carta
Prodotto industriale fabbricato con sostanze fibrose diverse, ridotte in pasta umida e quindi in fogli sottili e flessibili per vari usi, specialmente per scrivervi, stamparvi o involgere.
La c. era già fabbricata in Cina, a quanto si sa, nel 2° sec. a.C. La conoscenza dei processi di fabbricazione passò in Corea nel 7° sec. d.C. e di qui in Giappone, estendendosi nel secolo seguente in tutto l’Oriente e poi, a opera degli Arabi, nell’Africa settentrionale, in Spagna e in Sicilia, da cui proviene il primo documento europeo su c. del 1109 (lettera della contessa Adelaide); verso il 1150 era attiva una cartiera nella città spagnola di Xàtiva. In Italia si ha notizia di una cartiera che funzionava presso Bologna, sul Reno, prima del 1200, per opera del maestro Polese da Fabriano, città che divenne (dalla seconda metà del 13° sec.) e restò a lungo il centro della produzione cartaria italiana. Impulso grandissimo ebbe l’industria cartaria con l’invenzione della stampa, che ne accrebbe enormemente il consumo. La fabbricazione meccanica della c. fu introdotta da L.N. Robert, inventore della macchina continua in piano, e quasi contemporaneamente da M. Leistenschneider, inventore di quella ‘in tondo’, sul finire del 18° secolo.
2.Fabbricazione e allestimento
2.1 Materie prime Le materie prime usate per preparare la c. vengono distinte in fibrose e non fibrose: le prime formano il feltro di fibre intrecciate, le seconde conferiscono a queste particolari proprietà (colore, peso, superficie liscia ecc.). Le materie fibrose sono costituite dalle cosiddette paste di legno (➔ cellulosa) che possono essere: chimiche (cellulosa praticamente pura), meccaniche (legno sfibrato) e semichimiche (con caratteristiche intermedie fra le due precedenti).
Le materie prime fibrose diverse dalle paste di legno ora ricordate, sono costituite da: a) stracci di cotone, lino, canapa, iuta ecc.; prima dell’impiego questi stracci subiscono una cernita, poi vengono ritagliati in piccoli pezzetti, quindi ‘cotti’ in autoclave in presenza di soluzioni diluite di alcali (calce, soda ecc.) che agiscono da sgrassanti e da decoloranti; il prodotto della cottura appena scaricato dalle autoclavi viene sfilacciato (in olandesi ecc.) in modo da dare una sospensione di fibre che può essere ulteriormente imbianchita; b) c. di ricupero (c. riciclata ), costituita da ritagli, da c. da macero ecc.; anche in questo caso si procede a un trattamento con alcali in autoclave, per asportare la sporcizia, la colla, l’inchiostro ecc., e il prodotto viene poi sfibrato in olandesi ed eventualmente ulteriormente decolorato. Inoltre, come materiale fibroso per c., si possono impiegare fibre artificiali sintetiche, sia aggiungendole in quantità del 10-20% ai normali impasti fibrosi di prodotti cellulosici sia preparando impasti formati da sole fibre sintetiche o artificiali. Tali fibre devono essere ‘fibrillabili’, in grado cioè di formare un foglio cartario per effetto dell’autocoesione; in caso contrario richiedono l’aggiunta di sostanze leganti. Queste diverse materie prime, o mezze paste, dopo un eventuale ulteriore trattamento di decolorazione vengono fra loro miscelate in rapporti diversi a seconda dei tipi di c. da produrre e delle loro caratteristiche; il prodotto risultante viene poi sottoposto a raffinazione, cioè spappolato e sfibrato con procedimenti che conferiscono alle fibre una maggiore flessibilità e consentono di ottenere da esse c. più compatte, meno porose e meccanicamente più resistenti. Alla sospensione di fibre così preparate vengono addizionati i componenti non fibrosi costituiti da materiali di carica, o cariche (caolino, talco, carbonato di calcio, solfato di calcio o di bario ecc.), che danno al prodotto maggiore bianchezza, ne migliorano l’attitudine a ricevere la stampa ecc., da materiali collanti (colofonia più o meno saponificata, gelatina, caseina ecc.), che conferiscono una resistenza alla penetrazione dell’inchiostro, da coloranti per impartire le colorazioni volute, da sbiancanti ottici, da additivi per incrementare la resistenza a umido della carta. Le cariche, i collanti, i coloranti possono anche essere applicati sulla superficie del foglio di c. già formato.
2.2 Processo di fabbricazione. - La fabbricazione della c. segue un processo continuo realizzato per mezzo di macchine (chiamate appunto macchine continue ) distinte in macchine continue in piano e in tondo. Nelle macchine continue in piano, la sospensione della materia prima viene versata in strato sottile, di spessore uniforme, su una tela metallica senza fine che la libera dall’acqua per sgocciolamento e per aspirazione e la cede, ridotta a un nastro umido continuo, a un feltro che la porta a passare fra diverse coppie di cilindri pressatori ed essiccatori i quali eliminano l’acqua dal foglio, i primi per spremitura e gli altri mediante il calore della superficie; alla fine il foglio viene avvolto in grandi bobine. La larghezza e la velocità delle macchine continue sono andate sempre aumentando: le prime avevano la larghezza di circa 1 m e facevano pochi metri di nastro al minuto. Le macchine moderne possono arrivare a 10 m di larghezza e a velocità di produzione di circa 1500 m/min, con una produzione giornaliera che può essere dell’ordine di centinaia di tonnellate. La macchina in tondo differisce da quella piana nella formazione iniziale del foglio: infatti la pasta è prelevata da un cilindro ricoperto di tela metallica il quale gira per metà immerso nel tino, da cui solleva uno strato di pasta, aderente alla sua superficie, che poi viene distaccato e trasferito su feltri compiendo un percorso analogo a quello che fa nell’altra macchina. Il sistema, già adoperato per la produzione di tipi molto fini di c. e con buoni effetti di filigrana, è oggi soprattutto utilizzato per la fabbricazione dei cartoni. Per alcuni usi la c. è adoperata come esce dalla macchina continua (per es., per molte c. da imballaggio), ma in genere la c. deve subire uno o più trattamenti supplementari (allestimento): lucidatura, satinatura, telatura, goffratura, rigatura, tagliatura in formati stabiliti.
