LODI, Carlo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 65 (2005)

di Federico Trastulli

LODI, Carlo. - Il L. nacque a Bologna l'11 febbr. 1701 da Simone Antonio e da Anna Maria Pedretti.

Secondo Crespi, inizialmente si dedicò a studi umanistici, ma trascorrendo il tempo libero a far pratica di disegno sotto la guida di A.M. Cavazzoni. Sempre Crespi vuole che proprio quest'ultimo, quando il L. gli portò a far vedere due opere copiate da A. Calza, lo abbia incoraggiato ad approfondire il genere del paesaggio, rispetto al quale aveva dimostrato notevole inclinazione. Per questo motivo il L. si fece seguire per otto mesi da N. Ferraioli, trascorrendo intere giornate nell'affinamento della tecnica a tempera. Da quel momento il L. operò in autonomia, e raggiunse uno stile rapido particolarmente gradito. Tuttavia a tutt'oggi mancano significative testimonianze dell'attività del L. durante gli anni della formazione, all'incirca fino al quarto decennio del secolo, nonostante si possa contare su un discreto numero di quadri, che testimoniano non soltanto la sua straordinaria produttività ma anche il largo favore dei committenti.

Alla fase iniziale dell'attività del L. va ricondotta la serie di sette tempere su muro con Storie dei Malvezzi eseguite in palazzo Malvezzi Campeggi con la collaborazione del figurinista A. Rossi.

La datazione sarebbe anteriore al 1741 (Roli, 1977, p. 199) e, comunque, "non anteriore ai primi anni del terzo decennio" (Riccomini). In questo ciclo, però, ancora non si palesa la scioltezza di pennello su cui si è tradizionalmente basata la reputazione del L.; l'opera appare nell'insieme piuttosto statica, raggelata, anche a causa della non eccelsa esecuzione dei personaggi a opera di Rossi. Si è detto, e a ragione, che tale mancanza di fluidità fu causata dall'obbligata visione dal basso di tutte le scene, cui bisognerebbe aggiungere l'oggettiva difficoltà connessa alla pittura su muro. Nondimeno, se si escludono quelle di formato ovale, nelle restanti scene si apprezzano gli ampi paesaggi a perdita d'occhio inquadrati da quinte arboree e organizzati su un rapido susseguirsi di piani intermedi, alcuni dei quali segnati da rovine. Notevole è la resa atmosferica delle nuvole turbolente e del vento che scuote le fronde all'interno dell'episodio di Lucio Malvezzi che libera Padova dall'assedio.

A palazzo Malvezzi Campeggi furono attivi gli stessi artisti impiegati in un ciclo ben più vasto all'interno di villa Pepoli "La Cicogna" a San Lazzaro di Savena. In assenza di una datazione precisa, Malaguzzi Valeri (p. 121) collocò le tele tra il 1737 e il 1741, in quanto nel 1743 sarebbe avvenuto il restauro e il nuovo assetto interno dell'edificio; la campagna decorativa si concluse entro il 1751, quando fu redatto un inventario che menzionava le numerose tempere, oggi conservate nella collezione Barbieri a Bologna.

La particolarità del progetto illustrativo si affida alla molteplice varietà dei temi rappresentati: sei Storie di Mosè, altrettante Storie di Telemaco, cinque Episodi delle truppe spagnole, sei Paesaggi (cinque secondo Roli, 1977, p. 273; Cuppini - Matteucci, p. 335). Gli episodi spiccano per la complessità delle soluzioni compositive e per la brillantezza delle tinte, delicate, sapientemente accostate tra loro e con piacevolissimi effetti finali. Si avverte in quasi tutte le tele il richiamo alla coeva cultura scenografica felsinea, soprattutto nel sottile impianto strutturale delle singole scene. In Telemaco e Mentore che sbarcano sull'isola di Calipso, i pieni e i vuoti si alternano sfruttando anche le diagonali mentre la barca inclinata sulla destra vuol esser citazione del vedutismo fiammingo dei Van Bloemen e di A. Tempesta. Un vago sapore protocinquecentesco impronta l'episodio di Telemaco nel giardino di Calipso, dove una prospettiva centripeta, incorniciata da un'arcata di rocce naturali, dapprima si rivolge a un'architettura classica ormai invasa dalla vegetazione e poi fugge nell'ampio paesaggio montuoso circostante. Mentre, invece, in Venere invia Amore a Calipso, ambientata lungo una diagonale fortissima sulla sinistra, il carro della dea offre riferimenti culturali che conducono a G. Reni e ai paesaggi mitologici dei pittori olandesi seicenteschi stilisticamente affini a N. Poussin e a C. Lorrain. Se questi particolari temi fornirono al L. più d'un pretesto per dispiegare la propria inesauribile fantasia, diverso fu il suo atteggiamento nei confronti delle storie bibliche (tra le quali va citato Mosè e i serpenti per l'audace paesaggio ascendente) e delle storie di soggetto bellico. In esse il pittore riesce a congiungere una certa abilità per la resa degli edifici e delle architetture alla pittoricità dei contesti naturali: si pensi all'Abbeverata della truppa, tutta giocata sui vapori dei fiotti d'acqua in cascata, o al S. Michele in Bosco sotto la neve, o ancora al Temporale, in cui la riproduzione degli agenti atmosferici è tale da anticipare in qualche modo la pittura romantica. Le figure di Rossi si collocano meglio nei singoli contesti verdeggianti ma di certo non catturano l'attenzione quanto la vegetazione.

