CAVALLO

Enciclopedia dell' Arte Medievale (1993)

di A. Melucco Vaccaro

CAVALLO

Nel Medioevo i c. venivano distinti, a seconda del servizio prestato, in destrieri, corsieri, palafreni, ronzini e somieri. Il destriero era il grande c. da guerra, di andatura lenta, mentre il corsiero era portato piuttosto alla corsa (c. da lancia) e ad andature sostenute. Il palafreno era più adatto all'uso quotidiano e ai viaggi; invece il ronzino era un c. gregario di minor pregio, che talora portava anche some, anche se per questo veniva utilizzato il somiere, lento e tranquillo.

Fornimenti

I fornimenti del c. comprendono la briglia con il morso e le redini, la sella con le staffe e i finimenti che la trattengono, le ferrature degli zoccoli; a essi si aggiungono gli sproni, le coverte tessili, eventualmente anche imbottite, nonché quelle in maglia ad anelli, e infine ogni elemento separato o costituente la barda completa, di metallo o altro materiale solido.La briglia più semplice consisteva nelle sguance che aggiravano le orecchie; in seguito ebbe sopraccapo frontale e sottogola; già in epoca classica comparve anche la museruola, ma continuarono a essere usate le briglie dell'altro tipo. Talora la museruola era omessa per non alterare il profilo di un esemplare di razza. Le false redini apparvero tardi, quando si usarono morsi a guardie.Il morso è l'attrezzo indispensabile per correggere e guidare il c.; è formato dall'imboccatura rigida o snodata che passa tra le barre della dentatura; è trattenuto dalla briglia e comandato dalle redini. Il Medioevo ereditò antichi modelli snodati simili agli attuali filetti a traversino, rimasti preferiti, almeno per la guerra, fino a tutto il Trecento. In epoca carolingia ricomparvero morsi rigidi - lo erano stati anche quelli in legno od osso - usati accanto ai filetti. Dal sec. 8°-9° si usarono anche morsi con lunghe aste, le cui stanghette accoglievano il portamorso, mentre alle estremità delle loro guardie erano poste le redini. In questo modo il morso si conformò come una leva di secondo genere, usata per un maggior controllo del cavallo. Il ricamo di Bayeux (Bayeux, Tapisserie de Bayeux), del 1070-1075, mostra modelli a guardie, mentre nei reperti (ora a Darmstadt, Hessisches Landesmus.) del castello di Tannenberg, distrutto nel 1399, spiccano ancora filetti, la cui persistenza funzionale e tipologica è del resto accertata iconograficamente - per quanto riguarda la guerra - durante tutto il 14° secolo. A Firenze (Mus. Naz. del Bargello), in una formella a compasso in pietra scolpita, databile al 1320-1325 ca., è però ritratto un cavaliere, il cui destriero reca un morso con brevissime aste bilobate. Il monumento equestre di Bernabò Visconti, eretto prima del 1385 a Milano (ora al Castello Sforzesco, Civ. Raccolte di Arte Applicata), mostra un filetto, privo di museruola, al cui ponticello fanno capo ben due redini. Sempre al sec. 14° risalgono alcuni rari morsi con lunghe guardie rinforzate da raccordi, grandi borchie smaltate e imboccatura completata da ponticelli che raggiungono le aste, certo usati per corsieri di bocca dura e che anticipano, seppure di poco, i 'freni gianetti' della fine del secolo e della prima metà di quello seguente. Le redini di questi morsi erano sempre articolate alle estremità delle aste, mentre le eventuali 'false redini' - un secondo paio - lavoravano sulla volta dell'imboccatura.La sella medievale fu dapprima simile a quelle tardoromane, molto semplici; nell'iconografia bizantina del sec. 7° si scorgono però selle rilevate alle estremità, riferite alla cavalleria ausiliaria mediorientale. Sempre in area bizantina, per la cavalleria pesante si ebbero a partire all'incirca dal sec. 10° selle ad arcioni diritti e più alti, usate almeno fino al 13° secolo. Nello stesso periodo la cavalleria pesante delle diverse aree europee adottò selle con arcioni di altezza media; sono famose quelle del citato ricamo di Bayeux, che appaiono estroflesse dinanzi e dietro. Questo tipo, assicurato solo da sottopancia e pettorale, e munito di tappetino, restò in uso a lungo. La Bibbia Maciejowski, del 1250 ca. (New York, Pierp. Morgan. Lib., M.638), mostra molti esempi di un tipo di sella a bracci convergenti: quelli dell'arcione anteriore volti all'indietro e quelli del secondo arcione in avanti, per bloccare il cavaliere. Questo modello, comparso prima del Duecento, perdurò fino al termine del secolo ma si ebbero nello stesso tempo anche selle con entrambi gli arcioni a bracci in avanti. Nel sec. 14° le selle da guerra mantennero l'arcione posteriore a bracci volti in avanti, mentre quello anteriore, più raccolto, era pressoché diritto o leggermente arcuato, nello stesso senso. Verso la fine del secolo l'arcione anteriore fu talora spinto di nuovo assai innanzi, quasi in due bracci, ma fu più seguito l'altro