2.3 Allestimento. - L’allestimento della c. si può fare in rotolo o in foglio, con o senza calandratura. Le operazioni fondamentali dell’allestimento della c. in rotoli consistono in un controllo del nastro di c. prodotto dalla macchina continua, nel rifilarne i bordi e nel taglio in strisce di larghezza prestabilita mediante coltelli circolari. Se la c. deve essere calandrata, per renderne la superficie perfettamente liscia allo scopo di facilitare sia la scrittura sia la stampa, viene prima inumidita, e poi inviata alla calandra, formata da più cilindri ad asse orizzontale, sovrapposti, alternati, metallici o rivestiti in cartalana, passando fra i quali il nastro di c. acquista il grado voluto di lucido per il contatto con la loro superficie (possono anche essere riscaldati mediante circolazione di vapore). Anziché in rotoli, la c., calandrata o patinata, può essere confezionata in fogli; il nastro viene ritagliato a misura e i fogli, controllati e contati, raccolti in risme.
2.4 Impatto ambientale -A partire dagli anni 1990 molti interventi sono stati approntati per sostenere l’industria della c. in termini di impatto ambientale e di gestione delle risorse materiali ed energetiche. Essi sono stati principalmente finalizzati a minimizzare il consumo dell’acqua attraverso l’ottimizzazione dei cicli produttivi (per es., in Italia il settore cartario tra il 1970 e il 2000 ha ridotto il consumo idrico del 15% malgrado il consistente aumento della produzione di c.); diminuire la capacità inquinante nei processi di produzione delle paste di c., migliorando l’efficienza di utilizzo delle materie prime e degli ausiliari; ridurre i rifiuti prodotti durante tutte le fasi del ciclo di vita della c. e del cartone, con aumento del tasso di riciclo; risparmiare energia.
La classificazione delle c. può essere fatta in base al colore, alla collatura, allo spessore, alla resistenza alla trazione e allo strappo, alla massa per unità di superficie (grammatura: fino a 30 g/m2 si hanno le veline , da 30 a 150 le carte propriamente dette, da 150 a 400 i cartoncini e oltre i 400 g/m2 i cartoni ), al formato (se in fogli: misura dei lati; se in bobina: larghezza della bobina), alla vergatura, alla filigrana. In relazione alle materie prime usate le c. si classificano in: fini , se fabbricate con materiali fibrosi scelti, come cenci e cellulosa; mezzofini , se fabbricate con paste miste; andanti , se materia di base è la pasta di legno. Per l’uso cui sono destinate si distinguono: c. da impressione, da scrivere, da disegno, da stampa, tutte in numerosissime varietà; c. assorbenti; c. da involgere, per imballo, per copertine, per involucri di sostanze alimentari ecc.; c. speciali, c. per valori, c. patinate, metallizzate, oleate, pergamenate.
Nella gran parte dei paesi i fogli di c. hanno dimensioni unificate; in Italia i formati unificati più comuni sono quelli della cosiddetta ‘serie A’ (fig. 1). La dimensione minore di un formato è pari alla maggiore del successivo, mentre la dimensione maggiore di un formato è circa il doppio della minore del successivo; pertanto l’area di ciascun formato è il doppio di quella del formato successivo (in millimetri: A0 = 840×1188; A1 = 594×840; A2 = 420×594; A3 = 297×420; A4 = 210×297; A5 = 148×210; A6 = 105×148). Esistono anche altre due serie di formati (B e C), di solito impiegati per buste o cartelle.
