebbe apportar gran disturbi e commozioni in queste provincie". Per quanto, infatti, C. s'affanni in seguito di farsi "conoscere al mondo per principe di sangue italiano", sarà sempre marcato dalla qualifica di "francese"; e giustamente l'ambasciatore veneto Sebastiano Venier reduce da Vienna osserverà, nella relazione del 1630, come "l'esser egli prencipe francese, con gran pegni in quel regno, le han causato molestie e danni che ha convenuto incontrare". Prevedendoli, C., pure fiducioso nelle proprie virtù guerriere e nella protezione divina ("si consistant adversum me castra, non timebit cor meum; si exsurgat adversum me proelium, in Domino sperabo" soleva dire di frequente) e allettato dalla prospettiva della successione - donde le frequenti visite a Mantova, le profferte d'aiuto contro le trame sabaude, l'esibito desiderio "di servir" il duca Ferdinando "con ogni affetto" segnalato a questi dal residente a Parigi Giustiniano Prandi con lettera del 6 nov. 1624 -, s'era dimostrato titubante, nell'autunno del 1625, di fronte alla proposta d'inviare alla corte gonzaghesca il figlio Carlo, duca di Rethel. Ma le interessate pressioni di Luigi XIII, che lo fa esortare dal de Béthune "de penser avec plus de soin qu'il n'a monstré jusques icy en une affaire qui importe si avant au bien de sa maison", la spinta a compensare in qualche modo le frustrate aspirazioni al trono orientale, lo inducono ad accettare. Così, nel dicembre, il giovinetto raggiunge Mantova per rimanervi stabilmente "acciò, apprendendo i costumi d'Italia e trattandosi bene con quei sudditi, si rendesse capace dell'amor loro et, insinuandosi ad essi quasi insensibilmente le raggioni del padre, gli facesse più facilmente restar persuasi ad accettarlo per signore"; così un osservatore pontificio, mons. Francesco Albizzi. In effetti C. ebbe cura di guidare da lontano, con un assiduo invio di minuziose lettere ove "prenez garde…" ricorre costante, il comportamento del figlio, cui ingiunge di "rien negliger de ce qui peu estre de vos interest et de miens en… succession".

La situazione nel frattempo precipita: muore, il 29 ott. 1626, il duca Ferdinando e scompare, il 26 dicembre dell'anno dopo, "magnato dal cancro" il successore, Vincenzo II, mentre il matrimonio celebrato qualche ora prima - grazie alla dispensa papale sciogliente il nodo della consanguineità - tra Maria (figlia del duca Francesco II e di Margherita di Savoia ed unica erede del feudo femminino del Monferrato) e il duca di Rethel sanciva la successione dei Nevers in tutti i domini gonzagheschi. E C. - la cui candidatura, appoggiata politicamente dalla Francia, s'avvale delle argomentazioni dei giuristi Ercole Ripa e Francesco Negri Ciriaco, tutto sommato più probanti di quelle escogitate dal giureconsulto napoletano Iacopo Antonio Marta e dal senatore milanese Papirio Cattaneo a favore delle pretese di Cesare Gonzaga Guastalla, sostenuto dalla Spagna e dall'Impero -, nominato esplicitamente quale successore nel testamento, del 15 dic. 1627, di Vincenzo, diventa il primo duca della nuova dinastia.

"Dio e la natura e le leggi han fatto padrone legittimo di questi stati il Nivers", perché "vero figliolo di Lodovico Gonzaga, fratello di Guglielmo… duca di Mantova". "Per qual cagione…, estinta la linea di Guglielmo, non deve succedere la linea di Lodovico più prossimo agnato dell'ultimo duca defunto?". Con tali espressioni, in una lettera del 29 dic. 1627, il vescovo di Mantova Vincenzo Agnelli Soardi s'affannava invano a indurre alla ragionevolezza il governatore di Milano don Gonzalo de Cordoba sdegnatissimo pel matrimonio del duca di Rethel che disturbava i suoi accordi, segreti, con Carlo Emanuele I di spartizione tra Spagna e Savoia del Monferrato.Dal canto suo C., informato della designazione testamentaria e delle disperate condizioni di Vincenzo, lascia Charleville e, "incognito e per le poste" (così un cronista bresciano) scendendo dalla Lorena alla Valtellina e passando per Bergamo, arriva a Mantova il 17 genn. 1628. Non privi d'accortezza i primi atti di governo, alcuni imposti dalla consuetudine al nuovo principe (abolizione d'alcune gabelle quali il dazio del sale e il cosiddetto balzello della bozzola, il condono dei debiti comunali nei confronti della Camera ducale), altri espressamente voluti da C. (la ribadita assicurazione di tolleranza agli ebrei, una razionale regolamentazione dell'attività della segreteria di Stato con una precisa distribuzione dei compiti tra i vari ministri), ma privi di sviluppo nel rapido deteriorarsi della situazione a causa dell'intransigenza ispano-sabauda, forte, nella sua deliberata volontà di rottura, della connivenza imperiale.