modello, anche successivamente, come mostra la sella di Enrico V (1413-1422) conservata a Londra (Westminster Abbey Mus.). Particolari selle da guerra, da torneo e da giostra, comparse verso la prima metà del Trecento, furono quelle c.d. alte, stando sulle quali il cavaliere si trovava con le ginocchia allineate alla schiena del destriero. Questa soluzione ebbe sempre l'arcione posteriore a bracci avanzati, mentre l'anteriore scendeva ai lati fino a coprire il collo del piede del cavaliere; sovente i due arcioni erano uniti da cinghie che bloccavano le anche del campione. Nel codice di Manesse (Heidelberg, Universitätsbibl., Pal. germ. 848), su alcune miniature, databili al 1300-1315, con figure di giostratori, compaiono selle dal cui arcione anteriore pendono sacchetti imbottiti per proteggere la coscia, progenitori del grande saccone appeso al collo del c. nelle più tarde giostre tedesche e francesi. Una sella molto particolare compare nel monumento equestre di Cangrande della Scala (Verona, Mus. di Castelvecchio, Civ. Mus. d'Arte), databile intorno al 1335: essa ha due alti arcioni diritti collegati lateralmente da ante incernierate che formano un bloccaggio protettivo complessivamente scatolare. Non è pervenuta alcuna sella d'avorio completa di epoca medievale, sebbene ne siano citate già nei romanzi cavallereschi del tardo 12° secolo. Vanno però ricordati almeno due arcioni posteriori così lavorati, entrambi conservati a Parigi (Louvre): uno duecentesco, con una scena di battaglia giocosa tra dame a c., l'altro, databile intorno al 1320 e probabilmente di produzione siciliana, con una giostra tra cavalieri, uno dei quali è forse Federico II d'Aragona, re di Sicilia (1296-1337).La staffa metallica, già da molti decenni impiegata a Bisanzio, comparve nell'Europa occidentale intorno alla fine del sec. 7°, forse a opera degli Avari; il suo uso divenne però stabile solo nella prima metà del secolo seguente. Tra il sec. 9° e il 13° si preferirono nell'Europa orientale staffe larghe per lo più tondeggianti e quasi circolari; più di rado si ebbero staffe a U rovesciata e ancora più raramente modelli triangolari o grossolanamente trapezoidali. L'occhio per lo staffile era sempre nel piano della staffa e spesso direttamente praticato nella sua arcata; il predellino era in generale largo e per lo più concavo, tranne che nei modelli triangolari o trapezoidali. Questi ultimi costituirono invece la tipologia preferita in Occidente, con branche ogivate o calate diritte verso il predellino più largo; talora le branche scendono oltre la linea del predellino e poi si rialzano a formarlo. Anche in questi tipi l'occhio per lo staffile, ben staccato dal resto, giace nel piano della staffa, in modo che questa penda parallela al corpo del cavallo. Più tardi si affermò, accanto al modello prevalente, anche un tipo di staffa più corta e più semplice: una comune barretta a sezione triangolare con il vertice in fuori forma la staffa avente il predellino leggermente concavo e ben raccordato alle branche salienti a triangolo o in leggera ogiva; le due estremità sono poi ritorte una sull'altra componendo l'occhio rettangolare posto nel piano normale a quello della staffa. In tale modo questa pende mantenendo il predellino normale al corpo del c., in una posizione meno conveniente per salire nonché meno opportuna dell'altra, dove la torsione dello staffile - indotta dal tenere il piede nella staffa - aggiunge tensione e stabilità. A questo proposito va detto che la staffa non fu solo una miglioria di servizio per il cavaliere (per salire e scendere, per stare meglio in sella, per combattere e cacciare più agevolmente, azioni che egli poteva fare anche senza staffa), ma un'essenziale necessità per non travagliare il c. e distribuire meglio sui suoi fianchi, e non solo sulla schiena, il peso dell'uomo, specie se armato. Molte staffe occidentali, in particolare nordiche, furono ageminate con grande ricchezza in argento o ebbero rapporti d'argento lavorato agli staffili; nell'Europa orientale le staffe dei capi e dei personaggi importanti furono dorate.Nel Trecento infine comparvero anche staffe asimmetriche, nelle quali la branca interna calava diritta mentre l'altra usciva allargandosi a controcurva in basso, dove si raccordava al predellino, che talora rimaneva stretto; in altri casi l'apertura delle staffe assumeva la forma di un esagono irregolare, con le due branche angolate (maggiormente quella esterna). Questo tipo, accanto ad altri, ebbe poi molta fortuna nel Quattrocento. Staffe del genere si sono trovate nel citato castello di Tannenberg; quelle che compaiono nella statua bronzea di S. Giorgio nel Castello di Praga, fusa nel 1373, invece, sono ancora del modello perfettamente triangolare, a dimostrazione della complessità del processo.Le ferrature medievali ebbero per