Alcuni tipi di c. hanno caratteristiche particolari: c. abrasiva , usata per lisciare e lucidare; c. argentata e c. dorata , ottenute da fogli di c. comune cui si fa aderire un foglio sottilissimo d’argento (o di stagno o d’alluminio) o di similoro; c. assorbente , di grande porosità per assorbire per capillarità i liquidi; c. cerata , c. oleata , c. paraffinata , impermeabili ai grassi, usate per alimenti o imballaggi; c. crespata , dotata di particolari caratteristiche di allungamento;c. cromata , usata per stampe artistiche; c. da disegno , di grande formato, pesante, spessa, opaca, tenace con superficie scabra; c. filigranata , per assegni, cartamoneta, titoli ecc., recante la filigrana; c. da filtro , che permette il rapido passaggio di un liquido trattenendo le sostanze solide in esso sospese; c. fotografica , impressionata dalla luce, diviene copia positiva della fotografia; c. giapponese , gialliccia, robusta, leggermente porosa, prodotta a mano; c. goffrata , per stampe di disegni; c. graduata , sulla cui superficie è stampato un reticolato per tracciare diagrammi, disegni tecnici ecc. (anche c. logaritmica , c. millimetrata ); c. impermeabile , per imballaggi e usi industriali; c. India (o c. indiana o c. Oxford), molto sottile e leggera, non lascia trasparire l’inchiostro; c. isolante , usata nei cavi e nelle apparecchiature elettriche o nei condensatori; c. Kraft , molto robusta, per confezione di sacchi multifogli contenenti cemento, fertilizzanti, zucchero; c. lucida (o da lucido), semitrasparente, per l’esecuzione di disegni tecnici; c. a mano , fabbricata a mano, con bordi non netti, ruvidi, spesso con filigrana, usata per stampa e scrittura; c. metallizzata , per imballaggi (biscotti, sigarette), ornamenti; c. monolucida , con una faccia lucida e l’altra ruvida; c. paglia , gialla, per avvolgere; c. patinata , per stampa, con superficie patinata su entrambe le facce; c. satinata , con superficie particolarmente levigata e adatta alla riproduzione di illustrazioni; c. pergamena (o pergamena artificiale), sostituisce in molti usi la pergamena animale; c. plasticata , per manifesti e sovraccoperte di libri; c. porcellana , per biglietti da visita; c. reattiva , per il riconoscimento qualitativo del carattere acido, basico o neutro di una soluzione o per svelare la presenza di un composto in ambiente liquido o gassoso (cartine al tornasole , si colorano di azzurro se poste in contatto con una soluzione alcalina, mentre diventano rosse se poste in contatto con una soluzione acida); c. di riso , sottile, bianca e sericea, per confezionare fiori artificiali, dipingervi o stamparvi litografie ecc., prodotta in Cina dal midollo della Tetrapanax papyrifer; c. sensibile , alterabile all’azione della luce e perciò adoperata in fotografia e nelle arti grafiche (anche c. autovirante , a stampa diretta; c. alla celloidina , per riprodurre negative o disegni; c. cianografica o cianotipica , per riprodurre disegni per mezzo della luce; c. eliografica , per riprodurre disegni in nero su bianco, così chiamata perché in origine veniva impressionata alla luce del sole; c. al pigmento o al carbone , usata nella stampa rotocalco e attualmente sostituita dagli elioclisciografi); c. di sicurezza , per le carte-valori, contenente filigrana, fili, fibre o coriandoli colorati, fibre fluorescenti e fondi luminescenti per evitare falsificazioni; c. smeriglio , abrasiva; c. da stampa , di diverse varietà, corrispondenti ai vari tipi di stampa (c. da giornali o da rotative, c. da riviste); c. telata , per stampa, imballaggi ecc.; c. velina (o c. seta), sottilissima, usata per involgere articoli fini e per proteggere disegni e incisioni; c. vetrata , abrasiva, usata particolarmente per il legno.
carta C. astrografiche celesti Rappresentazioni piane della sfera celeste o di singole parti di essa. Le più antiche conosciute sono le cosiddette c. di Vienna, del 1440, che riproducono il cielo stellato boreale e australe con le figure delle costellazioni. I sistemi di proiezione adoperati per queste c. variano generalmente a seconda della scala. Per c. a grande scala si adopera o un sistema poliedrico o un sistema di zone e frazioni di zone; per le c. a piccola scala (le più comuni) si adoperano due sistemi di proiezione, rappresentando separatamente la fascia equatoriale di una certa ampiezza (±45°) con uno sviluppo cilindrico (c. di Mercatore) e le due calotte polari per proiezione sopra il piano tangente a ciascuno dei poli. I punti di proiezione per queste possono essere sia il centro della sfera (proiezione gnomonica) sia il polo opposto (proiezione stereografica).
Una conferenza internazionale del 1887 avviò un progetto di C. del cielo (Carte du ciel) intesa a rappresentare fotograficamente tutte le stelle del cielo fino alla 14a grandezza (circa 100 milioni): condotta da 18 osservatori sparsi in tutto il mondo (in Italia: la specola vaticana e quella di Catania), l’opera fu sospesa nel 1958 dopo aver prodotto tre cataloghi di stelle. Sono oggi disponibili c. parziali del cielo realizzate con gli strumenti e le tecniche più avanzati e cataloghi contenenti le posizioni di altri oggetti celesti (pulsar, quasar ecc.) rilevati con dispositivi non ottici.
Documento per il prelievo di generi alimentari razionati, emesso dallo Stato in periodi di alterazione del normale rapporto tra disponibilità e fabbisogno (guerre, carestie, epidemie, cataclismi naturali ecc.), nell’intento, spesso solo teorico, di assicurare a ciascun consumatore la razione minima degli alimenti indispensabili (➔ razionamento).
Nella categoria rientra un’ampia tipologia di documenti, molto diversi fra loro dal punto di vista delle caratteristiche operative e della rispettiva natura giuridica, quali il bancomat, gli assegni, i tesserini per l’apertura delle cassette di sicurezza, le credenziali bancarie, e le poco diffuse tessere di identificazione bancaria.
Documento rilasciato dalle aziende di credito che garantisce, entro limiti prefissati, la copertura degli assegni emessi dai propri clienti. È uno strumento atto ad agevolare i pagamenti tramite banca e quindi ad ampliare la funzione monetaria dei depositi bancari in conto corrente. La diffusione della c. di credito ha reso meno frequente l’emissione della c. assegni.
