CAPECE, Carlo Sigismondo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 18 (1975)

di Ariella Lanfranchi

CAPECE (Capeci), Carlo Sigismondo. - Nacque a Roma il 21 giugno 1652 da Bernardo e Teodora Stanchi. Iniziati gli studi a Roma, nel 1664 si trasferì in Spagna dove il padre, al servizio della corte pontificia e attivo anche nell'ambiente diplomatico, venne inviato come fiscale e abbreviatore presso la nunziatura di Madrid. In questa città il C. continuò i suoi studi letterari, intraprese quelli filosofici all'università di Alcalá, mentre a Valenza studiò giurisprudenza. Tornato in patria in data imprecisata e conseguita a Roma "la Dottoral laurea per la Canonica, e Civile Giurisprudenza" (Gimma, p. 96), si dedicò per lungo tempo all'attività forense presso i tribunali romani e - grazie alla pratica acquistata in questo campo - fu inviato in Francia, dove rimase un anno circa e dove curò affari e interessi del cardinale F. Maidalchini. Di ritorno in Italia, entrò al servizio del cardinale Girolamo Casanate ricoprendo per circa nove anni la carica di "segretario delle ambasciate" e quindi quella di "coppiere". Affermatosi brillantemente nella carriera diplomatica, attorno al 1689 venne nominato "Giudice dello Stato di Ronciglione" da Alessandro VIII e, negli ultimi anni del secolo, per volontà del pontefice Innocenzo XII, ricoprì la carica di governatore della città di Terni e, successivamente, di Cascia e di Assisi.

Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1695, il C. (o Capeci, come spesso si trova indicato il cognome di questo autore dal 1697 in poi) si trasferì nuovamente a Roma dove per qualche tempo ebbe la responsabilità di "Agente della Provincia del Patrimonio" e quindi, abbandonata completamente la carriera diplomatica, si dedicò quasi esclusivamente all'attività letteraria, nella quale - a quell'epoca - aveva già dato buona prova di sé.

Entrato a far parte tra i primi, nel gennaio del 1692, dell'Accademia dell'Arcadia con il nome di Metisto Olbiano (grazie anche all'amicizia che lo legava al Crescimbeni), il C. divenne in seguito membro di altre Accademie romane come quella degli Imperfetti, degli Infecondi, degli Umoristi e dei Pellegrini col nome - in quest'ultima - di Gismondo del Pincio, in relazione evidentemente al fatto che in quel tempo egli abitava in via della Croce (cfr. Grottanelli, XLI, p. 42).

Nel 1704 entrò al servizio della regina Maria Casimira di Polonia vedova di Giovanni III Sobieski, che, fissata la propria residenza a Roma nell'anno 1699, lo nominò "segretario delle lettere italiane, e latine": carica che mantenne (secondo la maggior parte degli studiosi che si sono interessati al C.) fino al giugno del 1714, quando cioè la regina di Polonia lasciò definitivamente Roma. A questo proposito il De Tipaldo afferma, invece, nella sua non sempre precisa biografia (p. 375), che il C. seguì la regina di Polonia in Francia nel 1714 e vi rimase fino alla morte di costei (30 genn. 1716) e quindi, fatto ritorno a Roma, venne assunto per intercessione di A. Scarlatti al servizio dei principi di Baviera e, successivamente, al servizio della principessa Teresa Grillo Pamphili.

Con certezza sappiamo soltanto che, persa la moglie Angela Margherita Caranza nel 1717 e cessata ogni attività teatrale e letteraria nel 1725 circa, trascorse gli ultimi anni della sua vita in Calabria, nel piccolo centro di Polistena (vicino Palmi), dove prestò servizio come segretario del marchese di San Giorgio e dove morì, lontano dai cinque figli e in precarie condizioni finanziarie, il 12 marzo dell'anno 1728.

L'attività letteraria del C. ebbe ufficialmento inizio nel 1683 quando, su incarico dell'abate Pompeo Scarlatti (ministro a Roma dell'elettore di Baviera), scrisse un elogio al duca per la liberazione di Vienna dai Turchi (Tributo di lode alle gloriosissime azzioni del Serenissimo Elettore Massimiliano Emmanuele Duca di Baviera... in occasione della presente guerra dei Cristiani confederati contro l'armi ottomanne...) che, recitato nel dicembre 1683 a palazzo Scarlatti, venne stampato a Roma l'anno successivo da G. B. Bussotti. Negli anni successivi gli interessi del C., "personaggio alla moda nel grandioso Seicento teatrale romano" (come lo definisce il Bragaglia, Pulcinella, p. 216), s'indirizzarono principalmente verso l'opera per musica allora in grande auge nella aristocratica società romana, assai propensa - anche nelle più alte gerarchie ecclesiastiche - a favorire con mezzi generosi, e mettendo a disposizione sontuosi teatrini privati, la moda degli spettacoli teatrali.