Si paventavano infatti a Praga, Vienna ed Innsbruck i "pensieri franzesi" di C., di per sé volti - checché dicesse in contrario - "ad alterar la quiete delli domini di Spagna in Italia". Il conte Massimiliano di Trautmannsdorf - scrive da Vienna il nunzio pontificio il 29 genn. 1629 - è stato quanto mai esplicito nell'affermare "per articolo di fede due punti, l'uno che l'imperatore non farà mai ingiustitia per il re di Spagna, l'altro che non si separarà mai dal medesimo re". Invano la diplomazia mantovana, pur coadiuvata dagli sforzi di quella papale, si prodiga - in ispecie a Madrid, il vescovo di Casale Scipione Agnelli Maffei e a Vienna quello di Mantova - per sventare il conflitto.

Così C. deve fronteggiare il duplice attacco degli Spagnoli e di Carlo Emanuele I al Monferrato e la pressione sempre più minacciosa degli Imperiali su Mantova. Sommerso dai debiti - e l'assillo di denaro l'indusse alla svendita dei Trionfi di Cesare del Mantegna nonché di cammei, dipinti e sculture, una delle quali attribuita a Prassitele, un'altra di Michelangelo - insufficientemente soccorso dalle milizie venete (poco combattive e guidate da capi titubanti e pavidi nella cui condotta si rifletteva la debolezza di fondo della Repubblica), amaramente deluso dalla Francia (che s'era mossa tardi, solo dopo la conquista di La Rochelle e aveva concluso, a suo danno, il trattato di Susa dell'11 marzo 1629), C., a parte una rapida incursione nel Cremonese, è costretto, abbandonando il territorio alla sistematica devastazione nemica, ad un progressivo arretramento.

Cadute via via Viadana, Torre, Bocca d'Oglio, Gazzuolo, Goito mentre il castello di San Giorgio è ceduto spontaneamente a patetica dimostrazione di volontà di pace, l'assedio di Mantova - interrotto da un ripiegamento imperiale e dall'effimero recupero d'alcune posizioni - si fa sempre più minaccioso e stringente. Aggravata la situazione da tentativi di tradimento, dall'ostilità dei cittadini per C. cui addebitavano i loro disagi, dal disaccordo tra i capi, dai palesi e violenti contrasti tra C. e il residente veneto Marcantonio Busenello, dallo scadimento della moneta, dalla difficoltà e scarsità degli approvvigionamenti, s'abbatte per di più sugli abitanti e i difensori denutriti e scorati l'inesorabile falcidie della peste. Vani i disperati appelli di C. per ottenere da Venezia un efficace soccorso - il comandante veneto Francesco Erizzo, rintanato nel quartier generale di Verona, non si smuove dalla sua inerzia -, a metà luglio del 1630 la città è affidata a non più di 700 fanti e 50 cavalli. Facilmente pertanto gli assedianti la conquistano il 18 e - mentre C. ripara esule in terra pontificia, dove cova l'ostinato e chimerico proposito di guidare una vindice spedizione armata contro i Tedeschi, purché fornito di mezzi da Venezia - la sottopongono ad un saccheggio di inaudita atrocità che vede il conte d'Aldringen, l'uomo "più bestiale del mondo" a detta di Fulvio Testi, gareggiare colla più sfrenata soldatesca in brutalità ed avidità.

