DeMILLE, Cecil B.

DeMILLE, Cecil B.

Enciclopedia del Cinema (2003)
di Lorenzo Esposito

DeMille, Cecil B. (propr. Cecil Blount)

Regista, attore e produttore cinematografico statunitense, nato a Ashfield (Massachusetts) il 12 agosto 1881 e morto a Hollywood il 21 gennaio 1959. Pioniere delle grandi produzioni statunitensi, colse l'esigenza di pianificare la realizzazione, il lancio e la distribuzione del film come prodotto spettacolare secondo strategie che la nascente industria cinematografica stentava a ideare. Seppe, infatti, individuare gli elementi vincenti (luoghi, tempi e modi dei processi culturali e realizzativi hollywoodiani) su cui impostare il successo, sfruttandoli secondo un ritmo produttivo serrato. Ebbe, inoltre, il merito di amplificare le forme espressive e produttive del film storico, anche sull'esempio del cinema italiano, dove il genere aveva dato vita a un fortunato filone, per adattarlo alle esigenze di spettacolarità magniloquente del grande pubblico. Condividendo con David W. Griffith il principio della piena riconoscibilità nel cinema della cifra registica, e quindi della corrispondenza nome del regista-specifica offerta visiva, contribuì all'affermazione del kolossal (biblico, storico e western), sperimentandone l'efficacia e muovendosi sulle linee parallele della ricerca di mercato e della ricerca stilistica. Sfruttando il volto di attori noti al pubblico sia dell'epoca del muto sia dell'epoca del sonoro, i suoi film diedero un contributo di rilievo allo sviluppo dello star system. L'importanza delle sue intuizioni sulla pianificazione commerciale dell'industria cinematografica e il peso delle sue scelte registiche furono premiati con un Oscar alla carriera nel 1950 e un Oscar per il miglior film assegnato nel 1953 a The greatest show on Earth (1952; Il più grande spettacolo del mondo).

Nato in una famiglia di intellettuali (i genitori erano entrambi professori universitari, la madre un'inglese di origini ebraiche e il padre anche celebre commediografo), nel 1898 abbandonò la Pennsylvania Military Academy per studiare recitazione all'American Academy of Dramatic Arts di New York ed esordì sulle scene nel 1900. Tuttavia, non fu il mestiere di attore a costituire lo stimolo per il suo passaggio al cinema. Dimostrando subito quelle doti imprenditoriali che ne avrebbero caratterizzato tutta la carriera, nel 1913 DeM. lanciò insieme a Jesse L. Lasky e Samuel Goldfish (poi Goldwyn) la società di produzione cinematografica Jesse L. Lasky Feature Play Company ‒ successivamente fusa con la Famous Players Film Company di Adolph Zukor, che avrebbe portato alla nascita della Paramount Pictures ‒ e nel 1939 la Cecil B. DeMille Productions Corporation, che aveva realizzato con la moglie e la figlia.La nozione stessa di spettacolarità, fondamentale per DeM., presupponeva una messa a punto espressiva che puntasse tutto sulla preminenza del piano visivo, sul prolungamento di una sorta di 'effetto lanterna magica', dove a stupire e ammaliare il pubblico fossero le immense scenografie, le portentose scene di massa girate con l'ausilio di migliaia di comparse, i ritmi serrati e scorrevoli a un tempo. Così, già nel 1914, alla sua prima prova registica insieme a Oscar C. Apfel, in The squaw man (film da DeM. stesso rifatto e perfezionato nel 1918 e nel 1931, anno in cui uscì in Italia con il titolo Naturich, la moglie indiana) e poi in film quali Carmen (1915) o The cheat (1915; I prevaricatori), DeM. ridusse al minimo le didascalie e si confrontò con il necessario controllo dinamico di set abnormi (si pensi alle sequenze della corrida in Carmen). In particolare The cheat, storia di una donna ricattata da un ricco commerciante giapponese, si configura come uno dei capolavori dell'epoca del muto, per come riesce a sciogliere l'originale commistione fra dramma esotico, melodramma e film giudiziario in una trama linguistica costituita da un ampio intrigo chiaroscurale, che marca gli stati psicologici dei personaggi e sottolinea le punte drammatiche dell'intreccio. Il gusto per i temi forti e ricercatamente scandalistici e per l'erotismo torbido e sensuale di The cheat caratterizza anche il successivo Male and female (1919; Maschio e femmina), interpretato da Gloria Swanson. Il trasferimento dei set a Hollywood, zona del comprensorio di Los Angeles allora quasi disabitato, che rientrava perfettamente nella logica della verticalità industriale (produzione, distribuzione, esercizio), permise a DeM. di conferire la necessaria ampiezza degli spazi architettonici alla messa in scena e la possibilità di lavorare l'immagine in senso plastico in modo da poter esprimere contenuti universali come l'amore, la morte, la lotta per la libertà, il dramma delle guerre e quello delle calamità naturali, come anche la complessità degli intrighi politici.

