BECCARIA, Cesare

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 7 (1970)

di Franco Venturi

BECCARIA, Cesare. - Nacque a Milano il 15 marzo 1738 dal marchese Giovanni Saverio e da Maria Visconti di Saliceto. Suo padre discendeva da un ramo di illustre famiglia pavese, che aveva ottenuto il titolo marchionale nel 1712 e che beneficiava pure di tre fidecommessi entrati in famiglia attraverso la nonna sua, Maddalena Bonesana, con l'obbligo di portarne stemma e cognome. Nel 1759 Giovanni Saverio ottenne di far parte del patriziato milanese. Il marchesino Cesare Beccaria Bonesana era insomma il primogenito d'una nobile famiglia, non ricca, ma pur sempre "benestante", larga di parentado clericale e laico. Dopo di lui nasceranno due fratelli, Francesco e Annibale, ed una sorella, Maddalena. Opprimenti furono la sua infanzia e la sua adolescenza, tra le mura dell'avito palazzo di via Brera (porta oggi il n. 6) e poi, tra gli otto e i sedici anni, nel gesuitico Collegio Farnesiano di Parma. "Fanatica" egli chiamerà la sua educazione. Gli anni di scuola lo richiuderanno su se stesso, cominciando a porlo in quella situazione di puntigliosa e passiva difesa della propria personalità dalla quale non riuscirà ad emergere se non di rado, anche negli anni successivi. A Parma aveva cominciato a dimostrare la sua lucida e precoce intelligenza, sia nelle matematiche (i suoi compagni lo chiamavano il "newtoncino"), sia ancora nelle lingue (il francese gli divenne allora famigliare). Passato all'università di Pavia, dove si laureò il 13 sett. 1758, entrò in contatto con il mondo del diritto. Tornato a Milano, pur partecipando alla vita mondana e letteraria (entrò a far parte della Accademia dei Trasformati e scrisse qualche verso), egli fu soprattutto impegnato in una profonda crisi sentimentale e intellettuale che lo portò ad una rottura con la famiglia e con le idee del suo ambiente.

Nell'autunno del 1760 si era innamorato di Teresa Blasco, vivace e volubile ragazza, figlia d'un tenente colonnello del corpo degli ingegneri, Domenico Blasco. L'opposizione paterna contribuì a far di questa passione una questione di vita o di morte per il giovane Cesare. Le minacce famigliari diedero a questo amore il significato d'una conquistata fermezza e indipendenza. La maldicenza che si diffuse intorno a questa mésalliance finì per rafforzare il B. nella sua volontà di non lasciar "violentare la sua volontà e la sua coscienza". Il 16 genn. 1761 parve un momento propenso a cedere, ma una ventina di giorni dopo, il 4 febbraio, dichiarava al padre che "la sola morte potrà distruggere la sua risoluzione" e lo supplicava "per le viscere di Gesù Cristo di non più oltre... violentare la sua coscienza... di lasciarlo in preda al suo destino". Intendeva lasciare la casa paterna, trasformando i suoi diritti di primogenitura in "quel tenue assegnamento che si degnerà di fargli". Il suo genitore fece appello al governo, il quale, nella persona del conte Emanuel de Soria, finì con l'esser piuttosto indulgente, autorizzando infine il matrimonio. Ma l'assegno era piccolo, stentata la vita della giovane coppia. L'attesa d'un erede finì per provocare una scena patetica, non senza l'intervento di P. Verri, e col riconciliare il B. con suo padre, il 19 maggio 1762. Parallelamente il ventenne marchese si convertiva alla philosophie e si abbandonava tutto alle idee degli illuministi. Sapeva di non avere la fermezza sufficiente per poter essere "ambizioso", per compiere cioè una rapida e fruttuosa carriera. Ben conosceva quanto angosciose fossero le "Erinni della sua fantasia", i fantasmi della sua "disperazione", i tormenti della sua "letargia". Un accidioso egli era. Solo l'amore e l'amicizia sembravano poterlo trarre da questa sua abulia. Solo una grande passione intellettuale poteva trasformarlo profondamente. Egli stesso parlerà poi d'una "conversione". Dirà, qualche anno più tardi, nel 1766, che la sua "conversione alla filosofiai" datava dal 1761 ed era stata, inizialmente suscitata dalle Lettres persanes di Montesquieu. "Le second ouvrage qui acheva la révolution de mon esprit est celui de M. Helvétius". Buffon, Diderot, Hume, d'Alembert, Condillac furono le tappe susseguenti di questa iniziazione al mondo dei lumi. A questi scrittori bisogna aggiungere le opere, le idee, lo spirito di J.-J. Rousseau, che finì forse col soverchiare, col suo più profondo appello, le voci di tutti gli altri nell'animo del Beccaria.

L'amore per Teresa Blasco impallidì ben presto. L'esaltazione della scoperta illuminista venne rapidamente convogliandosi in un'attiva ed originale partecipazione alla vita del gruppo dei giovani che s'era andato formando attorno a P. e A. Verri (l'Accademia dei Pugni). In quell'ambiente gli parve d'aver raggiunto il tanto desiderato equilibrio con se stesso e con gli altri. Quando gli fu scherzosamente richiesto di comporre la propria epigrafe tombale egli, vantandosi del proprio epicureismo, scrisse: "Caesar Beccaria - Johannis F. Francisci N. - Aristippi sectator - Voluptatem virtuti sociavit - Errores hominum - Luce metaphysices prosequutus - Sibi potius quam posteris - consulens - Vitam minus ambitiose - Quam - Tranquille vixit". Un'amicizia particolarmente calda lo unì ad un giovane patrizio di Cremona, Giambattista Biffi, che classicamente designava se stesso col nome di Scipio, e col quale scambiò, firmandosi Atticus, a partire dall'inizio del 1762, una corrispondenza, generalmente in francese, modellata sullo stile della Nouvelle Héloïse, particolarmente sincera ed appassionata. Un rapporto più difficile, fin dai primi passi, ed insieme più importante e fecondo, egli strinse con P. Verri, che aveva preso l'ambizioso nome di Lucio Cornelio Silla. Seguendo l'esempio di quest'ultimo entrò nelle discussioni economiche e finanziarie che appassionavano Milano negli ultimi tempi della guerra dei Sette Anni. Nel 1762 usciva a Lucca (in Lombardia la censura aveva frapposto delle difficoltà), presso Vincenzo Giuntini, la prima opera sua: Del disordine e de' rimedi delle monete nello Stato di Milano nell'anno 1762.