Nel palazzo paterno vennero rappresentate le due prime opere con libretto scritto dal C.: L'Amor vince fortuna (1686), con musica di autore sconosciuto, dedicata al duca di Baviera per celebrare le sue nozze con Maria Antonia d'Austria; e Il Figlio delle Selve (1687), musica di C. Bani, che venne replicata negli anni seguenti in molte città italiane e nuovamente rappresentata a Roma nel gennaio 1709 con musica di A. Scarlatti e libretto "corretto et in più luoghi mutato…" e gli fruttò - in segno di compiaciuto apprezzamento da parte della dedicataria duchessa di Baviera - una preziosissima rosa di diamanti.

Nei teatri privati del connestabile Colonna (di cui il C. - secondo il Bragaglia, p. 303 - fu "poeta di teatro"), di palazzo Zuccari (residenza della regina di Polonia) e di altre dimore principesche romane vennero rappresentate le altre opere con libretto del C. (generalmente in 3 atti e 1 prologo). Alcune con musica di autore sconosciuto: I Giochi troiani (1688; rielaborazione de Los Juegos Olimpicos di Agostino de Salazar) e La clemenza d'Augusto (1697); molte con musica di Domenico Scarlatti: La Silvia (1710); Tolomeo ed Alessandro,ovvero la Corona disprezzata (1711); L'Orlando overo La Gelosa pazzia (1711); Tetide in Sciro (1712; replicato al teatro delle Grazie di Vicenza nel 1715 con musica di C. F. Pollarolo); Ifigenia in Aulide (1713; rielabor. dalla tragedia di Euripide tradotta dal p. Ortensio Scamacca); Ifigenia in Tauride (1713; rielabor. dalla tragedia di Euripide tradotta da P. J. Martello); Amor d'un'ombra e Gelosia d'un'aura (1714; rappresentato anche a Londra nel 1720 con il titolo Il Narciso, su testo rielaborato da P. A. Rolli e alcune musiche nuove di T. Roseingrave); una con musica di A. Caldara: Tito e Berenice (1714); infine una con musica di Alessandro Scarlatti: Telemaco (1718; rappresentato forse al teatro Argentina di Roma nel 1750 con musica di Gluck; sicuramente al Burgtheater di Vienna nel gennaio 1765 con il titolo Il Telemaco o sia L'Isola di Circe, libretto rielaborato da M. Coltellini e musica di Gluck; quindi al teatro del Fondo di Napoli nel 1785 con il titolo Telemaco nell'isola di Calipso, musica di F. Cipolla; infine al teatro Principal di Barcellona nell'agosto 1797, con lo stesso titolo del precedente, in una versione ridotta in due parti e con musica di J. F. M. Sor).

Oltre che libretti d'opera, il C. scrisse anche il testo per altri lavori musicali, per la maggior parte dei quali non si conosce però il nome del compositore: La Contesa delle stagioni (componimento per musica a 5 voci, Roma, palazzo del Quirinale, dicembre 1698: attribuito al C. dal Cinelli Calvoli e dal Carini, benché il libretto non porti il nome dell'autore); Applausi del Sole e della Senna (cantata a 2 voci "per la felicissima nascita del Serenissimo Duca di Bretagna", 1704); Il Tebro fatidico (componimento per musica e "introduttione al ballo dell'Aurora", 1704); L'Amicizia d'Hercole e Theseo (componimento per musica e "introduttione al ballo della Gloria", 1707); Le Corone amorose (serenata a 3 voci, musica di Anastasio Lingua, 1708); La vittoria della Fede (componimento per musica di A. Scarlatti, 1708); Applauso devoto al Nome di Maria Santissima (cantata a 3 voci, musica di D. Scarlatti. 1712); inoltre due oratori, entrambi in 2 parti, intitolati: Oratorio per la Resurrettione di Nostro Signor Giesù Cristo (musica di G. F. Haendel, 1708), e La Conversione di Clodoveo re di Francia (musica di D. Scarlatti, 1709). Nello Schmidl (p. 228) si legge infine che il C. fu probabilmente autore anche della musica per l'opera Amor vince fortuna.