lo più branche larghe con forte rialzo al colmo anteriore dell'arcata e, a giudicare dai reperti, mutarono assai poco nel tempo.In epoca altomedievale lo sprone aveva le branche variamente sagomate, più sovente a sezione tonda o triangolare; si sono conservati pochi esemplari ad arcata raccolta, ma in genere le branche erano lunghe e in piano, formando una U dal cui colmo sporgeva il brocco molto breve, con passanti alle estremità. Nel sec. 8° fecero la loro comparsa gli sproni con un collo corto interposto tra arcata e brocco, mentre nel secolo seguente esso si allungò in misura talvolta notevole. Nel sec. 11° si ebbero sproni con collo e brocco appena volti obliquamente verso il basso, dai quali - nella seconda metà del secolo - derivarono modelli con branche arcuate per passare sotto il malleolo e brocco obliquo sempre all'ingiù. Le estremità delle branche si diversificarono, con la sinistra munita di un semplice passante e la destra con due occhi (l'inferiore per la grappa del sottopiede-cinturino e il superiore per la grappa dell'affibbiatura). Nel primo Duecento comparvero, diffondendosi particolarmente nell'Europa orientale, sproni di nuovo tipo, che all'estremità del collo avevano una forcella dove girava una piccola stella o rotellina appuntata. In area russa ne sono stati trovati molti nelle località distrutte dai Mongoli nel 1241, mentre l'esempio iconografico più antico nell'Europa occidentale è costituito dal primo sigillo di Enrico III d'Inghilterra (1216-1272). L'adozione generale degli sproni a rotella in Occidente risale però solo al secondo decennio del Trecento, quando soppiantarono gli sproni a brocco. Il tipo più diffuso ebbe branche molto arcuate, con un becchetto protettivo volto in fuori al sommo dell'arcata; esse furono tendenzialmente più larghe verso la fine del secolo, con stella piccola o grande. Le branche ebbero estremità terminanti ciascuna in un grosso occhio (nel quale prendevano le due grappe del sottopiede e le due del cinturino) o da due più piccoli (per le stesse funzioni). Nella seconda metà del secolo fu molto apprezzata una stella grande. Nelle Chroniques di Jean Froissart si ricorda che a Thorigny nel 1359 Filippo di Navarra fece piantare per terra un gran numero di sproni con le rotelle all'insù, per usarle come triboli sul pendio del monte dove era con le sue genti.Le protezioni del c. comparvero tardi e furono dapprima solo tessili. C. 'covertati' da ampi teli di tessuto pesante o doppi sono largamente documentati alla fine del sec. 12°, e fu subito comune armeggiarne le stoffe. Sovente queste coverte erano 'incamutate' con stoppa e trapunte. Secondo Matthew Paris i Milanesi cavalcarono in guerra nel 1237 "cum equis ferro copertis" e nello stesso anno ne avevano settanta così covertati i Catalani alla battaglia di Puig; ma le rappresentazioni europee più antiche di coverte in maglia ad anelli restano quelle della Painted Chamber di Westminster, della fine del 13° secolo. Le coverte incamutate, che compaiono insieme a quelle in maglia in un'ordinanza di Filippo il Bello del 1303, restarono in uso in guerra almeno per altri decenni dopo la dismissione di quelle di ferro, troppo pesanti e ingombranti. Le protezioni di tessuto ebbero ancora vita plurisecolare nei tornei e nelle giostre. Elementi di barda solidi si usarono a partire dalla seconda metà del Duecento: si trattava in particolare di testiere di cuoio cotto o di cartapesta rinforzata d'acciaio; nel 1318 erano già citate in Francia testiere protette interamente di squame d'acciaio. Testiere consimili ma con parti di collo in lame d'acciaio comparvero prima del 1350; altre dello stesso materiale e relative 'paia di barde' composte di pettiera e di una duplice balzana appesa a una groppa tessile incamutata (e talora è protetto così anche il collo) spiccano nella Crocifissione dell'oratorio di S. Stefano a Lentate sul Seveso, del 1370 circa. Alla fine del secolo si ebbero testiere d'acciaio con cresta mediana pluricuspidata: passo importante sulla via della barda completa in piastre d'acciaio, comparsa in Lombardia poco prima della metà del Quattrocento.Oltre alle sue significazioni simboliche, il c. ebbe un posto decisivo nella vita medievale; è quindi naturale che anche alcuni suoi fornimenti e il loro maneggio assumessero un rilievo emblematico. Così gli sproni dorati furono il distintivo del cavaliere, mentre le staffe dorate furono nell'Europa orientale proprie dei capi; tenere la staffa era gesto di deferenza o sottomissione, tenere il morso della cavalcatura di un sovrano o di un papa era ufficio altamente onorifico. La sella invece ebbe connotazioni negative: doverla portare sulle spalle era una grave umiliazione, portarla di propria volontà costituiva atto di pentimento, essere obbligato a sedervi sopra senza cavalcatura era una sorta di gogna.