Il problema monetario era molto dibattuto anche in Italia, soprattutto negli anni che seguono il trattato di Aquisgrana (1748). Basandosi su due scrittori classici in materia, Pompeo Neri e Gianrinaldo Carli, il B. giungeva alla conclusione che "nello stabilire il valor delle monete non si deve considerare che la pura quantità di metallo fino, nessun conto facendo né della lega, né delle spese del monetaggio, né della maggiore raffinazione di alcune monete". Discuteva le tariffe vigenti per le singole monete ed il rapporto ufficialmente stabilito, nella grida del 21 apr. 1762, tra oro e argento. Proponeva una tabella da lui calcolata della "Tariffa di Milano col prezzo e metallo fino di ciascheduna moneta". Fu facile agli avversari, soprattutto il F. M. Carpani, far notare, nella seconda edizione della sua Risposta ad un amico sopra le monete, pubblicata allora, che errata era questa "tabella", non avendo il B. tenuto il dovuto conto della diversità nelle unità di misura, in uso nei diversi paesi, colle quali erano stati calcolati i pesi delle monete nelle statistiche di Carli, e che egli aveva utilizzate. Restava la riaffermazione dei principî monetari, che eran quelli di Cantillon e di Carli, così come rimaneva un embrionale tentativo di mostrare l'importanza sociale di essi. Il B. aveva affermato di voler "far passare le nozioni di questa parte dell'economia politica dal silenzio de' gabinetti de' filosofi alle mani del popolo", aveva polemizzato duramente contro ogni "commercio di errori fondato sulla docilità de' molti e sull'impostura di alcuni", aveva cercato di inquadrare storicamente, sulle tracce e parallelamente a P. Verri, la situazione monetaria del Milanese nelle vicende della crisi italiana del Cinquecento, del lungo e pesante dominio spagnolo, del prevalere delle nazioni commercianti del Nord e della ormai sensibile ripresa settecentesca d'ogni vita economica. P. Verri privatamente s'addossò la colpa dell'errore tecnico dell'amico e pubblicamente lo difese, solo e assieme a suo fratello Alessandro, con la polemica e l'acre sarcasmo di tre pamphlets di cui il più vivace è Il Gran Zoroastro (Lugano 1762) e il più ragionato è il Dialogo tra Fronimo e Simplicio (Lucca 1762).Attorno a questa discussione era venuta consolidandosi l'Accademia dei Pugni e dal seno di essa nacque l'impulso che portò il B. ad occuparsi, a partire dal marzo 1763, delle basi stesse del diritto penale. A. Verri, da poco laureatosi in giurisprudenza e divenuto avvocato "protettore dei carcerati", portava nel gruppo una quotidiana esperienza di miserie e di lamenti. P. Verri si era polemicamente gettato, nel 1763, a scrivere la sua Orazione panegirica sulla giurisprudenza milanese e andava raccogliendo quella gran quantità di appunti che organizzerà poi, nel 1777, nelle sue Osservazioni sulla tortura. Quei giovani, e gli altri che attorno a loro si raccoglievano, s'andavano contemporaneamente aprendo ai libri essenziali della loro formazione politica. Il B., nell'estate del 1762, leggeva a P. Verri il Contrat social di J.-J. Rousseau. Insieme essi cercavano in Helvétius e negli Scozzesi le radici di quell'utilitarismo che fin dal 1763 nel suo Discorso sulla felicità P. Verri aveva espresso nella formula: "Felicità pubblica o sia la maggior felicità possibile divisa colla maggior uguaglianza possibile". Il B., infine, riempiva allora tutto un grosso quaderno di appunti tratti da Bacone.

La sintesi geniale venne con l'opera del B., il quale, in un anno circa, tra il marzo del 1763 e l'inizio del 1764, portò a termine Dei delitti e delle pene.

L'opera si apriva con un appello A chi legge che è, insieme all'Introduzione, uno dei testi fondamentali dell'illuminismo italiano ed europeo, tanta è l'energia e la passione con cui viene rifiutata l'eredità di più d'un millennio di tradizione giuridica. La legislazione vigente vien ridotta ad "alcuni avanzi di un antico popolo conquistatore", ad uno "scolo de' secoli i più barbari". Tutto era da rifare e la spinta iniziale non poteva venire che dalla lotta contro gli interessi, i privilegi dei pochi in nome dei diritti di tutti, con la speranza e la volontà di giungere alla "massima felicità divisa nel maggior numero". Una politica che ubbidisse a questi principi veniva indicata: alleanza dei liberi filosofi con il potere assoluto per abbattere i corpi intermedi e sbarazzare così il campo alle riforme. Il B. constatava che ci si stava ormai mettendo su questa strada, almeno per quel che riguardava l'economia. Era tempo invero di dare inizio anche alla lotta contro "la crudeltà delle pene", l'irregolarità delle procedure criminali, ecc. La forza di queste pagine stava in una straordinaria capacità di trovare un punto d'incontro tra il calcolo razionale ed utilitaristico e la compassione profonda, umanitaria, sentimentale. Il B. fa appello "agli oscuri e pacifici seguaci della ragione", ma è per suscitare in loro "quel dolce fremito con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl'interessi della umanità". Egli sa cristallizzare in formule razionali l'orrore della violenza, del sangue, della morte, segnando così, anche personahnente, in queste sue straordinarie pagine, la vittoria della ragione e della philosophie sulle angosce e le paure che continuamente risalivano in lui e sempre rischiavano di sommergerlo e annientarlo. Il dramma personale aveva trovato in questo libretto, fin dall'inizio, la sua più perfetta espressione pubblica e sociale. Il B. passava in seguito ad esaminare il "Diritto di punire", in un paragrafo (II) fortemente rousseauiano nei suoi principi e che pur sboccava rapidamente in una concreta polemica contro magistrati e giudici, sostenendo la necessità dell'applicazione letterale della legge. Ecco dunque la necessità di lottare contro l'"Oscurità delle leggi" (V) e di adeguare finalmente la legislazione alla vita della "colta ed illuminata Europa". Le basi delle nuove leggi dovevano essere la "Proporzione fra i delitti e le pene" (VI), una nuova "Divisione dei delitti" (VIII), basata tutta e unicamente sull'"utilità comune", sul "danno della società". Esemplificava poi applicando questi criteri a problemi particolarmente importanti, come quelli "Dell'onore" (IX), "Dei duelli" (X), "Della tranquillità pubblica" (XI). Il fine dunque delle pene, concludeva (XII), "non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi concittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali". Alcuni aspetti della procedura attiravano poi l'attenzione del riformatore. "Dei testimoni" (XIII), "Indizi e forme di giudizi" (XIV), "Accuse segrete" (XV): in questi tre paragrafi il B. gettava le basi d'una procedura pubblica e attenta a fornire larghe garanzie all'accusato. Come uno choc giungeva il paragrafo seguente, il XVI, "Della tortura". Come era possibile questa "crudeltà consacrata" in mezzo ad un mondo in via di miglioramento? Lo scandalo era altrettanto profondamente sentito quanto chiaramente erano tracciati i ragionamenti e confutati i sofismi che avevano per secoli ricoperto e giustificato l'uso della tortura. Argomenti vecchi, derivanti in parte da Montesquieu, ed elementi nuovi, che sgorgavano dalla personalità stessa del B., confluivano in queste pagine, tra le più chiare e persuasive uscite dalla sua penna. La tortura vi era definitivamente e radicalmente condannata. Seguono altre pagine su diverse forme, antiquate e sorpassate, di giudizio e di pena: i compensi pecuniari (XVII) e i giuramenti (XVIII). Urgente, di contro a simili antiche storture, la moderna garanzia della "Prontezza della pena" (XIX). Proseguiva poi nell'esame dei diversi delitti e delinquenti: le "Violenze" (XX), i "Furti" ( XXII), gli "Oziosi" (XXIV), soffermandosi sulle "Pene dei nobili" (XXI), l'"Infamia" (XXIII), il "Bando e confische" (XXV), analizzando pure alcune condizioni tendenti ad inasprire o ad umanizzare l'esercizio stesso della giustizia: "Dello spirito di famiglia" (XXVI) e la "Dolcezza delle pene" (XXVII). Il motivo ricorrente di queste pagine era sempre il medesimo: "Chi nel leggere le storie non si raccapriccia d'orrore pe' barbari ed inutili tormenti che da uomini, che si, chiamano savi, furono con freddo animo inventati ed eseguiti?". Era tempo ormai d'abbordare il problema più grave di tutto il libro: "Della pena di morte" (XXVIII). Il paragrafo è giustamente celebre: per la prima volta ragione e sentimento convergevano in una inesorabile condanna della pena di morte. Nulla pesavano, per il B., gli esempi dei secoli e dei millenni. Ogni precedente veniva scartato; "in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione" il B. poteva ormai affrettarsi a concludere, non senza aver prima fissato i principî razionali della "Cattura" (XXIX), dei "Processi e prescrizione" (XXX), e non senza aver esaminato alcuni casi, insieme eccezionali e rivelatori, come i "Delitti di prova difficile" (XXXI), il "Suicidio" (XXXII), i "Contrabandi" (XXXIII), spezzando una lancia contro il carcere "Dei debitori" (XXXIV), combattendo gli "Asili" (XXXV), le taglie (XXXVI) e rifacendosi ad alcuni problemi di procedura come gli "Attentati, complici, impunità" (XXXVII), le "Interrogazioni suggestive, deposizioni" (XXXVIII). Terminava inserendo questa sua visione dei delitti e delle pene nel quadro d'una sua concezione dell'umana società e della sua evoluzione. I paragrafi: "Come si prevengano i delitti" (XLI) e "Delle scienze" (XLII) erano d'un sociologo e d'un filosofo della storia, che tornava tuttavia, nella sua "Conclusione" (XLVII) alla formulazione d'una serena e nitida regola d'azione: "perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino deve esser essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a' delitti, dettata dalle leggi".