Tuttavia, sin dai primi tre film storici da lui diretti, Joan the woman (1916; Giovanna D'Arco), The ten commandments (1923; I dieci comandamenti, il cui remake a colori del 1956 sarebbe stato anche la sua ultima regia) e The King of kings (1927; Il Re dei re), una vita di Cristo di cui nel 1961 Nicholas Ray realizzò il remake, DeM. seppe conferire all'impianto da romanzo storico ottocentesco una sapiente commistione di intimismo e universalità. Anche nelle opere successive The sign of the cross (1932; Il segno della croce), Cleopatra (1934), The crusades (1935; I crociati) e Samson and Delilah (1949; Sansone e Dalila, che nel 1951 ottenne un Oscar per le scenografie e un altro per i costumi) appare evidente l'attenzione al dato monumentale, alla trasfigurazione erotica dei corpi (famosa, per es., la sequenza di The sign of the cross in cui Claudette Colbert si immerge nuda nel latte) e allo sfruttamento visivo dei costumi e delle procedure di rielaborazione storica.

Allo stesso modo la produzione western di DeM., lontana dall'epica di John Ford e dalla lucidità tragica di Howard Hawks, sembra continuamente sedotta dalle qualità visionarie del kolossal. Film come The squaw man, The plainsman (1937; La conquista del West), Union Pacific (1939; La via dei giganti, ultimo di DeM. in bianco e nero), Northwest mounted police (1940; Giubbe rosse), Unconquered (1947; Gli invincibili) utilizzano i miti del West come pretesto per una quasi astratta esaltazione delle scene di massa, dove l'unica frontiera da attraversare è quella dell'eccesso e del dispendio di energie (compresi i rischi produttivi). Tutti i film di DeM., anche quelli più ostinatamente filologici (si pensi non solo alle epopee bibliche, ma anche all'uso di autentiche pistole d'epoca in The plainsman), assumono una tendenza visionaria e sperimentale che spesso si traduce in un vero e proprio delirio barocco. È il caso, per es., dei 'numeri' da vaudeville o burlesque di Madame Satan (1930), fastoso attraversamento dei generi (dalla sophisticated comedy al musical); delle sequenze di battaglia di Joan the woman; della scenografica orgia sul battello di Cleopatra; o delle mirabili riprese subacquee del melodramma Reap the wild wind (1942; Vento selvaggio).Del 1952 è invece The greatest show on Earth, ambientato nel mondo circense, perfetta sintesi dell'epica e dell'estetica del cinema di DeM., che appare sempre legato alle ragioni inderogabili dello spettacolo, inteso però sempre in un senso più ampio, ossia come metafora della commedia umana, nelle cui pieghe riesce a insinuarsi la dimensione opaca del dramma intimista. bibliografia

P.A. Koury, Yes, Mr. DeMille, New York 1959.

G. Ringgold, DeW. Bodeen, The films of Cecil B. DeMille, New York 1969.

G. Essoe, R. Lee, DeMille: the man and his pictures, South Brunswick (NJ) 1970.

C. Higham, Cecil B. DeMille, New York 1973.

L'eredità DeMille, a cura di P. Cherchi Usai, L. Codelli, Pordenone 1991.

S. Higashi, Cecil B. DeMille and American culture: the silent era, Berkeley 1994.

K. Orrison, Written in stone: making Cecil B. DeMille's epic, the ten commandments, Lanham (MD) 1999.

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