FERRO, civiltà del

    Enciclopedia Italiana (1932)

di Ugo ANTONIELLI

FERRO, civiltà del. - Generalità ed estensione. - Per civiltà del ferro (o età del ferro, come anche viene chiamata) si deve intendere quel periodo conclusivo della vita preistorica della maggior parte dell'Europa, in cui il detto metallo è largamente adoperato per foggiare armi offensive e strumenti da lavoro taglienti, in sostituzione più o meno completa, in ogni modo progressiva, delle vecchie armi di bronzo. La comparsa del nuovo metallo non è generalmente causa di un sensibile e sostanziale mutamento negli aspetti e nelle condizioni della civiltà, nella quale esso lentamente va penetrando. Bisogna, quindi, distinguere il periodo dell'apparizione del ferro sotto forma di oggetti minuti, per lo più d'ornamento, dal periodo in cui esso viene razionalmente estratto e adoperato, causando la vera e propria industria siderurgica, la quale sola è la causa efficiente della nuova civiltà che dal ferro si nomina. E dal primo apparire di modesti oggetti in ferro, nel seno della civiltà del bronzo, in Egitto e in Creta, al vero inizio della nuova civiltà dovrà passare del tempo: più o meno breve per i paesi mediterranei, ma lungo, fino a contare secoli, per l'Europa settentrionale che si attarda nell'industria del bronzo.

Intorno al principio del primo millennio a. C. si verifica il fenomeno dell'inizio; e si assiste alla rapida ascensione a civiltà ormai storica dei popoli mediterranei, dei paesi che poi produrranno la cosiddetta civiltà classica.

L'età del ferro segna quindi, al suo iniziarsi, l'alba della storia per la Grecia, così come un poco più tardi per l'Italia; durante la prima fase di questa nuova età, mentre più vive e più dirette si fanno le relazioni commerciali e culturali tra il mondo barbarico, avvengono grandi fenomeni studiati dalla storia: l'espansione della potenza assira, la diffisione del commercio fenicio e greco, l'inizio della civiltà ellenica, le colonizzazioni greche nel Mediterraneo e sulle coste dell'Asia Minore, l'affermazione e il progresso della civiltà etrusca, il primo sorgere di Roma. Al movimento colonizzatore ellenico corrispondono nell'Europa nordica e centrale le prime forti migrazioni delle genti celtiche e germaniche; l'età, in quanto è preistorica soltanto per il mondo barbarico, si chiude col predominio dei Celti d'Occidente, con la diffusione, cioè, della civiltà gallica, che Roma poi combatterà vittoriosamente e trasformerà.

Da questo semplice enunciato appare come sia relativo il concetto di preistoria, e come sia impossibile segnare una netta separazione fra preistoria e storia. Già l'età del bronzo, per il mondo orientale, greco. e per Creta, non è più una vera fase preistorica, date le superiori condizioni di vita, mentre strettamente preistorica essa è per la restante Europa; il contrasto fra il mondo classico e il barbarico, con l'età del ferro, si accentua sempre più, fino a diventare assoluto. Se si parla allora di preistoria, ciò vale soltanto per l'Europa nordica e parte dell'occidentale, dove le condizioni di vita sostanzialmente preistoriche perdurarono fino alla conquista romana; le dette condizioni, inoltre, di là dai confini stabiliti dall'Impero romano durarono fino a tutto il Medioevo.

L'uso del ferro succedaneo a quello del bronzo non è esclusivo del mondo europeo. Nell'Asia troviamo la successione dell'industria siderurgica a quella del bronzo nell'India, ricca di minerali ferriferi, senza però poterne precisare il momento d'apparizione; così in Cina, dopo una lunga durata del bronzo (dal II al I millennio a. C.), e dopo l'introduzione di strumenti di ferro importati dal Tibet, l'industria siderurgica prende vigore qua e là, dapprima lentamente, fino a diffondersi ampiamente, sostituendosi a quella del bronzo, intorno al principio dell'era nostra. Nell'Africa, ad eccezione dell'Egitto e delle regioni bagnate dal Mediterraneo, l'industria del ferro succede senza intermediarî alla civiltà della pietra: questa condizione forma anzi la speciale caratteristica della regione per eccellenza negra. I Negri, specialmente i Bantu, sono fabbri eccellenti, produttori abili e fecondi di una varietà straordinaria d'armi e di strumenti, tra cui non mancano tipi affini a quelli dell'antico Egitto, tanto da indurre qualche studioso a intravvedere una, del resto non chiara, derivazione. La civiltà indigena dei Negri si palesa come una vera e completa civiltà del ferro, al massimo grado di efficienza e di sviluppo, cosicché talora si potrebbe assumere come termine di ragguaglio nello studio della civiltà del ferro preistorica europea, a chiarimento delle inevitabili lacune ivi esistenti. Eguale intensità di sviluppo si ha nelle regioni orientali e in tutto il bacino del Nilo, tanto che si è supposto che agli antichi Egizi la conoscenza o meglio l'arte di estrarre il ferro e usarne fosse derivata dalle popolazioni della Nubia o del Sudan, che in tal modo apparirebbe quasi una culla originaria della civiltà stessa del ferro. Ma, contro tale idea sta l'altra ipotesi, che più sotto sarà prospettata, della derivazione asiatica.