Il ritmo interno dell'opuscolo, come si è potuto constatare, era tutt'altro che classico o monotono. Sembrava davvero che ragione e passione s'avvicendassero per ritrovarsi unite nei punti più alti dell'opera, quelli cioè dedicati alla tortura, alla pena di morte, all'umana dignità salvata e garantita attraverso le vicende dell'istruzione giudiziaria, del processo e della condanna. Come giustamente notò Diderot, il valore stesso di quest'opera era legato ad un ritmo in cui "le calme succède subitement à la fureur et la fureur au calme, sans qu'il y ait aucun mouvement qui prépare et qui sauve ces dissonances morales".

Il manoscritto di Dei delitti e delle pene fu inviato a G. Aubert, della stamperia Coltellini, a Livorno, il 12 apr. 1764. Nel luglio cominciarono a circolare i primi esemplari. Il successo fu immediato. Nello spazio di due anni si contarono sei edizioni, sempre in Toscana (con le false indicazioni di Monaco, Lausanna, Harlem). Il B. corresse ed ampliò il suo testo (e sulla sesta edizione, del 1766, è stata esemplata l'analisi ora compiuta dell'opera). Cominciarono ben presto anche le polemiche e le discussioni. All'inizio del 1765 uscirono anonime, a Venezia, le Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene, del monaco vallombrosano Ferdinando Facchinei. Questi intendeva colpire duramente le basi stesse dell'opera del B. (il quale era chiamato, per la sua visione della società, "socialista"). Uguaglianza, tolleranza, calcolo utilitario, sembravano al polemista promettere rovine e danni a breve scadenza. Il B. era per lui foriero di una gran "tempesta". Soltanto la censura e le proibizioni, i tribunali e le condanne avrebbero potuto frenare "i libertini e gli spiriti forti". Gli replicarono P. e A. Verri in una Risposta ad uno scritto che s'intitola Note ed osservazioni sul libro Dei delitti e delle pene, uscita ai primi di febbraio del 1765. L'ironia, il garbo, l'abilità degli autori tendevano a nascondere i problemi di fondo e a mettere gli uomini di buonsenso e la gente colta dalla parte del Beccaria. Una simile opera di penetrazione negli ambienti più moderati compì contemporaneamente G. G. de Soria, dell'università di Pisa, col suo Giudizio d'un celebre professore che accompagnò la terza edizione, anch'essa del 1765. All'inizio dell'anno seguente usciva a Milano l'opuscolo di P. Risi, Animadversiones ad criminalem jurisprudentiam pertinentes, che trasponevano anch'esse, in un linguaggio più tecnico e meno efficace, alcune delle idee del B., contribuendo non poco a farle più largamente conoscere (l'opera di Risi verrà tradotta in francese e in tedesco). Attraverso F. Rusca, L. Cremani e altri il B. venne ad influenzare l'università di Pavia. Anche fuori della Lombardia, a Torino, Dei delitti e delle pene non mancò di suscitare entusiasmi e polemiche. D. F. Vasco s'infiammò delle idee del Beccaria. Suo fratello Giambattista sarebbe ben presto venuto a far parte del gruppo lombardo dei riformatori. La meschinità e la grettezza mentale dell'avvocato F. A. Pescatore (1780) rappresentò invece, con particolare acutezza, l'altro aspetto dell'accoglienza fatta in Piemonte a quest'opera. Nel mondo genovese maturerà, per essere poi pubblicato a Monaco (Nizza), nel 1784, uno dei commenti più originali e curiosi al B., quello dell'avvocato R. C. Massa, che doveva un giorno sedere sui banchi della Convenzione Nazionale, tra i girondini. A Venezia il libro si diffuse subito nel vivace ambiente culturale ma, scambiato per una provocazione politica del partito antioligarchico di A. Querini, fu duramente proibito da un decreto degli Inquisitori di Stato (27 ag. 1764); dissipato l'equivoco, la sua diffusione andò aumentando fino all'edizione veneziana del 1781, seguita da altre due remondiniane di Bassano (1789 e 1797). A Lucca vedeva la luce nel 1766 l'opuscolo del consigliere S. Venturini De tormentis ispirato al Beccaria. "C'est l'humanité même qui a dicté cet excellent ouvrage", dirà il Journal encyclopédique del 1º nov. 1767. A Firenze l'eco fu profonda e culminò nella riforma penale, che prevedeva l'abolizione della pena di morte ed un'altra serie di misure beccariane, nel 1787. A Roma la Chiesa cattolica condannò e mise all'indice Dei delitti e delle pene con un decreto del 3 febbr. 1766. Ma anche là non mancò chi fu colpito ed influenzato dalle idee di quest'opera. F. M. Renazzi con i suoi fortunati Elementa juris criminalis (1773, la quinta edizione è del 1802), pur accettando le condanne civili ed ecclesiastiche che avevano colpito il libretto del B., finiva col confessare che questi era stato il primo "qui animose tentaverit novam criminalem scientiae faciem induere". A Napoli A. Genovesi diceva nel 1767, nella seconda edizione del suo De iure et officiis, che l'opera del B. era "opusculum pene aureum". Nel 1772 usciva a Napoli, anonima, una violenta confutazione: Il diritto di punire, di A. Silla. Aperta sarà anche in seguito l'opposizione di numerosi giuristi (ad es. G. D. Rogadeo). Anche G. Filangieri dedicherà una parte dell'opera sua a confutare, sia pure con ben diverso animo, le idee del B. sulla pena di morte. Profonda dunque ed insieme difficile fu la penetrazione nel Mezzogiorno. Nel fascicolo 1º del 1785 del Giornale enciclopedico d'Italia, pubblicato a Napoli, leggiamo tuttavia che "dopo il Segretario fiorentino non aveva prodotto l'Italia un altro filosofo pensatore da poter figurare in concorrenza con le altre nazioni. I Verri, i Galiani, i Filangieri coincidono con l'epoca di Beccaria". In Sicilia il marchese T. Natale di Monterosato, nelle sue Riflessioni politiche intorno all'efficacia e necessità delle pene (Palermo 1773), concordava con il B., non senza rivendicare anzi il primato cronologico nella lotta per l'abolizione della pena di morte. A. Pepi, d'altra parte, nell'opuscolo Dell'inegualità naturale, aveva già spezzato una lancia in favore dell'"ardire felice di questo filosofo". Ovunque l'eco del B. venne a toccare uno strato profondo della cultura settecentesca: la storia delle risposte al suo appello è un capitolo fondamentale del nostro illuminismo.