Riconosciutogli (a costo di pesanti cessioni territoriali a vantaggio dei Savoia e dei Gonzaga di Guastalla) dai trattati di Ratisbona e Cherasco il diritto alla investitura conferita dall'imperatore il 2 luglio 1631 - la guerra dunque, ironizzerà il Manzoni, si concluse col riconoscimento unanime del "nuovo duca, per escludere il quale… era stata intrapresa" (Ipromessi sposi, cap. XXXII) -, C., ancora sconvolto dal dolore per la scomparsa del 30 ag. 1631 del duca di Rethel cui seguirà, il 25 maggio 1632, quella dell'altro figlio, il duca d'Umena, rientra, il 21 sett. 1631, in Mantova.

La desolazione e lo squallore regnano in questa e nel territorio: i cittadini, che ascendevano nel censimento del 1623 a 31 mila, sono solamente 7.300 e 24.250 i "rurali" rispetto agli 89 mila del 1623; pressoché distrutte le attività manifatturiere e commerciali - va ricordato che nel corso dell'occupazione imperiale sera incrudelito sul ghetto espellendone i 1.800 ebrei che l'abitavano -, incolti i campi. "Le cose di Mantova -aveva scritto, ancora il 27 dic. 1630, il Testi a Francesco I d'Este - sono in ultima perdizione: la guerra e la peste hanno distrutta questa città… La nobiltà è rovinatissima… Per lo distretto… Vostra Altezza non troverà quattro contadini, due paia di buoi, una vacca, una gallina… quando… torni… il duca…, …sarà infelicissimo perché non averà sudditi e non occorrà che per cent'anni né a lui, né a' suoi figli vengano pensieri bellicosi perché non averà né danari e, quel ch'è peggio, non averà neanche in pace l'amore di questi popoli perché sono malissimo soddisfatti et a lui solo attribuiscono la cagione delle loro miserie e calamità".

Privo di tutto - la vita di corte riprende, nelle poche stanze abitabili del palazzo devastato, grazie agli arredi donatigli dal granduca di Toscana e alle argenterie regalate dal Farnese, mentre l'avvio dell'agricoltura si basa su 100 paia di buoi spediti, con 200 bifolchi, dal duca di Modena -, C. inizia con impegno l'ardua opera di ricostruzione, potendo contare solo sulla virtuale entrata annua, totalmente assorbita dalle spese di governo, di 70 mila ducati dal Mantovano, che un tempo ne rendeva 200 mila, e di 80 mila dal Monferrato, che - stando alle cifre fornite dall'ambasciatore veneto Nicolò Dolfin nella relazione del 5 ag. 1632 - antecedentemente ne fruttava 230 mila. Quanto alla politica estera - di per sé tracciata dalla presenza del presidio veneto nella capitale e di "capi" e "milizia" francesi a Casale, Nizza, Ponzano, Moncalvo e "altri luoghi forti" monferrini oltre che dalle "inclinazioni" e "geni" di C., "francese di nascita, di Stati, di aderenze" e "geloso" e "diffidente di Spagna" (come osserva il Dolfin) - si svolge sulla base dei buoni rapporti colla Serenissima e colla Francia, la quale ultima non manca di far presenti, con toni anche imperiosi, le proprie richieste d'un particolare allineamento.

Già nella lettera, del 29 ott. 1631, di rallegramento per la reintegrazione nel ducato, Luigi XIII ammonisce C. di non discostarsi mai dalle sue direttive per non "retomber" ancora "dans les malheurs et deplaisires"; quando poi l'intrigante Margherita di Savoia (consuocera di C., in quanto madre della nuora Maria), la cui permanenza mantovana era sgraditissima alla Francia, riesce a convincere la figlia ad una dichiarazione infirmante l'autorità di C. e la stessa successione, è Parigi anzitutto ad esigerne il brusco allontanamento. "Ce que vous avez à faire -scrive il 16 ag. 1633 Luigi XIII a C. - de plus pressé est de mettre… Marguerite hors de vos états". Scontata inoltre l'adesione di C. - che promette di fornire 3.000 fanti e 300 cavalli - al trattato di Rivoli, dell'11 luglio 1635, auspicante la costituzione d'una "ligue pour conquerir l'etat de Milan et essaier de l'oster des mains de ceux qui en abusent pour opprimer leurs voisins".