Il 1753 fu un anno fatidico. Innanzitutto, a questa data risalgono le tre Storie del figliol prodigo nella sala capitolare di S. Giacomo Maggiore, concepite in occasione dell'abbellimento del refettorio in vista del capitolo generale. I quadri non risultano molto differenti dalla produzione di carattere profano se non per una maggiore importanza concessa all'architettura - come nel caso del portico che, sulla sinistra, occupa metà del Ritorno del figliuol prodigo - e per una minore dinamicità complessiva.

La data del 1753 è inoltre riportata in una delle tele con Scene villerecce per la villa Monsignori Comelli a San Giovanni in Calamosco, nelle immediate vicinanze di Bologna. Nello stesso anno la morte di Rossi interruppe il collaudato sodalizio fra di due artisti.

Un fondamentale contributo editoriale (Bergomi, 2004), basato su nuovi dati archivistici, ha definitivamente sottratto dal catalogo del L. il ciclo decorativo della villa Boschi "La Sampiera" a Barbiano nel Bolognese, tradizionalmente assegnato al pittore e al figurinista N. Bertuzzi, subentrato a Rossi. La paternità delle opere spetterebbe, piuttosto, a V. Martinelli, da sempre considerato nipote del L. pur in assenza di incontrovertibili prove documentarie (Grandi, p. 23). Tale novità compromette l'ipotesi, formulata anch'essa di recente, che al L. e a Bertuzzi si possa ricondurre l'Adorazione dei magi in una sala della villa Visconti d'Aragona a Sesto San Giovanni, dal momento che l'attribuzione si basa su analogie stilistiche con "La Sampiera" (Caprara). Secondo tradizione (messa in dubbio in Bergomi, p. 363), insieme con Bertuzzi il L. realizzò, verso il 1763, quattro sopraporte a tempera raffiguranti Scene campestri per la villa Ranuzzi Cospi a Bagnarola di Budrio vicino a Bologna e un paesaggio a olio in palazzo Venturoli Mattei. Di difficile ricostruzione è pure l'intervento del L. in palazzo Bentivoglio: fatta eccezione per la tempera dal titolo Ballo campestre eseguita con Bertuzzi, posta su un camino al pianterreno e ornata di stucchi da G. Mazza entro il 1741, non si hanno notizie circa la serie di Paesaggi con rovine, per le cui figure fu ingaggiato V.M. Bigari, segnalata da Zucchini nel 1947. Se ne conoscono tre esemplari, rispetto a uno dei quali Roli (1977, p. 204) ha messo in dubbio il nome del figurinista.

Il L., considerato indiscusso caposcuola del paesaggio bolognese e aggregato all'Accademia Clementina già dal 1747 (Grandi, p. 20), morì nella sua città natale il 22 apr. 1765.

Fonti e Bibl.: L. Crespi, Vite de' pittori bolognesi non descritte nella Felsina pittrice, Bologna 1769, p. 197; F. Malaguzzi Valeri, Palazzi e ville bolognesi. La villa Barbieri già Pepoli a San Lazzaro, in Cronache d'arte, V (1928), pp. 109-122; R. Longhi - G. Zucchini, Mostra del Settecento bolognese. Catalogo, Bologna 1935, pp. 40 s., 113, 116, tav. XXXVI; G. Zucchini, Paesaggi e rovine nella pittura bolognese del Settecento, Bologna 1947, p. 24 e passim; Id., Le tempere della Sampiera, in Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le provincie di Romagna, II (1951-53), pp. 337-358, tavv. 3-7, 11-15; U. Beseghi, Castelli e ville bolognesi, Bologna 1957, pp. 288-290; G. Cuppini - A.M. Matteucci, Ville del Bolognese, Bologna 1967, pp. 122 s., 168-171, 301 s., 335, 350, 356, 358; V. Fortunati, Quadri della sagrestia e del convento, in Il tempio di S. Giacomo Maggiore in Bologna, a cura di C. Volpe, Bologna 1967, p. 184; D. Lenzi, Regesto, ibid., p. 258; E. Riccomini, Ordine e vaghezza. Scultura in Emilia nell'età barocca, Bologna 1972, p. 110; R. Roli, Pittura bolognese 1650-1800. Dal Cignani ai Gandolfi, Bologna 1977, pp. 102, 124, 190 s., 198-201, 204, 272 s.; Id., Paesaggisti e figuristi: aggiunte al Settecento bolognese, in Paragone, XXXIII (1982), 393, pp. 67-72, tavv. 63-64; Id., Paesaggisti e figuristi del Settecento bolognese: nuove aggiunte, ibid., XXXIX (1988), 457, pp. 66-70, tavv. 54-55; Id., in La pittura in Italia. Il Settecento, II, Milano 1990, pp. 768 s.; R. Grandi, in Bernardo Minozzi: "Paesaggio con borgo e corso d'acqua, Paesaggio con chiesa"; C. L.: "Paesaggio con ponte, corso d'acqua e rocca, Paesaggio con arco e casolare" (catal.), a cura di C. Bernardini, Bologna 1997, pp. 20, 23, 27; Le collezioni d'arte della Cassa di risparmio di Bologna dal XVII al XX secolo (catal., Carpi), Bologna 1998, pp. 15, 40-42, 44 s., 47-49, 93-95; A.M. Matteucci, I decoratori di formazione bolognese tra Settecento e Ottocento. Da Mauro Tesi ad Antonio Basoli, Milano 2002, pp. 180, 276, 460, 498; V. Caprara, Nicola Bertuzzi e C. L. a Sesto San Giovanni, in Arte. Documento, 2003, nn. 17-19, pp. 522 s.; O. Bergomi, Le tempere della "Sampiera" da C. L. a Vincenzo Martinelli, una restituzione dovuta, in Arti a confronto. Studi in onore di A.M. Matteucci, a cura di D. Lenzi, Bologna 2004, pp. 359-364; U. Thieme - F. Becker, Künstlerlexikon, XXIII, p. 312.

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