Bibl.:

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Archeologia

La documentazione che la ricerca archeologica è in grado di fornire per l'età medievale riguarda attualmente in modo assai marginale e limitato il c. come elemento dell'ecosistema, dell'economia e dell'alimentazione dell'uomo: l'esame condotto in studi recenti dei resti ossei, di cui quelli equini sono una minoranza, ha ancora una portata troppo circoscritta e molti contributi rivestono il solo carattere di riflessione metodologica preliminare (Barker, 1978; Cartledge, 1981; Ginatempo, 1984).Ciò che invece è ampiamente documentato attraverso i ritrovamenti di scavo sono le deposizioni di c. e ancor più i resti di fornimenti e bardature inclusi in tombe umane. Si tratta però di attestazioni che non illuminano in modo diretto e completo la situazione effettiva, ma che sono determinate dalla simbologia e dalle limitazioni che il rituale funerario imponeva.Nell'orizzonte culturale del Medioevo europeo le deposizioni di c. entrano con l'irrompere degli Unni e si diffondono dalla Crimea all'Europa centro-occidentale, essendo tale uso accolto presso le élites germaniche che subirono il dominio di quella popolazione, cioè nell'ambito del c.d. Attila Reich. Questo peculiare ruolo del c. non desta meraviglia, considerando l'importanza che il c. assunse nel determinare l'assoluta supremazia delle tattiche belliche e predatorie e anche nella vita quotidiana di questi nomadi, come sottolineano le fonti occidentali, tra le quali spicca per la particolare icasticità la descrizione di Ammiano Marcellino (Rerum gestarum libri, XXXI, 2, 1-11).Oggetti preziosi relativi a fornimenti di parata del c. sono caratteristici delle tombe dei più ragguardevoli personaggi unni, e ancor più spesso compaiono nei depositi votivi (Totenopfer), che costituiscono una tipica forma di culto dei defunti presso tale popolo. Gli oggetti deposti e le evidenze del rituale documentati archeologicamente sono interpretabili alla luce delle fonti letterarie orientali (cinesi in particolare) e in base alle evidenze etnografiche offerte dagli usi ancora praticati dalle popolazioni mongoliche delle steppe (Tomka, 1969; Bóna, 1979). Nel deposito di Pannonhalma in Ungheria (ora a Gyor, Xantus János Múz.), oltre ai resti ritualmente spezzati delle decorazioni in oro e almandini delle armi e dell'arco, sono stati rinvenuti avanzi dei rivestimenti in oro di due morsi, della sella e forse di un frustino, nonché le preziose fibbie delle briglie (Tomka, 1986). Analogo, per la caratteristica assenza di avanzi umani e oggetti personali, è il deposito votivo funebre di Nagyszéksós-Szeged in Ungheria (ora suddiviso tra Budapest, Magyar Nemzeti Múz. e Szeged, Móra Ferenc Múz.), che costituisce, con i duecentosei reperti noti, il più ricco rinvenimento unno dell'area centroeuropea. Oltre a oggetti-simbolo, come il torques in oro, due recipienti in elettro, due archi e le fibbie auree degli stivali, vi sono attestati: fibbie auree di fornimenti, resti di un frustino, decorazioni di due selle, in oro e almandino e in lamina d'oro con inserti di pietre; i ricchissimi materiali erano accolti in una fossa di offerta accompagnata da un rogo, che si ritiene sia stata allestita per il re unno Ruga, intorno al 430.Analogo appare il deposito di Jakusowice in Polonia (ora a Cracovia, Muz. Archeologiczne), nel quale i reperti di parata del destriero sono costituiti da un pendente a pelta per la fronte del c. - ornamento ricorrente in questo contesto culturale -, nonché da anelli, fibbie e placche a croce delle briglie, in argento dorato a punzone.L'egemonia politico-militare degli Unni si rispecchia, già all'inizio o nella prima metà del sec. 5°, nell'influsso esercitato sul rituale funerario delle genti germaniche, quelle stanziate nell'Europa orientale in prima