Rapida pure fu la risposta europea, generalmente mediata dal diffondersi della traduzione francese. Nell'estate del 1765 i philosophes parigini scopersero Beccaria. Il 9 luglio d'Alembert esprimeva a P. Frisi il suo entusiasmo. Il 24 agosto il B. rispondeva con un vero atto di devozione all'indirizzo dell'uomo che aveva scritto il "Discorso preliminare" dell'Encyclopédie. Una confessione addirittura fu quella che egli inviò, il 26 genn. 1766, ad A. Morellet, a colui cioè che, su indicazione e per incitamento di Malesherbes, si era fatto il suo traduttore. Oltre alla "stima", la "riconoscenza", la "amicizia", intendeva fargli avere il racconto delle vicende della sua vita e il programma della sua attività. Era "confuso per le gentilissime espressioni che voi mi fate in nome di quei sommi filosofi che onorano l'umanità, l'Europa e la propria nazione. Alembert, Diderot, Helvétius, Buffon, Hume, nomi illustri e consolanti!". "Divina addirittura" gli era parsa l'Encyclopédie. "Pensate, o signore, che i filosofi francesi hanno in questa America una colonia di veri discepoli, perché lo siamo della ragione". Per bocca del B. l'Accademia dei Pugni veniva a stringere un patto con la Parigi capitale dei lumi. Non ci stupiremo, dopo tutto questo, che il B. accettasse anche le modificazioni che A. Morellet aveva apportato al suo testo volgendolo in francese. Il titolo stesso era diverso: Traité des délits et des peines (Philadelphie, in realtà Parigi, 1766, ma uscì alla fine del 1765). Il traduttore aveva raggruppato a modo suo i paragrafi, tentando di dar loro un ordine più sistematico, più adatto appunto ad un Traité. Aveva finito col modificare qua e là il testo stesso, sospinto dalle necessità di questo riordinamento. L'accettazione del B. fu un puro atto di cortesia? Parrebbe di sì, poichè mai egli provvide, malgrado l'avesse promesso, a rivedere il testo italiano del suo opuscolo, il quale continuò perciò a circolare nella forma che gli editori meglio credettero, prole fortunatissima d'un padre attonito e distratto. Diderot disse che la trasformazione operata da Morellet era un vero assassinio. Altri, anche italiani (C. Amidei, L. Paroletti), rimasero fedeli al testo originale. La maggioranza si acconciò a rimodellare sul testo francese l'opera del B. (a partire dall'edizione che porta l'indicazione di Londra 1774, e che uscì a Livorno).

Anche in Francia l'eco delle parole del B. fu immediata e profonda. La manoscritta Correspondence littéraire, philosophique et critique di Grimm, Diderot, Raynal ecc. ne parlava già il 1º ag. 1765. Nel 1766 intervenne Voltaire con una Lettre de M. Cassen à M. Beccaria sur le procès du chevalier de la Barre, che era un appello al filosofo milanese perché si schierasse al suo fianco nella lotta contro i delitti giudiziari che andavano perpetrandosi in Francia. Nello agosto o al principio di settembre del 1766 usciva il Commentaire sur le Traité des délits et des peines dello stesso Voltaire (con l'aiuto di Christin de Saint-Claude, avvocato a Besançon). Al parlamento di Grenoble il Discours sur l'administration de la justice criminelle dell'avvocato J.-M.-A. Servan, attivo ed intelligente seguace dei philosophes, suscitò grande interesse e venne pubblicato nel 1767 a Ginevra. Sembrava che le idee del B. cominciassero a penetrare anche nel mondo dei magistrati. Ma contemporaneamente cominciarono ad apparire anche le confutazioni, che derivarono generalmente proprio da membri dei parlamenti. P.-F. Muyart de Vouglans (Lausanne [Parigi] 1767) nella sua Réfutation des principes hasardés dans le Traité des délits et des peines, cosìcome D. Jousse nel suo Traité de l'administration de la justice (Paris 1771) additarono i gravi pericoli che il B. pareva loro far correre al governo, ai costumi e alla religione. Né mancavano di fare esplicitamente appello alla censura. Venne ben presto sviluppandosi una vasta polemica che coinvolse Diderot e Condorcet, Linguet e Mably, Pastoret e Dupaty, che continuò durante e dopo la rivoluzione, quando i problemi posti dal B. s'imposero di nuovo in tutta la loro virulenza. Malesherbes e Roederer, Bernardi e Bexon furono tra i più notevoli rappresentanti di questa eco ritardata e persistente del suo pensiero in Francia. La Bibliothèque philosophique du législateur, du politique, du jurisconsulte, pubblicata in dieci volumi da J.-P. Brissot de Warville, a partire dal 1782, rappresentò una prima, fondamentale silloge di questo movimento. Un'altra, non meno ampia e non meno importante, si potrebbe costituire raccogliendo gli scritti apparsi, ad esempio, nell'Encyclopédie méthodique, nel Journal d'économie politique, nella Décade philosophique e nelle Archives littéraires de l'Europe. La Francia sembra essere stata, nell'assieme, il paese in cui più larga fu la discussione, dove più tenace e meschina fu la difesa delle tradizioni giuridiche del passato, più lenta e faticosa la riforma governativa, più acuto e grandioso il conflitto negli anni rivoluzionari.

Una situazione più varia troviamo in Svizzera. Qua e là il messaggio del B. fu accolto con particolare calore e rapidità. La Società Patriottica di Berna gli assegnava una medaglia, già nell'ottobre del 1765. L'anno dopo l'opera sua veniva ripubblicata a Yverdon, e a Neuchâtel nel 1773. A Ginevra l'accoglienza fu vivissima. Ma disuguale il ritmo e l'intensità delle riforme pratiche.

Nel mondo di lingua tedesca il B. lasciò una traccia importante. Una prima versione, dal francese, apparve ad Amburgo nel 1767, per opera di A. Wittenberg, un'altra usciva a Ulm nello stesso anno per mano di Jakob Schultes che intenzionalmente scelse il testo italiano lasciando da parte quello francese di Morellet e aggiungendo alla sua versione copiose note. Nel 1778, a Breslau, usciva la traduzione di P. J. Flade con una prefazione di K. F. Hommel, importante personaggio del movimento riformatore in Sassonia. La prefazione era particolarmente entusiasta, giungendo Hommel a chiamare il B. "Socrate dell'età nostra". Nel 1786 questa edizione venne ristampata a Vienna. Due anni dopo un'altra vedeva la luce a Breslau, e nel 1798 un'altra ancora a Lipsia. Contemporaneamente non erano mancati al B. gli omaggi e le discussioni. Il duca Luigi Eugenio di Württemberg si dichiarava suo devoto discepolo. J. G. Sulzer lo venne a vedere nel 1775. Ch.-J. Jagemann parlava a lungo di lui nelle Briefe über Italien. A lui si ispirava il sovrano fisiocrate Carlo Federico di Baden. Federico II di Prussia, dopo aver scritto che il B. "n'a guère laissé à glaner après lui; il n'y a qu'a s'en tenir à ce qu'il a si judicieusement proposé", cercava, sia pur lentamente, di far passare le sue idee nei fatti. Nel codice penale che si pubblicò subito dopo la sua morte lo spirito beccariano non è assente. Nell'Impero l'eco del B. è particolarmente sensibile e, attraverso Vienna, il suo pensiero ebbe notevoli riflessi in Belgio, mescolandosi alla discussione sull'abolizione della tortura, iniziata fin dal 1764 e alle riforme del visconte J.-J. P. Vilain XIII, che del B. poté essere considerato discepolo. Il 13 genn. 1787 Giuseppe II aboliva la pena di morte nei domini ereditari.