Ben più assillanti comunque i problemi interni del piccolo Stato ed a questi soprattutto si rivolge C. coi suoi ministri e consiglieri: il marchese Gian Francesco Gonzaga, governatore civile durante l'occupazione e connivente colle vessazioni ed estorsioni nel corso di questa avvenute, dopo un regolare processo fu condannato all'esilio; soppressa la circolazione delle monete ossidionali, proibite le erose di provenienza estera e fissato il corso delle forestiere, si riaprì la zecca affidandola ad abili "conduttori" nell'intento di riequilibrare il mercato monetario (già travolto dall'emissione, nel 1628-1630, di enormi quantitativi di moneta pnva di valore intrinseco) coll'immissione di moneta pregiata; agevolato il rientro agli ebrei (riconfermati nelle precedenti concessioni e fusi - sopprimendo la distinzione, rivelatasi dannosa, tra "banchieri" e "università" - nel solo "corpo" della seconda), e se ad essi non venne riconosciuto il diritto all'acquisto di beni stabili, ottennero tuttavia il prolungamento della scadenza per la vendita di quelli ricevuti in pagamento. Per ripopolare il territorio s'allettarono i forestieri con particolari privilegi, tra cui l'immunità triennale da eventuali conseguenze di debiti altrove contratti; ma l'impossibilità per C. di sobbarcarsi le spese di viaggio fece fallire il progetto di trapiantare in terra mantovana un consistente nucleo di laboriosi olandesi. Con palese restrizione della sua libertà personale, la manodopera agricola fu, vincolata al lavoro dei campi; e, ad imbrigliarne le spinte salariali accentuate dalla sua scarsità, vennero minuziosamente regolamentati i compensi in natura e in denaro, non senza, d'altro canto, fissare degli obblighi pure a carico dei padroni e introducendo inoltre - sempre al fine di contenere le rivendicazioni contadine - una sorta di calmiere per le merci vendute nelle campagne.

Ma le vicissitudini finiscono col logorare le forze di C., il dolore sempre aperto per la scomparsa dei figli lo incupisce e lo spinge ad un'amara solitudine; gli è estranea la vita di corte, nella quale i rapporti colla nuora - rientrato l'iniziale proposito d'un matrimonio con lei per rafforzare la dinastia, sempre cocente il ricordo di come si sia prestata al tentativo di esautorarlo - non superano i limiti d'una formale correttezza; delegando ai cortigiani più fidati i compiti di governo, preferisce, negli ultimi tempi, trascorrere i suoi giorni in un fitto susseguirsi di pratiche devote, preoccupandosi inoltre dell'abbellimento di edifici sacri e promuovendo nuove costruzioni. Valendosi dell'architetto Nicolò Sebregondi C., suggestionato, pare, da un sogno, fa erigere nel bosco della Fontana - già luogo di caccia e di divertimenti galanti - la chiesa e l'eremo dei camaldolesi. Qui, ospite dei frati da lui favoriti con privilegi ed esenzioni e con un'assegnazione annua di 1.000 ducatoni, muore il 22 sett. 1637.

Fonti e Bibl.: Per le fonti archivistiche si rinvia a L'arch. Gonzaga di Mantova, I, a cura di P. Torelli, Ostiglia 1920, pp. LXI 12, 50, 53, 68, 175, 179; II, a cura di A. Luzio, Verona 1922, pp. 54, 140, 200, 218; e, in linea subordinata, a A. Luzio, Documenti degli archivi di Mantova asportati dagli Austriaci, in Mem. del R. Ist. lomb. di scienze e lettere, cl. di lettere, scienze mor. e stor., XXIV (1927), p. 10; Mantova, a cura di L. Mazzoldi, Milano 1967, pp. 22, 26; L. Mazzoldi, L'arch. dei Gonzaga di Castiglione delle Stiviere, Roma 1961, p. 98; B. Benedini, Il carteggio della Signoria di Firenze e dei Medici coi Gonzaga, Roma 1962, pp. 40, 41, limitando la segnalazione diretta solo all'Archivio di Stato di Mantova, Carteggio di inviati e diversi, buste 1559-1568 contenenti i dispacci degli inviati mantovani a Venezia tra il 1628 e il 1635 e all'Archivio di Stato di Venezia, Senato. Dispacci Mantova, filze 12-17, per le lettere degli inviati veneziani a Mantova.

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