Tessera di identità che consente all’intestatario di ottenere, dagli esercizi gestiti dall’istituto che emette la c. stessa (nel caso di carte ‘bilaterali’, c. privative, emesse da imprese commerciali), o da quelli convenzionati con l’emittente (nel caso di carte ‘trilaterali’), beni o servizi senza la contestuale corresponsione dei relativi prezzi, che vengono invece addebitati in un conto il cui saldo è soggetto a esazione periodica. Le c. di credito si sono rapidamente diffuse come mezzo di pagamento sostitutivo del denaro contante.
Tra le varie tipologie di c. di credito, la più diffusa è quella ‘trilaterale’, emessa da un intermediario specializzato (banca o intermediario finanziario iscritto negli appositi elenchi), il quale stipula ‘convenzioni di associazione’ con gli esercenti, nei confronti dei quali si impegna a corrispondere il prezzo del bene acquistato dall’intestatario della c. immediatamente dopo la vendita, deducendo un prefissato ‘disaggio’; gli esercenti, per converso, si obbligano a fornire agli intestatari della c. i beni o servizi richiesti in cambio della sottoscrizione di un apposito documento, in cui vengono riepilogati i dati essenziali dell’atto di vendita. Il rapporto fra intermediario emittente e intestatario della c. è, invece, disciplinato da una ‘convenzione di rilascio’, che stabilisce l’addebitamento degli importi su un apposito conto, il cui saldo può essere pagato dall’intestatario della c. per l’intero ammontare a scadenze periodiche (le cosiddette c. a saldo ), oppure a rate prestabilite (cosiddette c. revolving ).
Per la c. di debito ➔ bancomat.
Espressione usata attualmente come traduzione italiana di commercial paper. In origine, denominazione delle cambiali commerciali, ossia l’insieme delle cambiali derivanti dal regolamento di rapporti commerciali (compravendite di merci, noli, servizi), aventi alla base un credito effettivo.
Termine generico con cui si designano i biglietti di banca e di Stato (➔ biglietto), i titoli del debito pubblico (➔ buono), le marche da bollo, la carta bollata, i fissati bollati, le cambiali, i francobolli, le cartoline postali e altri titoli analoghi, il cui valore economico è fissato normativamente. Le c. valori devono avere particolari requisiti di resistenza e di durata e caratteristiche tali da renderne difficile la contraffazione.
carta C. geografica Rappresentazione ridotta, approssimata e simbolica, in piano, di tutta la superficie terrestre o di parte di essa. Altre rappresentazioni cartografiche tridimensionali, come i globi e i plastici a rilievo, condividono con la c. geografica l’insieme della definizione salvo il riferimento al piano bidimensionale.
La più antica rappresentazione cartografica nota è datata al 6200 a.C. (pianta-panorama di Çatal Hüyük, in Turchia); altre poi sono assegnate alla metà del 3° millennio a.C. (Mesopotamia) e alla metà del 2° (Egitto; Alpi Marittime; Val Camonica). Si suppone che questa prima cartografia abbia avuto, nel Vicino Oriente, uno scopo pratico da connettere con la misurazione dei terreni agricoli, l’accesso all’irrigazione, la ripartizione dei carichi fiscali; e, in altri contesti, un carattere forse magico-sacrale. Sembra ragionevole ipotizzare che l’espressione cartografica abbia avuto nascite e sviluppi indipendenti in più aree culturali distinte.
La concezione geometrico-diagrammatica da cui è derivata la cartografia in senso attuale sarebbe stata formalizzata in Grecia intorno alla metà del 6° sec. a.C. (Anassimandro, Ecateo), in connessione con l’idea della sfericità della Terra, per poi svilupparsi fino all’elaborazione delle prime proiezioni e del reticolo geografico (Ipparco, 2° sec. a.C.; e soprattutto Marino di Tiro e Tolomeo, 2° sec. d.C.). Della cartografia greca più antica ci rimangono solo descrizioni verbali; di quella romana abbiamo qualche traccia per l’età imperiale, oltre i trattati di agrimensura, che chiariscono le tecniche di rilevamento romane, e frammenti di piante di città (Forma Urbis Romae, ‘catasto’ di Orange); si ritiene, tuttavia, che in epoca augustea fossero stati raccolti materiali per allestire una c. di tutto l’Impero. L’unico importante documento cartografico romano è la grande Tabula Peutingeriana, pervenuta sotto forma di copia medievale di un originale probabilmente del 4° sec. d.C.: c. stradale-itineraria dell’Impero e delle regioni circostanti, ricchissima di notazioni, aveva carattere esclusivamente pratico e nessuna preoccupazione di ordine geometrico o proiettivo. Fu Claudio Tolomeo a impostare in forma definitiva il problema della costruzione di una proiezione e quindi di c. geografiche a carattere geometrico. La divaricazione tra una cartografia pratica tracciata in maniera empirica (come quella itineraria e, poi, nautica) e una ‘colta’ basata su calcoli, rimarrà nella tradizione occidentale fino al Cinquecento.