In Svezia fu un discendente di mercanti di Lubecca e di Viborg, J. H. Hochschild, membro dell'amministrazione comunale di Stoccolma, a far conoscere l'opera del B., nel 1770, in una traduzione svedese condotta su quella francese. Due anni più tardi, il 27 ag. 1772, Gustavo III aboliva la tortura. "Il dit que c'est le livre De' delitti e delle pene de l'illustre Beccaria qui lui a appris ce trait d'humanité", scriveva l'abate Michelessi a Bonomo Algarotti, il 2 settembre dello stesso anno.

In Polonia Dei delitti e delle pene appare tradotto da Teodor Waga, a Brzeg (nella Slesia) su incitamento del principe Stanislao Lubomirski, fin dal 1772. Ebbe una funzione di primo piano nella discussione sul jus agratiandi e sulla pena di morte che si svolse tra la nobiltà e il re negli anni immediatamente successivi al 1773. Nel 1776 la Dieta aboliva la tortura. In Russia l'influenza del B. scese dall'alto, da Caterina II e dalla sua corte. La progettata riforma giudiziaria del 1767 è tutta ispirata a lui per la parte riguardante il diritto penale, come dimostra l'Istruzione della stessa imperatrice. Lo storico M. M. Ščerbatov tradusse Dei delitti e delle pene dal francese e ritornò anche più tardi sul problema della pena di morte, combattendo l'idea di sostituirla con i lavori forzati. Al B. si ispirò ancora il gruppo che si riunì negli ultimi anni del secolo attorno al principe ereditario, il futuro Alessandro I. Con l'assenso di quest'ultimo venne pubblicata la prima versione russa, per mano di D. Jazykov, che apparve a Pietroburgo nel 1803. Un'altra traduzione, dedicata anch'essa all'imperatore, di I. Tatiščev era pronta in quello stesso anno, ma non vide la luce. Una terza, di A. Kruščov, venne pubblicata anch'essa nella capitale, nel 1806.

Dall'altra parte dell'Europa, in Spagna, l'opera del B. seppe pure trovare la propria strada. P. Giusti, il 12 genn. 1775, lo avvertiva da Madrid di quanti fossero gli ostacoli che il "dispotismo religioso e politico" e la "cattiva legislazione" frapponevano alla penetrazione delle sue idee. Una traduzione era tuttavia apparsa, l'anno prima, compiuta da J. A. de las Casas, sotto la protezione di uno dei maggiori esponenti dell'illuminismo spagnolo, P. Rodríguez de Campomanes. Non mancarono, naturalmente, le opposizioni dei religiosi, né quelle dei legisti (P. de Castro, nel 1768). M. de Lardizábal y Úribe lo difese invece, pur non accettando sempre le conclusioni del B., nel suo Discurso sobre las penas (Madrid 1783). Influenzati saranno da lui alcuni dei maggiori scrittori spagnoli del Settecento, Jovellanos, Cadalso, Meléndez Valdés. Ma ancora nel 1803 l'inquisizione s'occupava d'una copia manoscritta dell'opera del Beccaria. Soltanto nel 1820 potrà apparire a Madrid una seconda edizione.

Anche nella terra d'Europa dove la tradizione veniva difesa con più convinzione, l'isola britannica, il B. giunse al momento giusto, scuotendo le coscienze e obbligando a riprendere i problemi alla radice. Il noto pittore A. Ramsay polemizzò con lui e finì per ottenere l'assenso dello stesso Diderot sul problema della pena di morte. Tra coloro tuttavia che si preparavano a gettar le basi del "radicalismo filosofico" inglese egli trovò invece un'eco profonda. J. Benthani riconobbe apertamente il suo debito verso di lui. Nel 1767 appariva a Londra la prima edizione inglese. L'anonimo traduttore plaudiva al tentativo di ridurre le leggi "to the standard of reason", e constatava l'immenso successo già ottenuto. Anche in Inghilterra, diceva, le leggi erano ben lungi dall'essere perfette. Bastava pensare che "il numero dei criminali messi a morte è più grande che in qualsiasi altra parte d'Europa". Le recensioni non mancarono, ed una almeno merita ricordare: nell'Annual Register del 1767 fu E. Burke a parlare del Beccaria. Il maggior legista inglese di quell'età, W. Blackstone, ne fu profondamente influenzato. Tra il 1769e il 1807sette edizioni vennero pubblicate. Dal dibattito del 1770alla Camera dei Comuni a quello del primo decennio dell'Ottocento, provocato da S. Romilly, la voce del B. fu presente, al centro stesso della vita politica inglese. Nel mondo anglosassone d'oltre Oceano le idee del B. giunsero attraverso la pubblicazione dell'opera sua nel 1773e attraverso il Commentaire di Voltaire. Furono poi riprese da B. Franklin, T. Jefferson e da B. Rush e finirono per castituire un lievito importante in quel movimento per l'abolizione della pena di morte, tra il 1787e il 1816, che gli storici americani D. Brion Davis e P. M. Spurlin ci hanno recentemente descritto.

Mondiale davvero, come si è potuto vedere, fu dunque la risposta all'appello del Beccaria. Ovunque egli giunse a far dubitare gli uomini del diritto di punire, di torturare, di uccidere, ovunque egli propose la sostituzione del lavoro forzato alla morte - pena meno crudele e soprattutto più utile alla società -, ovunque venne a sostenere la prevenzione invece della repressione dei delitti. Dappertutto egli impose la sua distinzione tra peccato e delitto e la sua rinuncia integrale ad attribuire un qualsiasi senso religioso all'espiazione giuridica. Finì così coll'ispirare un dubbio profondo, attonito e sbigottito, di fronte alle fondamenta stesse dell'umana società, al diritto di punire, ad ogni forma di costrizione e di violenza. Questo "fremito" impresso alle "anime sensibili" il B. aveva saputo suscitare con un opuscolo abbandonato alla sua interna, straordinaria efficacia, ché poco o nulla egli personalmente seppe contribuire a questo universale successo. Sembrò di volta in volta impressionato dalle conseguenze del suo scritto e sdegnoso di profittare della fama ch'egli s'andava sempre più largamente procurando. "Nello scrivere l'opera mia, diceva a Morellet, ho avuto innanzi agli occhi Galileo, Machiavello e Giannone. Ho sentito scuotersi le catene della superstizione e gli urli del fanatismo soffocare i germi della verità... Ho voluto essere difensore degli uomini senza esserne il martire". Il suo epicureismo, come una maschera, riappariva. Dietro ad essa stava il timore, la paura di ricadere nella sua profonda apatia e insieme di doversi esporre, di dover mettere a repentaglio insieme il suo penoso equilibrio e la sua sicurezza personale.