Dopo il 1714, con l'unica eccezione del Telemaco (che è del 1718), il C. non scrisse altri libretti e si dedicò piuttosto al teatro in prosa, di carattere comico o serio, nel quale largo spazio era riservato all'inserzione di "maschere" o personaggi mimici tratti dalla commedia dell'arte (che si esprimevano spesso in un italiano con accentuazioni dialettali: Pulcinella, che venne quasi sempre interpretato dalla celebre "maschera" romana Bartolomeo Cavallucci; Colombina, Balanzone, Mezzettino, ecc.), o a personaggi che parlavano caricaturalmente la lingua straniera adatta al ruolo (Muleassa "in turchesco", don Rodrigo "in spagnolo", Diana "in francese", ecc.).

Di queste sue commedie (o "opere sceniche", come vengono indicate alcune di queste opere), generalmente in tre atti e rappresentate tutte nei teatri popolari romani, ricordiamo: Creder morto chi si vede ovvero Pulcinella postiglione d'amore (teatro S. Lucia della Tinta, carnevale 1713); La Gelosia schernita e la Costanza premiata (ibid., 1714); Il vecchio avaro (teatro in Campo Marzio, carnevale 1716); Il Visir discacciato (teatro del Mascherone di Farnese, carnevale 1718); Il Trionfo d'amore (commedia in 5 atti, teatro "vicino alle Quattro Fontane", 1718); La Finta pazza (teatro del Mascherone di Farnese, carnevale 1719); Il Liberale gradito (ibid.); La schiava per amore (ibid., 1720); Contrari effetti d'amore (ibid.); Il Pulcinella negromante (ibid., 1720); Il Testamento di Pulcinella (ibid.); Pulcinella finto giocatore (ibid., 1721); Li due Pulcinelli fratelli (ibid.); Pulcinella testimonio per semplicità (ibid., 1722); Amor ferisce,e sana (Roma 1723); La Schiava combattuta (teatro Pallacorda, carnevale 1724).

Oltre a quelle sopracitate, il C. compose anche altre commedie delle quali non si conosce né il luogo né la data precisa di rappresentazione e per un elenco delle quali si rimanda all'Enc. dello Spett. (coll. 1711). A questo è opportuno aggiungere: Gli equivoci dei due Pulcinelli; Il marito di Pimpa; La fede tradita e vendicata.

Autore inoltre del testo per due opere, entrambe in prosa e in musica (Il dottore impaurito, teatro S. Lucia della Tinta, 1719; Appollo in Tessaglia, ibid.), il C. scrisse anche un sonetto dedicato a Filippo V di Spagna in occasione di un suo viaggio in Italia (Applauso divoto) e una grande quantità di versi in latino o in italiano, rimasti per lo più manoscritti o inseriti in raccolte dell'epoca (cfr. Carini, p. 472).

Si è visto come l'attività di questo autore possa essere divisa in due periodi ben distinti e, cronologicamente, successivi. Inizialmente e fino al 1714 circa l'interesse del C. fu in massima parte rivolto all'opera per musica cristallizzatasi, negli ultimi decenni del Seicento, in un genere di spettacolo nel quale erano maggiormente apprezzati i valori musicali e gli effetti scenografici che la validità drammatica del testo, ridotto ormai a mero pretesto per l'inserzione di brani di virtuosismo vocale e di trovate spettacolari sempre più sorprendenti e numerose (in particolare nell'ambiente romano). Agli intrighi per lo più di soggetto amoroso; alle complicazioni e agli stratagemmi che si ripetevano identici in tanti melodrammi diversi solo nel titolo; all'intrecciarsi di personaggi numerosissimi le cui vicende si susseguivano senza alcun nesso logico; all'innaturale e meccanico succedersi di recitativi poeticamente sciatti e di arie che attiravano tutto l'interesse degli spettatori: in una parola, al malcostume instauratosi nel campo dell'opera per musica il C. volle portar rimedio, nell'intento di ricondurre l'ordine, la naturalezza e la verità di affetti semplici e antichi secondo gli ideali dell'Arcadia.