Venuta meno, nell’alto Medioevo, l’utilità della cartografia come strumento pratico, tanto che anche l’opera tolemaica venne di fatto dimenticata, si tornò a rappresentazioni a carattere più cosmogonico che cartografico, fortemente influenzate dalla meditazione religiosa e prive di scopi applicativi. Tipiche sono le schematiche mappae mundi dette ‘T-O’, che rappresentano l’emisfero in cui si riteneva contenuto il Vecchio Mondo, circondato dall’oceano (che forma la ‘O’) e tripartito in Asia, Europa e Africa da Mediterraneo, Don e Nilo (che formano la ‘T’); orientate con l’E in alto presentano, spesso, Gerusalemme al centro. Mappamondi più complessi, ma spesso ancora con valore religioso-meditativo, compaiono dopo il Mille, come evoluzioni dello schema T-O con aggiunta di informazioni ricavate da pellegrini, crociati, mercanti, nonché dalla tradizione classica.
Frattanto, mentre una cartografia terrestre a grande scala e a carattere pratico tornava progressivamente in uso, l’introduzione della bussola consentiva la navigazione in mare aperto, e quindi suscitava l’invenzione della cartografia nautica. Il più antico esemplare ne è la Carta pisana (fine 13°-inizio 14° sec.), mentre la prima attestazione letteraria risale a qualche decennio prima. Le c. nautiche sono empiriche, prive di proiezione e di orientamento, caratterizzate dalla presenza di molteplici rose dei venti da cui si dipartono semirette dette ‘rombi di vento’, che indicano le rotte (i venti) da seguire; da principio rappresentano solo il bacino mediterraneo, con un’apprezzabile precisione di forme e di proporzionalità delle distanze, per estendersi poi alle coste atlantiche europee. La piena affermazione della cartografia nautica (impiegata fin dal 14° sec. anche per atlanti dell’intero mondo conosciuto) coincise con l’introduzione della stampa e la riscoperta, in Europa, della Geografia di Tolomeo (prima metà del 15° sec.), e quindi con la ripresa di una cartografia ‘colta’, orientata a rappresentare l’intera Terra secondo principi matematici.
Il succedersi, nello stesso torno di tempo, delle grandi scoperte, basato sulla cartografia di tipo nautico, da un lato fornì il materiale conoscitivo per lo sviluppo della cartografia, dall’altro mise in crisi il modello tolemaico, palesemente insufficiente. La concezione matematica prevalse e venne presto adattata in una ricchissima varietà di forme, entro cui si ebbero notevoli tentativi di rappresentare l’insieme della Terra. Alla metà del 16° sec. erano ormai diffusi i grandi planisferi e i globi, mentre si preparava la pubblicazione del primo atlante di concezione moderna (1570) e si applicava una serie di innovazioni tecniche al rilevamento sul terreno e alle misurazioni (tavoletta pretoriana, triangolazione) che avrebbero portato in Europa alla realizzazione di una ricchissima cartografia terrestre.
Gli sviluppi successivi furono, in definitiva, perfezionamenti di quanto nel corso del Cinquecento era già stato sperimentato, con una crescente importanza della cartografia terrestre sistematicamente rilevata (a opera di organi statali, spesso militari) secondo criteri omogenei, progressivamente convergenti verso forme espressive condivise. La ripresa della geografia scientifica, di cui la cartografia divenne la forma comunicativa per eccellenza, e l’introduzione di innovazioni tecniche (dagli strumenti per le misure alla stampa litografica, alla policromia) diedero grande diffusione alla cartografia tra 19° e 20° sec., facendone uno dei ‘linguaggi’ più utilizzati. Nel pieno 20° sec. il rilevamento mediante aerofotogrammetria, poi da satellite, poi l’automazione dell’allestimento dei prodotti hanno ulteriormente inciso sulla diffusione della cartografia.
Il carattere di rappresentazione delle c. geografiche va attentamente sottolineato, dopo che per lungo tempo si è ritenuto di poter considerare la c. geografica (più specificatamente, la c. topografica) un’‘immagine’ o ‘raffigurazione’ più o meno fedele della superficie terrestre, dove la fedeltà sarebbe esclusiva funzione della scala e dell’accuratezza di esecuzione tecnica della carta. Questa fiducia nelle capacità della c. è stata smentita da un’approfondita critica culminata nella «decostruzione» (J.B. Harley) dei meccanismi compositivi e discorsivi della c. geografica, che ne ha messo in luce l’insanabile parzialità. Già in precedenza, del resto, altri autori (L. Gambi e M. Quaini in Italia, Y. Lacoste e J. Bertin in Francia, M. Monmonier negli Stati Uniti) avevano rilevato la ‘faziosità’ della c. geografica, soprattutto individuando omissioni o distorsioni volontarie o comunque dipendenti da specifiche impostazioni. Il carattere di rappresentazione della c. geografica nel suo rapporto con la realtà della superficie terrestre è generale, si applica a qualsiasi forma cartografica, è insopprimibile; in tutti i casi, cioè, la c. geografica è una proposta interpretativa, fortemente selettiva, orientata sia dalle esigenze e dalle premesse concettuali o ideologiche dell’autore, sia da quelle del fruitore: insomma, in nessun caso la c. geografica è ‘vera’. Ciò non toglie, sia chiaro, che la c. geografica continui ad assolvere una funzione insostituibile nell’analisi e nella comunicazione di dati spaziali, come anche nell’operatività di moltissime discipline e tecniche.
