CARACCIOLO, Carmine Nicola

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 19 (1976)

di Raffaele Barometro

CARACCIOLO, Carmine Nicola. - Nacque il 5 luglio 1671 a Bucchianico (Chieti) da Marino, principe di Santobuono, e da Giovanna di Giuseppe Caracciolo, principe di Torella. Trascorse la prima fanciullezza nei feudi paterni di Castel di Sangro e Bucchianico, negli Abruzzi, educato secondo i rigidi principi cavallereschi della nobiltà napoletana del tempo. Negli anni della fanciullezza una influenza determinante dovette esercitare su di lui la madre, donna molto colta, poetessa, la quale lo avviò agli studi liberali e alla poesia, facendolo seguire anche dai migliori maestri napoletani. Ben presto il C. mostrò i frutti della sua passione per questi studi: infatti a soli quattordici anni compose un dramma a lieto fine, la Costanzatrionfante, rimasta inedita, che ebbe un discreto successo presso gli ambienti colti napoletani.

Gli anni tra il 1685 e il 1690 videro il C. impegnatissimo nell'attività letteraria: compose vari sonetti alla maniera petrarchesca e alcune commedie e tragedie, guadagnandosi la stima dei maggiori letterati napoletani del tempo, i quali favorirono il suo ingresso nei più importanti circoli letterari della città. Fece parte dell'Accademia degli Infuriati, di cui dal 1690 fu anche, e a lungo, presidente: tenendo questa carica si circondò di valenti letterati, di avvocati, giuristi e nobili, tutti accomunati dall'amore per le lettere, dando così all'Accademia quel lustro che da tempo essa sembrava aver perduto. Di questo periodo è da ricordare la seduta del 16 apr. 1691 tenuta con "un gran concorso di popolo e di nobiltà", durante la quale il C. tenne l'orazione d'apertura e recitò un sonetto in lode dell'Accademia. Nell'estate dello stesso anno si recò ad Agnone, nelle sue terre d'Abruzzo, per trascorrervi una breve vacanza; e qui, non sopportando la vita oziosa di campagna, fondò l'Accademia degli Inculti.

La morte del padre, avvenuta agli inizi del 1694, e, l'anno dopo, il matrimonio con Costanza Ruffo, figlia del duca di Bagnara, e, quindi, la nascita del primogenito Marino, chiamando il C. a maggiori responsabilità, lo spinsero ad impegnarsi maggiormente nella carriera politica, cui era già stato avviato dal padre. Cominciò quindi a frequentare più assiduamente gli ambienti politici e culturali che gravitavano intorno alla reggia del viceré don Luis de la Cerda, duca di Medinaceli. Nel novembre del 1696, per la riacquistata salute di Carlo II di Spagna, dedicò al re un sonetto, Poiché di Carlo il grave rischio èspento, che fornì l'occasione perché gli fosse concesso il titolo di grande di Spagna di prima classe. Ma il favore di cui il C. godeva presso gli ambienti politici di Napoli e Madrid fu seriamente minacciato da un incidente che egli ebbe col viceré di Napoli.

Durante una rappresentazione teatrale al teatro S. Bartolomeo di Napoli, alla metà di febbraio del 1697, il C. fissò troppo insistentemente, con un cannocchiale, la famosa cantante Angela Voglia, favorita del Medinaceli, più nota col nome di Giorgina: il viceré si mostrò tanto geloso che, alla fine dello spettacolo, ordinò al C. di ritirarsi immediatamente nelle sue terre d'Abruzzo; ci volle l'intercessione del principe di Cellamare, Antonio Giudice, per salvare il C. da una così grave punizione. In seguito l'episodio fu del tutto dimenticato, anche perché il C. era protetto da Carlo II, e i rapporti tra il viceré e il C. addirittura migliorarono. Così alla seduta inaugurale dell'Accademia Palatina, avvenuta il 20 marzo del 1698, il C. fu invitato dallo stesso viceré a tenere l'orazione di apertura, il Discorso sull'utilitàdelle scienze e delle buone arti (Napoli, Bibl. naz., ms. XIII, B. 73, ff. 93-96).

Intanto a Napoli gli eventi precipitavano: la morte di Carlo II, con la conseguente crisi per la successione al trono di Spagna, provocò la divisione del patriziato napoletano in fazioni: il C. fin dal primo momento dichiarò la sua lealtà ai Borboni di Francia e Spagna, e così, quando salì al trono Filippo V, potè apertamente chiederne la "real protezione". A Napoli, nell'agosto del 1701, i sei eletti delle "piazze" di Capuana, Nido, Montagna, Porto, Portanova e Popolo decretarono un donativo di 300.000 ducati per il nuovo re e affidarono al C. il compito di dame notizia a Filippo V. Alla fine dello stesso mese egli partì alla volta di Nizza, donde, prelevata la neoregina Maria Luisa di Savoia, avrebbe dovuto proseguire il viaggio per la Spagna. Ma giunto a Nizza ricevette l'ordine di recarsi a Roma con l'incarico di ambasciatore straordinario presso la S. Sede. Il C. si trovò perciò assente da Napoli quando fu scoperta la congiura del principe di Macchia (settembre 1701).