istanza, cioè principalmente i Goti, e poi via via fino all'opposta area occidentale (Werner, 1956). Le bardature preziose di c. ne costituiscono una manifestazione tipica, come nella tomba gota di Kertch in Crimea (in parte a Londra, British Mus.) e nella tomba femminile di Untersiebenbrunn in Austria (ora a Vienna, Kunsthistorisches Mus.), di particolare ricchezza, che ha restituito i resti di due diverse parures in argento dorato. Presso i Turingi, in un sepolcreto usato tra il 450 e il 560, a Deersheim, nei dintorni di Magdeburgo, una tomba di cavaliere deposto con due c. conteneva anche elementi aurei di un morso decorati a cloisonné (Halle, Landesmus. für Vorgeschichte); nella vicina e contemporanea necropoli di Grossoären sono state scoperte numerose tombe di c. (talvolta insieme a cani). Questi influssi si spinsero anche nella Scandinavia: a Vennebo, nella regione svedese del Västergötland, un deposito con offerte funebri ha restituito tra l'altro otto morsi in bronzo e ferro spezzati ritualmente, frammenti di selle diverse e placchette in lamina d'argento dorato con decorazione incisa, tra cui un pendente per frontale di c., avvicinati a quelli di Untersiebenbrunn; a Vallstenarum, nella regione svedese del Gotland, in una tomba dell'età di Vendel (inizi sec. 7°) sono presenti i resti in bronzo dorato di una sella di tipo orientale (Stoccolma, Statens historiska mus.).La più spettacolare dimostrazione del prestigio di questi rituali imposti dagli Unni presso le genti germaniche, e del significato di somma distinzione che rivestiva l'inclusione di decorazioni da parata del c. nella deposizione, viene dai resti, per quanto ancora ricostruibili, del corredo funebre del re merovingio Childerico (m. nel 482 a Tournai) deposto in una camera funeraria scavata nella roccia, non lontano dalla fossa del suo cavallo. Gli oggetti sepolti con lui testimoniano della commistione culturale del suo tempo e, oltre a qualificarlo come alto ufficiale romano e come re franco, mostrano l'influsso delle correnti culturali del basso Danubio: denunciano questa origine infatti le decorazioni in oro di eccezionale qualità, con il caratteristico intarsio di cloisons in granati piatti che, oltre a rivestire la spada di tipo franco, adornavano i fornimenti da parata, il pendaglio frontale del c. e gli ornamenti della gualdrappa, con placche a forma di ape o di cicala (Böhner, 1981). Lo stesso motivo e il medesimo livello qualitativo ritornano in poche altre deposizioni principesche: nelle decorazioni auree, perdute, dei due elementi di sella dalla tomba gota di Ravenna, in quella di Apahida II, località nella regione rumena della Transilvania (ora a Bucarest, Muz. de Istorie) e in quella franca del cimitero di Krefeld-Gellep in Germania (nr. 1782; Bierbrauer, 1975). Nei secc. 6° e 7°, nei sepolcreti delle genti germaniche stanziate in Europa la presenza di bardature equine in deposizioni umane, come pure quella di sepolture di c., per lo più in fosse separate, è molto comune, tanto che l'elemento più ricorrente, il morso, è stato assunto come base per uno studio tipologico in cui sono state fissate tre forme principali: ad anello (A), a sbarre laterali (B, C, D), a tenaglia (E), con numerose varianti attraverso le quali taluni studiosi tedeschi hanno tentato di risalire alle diverse tipologie del frontale e delle briglie. Si è inoltre indagata la posizione che il rituale assegna alle decorazioni equine, sia nelle tombe di uomini sia in quelle di c. (Oexle, 1992). Talvolta, come nel caso della tomba con due c. affrontati di Donzdorf (nr. 72), gli animali sono decapitati, pratica che ricorre anche in ambiente franco, per es. a Dittenheim.Una lettura dei contesti funerari attenta ai significati simbolici e agli indicatori di stato sociale ha sottolineato la presenza della serie completa