Per qualche tempo l'amicizia del Verri, l'appoggio dell'Accademia dei Pugni, la collaborazione alla loro rivista, Il Caffè (1764-1766), venne a sorreggerlo. Non scrisse molto, ma furon pagine acute e delicate: un saggio di economia matematica (Tentativo analitico su i contrabbandi), un primo abbozzo d'una sua teoria estetica (Frammento sullo stile), qualche riecheggiamento di Addison o di Akenside (De' fogli periodici e I piaceri dell'immaginazione)e perché altre cose tra le quali, un Frammento sugli odori. Nel giugno del 1766 usciva l'ultimo numero del Caffè. Il 2 ottobre egli lasciava Milano, in compagnia di A. Verri. Erano diretti a Parigi, dove lo chiamavano le lodi dei philosophes. Il 18 dello stesso mese era arrivato e già il giorno seguente aveva fatto conoscenza di Morellet, Diderot, Thomas, d'Alembert, d'Holbach. Ovunque fu accolto con calda ammirazione. Per un mese non poté sottrarsi alle attenzioni degli scrittori parigini. "Le marquis Beccaria, diranno poi, porte sur son visage ce caractère de bonté et de simplicité lombardes qu'on retrouve avec tant de plaisir dans son livre". Ma il B. non resse al successo. Il pensiero della moglie lontana, la muta ribellione al gioco sociale al quale lo si invitava lo indussero, a lasciar Parigi prima della fine di novembre. Il 12 dicembre era di ritorno a Milano. "Caro amico, scriveva a P. Verri il 15 nov. 1766, lasciami qual sono, lasciami correre la mia carriera in pace, secondo le mie sensazioni, il mio carattere e i bisogni miei". Non gli furono risparmiate le cordiali ironie dei Francesi, i rimproveri e poi l'aspra condanna del Verri, lo stupore di molti conoscenti, l'indifferenza ormai della moglie stessa.

Una via gli restava aperta. Già a Parigi gli era giunta l'eco dell'invito di Caterina II a recarsi in Russia per collaborare alla riforma delle leggi. L'imperatrice poco sapeva di lui, all'inizio. Credeva abitasse a Firenze e dubitava fosse un abate. Ma nutriva un'enorme ammirazione per il suo libro ed era pronta a molto largheggiare pur di averlo con sé. Il B. esitò, Morellet e d'Alembert lo sconsigliarono. Nell'ottobre del 1767 la proposta era caduta. Si era intromesso lo stesso Kaunitz, il quale aveva scritto a Firmian, il 27 apr. 1767, che troppo grande era la sua stima per il B. per lasciarlo partire dalla Lombardia, "massimamente nella penuria in cui siamo in provincia di uomini pensatori e filosofi". Nel dicembre del 1768 il B. veniva nominato professore di scienze camerali alle Scuole palatine. Il 9 genn. 1769 teneva la sua prolusione, che venne stampata a Milano e ripetutamente tradotta in francese (ad es. nel numero sesto del 1769 delle Ephémérides du citoyen, con note di grande interesse). Essa vide pure la luce in inglese (London 1769). P. Verri, in una lettera al fratello Alessandro, del 21 gennaio di quell'anno, dichiarò che quest'opera del B. non conteneva "una sola idea luminosa e nuova sulla materia", ma "molti luoghi comuni". In realtà essa costituiva un tentativo, sia pur condotto senza vigore, di esporre l'elemento centrale del suo pensiero in quegli anni, la sua aspirazione cioè a legare l'economia politica ad una visione generale dello sviluppo dell'umanità, ad una sociologia o filosofia della storia. Vagheggiava un libro sul Ripulimento delle nazioni e qualche frammento ne scrisse, intitolandolo Pensieri sopra la barbarie e coltura delle nazioni e su lo stato selvaggio dell'uomo e Pensieri sopra le usanze ed i costumi. Suggerimenti e incitamenti in questo senso gli vennero dai philosophes parigini, dalla lettura delle opere di Boulanger, di Ferguson e forse di altri scrittori scozzesi e francesi impegnati anch'essi nella ricerca di quella che il B. chiamava "la scienza dell'uomo". Questa gli appariva come la base di tutte le scienze e al suo progresso vedeva legato lo sviluppo di tutte le altre. Il progetto sembrava a momenti prender ai suoi occhi l'ampiezza d'una "scienza del buono, dell'utile, del bello". Tutto quel che scrisse nel decennio che seguì la pubblicazione di Dei delitti e delle pene costituì in realtà una parte, un frammento di questo vasto disegno. Le Ricerche intorno alla natura dello stile, vagheggiate a Parigi, scritte fra il 1767 e il 1769, pubblicate a Milano nel 1770, tendevano anch'esse, partendo da un'analisi psicologica delle sensazioni e delle passioni, a giungere ad una storia dell'umano incivilimento, dalla "robusta fanciullezza" dei primitivi allo stato "poetico, immaginoso ed eloquente" e finalmente alle origini dei grandi concetti sociali, come quello della giustizia. Ma la seconda parte delle Ricerche restò inedita e non venne pubblicata che postuma, a Milano, nel 1805. Essa era tuttavia adombrata nella Prolusione del 1769, dove l'economia politica diventava esplicitamente il punto d'arrivo d'una lunga evoluzione. La volontà di tradurre in linguaggio matematico gli umani comportamenti, il tentativo di definire in termini quantitativi il progresso delle società, la volontà di ritrovare, al di là delle leggi, dei costumi, dei linguaggi, una più generale espressione della "indole universale dell'umana natura", aveva portato anche il B., come tanti altri pensatori del suo secolo, all'economia politica come allo sbocco di tutta la sua ricerca filosofica.

Insegnò per due anni, con notevole concorso di giovani delle famiglie migliori e più influenti della città. Gli iscritti raggiunsero il centinaio. Lo stipendio, per riguardo alla celebrità del docente, fu portato a tremila lire. Iniziando il suo corso, egli aveva reso omaggio al "fondatore di questa scienza in Italia", a Genovesi. Ma poi non ne seguì le tracce, persuaso come era che la realtà economica e politica lombarda differisse nettamente da quella napoletana. Partì dai neo-mercantilisti (oltre a Genovesi aveva citato nella Prolusione Melon, Ustáriz, Ulloa), sentì l'influenza di Cantillon e di Hume e si aprì, magari per discuterlo e contrastarlo, al pensiero fisiocratico (l'articolo Fermier dell'Enciclopedia, dovutoalla penna di Quesnay), né rimase sordo a quell'interesse insieme tecnico ed economico per le manifatture che Diderot e gli enciclopedisti poterono ispirargli. Fu invitato dalle autorità a pubblicare il suo corso. Promise, ma poi non ne fece nulla. Gli Elementi di economia pubblica che P. Custodi farà conoscere nel 1804, traendoli da uno dei manoscritti che di quest'opera circolarono, comprendevano quattro parti, i "Principi e viste generali", "Dell'agricoltura politica", "Delle arti e manifatture", e "Del commercio". Vi confluiva la sua giovanile volontà di radicale riforma e la sua più matura concezione dell'evoluzione sociale della umanità. Vi ritroviamo una mescolanza di spirito matematico e di impeto morale, che già si era potuto constatare nei suoi scritti anteriori, ma che qui dava qualcuno dei suoi frutti migliori, trasfondendosi in un'analisi dei fenomeni economici, in una volontà di vedere in forma statistica i problemi sociali da lui esaminati e insieme in una vivida e appassionata descrizione della situazione sociale delle classi più diseredate. Esempi notevoli di tutto questo erano il cap. III della prima parte, "Della popolazione", il cap. I della parte seconda, "Degli ostacoli che si oppongono alla perfezione dell'agricoltura e dei mezzi di levarli", o ancora il cap. II della parte terza, "Per quali cagioni le arti si indeboliscono e si perdono e per quali mezzi si rinvigoriscono". Anche se non molti sono i contributi originali del B. alla teoria e all'analisi economica (esame dello sviluppo dei diversi mercati, dal baratto allo scambio indiretto; analisi di alcuni problemi monetari), il corso del B., oltre a grandi pregi di stile, di ardimento e di chiarezza, rivelava in lui doti eccezionali per l'economia politica. J. A. Schumpeter non ha esitato a chiamarlo lo "Smith italiano".

