BAKER, Carroll

Enciclopedia del Cinema (2003)

di Francesco Costa

Baker, Carroll

Attrice teatrale e cinematografica statunitense, nata a Johnstown (Pennsylvania) il 28 maggio 1931. Bionda, formosa, lo sguardo ingenuo e insieme perverso, dapprima si fece notare nel film Giant (1956; Il gigante) di George Stevens e quindi si affermò come sex symbol con Baby Doll (1956; Baby Doll ‒ La bambola viva) di Elia Kazan. Trasferitasi in Florida, appena quindicenne aveva abbandonato il St. Petersburg Junior College, per tentare la carriera di ballerina di fila. Dopo aver lavorato come assistente di un prestigiatore, si trasferì a New York dove apparve in televisione come annunciatrice e in vari filmati pubblicitari. Decisa a intraprendere la via del teatro si iscrisse ai corsi dell'Actors Studio ed esordì quindi a Broadway, recitando in vari spettacoli, per poi debuttare al cinema con una particina in Easy to love (1953; Fatta per amare) di Charles Walters, di cui era protagonista Esther Williams. Fu quindi scelta per il ruolo della figlia di Elizabeth Taylor in Giant, e successivamente da Kazan per interpretare la seducente sposa bambina di un cardatore in Baby Doll, scritto da T. Williams. La censura attaccò il film per alcune scene che all'epoca fecero scandalo e che comunque entrarono a far parte dell'immaginario erotico, ma per l'attrice si trattò di un successo non facile da gestire. In seguito la B. interpretò la rissosa Pat, contesa ed esitante tra Gregory Peck e Charlton Heston, in The big country (1958; Il grande paese) di William Wyler. Fece poi perdere la testa, puntando sulla propria avvenenza, a Clark Gable in But not for me (1959; Ma non per me) di Walter Lang, mentre fu la volitiva ma pudica maestrina Deborah in Cheyenne autumn (1964; Il grande sentiero) di John Ford. Nel 1961 era stata diretta dal marito Jack Garfein che le aveva offerto la possibilità di affrontare in Something wild (Momento selvaggio) un personaggio dalle più complesse sfumature psicologiche, allontanandosi così dai suoi ruoli consueti, ma anche dal successo, che in seguito riconquistò grazie, in particolare, all'appoggio del produttore Joseph E. Levine. Nel 1964 tornò quindi a sfoderare un sex appeal più aggressivo in The carpetbaggers (L'uomo che non sapeva amare) di Edward Dmytryk, nei panni di una diva nevrotica, accentuandolo poi nell'interpretazione di Jean Harlow in Harlow (1965; Jean Harlow, la donna che non sapeva amare) di Gordon Douglas, che l'aveva già diretta in Sylvia (1965; La doppia vita di Sylvia West). Sempre più ignorata da Hollywood, e ormai prigioniera di un personaggio che esaltava solo la sua prorompente bellezza, nel 1967 si trasferì in Italia. In L'harem (1967) di Marco Ferreri, suo ultimo film di valore, fu l'insaziabile Margherita, assassinata dagli uomini che aveva preteso di dominare. Successivamente ha infatti preso parte solo a thriller erotici come Orgasmo (1969) e Paranoia (1970), diretti entrambi da Umberto Lenzi. Rientrata negli Stati Uniti, ha lavorato per la televisione e in alcuni film, ricomparendo invecchiata, ma più brava, in Star 80 (1983) di Bob Fosse, nei panni della madre di Dorothy Stratten, un'attricetta assassinata dal marito geloso, e in Ironweed (1987) di Hector Babenco. Negli anni Novanta ha partecipato, in ruoli minori, a vari film, anche televisivi.

Invia articolo Chiudi