I suoi libretti che, seguendo la tradizione secentesca, si rifanno senza scrupoli alle fonti più diverse (Ovidio, Ariosto, Euripide...) e che conservano ancora caratteristiche tipicamente secentesche come il prologo e la "protesta" di ortodossia religiosa ("le parole Fato, Dei, Destino, Idolo, adorare e simili, dovendo far parlare Personaggi Gentili, sono vaghezze e necessità di Poesia, e non sentimenti di chi professa di vivere, e morire Christiano Cattolico Romano...", si legge nell'opera L'Amor vince fortuna), hanno infatti generalmente uno svolgimento molto semplice e legato all'unità d'azione, pochi personaggi (6-8), atti piuttosto corti e scene non troppo numerose (11-12 per ciascun atto) che si concludono per lo più con un'aria. Qualità tutte che, unite ad una verseggiatura scorrevole, priva di pesantezze barocche e dotata in molti punti di una fresca e spontanea comicità, non soltanto assicurarono al C. il successo e il favore dei contemporanei ("e ben poté pregiarsi assai più di Antimaco poeta..." - scriveva il Gimma, p. 98 - "poiché non solo ne ricavò un applauso universale; ma vide sempremai spettatori i più Nobili, e i più Letterati di Roma"), ma ne fecero anche uno dei precursori della riforma del melodramma operata successivamente dallo Zeno e portata a compimento dal Metastasio. Uno degli autori cioè che - come scriveva il Quadrio (p. 434) - "presa per mano toccati da compassione... questa sorta di poesia dal volgo pur prediletta, con molta fatica dagl'infiniti difetti ripulendola, l'hanno resa se non perfetta, almen sofferibile alquanto".

Per quanto riguarda invece l'attività del C. come autore di commedie in prosa, in massima parte di carattere popolare, bisogna riconoscergli il merito di aver saputo superare il modello della commedia dell'arte non solo perché - nelle sue commedie - manca ogni improvvisazione (anche quelle per maschere sono infatti completamente scritte), ma perché temi e personaggi da lui non inventati, ma ripresi dal teatro popolare dei tempi passati, acquistano quasi sempre, nei suoi lavori, una umanità, una consistenza drammatica, una dignità stilistica e una ampiezza di contenuti assai lontane dalla brillante ma effimera consistenza degli scenari del passato e assai più vicine alla maturità che questo genere di spettacoli raggiunsero negli anni a venire, soprattutto con Francesco Cerlone. Dignità e valore di cui, del resto, era ben consapevole il C. stesso quando si augurava che le sue commedie o - come egli le definiva - "li virtuosi miei figli" venissero "accarezzati e ben visti, non lacerati e scherniti, come par che il volgo ignorante habbia preso per costume..." (prologo de Il Trionfo d'amore).

Fonti e Bibl.: P. Mandosio, Bibl. romana, II, Roma 1692, p. 323; G. B. Crescimbeni, Della volgare poesia, Roma 1698, II, p. 352; VI, p. 400; G. Gimma, Elogi accad. della Società degli Spensierati di Rossano, Napoli 1703, II, pp. 93 s.; G. Cinelli Calvoli, Bibl. volante, II, Venezia 1735, pp. 56 s.; F. S. Quadrio, Della storia e della ragione di ogni poesia, III, 2, Milano 1744, pp. 358, 434; V, ibid. 1752, pp. 238 s., 347; L. Allacci, Drammaturgia..., Venezia 1755, ad Indicem; E. De Tipaldo, Biogr. degli Italiani illustri, Venezia 1837, IV, pp. 374 s.; Bibliogr. romana. Notizie della vita e delle opere degli scritt. romani dal sec. XI ai nostri giorni, Roma 1880, I, pp. 69-71; A. Ademollo, Iteatri di Roma nel secolo decimosettimo, Roma 1888, pp. 167, 169 s., 252 s.; L. Grottanelli, Una regina di Polonia in Roma, in Rass. nazionale, 16 giugno 1888, pp. 569-602; 1º luglio 1888, pp. 53-78; 16 luglio 1888, pp. 203-222; 1º ag. 1888, pp. 457-470; I. Carini, L'Arcadia dal 1690 al 1890, Roma 1891, pp. 470 s.; B. Croce, Saggi sulla letter. del Seicento, Bari 1924, pp. 688-96; A. Cametti, C. S. C. (1652-1728), A. e D. Scarlatti e la regina di Polonia in Roma, in Musica d'oggi, XIII (1931), 2, pp. 55-64; A. G. Bragaglia, Pulcinella, Roma 1953, pp. 216-20; A. Loewenberg, Annals of Opera, Ginevra 1955, I, ad Indicem; A. G. Bragaglia, Storia del teatro popolare romano, Roma 1958, ad Indicem; A. Caselli, Catalogo delle opere liriche pubbl. in Italia, Firenze 1969, ad Indicem; V. Viviani, Storia del teatro napoletano, Napoli 1969, pp. 386 s., 513; Recueils imprimés des sources musicales,Einzeldrucke vor 1800, II, Kassel-London 1972, p. 49; C. Schmidl, Diz. univ. d. Musicisti I, p. 288; Groves's Dict. of Music and Musicians, IV, London 1954, p. 53; Encicl. dello Spettacolo, II, coll. 1710 s.; Enc. della Musica Ricordi, I, Milano 1963, p. 405.

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