delle bardature equine nelle deposizioni con corredo più ricco (Paulsen, 1967; Christlein, 1973), che si segnalano anche per l'ubicazione in posizione privilegiata nel contesto cimiteriale, spesso per la tipologia, a camera o a tumulo, e infine per la loro collocazione nel territorio. Tutto ciò ha consentito di riferire queste tombe di cavalieri al ceto dominante dei proprietari terrieri, dotati di particolari poteri di controllo e di esazione, che nel caso di Niederstotzingen presso Ulm (Paulsen, 1967) è stato individuato nei gruppi di famiglie principesche alamanne che nel proprio territorio, soprattutto negli insediamenti lungo il Danubio, costituirono l'asse portante della dominazione franca.Questo ceto eminente, che si caratterizza come cavaliere nel rituale funebre, è presente in tutto l'orizzonte di età merovingia presso le genti germaniche ed è attestato archeologicamente soprattutto dalle centinaia di sepolcreti alamanni e bavari editi in maniera sistematica. Gli oggetti caratteristici, soprattutto nella prima metà del sec. 7°, oltre a sperone e morso, sono rivestimenti aurei di sella e briglie ornate di placchette in argento, talvolta in oro, in lamina sbalzata e punzonata, del tutto simili alle cinture 'molteplici' presenti nelle stesse deposizioni e riferite al sistema di sospensione del sax, la spada corta della cavalleria barbarica: queste particolari cinture vengono dette 'nomadiche' perché, essendo presenti in una vastissima area a oriente dell'Europa, si attribuiscono all'influsso degli Avari.Tale popolo, che dopo il trasferimento in Italia dei Longobardi (568) ne occupò i territori in Ungheria e fino al sec. 9° dominò nel bacino carpatico, rinnovò e rafforzò gli influssi delle popolazioni mongoliche, in precedenza rappresentate dagli Unni. Esso era portatore di tecniche belliche di assoluta supremazia, anche presso l'impero bizantino, che vedevano ancora il c. protagonista, questa volta nella forma della cavalleria pesante catafratta. Le deposizioni funebri degli Avari, fin dal loro primo periodo di stanziamento in Ungheria (568-670), rispecchiano in modo puntuale, negli strati più elevati di quella società fortemente militarizzata e gerarchizzata, le caratteristiche novità dell'armamento e delle bardature rispetto alla tradizione di età unna: sono le tombe dei kagani e dei loro più diretti sottoposti, sepolti insieme al c., che indossa tutti i fornimenti, a presentare un rituale e reperti (corazza, cinture molteplici, briglie, sella) che si ritiene siano in diretto rapporto con quanto documentato nei contesti merovingi sopra ricordati. Questi ultimi, che assumono dalla cultura avarica il prestigio e l'egemonia della casta dei cavalieri, presentano fino alla prima metà del sec. 7° significative coincidenze sia nella tipologia sia nella decorazione dei reperti caratteristici. Soprattutto nei rivestimenti preziosi di sella e briglie, che denunciano l'elaborazione di officine bizantino-sasanidi (Werner, 1956), sono evidenti caratteri comuni presenti in una vastissima area, dai Carpazi a Niederstotzingen, fino in Italia, nelle tombe longobarde di Castel Trosino (nr. 119), di Nocera Umbra (nrr. 5, 16, 18, 36, 38, 42, 49, 67, 79, 84, 85; Roma, Mus. dell'Alto Medioevo; Melucco Vaccaro, 1978; 19882) e di Trezzo d'Adda (nr. 5; Milano, Soprintendenza Archeologica per la Lombardia; La necropoli longobarda, 1986). La documentazione più recente è offerta dalle necropoli longobarde di Campochiaro presso Bovianum (Campobasso), ancora in corso di scavo (Ceglia, 1991), dove, accanto a deposizioni di cavalieri con il caratteristico corredo, ricorrono nella stessa fossa, in ben dieci casi, anche gli scheletri dei c., un numero assolutamente insolito nei contesti italiani finora editi, ma ben raffrontabile con il panorama dei sepolcreti merovingi centroeuropei.