Il requisito della riduzione è implicito nella necessità di rappresentare l’oggetto cartografato in una dimensione minore di quella reale. La riduzione è realizzata in maniera omogenea e in base a un preciso rapporto (rapporto di scala o, semplicemente, scala). La scala si riferisce a misure lineari (e non areali) e viene espressa in forma frazionaria: in una c. in scala di 1:25.000 (o 1/25.000 o ‘al 25.000’), ogni distanza lineare reale è stata ridotta 25.000 volte; il che vuol dire che 1 cm nella c. equivale a 25.000 cm (=250 m) sul terreno. Essendo il numeratore sempre 1, la riduzione è tanto maggiore quanto maggiore è il denominatore; sono quindi c. a più grande scala quelle con più piccolo denominatore, e a scala minore quelle con denominatore più grande: la grandezza della scala è inversa rispetto al denominatore, perché va messa in relazione con il risultato aritmetico della frazione: 1:25.000 dà un risultato maggiore di 1:250.000, e la scala di 1:25.000 è più grande della scala 1:250.000; a parità di dimensione del disegno, una c. in scala maggiore rappresenta un’estensione di superficie terrestre minore, ma una maggior quantità di particolari, e viceversa. Specie quando il rapporto di riduzione non può essere espresso da una cifra in migliaia o decine di migliaia esatte, la scala numerica può essere sostituita da una scala grafica, cioè un segmento equivalente a una lunghezza reale (es. 100 km), da confrontare direttamente sulla c. geografica; la scala grafica (la sola un tempo utilizzata, e comunque più largamente usata in passato) consente la riduzione o l’ingrandimento delle dimensioni della c. geografica (per es. effettuandone una riproduzione) senza dover procedere a nuovi calcoli, come sarebbe il caso se si modificasse la dimensione fisica di una c. con scala numerica.
È d’uso distinguere le c. geografiche, secondo la scala, in: mappe (in scala maggiore di 1:2.000), piante (tra 1:2000 e 1:15.000), c. topografiche (tra 1:15.000 e 1:150.000), c. corografiche (tra 1:150.000 e 1:1.000.000), c. geografiche propriamente dette (in scala minore di 1:1000.000), planisferi e mappamondi (in piccolissima scala, comprendenti l’intera superficie terrestre o, almeno, un emisfero per intero); il planisfero è un disegno continuo (più spesso di forma tendenzialmente ovale), mentre il mappamondo rappresenta in due disegni circolari separati o, tutt’al più, tangenti, i due emisferi (il frequentissimo uso del termine ‘mappamondo’ per ‘globo’, cioè rappresentazione su una sfera tridimensionale, è erroneo). Questa terminologia è però in realtà molto variabile; inoltre, da un lato, la scala non è l’unico elemento caratterizzante una c. geografica, per cui, una c. topografica è considerata tale se ha una scala adeguatamente grande, ma anche un corrispondente dettaglio informativo e un’affidabile precisione costruttiva; dall’altro lato, l’adozione di una determinata scala dipende da una serie di elementi, tra i quali la disponibilità di risorse adeguate e gli scopi per cui la c. viene approntata; così, per es., per talune regioni poco popolate, le c. geografiche più dettagliate hanno spesso una scala che per altre regioni sarebbe considerata corografica (1:200.000, 1:250.000), ma che localmente risponde nei fatti agli scopi e agli usi di una c. topografica; la disponibilità, oggi, di immagini satellitari in assai maggiore scala riduce, ma non elimina, il problema, essendo le immagini da satellite ben differenti da una c. geografica.
L’approssimazione della c. geografica procede da due distinti fattori: da un lato, l’inevitabile deformazione dipendente dalla riduzione in piano della superficie sferica della Terra; dall’altro lato, le tecniche di ‘generalizzazione’ e ‘selezione’ applicate nel disegnare qualsiasi c. geografica. Una superficie curva non può essere ridotta in piano senza provocarne una deformazione: solo il globo può fornire una rappresentazione cartografica correttamente proporzionale della forma della Terra, nonché delle dimensioni (equidistanza), delle superfici (equivalenza) e delle posizioni (in termini angolari e di corrispondenza di forma: isogonia o conformità) degli oggetti rappresentati. Ciascuna delle procedure geometriche adottate per ridurre la superficie terrestre su un piano bidimensionale (proiezioni) è in grado di rispettare o la sola equivalenza o la sola isogonia; nessuna rispetta compiutamente l’equidistanza (in alcune proiezioni ‘equidistanti’, la proporzionalità lineare è rispettata, ma solo lungo certe direzioni predeterminate). Per conseguenza, una proiezione isogona, come la proiezione cilindrica a latitudini crescenti detta ‘di Mercatore’, non è né equidistante né equivalente; non fornisce una rappresentazione proporzionale delle superfici delle terre emerse né delle distanze fra punti della superficie terrestre; e non è opportuno effettuare su di essa, per es., calcoli di distanza o tanto meno di estensione. Una serie di accorgimenti, nelle cosiddette proiezioni convenzionali, può minimizzare l’incompatibilità tra equivalenza ed equidistanza (che risulteranno quasi rispettate), ma non anche l’isogonia. La deformazione che ne deriva nelle c. geografiche è tanto più sensibile quanto minore è la scala. Nelle c. a grandissima scala (che rappresentano estensioni molto ridotte), la deformazione potrà risultare insensibile o addirittura nulla ai fini pratici; ma già alla scala di 1:25.000, che pure è da considerare grande, le parti più lontane dal centro di proiezione presentano deformazioni significative. Le proiezioni sono teoricamente infinite; messo a punto almeno nel 2° sec. a.C. (Ipparco di Nicea), il principio della proiezione geografica venne