All'Africa negra, sia per l'eccellenza nell'arte del fabbro, sia forse anche per la mancanza dell'intermediaria industria enea, si accosta in generale l'Arcipelago Malese. Nelle Americhe non si ebbe la conoscenza né l'uso del ferro prima della conquista europea, benché la lavorazione dei metalli (rame, bronzo, oro, argento) avesse raggiunto gradi elevati di sviluppo presso le grandi civiltà precolombiane del Messico, dell'America Centrale, del Perù. Solo nell'America Settentrionale e nel Messico, mentre fra le popolazioni costiere del Pacifico (alta California, terra di nord-ovest) s'introducevano oggetti di ferro provenienti dall'Asia, qualche tribù sapeva usare del ferro meteorico; ma quest'uso, come può riscontrarsi nella preistoria europea e asiatica, non è indice di nuovo stadio civile.

Prime invenzioni e origini della siderurgia. - Poche scoperte di minuti oggetti di ferro avvenute in Egitto, in strati appartenential tempo delle prime dinastie, indussero già qualche studioso a ritenere la remota antichità della civiltà del ferro nella valle del Nilo: un pezzo di ferro fu trovato nel 1837 nella muratura interna della grande piramide di el-Gīzah; sei scalpelli di ferro, che erano serviti per lavorare la pietra, trovò il Maspero nel 1881 nella piramide di Unas presso Saqqārah (V dinastia); un pezzo di ferro insieme con strumenti di bronzo raccolse il Flinders Petrie in un deposito di Abido appartenente alla VI dinastia. Più recentemente, in una tomba predinastica intatta di el Gerzeh, insieme con altri oggetti, fra cui un arpione di rame, furono i accolti grani di collana di ferro lavorato. Tale scoperta non diminuisce il valore dell'opposizione all'idea della remota antichità energicamente sostenuta dal Montelius, il quale, ritenendo come secondarî i primi due ritrovamenti e incerta la qualità del ferro di Abido, affermava che non si può parlare di età del ferro egiziana prima del 1200 a. C. Negli scavi del Flinders Petrie a Kahun e a Gurob (XII-XVIII dinastia), infatti, non fu raccolta la minima traccia di ferro, così come non si parla di tale metallo nelle liste dei tributi della XVIII dinastia; ma è solo con i tempi di Ramses II che si ha sicura menzione di armi di ferro rappresentate col colore azzurro di fronte al giallo delle bronzee. Ciò nonostante le anzidette scoperte non si possono tacere; ma il fenomeno delle prime e rare apparizioni non segna il vero inizio della nuova civiltà. Le testimonianze fornite a Creta, all'infuori dei forni incontrati ad Haghia Pelagia, non databili, ci portano a tempi meno antichi: una scoria di ferro, ottenuta da regolare fusione di minerale, trovata nella grande tholos di Haghia Triada da F. Halbherr (transizione dall'Antico al Medio Minoico); frammenti di spada in una tomba di Muliana; una lancia e una spada in una tomba di Cnosso; altre lame a Kavusi. Tutti ritrovamenti che non possono risalire più in là del sec. XII; press'a poco come gli anelli e le chiavi raccolte a Micene dallo Schliemann, e poi di Chr. Tsountas, fuori del recinto delle vetuste tombe dell'acropoli. A Troia soltanto nel quinto strato si trovò un pezzo di ferro. Anche in Italia questo metallo appare prematuramente; l'Orsi trovò, in Sicilia, un anello nel villaggio eneolitico di Castelluccio, in quello stesso strato donde provennero i famosi ossi lavorati; il Mosso raccolse abbondanti scorie negli scavi di Coppa Nevigata, presso Manfredonia, comprovanti una prima lavorazione, che, stando ai frammenti di vasi ritenuti micenei, raccolti nel medesimo strato, si dovrebbe attribuire ai tempi micenei.

In realtà, anche tenuto conto della scoperta fatta dal Place del grande magazzino presso Ninive, contenente un'ingente quantità di ferro (circa 160.000 kg., in gran parte sotto forma di lingotti, pronti per il commercio), e che ci indica l'epoca iniziale per la Mesopotamia, non si erra ritenendo che, sia l'Egitto, sia il mondo egeo-mediterraneo, abbiano cominciato l'utilizzazione del ferro tra il sec. XIII e il XII, e che alla fine del 2 millennio esso fosse d'uso generale nel bacino orientale del Mediterraneo.