L'ambasceria durò quattro mesi, dall'ottobre del 1701 al febbraio del 1702, durante i quali il C. intrattenne col papa una cordialità di rapporti, che si protrasse anche dopo l'ambasceria. Alla fine del mandato il C. riferì minutamente lo svolgimento della missione a Filippo V, il quale apprezzò molto l'esito positivo dell'ambasceria che migliorava i rapporti tra il papa e i Borboni. Come ricompensa, durante il viaggio di Filippo V a Napoli, nel maggio 1702 il C. ottenne dal sovrano la promessa di essere nominato ambasciatore ordinario presso la Repubblica di Venezia non appena se ne fosse reso libero il posto, allora occupato da Giovanni Bazan. Nonostante l'invito a rimanere a Napoli, in attesa della nomina, il C. volle seguire Filippo V a Milano, per combattere al suo fianco contro l'esercito imperiale: e anche in questa occasione seppe dar prova della propria abilità e lealtà, al punto che il re gli rese perpetuo il trattamento di grande di Spagna di prima classe.

Il 20 giugno 1703 il C. ricevette la comunicazione del conferimento della carica di ambasciatore ordinario a Venezia e, il mese successivo, la lettera di credenziali firmata da Filippo V. Il 13 novembre poteva finalmente partire da Napoli e, dopo un viaggio pieno di difficoltà, raggiunse Venezia alla metà del luglio 1704.

Nei sette anni di permanenza a Venezia il C. indirizzò tutta la sua attività nello scoprire la fitta trama di spionaggio che la corte di Vienna aveva imbastito nel Regno di Napoli; valendosi, per quest'azione, di due validi informatori, Leopoldo Marotta di Capua e Belisario Randone di Napoli. Nel maggio del 1706 il C. stilò una prima documentata relazione sull'attività spionistica degli Austriaci a Napoli, svelando disegni e nomi dei congiurati, tra cui v'erano alcuni ministri napoletani, e la inviò all'ambasciatore francese Trémoille, invece che al viceré di Napoli, per evitare appunto che i ministri sospettati venissero informati. In un'altra relazione egli segnalò la congiura che Antonio Della Marra (arrestato poi il 13 sett. 1706), insieme con altri nobili, aveva ordito per favorire la presa del Regno da parte degli Austriaci.

Ma, nonostante il prodigarsi del C., la fazione austriaca prese il sopravvento in Napoli e così, quando gli Austriaci vi entrarono (1707), il C. si vide confiscati i beni e fu condannato a morte in contumacia. Perciò, quando nel giugno 1711 lasciò Venezia, fu costretto a dirigersi a Madrid. Qui, nel dicembre dello stesso anno, ricevette da Filippo V la nomina a viceré del Perù: ma, per l'insicurezza dei mari, per la confusione amministrativa che regnava in Spagna e per una fastidiosa malattia del C., la partenza fu rinviata di alcuni anni. Finalmente il 13 nov. 1715 egli si imbarcò da Cadice e, dopo una traversata molto avventurosa, durante la quale perse la moglie, mentre dava alla luce il suo quattordicesimo figlio, arrivò a Cartagena il 9 genn. 1716. Appena insediatosi a Lima, si rese subito conto della difficoltà di governare un territorio così vasto, che comprendeva tutto il Sud America escluso il Brasile, e così eterogeneo: propose perciò la formazione di un altro vicereame, che comprendesse le province settentrionali del continente. Il 20 genn. 1717 Filippo V accolse tale progetto e istituì il vicereame della Nuova Granata.

Ma la principale preoccupazione del C. fu volta alla difesa delle leggi coloniali imposte dalla madrepatria alle colonie esse prevedevano, tra l'altro, il divieto di esportazione e di importazione di derrate da colonie o paesi stranieri, provocando un gravissimo danno economico alle colonie, le quali erano costrette a pagare i prodotti ai prezzi imposti dal monopolio spagnolo. Ciò determinava anche uno straordinario sviluppo dei traffici di contrabbando, favoriti dalle navi francesi e inglesi. Il C. fu quindi impegnatissimo, nei suoi quattro anni di governo, nel reprimere il contrabbando, adottando severe misure di controllo nei porti delle colonie e cercando di migliorare i servizi marittimi con la madrepatria. Altre difficoltà che il C. dovette affrontare furono la corruzione dei funzionari e le frequenti epidemie tra gli indigeni. Tra i suoi meriti va ricordato il notevole sviluppo che riuscì a dare all'università di Lima.

Alla fine del 1719 concluse il suo mandato nel Perù, ma soltanto nel luglio del 1721 poté ritornare in Europa. Si stabilì di nuovo a Madrid, dove, confortato dalla seconda moglie Isabelle Martinez y Luzzitys, che gli diede ancora due figlie, trascorse gli ultimi anni della sua vita.

Il C. morì a Madrid il 26 luglio dell'anno 1726.

Negli ultimi anni del '600 e nei primi del secolo successivo il C. seppe affermarsi anche come uomo di varia, anche se non profonda, cultura letteraria. Nel 1703 venne accolto tra i pastori arcadi della colonia Sebezia di Napoli con il nome di Salice Lepreonio. Oltre alle opere già citate, compose due favole boscherecce, La Pietà fortunata e la Fiorlisa, tre commedie eroiche, Erilda,Adolfo, e la Sangreide, tre Discorsi istorici e politici sopra la vita di Augusto (Napoli, Bibl. naz., ms. XIII.B.72, ff. 47-116), un Compendio istorico della famiglia Caracciolo e vari sonetti e madrigali. Quasi tutti questi lavori, se si eccettuano alcuni sonetti, sono inediti e figurano in varie raccolte manoscritte.

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