Bibl.:

Fonti. - Ammiano Marcellino, Rerum gestarum libri qui supersunt, a cura di C.V. Clark, II, Berlin 1915 (19632), pp. 557-559; Giordane, Romana et Getica, a cura di T. Mommsen, in MGH. Auct. Ant., V, 1, 1882, pp. 53-138; J.J. Chiflet, Anaus sepulcralis Tornaci Nerviorum effossus, et commentarius illustratus, Antwerpen 1655.L

Letteratura critica. - R. Mengarelli, La necropoli barbarica di Castel Trosino presso Ascoli Piceno, Monumenti antichi pubblicati per cura della R. Accademia dei Lincei 12, 1902, coll. 145-379; A. Pasqui, R. Paribeni, La necropoli barbarica di Nocera Umbra, ivi, 25, 1918, coll. 137-352; J. Werner, Beiträge zur Archäologie des Attila-Reiches, ABA, n.s., 38, 1956, pp. 1-138: 54ss.; P. Paulsen, Alamannische Adelsgräber von Niederstotzingen, Kreis Heidenheim, Stuttgart 1967, p. 56ss.; P. Tomka, Horse Burials among the Mongolians, AAASHung 21, 1969, pp. 149-154; M. Müller-Wille, Pferdegrab und Pferdeopfer im frühen Mittelalter, Berichten van de Rijksdienst voor het Oudheidkundig Bodemonderzoek 20-21, 1970-1971, pp. 119-248; E.M. Neuffer, Der Reihen Gräberfriedhof von Donzdorf, Stuttgart 1972, p. 119ss.; R. Christlein, Besitzabstufungen zur Merowingerzeit im Spiegel reicher Grabfunde aus West- und Süddeutschland, JRgZMainz 20, 1973, pp. 147-180; V. Bierbrauer, Die ostgotischen Grab- und Schatzfunde in Italien, Spoleto 1975, p. 193ss.; Cemeteries of the Avar Period (567-829) in Hungary, a cura di I. Kovrig, I, Avar Finds in the Hungarian National Museum, Budapest 1975; U. Koch, Das Reihengräberfeld bei Schretzheim, (Germanische Denkmäler der Völkerwanderungszeit, A-B, 13) cat., Berlin 1977, I, pp. 118ss., 181ss.; C. Sturmann Ciccone, Reperti longobardi e del periodo longobardo della provincia di Reggio Emilia, Reggio Emilia 1977, p. 12ss.; G. Barker, Dry Bones? Economic Studies and Historical Archaeology in Italy, in Papers in Italian Archeology I: The Lancaster Seminar. Recent Research in Prehistoric, Classical and Medieval Archaeology, a cura di H. McKlake, T.W. Potter, D. B. Whitehouse (BAR. Supplementary Series, 41), Oxford 1978, I, pp. 35-49; R. Christlein, Die Alamannen. Archäologie eines lebendigen Volkes, Stuttgart 1978 (19913), p. 74ss.; A. Melucco Vaccaro, Il restauro delle decorazioni ageminate "multiple" di Nocera Umbra e di Castel Trosino, ArchMed 5, 1978, pp. 9-75; I. Bóna, Die archäologischen Denkmäler der Hunnen und der Hunnenzeit in Ungarn im Spiegel der internationalen Hunnenforschung, in Nibelungenlied, cat., Bregenz 