sviluppato soprattutto nei primi decenni del Cinquecento, per essere affinato in seguito e fino a oggi. Nella pratica, solo qualche decina di proiezioni trova però effettivo impiego. Si può distinguerle principalmente in prospettiche (fig. 2), come le azimutali, e di sviluppo (fig. 3), come le cilindriche e le coniche. Per i planisferi sono utilizzate generalmente proiezioni convenzionali, per lo più derivate da cilindriche e coniche, con deformazioni sempre molto sensibili; per ridurre le deformazioni, nei planisferi si fa ricorso anche a ‘proiezioni interrotte’, in cui il disegno viene sezionato in più sezioni discontinue. L’altro fattore di approssimazione è intrinseco alla riduzione in scala: per riportare, in uno spazio dato e poco esteso, le molte informazioni relative agli oggetti geografici da rappresentare, è inevitabile una selezione o sfollamento, vale a dire la scelta di cosa rappresentare nella c. e cosa trascurare; e, per ciò che viene rappresentato, è pure inevitabile una generalizzazione (semplificazione) delle forme, così da eliminare le particolarità più minute (per es. le piccole rientranze di una costa, le sinuosità di una strada) che, ridotte, non sarebbero visibili o nuocerebbero alla leggibilità. Nel disegno cartografico si deve anche procedere, all’inverso, a un’enfatizzazione di taluni segni (per es. quelli che rappresentano le vie di comunicazione o i centri abitati): se si riducesse in proporzione alla scala la reale larghezza di una strada, infatti, questa potrebbe risultare di fatto invisibile; di conseguenza, occorre esagerare le dimensioni del relativo segno, così da renderlo percepibile, a costo però sia di falsificare la proporzionalità delle dimensioni sia di obliterare o di dislocare parte degli elementi che, sulla reale superficie da rappresentare, fiancheggiano, nell’esempio, la strada stessa.
La c. geografica è, infine, simbolica almeno nel senso che adotta, per rappresentare classi o qualità dei fenomeni rappresentati, colori (soprattutto dal 19° sec.) e segni convenzionali, in parte analogici (o figurativi), in parte simbolici: esempi di soluzioni analogiche sono i colori (azzurro per le acque, bianco per i nevai) che suggeriscono quelli naturali; circoletti o quadrati, per rappresentare i centri abitati (quasi piante urbane ridotte all’essenziale del perimetro); nastri per rappresentare le strade; mentre una linea tratteggiata per rappresentare un confine, un colore per campire l’estensione di uno Stato o di una regione linguistica sono soluzioni più propriamente simboliche; convenzionali sono pure le soluzioni differenziate adottate per la scrittura dei nomi di località, regioni, Stati ecc. Modalità particolari riguardano i colori associati all’altimetria e, soprattutto, il disegno del rilievo, che può essere risolto mediante un minuto tratteggio oppure con lo sfumo, mirando a ottenere effetti di ombreggiatura che emulino l’aspetto di una superficie tridimensionale illuminata; la più precisa rappresentazione del rilievo è tuttavia data dalle curve di livello (o curve altimetriche o isoipse), linee immaginarie che uniscono tutti i punti posti alla medesima quota, impiegate da sole o con il tratteggio o lo sfumo nelle c. a grande scala, e in associazione con le tinte altimetriche in quelle a media scala. In linea di massima, i segni convenzionali sono più numerosi e dettagliati al crescere della scala; ma, a prescindere dalla scala, possono risultare numerosi anche nelle c. cosiddette tematiche.
Si usa distinguere le c. geografiche secondo i contenuti rappresentati, in c. generali, fisiche, politiche e, inoltre, genericamente tematiche (a loro volta distinte secondo i temi considerati).
Le cosiddette c. generali (a cominciare dalle c. topografiche) sono, in realtà, a loro modo tematiche, in conseguenza della selezione delle informazioni riportate: nessuna c. geografica è in grado di rappresentare la totalità degli elementi realmente presenti sulla superficie terrestre; ciascuna c. geografica, pertanto, persegue uno scopo precisamente predefinito, nel prendere in considerazione una parte solamente, per quanto ampia, dei possibili ‘tematismi’ che la realtà geografica propone.
A maggior ragione sono da considerare tematiche le c. fisiche (che rappresentano le fattezze naturali: orografia, idrografia ecc.) e quelle politiche (che si sostanziano negli elementi politico-amministrativi e insediativi), come anche quelle stradali e turistiche (c. di tipo generale in cui le comunicazioni e i centri abitati sono enfatizzati). Ma è d’uso definire tematiche quelle c. in cui più definitamente viene preso in conto un solo o pochi aspetti correlati fra loro. Al di là delle molte e diverse tipologie esistenti in materia, si cita solamente a titolo di esempio qualcuno dei casi più frequenti di c. tematiche: geologiche, nautiche, climatiche, meteorologiche, vegetazionali, demografiche, etniche, economiche, archeologiche. Quando il fondo topografico sia assente o ridotto appena a uno scheletro di riferimento (tipicamente, i limiti politici o amministrativi), su cui viene riportata una colorazione o una simbologia convenzionali, piuttosto che di c. tematiche è opportuno parlare di cartogramma L’ampia diffusione di strumenti di elaborazione di dati statistici nonché le procedure per la realizzazione di cartografia computerizzata hanno prodotto una straordinaria proliferazione di c. tematiche, fino a quelle ottenute mediante GIS (Geographical Information Systems) che, nel sovrapporre molteplici tematismi, fino a poter assumere l’aspetto di c. generali mostrano assai bene la labilissima differenza concettuale esistente fra le c. tematiche e le c. generali.