Ma se il problema dell'inizio della nuova età non è semplice, non meno difficile è spiegare come mai gli Egizî e i Cretesi, e forse anche altre popolazioni asiatiche, dopo la remota conoscenza fattane, abbiano lasciato trascorrere molto tempo prima d'iniziare una vera industria. La stessa difficoltà si presenta a chi voglia spiegare perché sul principio il ferro compaia non solo modestamente o timidamente, ma per lo più con oggetti d'ornamento, secondo le molte e indubitabili prove fornite dallo scavo archeologico, a conferma del racconto omerico. Non il suo aspetto, inferiore per bellezza a quello del bronzo e del rame, e non la sua proprietà di ossidazione e quindi di deterioramento, possono spiegare la rarità e la preziosità degli albori, che taluno, attratto dalle prove di conservatorismo tradizionale di tempi storici, ha voluto far dipendere da cause religiose.

Ma il fatto della remota conoscenza e dei limitati tentativi di utilizzazione qua e là, in seno alla civiltà del bronzo, non deve recare meraviglia; la tecnica della fusione del rame era sufficiente a insegnare l'estrazione del ferro stesso. La rarità e la preziosità degli albori meglio va attribuita al fatto della maggiore difficoltà che la sua estrazione richiede. Finché la metallurgia primitiva non ebbe perfezionato la costruzione e l'attività dei forni, per ottenere senza sforzo l'alta temperatura (1600°) richiesta, superiore di 600° a quella del rame e di 700° a quella del bronzo; finché l'uomo non si rese esperto nell'ottenere questo e nel sottoporre il minerale ferrifero alla doppia fusione, riuscendo in una pratica laboriosa e difficile, che nei poemi omerici è espressa con l'epiteto di πολύκμητος dato al ferro, l'industria siderurgica naturalmente languì. Il metallo con tanta fatica ottenuto, doveva necessariamente essere costoso, raro, considerato come prezioso.

Benché i più abbiano rivolto lo sguardo all'Oriente, vi fu chi suppose nell'Africa centrale il luogo originario da cui la nuova tecnica industriale, attraverso l'Egitto, si sarebbe propagata verso l'Asia e verso l'Furopa (Luschan, Zeitschr. f. Ethnol., XLI, 1909. pp. 22-53); vi fu perfino chi, traendo motivo dalla straordinaria ricchezza mineraria dell'antico Norico e dal grande sviluppo che l'industria siderurgica ivi assunse, a cominciare dall'età del ferro e specialmente nei tempi romani, volle localizzare in questa regione dell'Europa centrale l'invenzione (Ridgeway, Early age of Greece, p. 610), che secondo altri sarebbe avvenuta indipendentemente in paesi assai distanziati fra loro (Sudan, India, Cina, Asia Minore). W. Belck, dopo avere fissato le date corrispondenti alla fine dell'età del bronzo e al principio del ferro per l'Asia Minore, basandosi sui testi biblici, volle scorgere nei Filistei gl'inventori della siderurgia, che dall'isola di Creta essi avrebbero portato sulla costa cananea (Zeitschr. f. Ethnol., XXXIX, 1907, pp. 334-362; XL., 1908, pp. 45-69). Il Montelius, dopo avere dapprima supposto nell'Oriente la prima scoperta del ferro non anteriormente al secondo millennio a. C., concluse, sulla base delle scoperte avvenute in Creta, che quivi fosse avvenuta l'invenzione durante il sec. XV a. C.; secondo lo stesso autore il principio dell'età del ferro, con un generale criterio d'innalzamento, si avrebbe nelle regioni del Mediterraneo orientale nel sec. XIII, nell'Italia meridionale e centrale verso il 1100, nell'Italia settentrionale verso il 1000, nell'Europa centrale nel sec. X-IX, nell'Europa settentrionale nel sec. VIII (data, questa, troppo alta). Il Déchelette, pur riconoscendo le gravi obiezioni sollevate dalla tesi del Belck, e riconosciuto che, ad onta delle prime apparizioni, non si potrebbe parlare di un'età del ferro egiziana prima del 2° millennio, richiamò l'attenzione sull'importanza che Creta ebbe come centro siderurgieo, ma non si ridusse alla tesi esclusiva del Montelius, notando che la tradizione mitologica dei Dattili Idei si localizza tanto sul monte Ida cretese quanto sull'omonimo della Frigia, e che una posizione preminente nell'approvvigionare la Grecia di oggetti di ferro e d'acciaio fu tenuta dai Calibi delle coste meridionali del Mar Nero.