1979, pp. 297-342; K. Böhner, s.v. Childerich von Tournai, in Reallexikon der Germanischen Altertumskunde, IV, Berlin-New York 1981, pp. 440-460; J. Cartledge, Faunal Studies and Urban Archaeology, in Archaeology and Italian Society, a cura di G. Barker, R. Hodges, Oxford 1981, pp. 91-97; M. Ginatempo, Per la storia degli ecosistemi e dell'alimentazione medievali: recenti studi di archeozoologia in Italia, ArchMed 11, 1984, pp. 35-61; Awaren in Europa. Schätze eines asiatischen Reitervolkes, cat., Nürnberg 1985; La necropoli longobarda di Trezzo sull'Adda, a cura di E. Roffia, Firenze 1986; P. Tomka, Der hunnische Fürstenfund von Pannonhalma, AAASHung 38, 1986, pp. 423-488; Germanen, Hunnen und Awaren. Schätze der Völkerwanderungszeit, a cura di W. Menghin, T. Springer, E. Wamers, cat. (Nürnberg-Frankfurt a.M. 1987-1988), Nürnberg 1987; Die Bajuwaren. Von Severin bis Tassilo 488-788, a cura di H. Dannheimer, H. Dobsch, cat. (Rosenheim/Bayern-Mattsee/Salzburg 1988), Salzburg 1988; A. Melucco Vaccaro, I Longobardi in Italia, Milano 19882 (1982), pp. 104, 108, 111, 116, 137ss.; Materiali di età longobarda nel Veronese, a cura di D. Modonesi, C. La Rocca, Verona 1989, p. 63ss.; I Longobardi, a cura di G.C. Menis, cat. (Cividale del Friuli-Villa Manin di Passariano 1990), Milano 1990, pp. 381, 438, 464, 467ss.; V. Ceglia, Campochiaro (Campobasso) Loc. Vicenne. La necropoli altomedievale, Bollettino di archeologia 5-6, 1991, p. 213ss.; B. Genito, Tombe con cavallo di Vicenne, in Samnium. Archeologia del Molise, cat. (Milano 1991), Roma 1991, pp. 335-341; S. Bökönyi, Two More Horse Graves from Vicenne, ivi, p. 342ss.; J. Oexle, Studien zu merowingerzeitlichem Pferdegeschirr am Beispiel der Trensen (Germanische Denkmäler der Völkerwanderungszeit, A, 16), Mainz a.R. 1992.A. Melucco Vaccaro

Approfondimenti

Cavallo > Enciclopedia Dantesca (1970)

cavallo. - Numerose occorrenze, ma solo in Convivio e Inferno; un esempio in Fiore e uno in Detto.Dei tre casi che compaiono in Inferno, due si riferiscono al c. di Troia, che fé la porta onde / uscì de' Romani il gentil seme (XXVI 59), e al quale al... Leggi

CAVALLO > Enciclopedia Italiana (1931)

CAVALLO (dal lat. caballus; lat. scient. Equus L. 1758; fr. cheval; sp. caballo; ted. Pferd; ingl. horse). - Genere unico della famiglia dei Cavalli o Equidi (Equidae, Gray 1821).Gli Equidi.Caratteri della famiglia. - Gli Equidi sono Ungulati perisso... Leggi

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