Due anni d'insegnamento furono sufficienti per il Beccaria. Con una lettera particolarmente ossequiosa egli scrisse all'imperatrice chiedendo il posto al Supremo consiglio d'economia, vacante per la morte del consigliere, F. Damiani. Anche a Kaunitz espresse il suo "ardentissimo desiderio", che sempre aveva nutrito, "di consacrare in un servizio più diretto e con maggiore assiduità all'Augustissima Padrona tutto se stesso". L'"umilissimo suddito" venne accontentato. Il 29 apr. 1771 fu nominato consigliere con lo stipendio di seimila lire e con l'obbligo di tenere ancora per qualche tempo la cattedra, nella quale sarà presto sostituito da A. Longo. Il 24 maggio 1771 il B. prendeva posto per la prima volta nel consiglio (che nello stesso anno assumeva il nome di Nuovo magistrato camerale). Nell'estate si occupava d'una nuova legislazione sulle lettere di cambio e della riforma delle monete. A partire dal 1773 si dedicò soprattutto ai problemi annonari. Nel 1778 divenne magistrato provinciale per la zecca e membro della delegazione per la riforma delle monete. Il suo stipendio salì a diecimila lire.

Era ormai diventato un alto funzionario e la sua carriera si chiudeva ogni anno di più in una grigia e spenta normalità. Così pure la sua esistenza privata e personale. La sua vita famigliare era passata attraverso vicende più che penose. Una figlia era nata il 21 luglio 1762 e l'avevano chiamata Giulia pensando all'eroina della Nouvelle Héloïse. Nel 1765era nata una seconda bambina, Marietta, debole e mal conformata. Rapidamente la vita della moglie Teresa era diventata vana e dissipata. Il B. aveva accettato l'ambiente che questa gli veniva creando intorno. Aveva accolto la compagnia di B. Calderara, T. Odazzi, A. Menafoglio, gli amici di Teresa. Un figlio nacque nel 1767, ma morì pochi giorni dopo. Viaggi e distrazioni non nascondevano la vanità della vita famigliare, e sociale del Beccaria. Irreparabile era ormai la rottura con i Verri e con l'ambiente che era stato dell'Accademia dei Pugni. La moglie era gravemente malata da tempo e all'inizio del 1774apparve evidente che non c'era più alcuna speranza. Il 14marzo moriva. La disperazione iniziale del B. fu seguita dalla sua solita reazione abulica e artificiosamente epicurea. "Il dolore non è buono a nulla", pare dicesse ben presto. Quaranta giorni dopo firmava il contratto di matrimonio con Anna Barbò, la cui dote doveva servire a riparare le sue dissestate finanze. Il 4 giugno si sposava. L'11 marzo 1775nasceva il figlio Giulio. Anche nella vita famigliare il B. sboccava in una indifferente normalità. P. Verri continuava a guardarlo con occhi malevoli. Ma il ritratto che ci ha lasciato di lui in quegli anni ha il sapore della verità: "Egli è caduto talmente che nel suo discorso istesso è un uomo esattamente volgare e non si distingue se non per le stravaganze. Per sua fortuna ha sposato una buona giovane, affezionata, prudente, che mantiene la concordia in casa e si fa voler bene da ognuno: questa calma le Erinni della sua fantasia..." (26 ag. 1775).Alla radice del suo carattere gli pareva di vedere ormai soltanto la "paura". L'angoscia del B. si esprimeva ormai soltanto in stravaganze, in morbosi spaventi, in crisi nervose e, per contrasto, in una sempre più indifferente apatia.

Se spente pure sono le numerose memorie che il B. scrisse per dovere d'ufficio negli ultimi vent'anni della sua esistenza, esse hanno tuttavia il merito della fedeltà alle sue idee, della paziente volontà di realizzare in qualche modo un ideale d'illuminata amministrazione. Tra le più interessanti furono quelle degli ultimi tempi, a partire dal 1786, quando il B. fu messo a capo del Terzo Dipartimento del Consiglio di governo (che si occupava di agricoltura, industria, commercio), o dal 1789, quando passò al Secondo Dipartimento (che aveva competenza in materia di questioni giurisdizionali e di polizia). Con dispaccio del 17 febbr. 1791 fu nominato membro della Giunta per la correzione del sistema giudiziario civile e criminale per esser poi, il 16 giugno di quello stesso anno, dispensato dall'occuparsi delle materie civili e passato alla commissione per la riforma del diritto penale. Ebbe pure ad interessarsi dei rapporti dei territori asburgici al di qua e al di là delle Alpi e dei riflessi in Austria e in Lombardia della politica doganale di Giuseppe II, soprattutto per quanto riguardava la seta (1787-88). In quegli stessi anni affrontava il problema della disoccupazione dei tessitori di Como e formulava delle proposte per "alleviarla". Collaborava alla creazione d'una scuola di veterinaria e alla diffusione delle "regie scuole del popolo" (con la proibizione, nel 1788, "d'ogni scuola elementare privata"). Nel 1789 presentava all'imperatore la statistica della popolazione lombarda ("col consolante prospetto di un aumento di popolazione in confronto con l'anno precedente"). Nel 1790 era incaricato di recarsi a Como in occasione della "sollevazione dei tessitori". Assicurava l'ordine pubblico, organizzava ronde e pattuglie, si occupava degli arrestati. Ma non mancò di notare come la guardia civica, composta da "giovani cavalieri", si dava spesso a "trattenimenti, rinfreschi, cene e accademie", provocando "un odioso ed irritante confronto tra la miseria dei questuanti tessitori e il lusso dei cittadini armati in difesa contro di essi". La sua relazione si chiudeva con una serie di concrete proposte per alleviare la situazione dei lavoratori comaschi. Calmieri, polizia, codice penale lo occuparono poi, in quegli anni di crisi in cui cominciava a farsi sentire l'influenza della rivoluzione francese. Nel 1792 un Voto, firmato dal B., da Gallarati Scotti, da Risi riaffermava ancora una volta uno dei cardini essenziali del programma della generazione del Caffè, combatteva cioè la pena di morte (salvo nel caso estremo d'un uomo che fosse in grado di sovvertire lo Stato). Un calore ormai insolito scaldava la prosa del B. quando egli tornava così a toccare uno dei punti fondamentali della sua visione giovanile. Continuò ancora a lavorare negli ultimi suoi mesi, occupandosi di risaie, di annona, di problemi sanitari. Morì il 28 nov. 1794, "colpito d'accidente", come disse l'atto di morte, il quale ci assicura essere egli stato sepolto nel camposanto di Porta Comasina.