Un’altra notevole distinzione corre tra le c. rilevate , vale a dire disegnate a partire direttamente dalle misurazioni effettuate sul terreno (c. a grandissima scala, come quelle topografiche), anche mediante aerofotogrammetria o rilevamenti satellitari, e le c. derivate , compilate essenzialmente in base a documenti topografici, ma anche a dati statistici, letteratura scientifica e altro.
Cartoncini, in genere di forma rettangolare (in Occidente, mentre in India per es. sono tondi), recanti vari segni e figure e solitamente riuniti in mazzi di 40 o più, usati in svariati tipi di giochi (spesso anche d’azzardo), dagli illusionisti o nelle pratiche occulte (➔ cartomanzia). Le c. hanno sempre rispecchiato il gusto, la storia, il tessuto sociale dei rispettivi contesti. Per queste ragioni sono anche oggetto di collezionismo.
L’origine delle c. da gioco è incerta: forse sono state inventate dai cinesi o sono una derivazione indiana degli scacchi; sembra certo che non siano originarie di alcun paese d’Europa. È molto attendibile che gli Arabi le portassero, verso la metà del 14° sec., in Spagna, da dove si diffusero rapidamente nel mondo occidentale. I primi mazzi di c. furono i naibi e i tarocchi. I giochi di ‘c. numerali’ si differenziarono subito a seconda dei paesi e nell’ambito stesso di questi. In Germania, per es., sembrerebbe abbastanza evidente, sin dai primi mazzi, la derivazione del gioco delle c. da quello degli scacchi: si trovano infatti quattro serie in cui figurano un re, una regina, due cavalieri e un gruppo di c. numerali. Verso la fine del Trecento i tipi di mazzi più usati in Germania dovevano essere almeno cinque. Le prime c. tedesche (14°-15° sec.) erano di dimensioni notevoli (sino a cm 19 ™ 12) e riccamente decorate; i segni distintivi delle serie erano dati da soggetti animali, per lo più di caccia. Nel 15° sec. si adoperarono anche c. rotonde, di finissima fattura. Ma accanto a questi esempi di lusso si diffusero c. più popolari, con le serie contraddistinte da semi differenti, come scimitarre, coppe, melograni, bastoni e simili. Verso la fine del 15° sec. le c. tedesche assunsero dimensioni minori e i semi si fissarono in cuori, campanelli, foglie e ghiande.
Le c. francesi assunsero sin dai primi tempi i semi poi conservati sino ai nostri giorni: cuori, quadri, fiori (trifogli) e picche. Nel 15° sec. le c., in Francia come in altri paesi, presentavano soggetti svariati: personaggi storici, famosi, o anche puramente fantastici con le funzioni di re, regina e fante nei mazzi. Nel Cinquecento cominciarono le c. satiriche a contenuto politico, come quelle che rappresentavano il re Enrico III con il ventaglio e la regina con lo scettro. Nel Seicento si ebbero c. di fantasia, con punti segnati da animali, frutti, fiori, emblemi ecc. Le variazioni di atteggiamenti e costumi, da periodo a periodo e da luogo a luogo di fabbricazione, si accentuarono ancor più nel 18° sec., quando rivestirono particolare importanza le c. con motivi ispirati alla Rivoluzione. Nel 19° sec. l’epoca napoleonica ispirò le c. raffiguranti imperatori, re e regine, disegnate da J.-L. David e incise da B. Andrieu. Con la Restaurazione ritornarono i gigli, che scomparvero nuovamente con Luigi Filippo; sono da segnalare inoltre le curiose fantasie, composte a più riprese da A.-G. Houbigant, in cui appaiono personaggi della storia di Francia, raffigurazioni di mestieri, costumi diversi, mode e attori teatrali, personaggi di romanzo. Ai primi dell’Ottocento si adottarono in Francia le c. a due teste, la cui origine è probabilmente italiana e che si prestarono a fini scherzosi, satirici, politici.
In Italia le c. numerali, tuttora popolarissime nonostante la diffusione delle c. francesi, hanno conservato sino ai nostri giorni i quattro semi dei tarocchi: coppe, danari, bastoni, spade. I tipi regionali sono caratterizzati dalle stesse rudimentali figurazioni adottate dai primi fabbricanti, consacrate ormai da una tradizione più che secolare, e quindi entrate nel pieno gusto o, meglio, nell’abitudine del consumatore: ci sono i tipi piemontese, genovese, lombardo, piacentino, trevisano, padovano, romagnolo, fiorentino, viterbese, barese, siciliano. Sostanziali somiglianze iconografiche con quelle italiane hanno le c. spagnole, i cui primi notevoli esempi originali sono del 16°-17° sec., dove però si osserva la soppressione del dieci e la sostituzione della regina con un cavaliere.
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cartaUn materiale indispensabile per diffondere idee nella vita quotidianaNel corso dei secoli la carta ha contribuito enormemente al progresso, alla partecipazione dei cittadini alla vita democratica e all'aumento del livello medio di cultura ed edu... Leggi
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cartomanzia Arte divinatoria che pretende di prevedere il futuro mediante le carte, da gioco o fabbricate appositamente per tale uso, tenendo conto del significato attribuito al seme, al colore, alla figura, al numero di ogni carta. I principi genera
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