Due soli episodi della sua postuma fama ricorderemo, limitandoci al Settecento. Il numero del 23 frimaio anno V (13 dic. 1796) del Termometro politico della Lombardia riferiva come nella Municipalità di Milano P. Verri avesse chiesto: "Dov'e il sepolcro dell'immortal Beccaria? Qual monumento di riconoscenza avete eretto, o milanesi, a quel sublime genio che fra le tenebre comuni osò il primo slanciarsi e indicare il gran problema della scienza sociale, la massima felicità divisa sul maggior numero?...". Indicava come "nemmeno osarono i fogli pubblici inserire una riga d'encomio all'occasione della di lui morte". La Repubblica Cisalpina doveva prepararsi a ricordare e celebrare Beccaria. Il vecchio P. Verri, dimentico così delle tante e tanto pesanti scorie della vita dell'amico, tornava anch'egli ai momenti della loro comune gioventù. Il 2 pratile anno V (21 maggio 1797)nel Journal de Paris sileggeva come in una gran festa, tenuta all'Odéon, con gran concorso di deputati, ministri e generali, "une femme déjà remarquée par sa beauté a attiré sur elle tous les regards par sa vive émotion lorsqu'on a porté un toast au libérateur du Milanais, à l'invincible Bonaparte... On a bientôt su qu'elle était la fille d'un philosophe célèbre, d'un homme de génie et d'un ami de l'humanité, de Beccaria, et qu'elle était digne de l'être par son amour de la liberté. Alors tous les regards se sont portés sur elle; des touffes de fleur lui ont été offertes de toute part; elle a reçu ces justes hommages avec une modestie et des grâces qui l'ont embellie encore".

Fonti e Bibl.: Le carte Beccaria sono conservate a Milano, nella Bibl. Ambrosiana (soprattutto Becc. B. 173, 202, 227-234) e all'Archivio di Stato di Milano (Autografi 164, Consiglio d'Economia 470, Magistrato PoliticoCamerale 394, Consiglio di Governo 342, Studi Parte Antica 121, Censo Vecchio 428, Commercio Parte Antica 279 e 303, Giustizia Punitiva, Codici 1).

Edizioni: Opere, a cura di C. P. Villa, Milano 1821; Opere, a cura di P. Villari, Firenze 1854; Dei delitti e delle pene, a cura di P. Calamandrei, Firenze 1950; Illuministi italiani, III, Riformatori lombardi, piemontesi e toscani, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli 1958; Opere, a cura di S. Romagnoli, Firenze 1958; Dei delitti e delle pene, a cura di F. Venturi, Torino 1965.

Sulla vita e l'ambiente: C. Cantù, B. e il diritto penale, Firenze 1862; C. B., Scritti e lettere inediti, raccolti ed illustrati da E. Landry, Milano 1910; C. A. Vianello, La vita e l'opera di C. B. con scritti e documenti inediti, Milano 1938; P. Fiorelli, La tortura giudiziaria nel diritto comune, Milano 1953-54; R. Mondolfo, C. B., Milano 1960; Omaggio a B., in Riv. stor. ital., LXXVI (1964), n. 3.

Sull'eco dell'opera del B.: J. P. Brissot de Warville, Bibliothèque philosophique du législateur, du politique, du jurisconsulte, Berlin [Paris] 1782-1785; Dei delitti e delle pene. Edizione novissima in quattro tomi ridotta... coi commenti del Voltaire, cofutazioni ed altri opuscoli interessanti di vari autori sopra la medesima materia, Bassano 1789; Ph. Chasles, Voyages d'un critique à travers la vie et les livres, Paris 1865-68, II, pp. 115 s. Sulla Francia: M. T. Maestro, Voltaire and B. as reformers of criminal law, New York 1952; I. O. Wade, The search for a new Voltaire, in Trans. of the American Philos. Society, n. s., XLVIII, 4 (luglio 1958), p. 86; M. Mirri, Una lettera del B. nel suo testo originale, in Studi storici, I (1959-60), pp. 318-21. Sulla Svizzera: S. Jacomelli, C. B. e la Svizzera, in Cenobio, maggio-luglio 1954, p. 175. Sulla Germania: O. Fischl, Der Einfluss der Aufklärungsphilosophie auf die Entwicklung des Strafrechts, Breslau 1913. Sul Belgio: E. Hubert, La torture aux Pays-Bas autrichiens pendant le XVIIIe siècle, Bruxelles 1898, pp. 9, 75-79, 82, 84, 87, 93 s.; P. Bonenfant, Le problème du paupérisme en Belgique à la fin de l'Ancièn Régime, Bruxelles 1934, pp. 107-9; P. Lenders, De politieke crisis in Vlaanderen omstreeks het midden der achtiende eeuw, Bruxelles 1956. Sulla Svezia: K. Olivecrona, Om dödsstraffet, Uppsala 1891 (trad. francese: De la peine de mort, Paris 1868). Sulla Polonia: J. Michalski, Problem "ius agratiandi" i kary śmerci w Polsce w latach siedemdziesitych XVIII w., in Czasopismo prawno-historyczne, X(1958), pp. 175-196; C. B., O przestępstwach i karach, a cura di E. S. Rappaport, Warszawa 1959. Sulla Russia: F. Venturi, B. in Russia, in Il Ponte, IX (1953), pp. 163-74, e T. Cizova, B. in Russia, in The Slavonic andEast European Review, giugno 1962, pp. 384 ss. Sulla Spagna: Jean Sarrailh, L'Espagne éclairée de la seconde moitié du XVIIIe siècle, Paris 1954, pp. 537-39, 541; R. Herr, The Eighteenth-Century Revolution in Spain, Princeton 1958. Sull'Inghilterra: A. Smart, The Life and Art of Allan Ramsay, London 1952, pp. 132 s.; L. Radzinowicz, A History of English criminal Law and its Administration from 1750, London 1948-56. Sull'America: D. Brion Davis, The Movement to abolish capital Punishment in America, 1787-1861, in Amer. Hist. Review, LXIII(ottobre 1957), pp. 23-46, e Paul M. Spurlin, Beccaria's Essay on crimes and punishment in eighteenth-century America, in Studies on Voltaire and the eighteenth Century, vol. XXVII, pp. 1489-1504.

Sul B. economista: J. A. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Torino 1959, I, pp. 217-219; G.-H. Bouscluet, Esquisse d'une histoire de la science économique en Italie, Paris 1960, pp. 43-48. Per una visione d'assieme dell'influenza europea dell'opera Dei delitti e delle pene, cfr. gli Atti del Convegno beccariano organizzato dall'Accad delle scienze di Torino nel 1964.

Approfondimenti

Beccaria, Cesare > Dizionario di filosofia (2009)

Beccaria, Cesare Giurista ed economista (Milano 1738 - ivi 1794). Fu uno dei massimi rappresentanti dell’Illuminismo italiano. Educato a Parma dai gesuiti, si laureò in giurisprudenza nell’univ. di Pavia. A 22 anni, in seguito alla lettura delle Lett... Leggi

BECCARIA, Cesare > Enciclopedia Italiana (1930)

BECCARIA, Cesare. - Figlio del marchese Giovanni Saverio Beccaria Bonesana e di donna Maria Visconti da Rho, nacque a Milano il 15 marzo 1738. Fu educato nel collegio dei gesuiti di Parma, e nel 1758 si laureò in giurisprudenza nell'università di Pav... Leggi

Beccaria, Cesare > Dizionario di Economia e Finanza (2012)

Beccaria, Cesare  Giurista, filosofo, economista e letterato (Milano 1738 - ivi 1794), B. rappresenta la tipica espressione di una nobiltà milanese animata da grandi ideali, anche se afflitta da una modesta capacità realizzativa. La sua fu una famigl... Leggi

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