Contro la tesi del Belck, fra l'altro, il Blanckenhorn (Zeitschr. f. Ethnol., XXXIX, 1907, pp. 363-368) aveva fatto osservare che nella Bibbia inventore del ferro è Tubalcain, il cui nome si avvicina a quello dei Tubal o Tabal, abitatori della costa meridionale del Mar Nero, non lungi dal paese dei Calibi, e che nel testo biblico è attestata la provenienza del ferro presso gli Ebrei dal nord; secondo lui l'invenzione del ferro va fatta risalire al principio del 3° millennio, ma avvenuta fra popoli diversi e molto lontani fra loro, quali i Tubal e i Calibi dell'Asia Minore, i Negri del Sudan (donde sarebbe provenuta agli Egizi), gl'Indiani e i Cinesi. Tale idea poligenista è condivisa da altri. Più recentemente il Blinkenberg, esaminate le scoperte cretesi, stante l'incertezza della precisa localizzazione dei mitici Dattili Idei, e considerato che per stabilire il principio dell'età del ferro in Grecia non si hanno che sole armi, le più antiche delle quali non possono rimontare al di là del sec. XI-XII, ha affermato recisamente che Creta non si può pretendere come patria originaria della siderurgia. Per lui, che si fonda sull'importanza delle tradizioni religiose relative al baal di Doliche, originario della Commagene, residente in vecchia terra ittita, e che trae argomento da una lettera scoperta negli archivî di Boğazköy, scritta dal re ittita Chattušil al faraone Ramses II, probabilmente tra il 1275 e il 1250, resta dimostrato che in quel tempo gli Ittiti si trovavano già nella civiltà del ferro, e che l'estrazione del medesimo deve essersi iniziata verso il 1300 a. C. nelle regioni rivierasche della parte sud-est del Mar Nero, dominata appunto dagli Ittiti. Benché il Blinkenberg non neghi la possibilità che il ferro nativo sia stato lavorato più anticamente nei paesi asiatici civilizzati, egli pensa che per l'appunto al paese dei Calibi e dei Tubareni, il Ponto, spetti il vanto di essere il promotore dell'arte di estrarre il ferro dai minerali ordinarî e il centro originario da cui se ne propagò l'uso corrente.

Più recentemente ancora, J. De Morgan, nel suo studio sulla preistoria dell'Asia Minore, si è occupato della questione, cercando anche in tutte le lingue asiatiche ed europee gli elementi che potessero indicare le correnti di propagazione della metallurgia; secondo lui il mondo antico si dividerebbe in quattro aree principali (1ª, regione occidentale o paesi di lingua indoeuropea; 2ª, regione indo-iranica, con lievi parentele con la prima; 3ª, regione dell'Estremo Oriente; 4ª, regione asiatica anteriore). Egli non ammette contemporaneità nella propagazione degli oggetti di ferro simili fra l'Oriente e l'Italia da una parte, e l'Europa occidentale e centrale dall'altra, contrariamente alla convinzione generale; e crede più probabile l'esistenza di molteplici focolai d'invenzione della siderurgia (idea già preferita dal Mosso), pur ammettendo che le tribù europee produttrici della civiltà cosiddetta halstattiana possano avere appreso l'arte siderurgica dal contatto col mondo asianico della Transcaucasia e del Ponto.

In conclusione, il problema della patria d'origine è ben lungi dall'essere risolto, né forse potrà esserlo assolutamente, poiché l'idea che l'invenzione sia avvenuta in diversi punti è tutt'altro che improbabile; per la propagazione nel mondo antico, e per la propagazione dell'arte siderurgica vera e propria, resta indiscutibile la posizione primaria tenuta dalle sunnominate regioni dell'Asia Minore. Una volta divenuto corrente nel mondo mediterraneo orientale, l'uso del ferro si propagò attraverso la Sicilia e l'Italia nell'Europa centrale. Per quale via?

Benché la nuova età, in Italia, poco dopo l'introduzione del nuovissimo metallo, segni l'avvento della civiltà etrusca, parallelamente al primeggiare dei colonizzatori greci di Cuma; benché gli Etruschi abbiano lasciato prove indubbie d'uno sfruttamento minerario e d'una industria siderurgica intensi (cfr. G. D'Achiardi, in Studi Etruschi, I, 1927, pp. 411-420; III, 1929, pp. 397-404); benché si sia pensato agli Etruschi stessi, considerati come immigrati dall'Asia Minore, quali introduttori in Italia dell'uso del ferro, molti studiosi, primi il Mosso e il Déchelette, hanno sostenuto che la via di propagazione sia stata quella dell'Adriatico, cioè la medesima grande strada del commercio preistorico dell'ambra del Baltico. La scoperta dei forni a Coppa Nevigata conforterebbe tale ipotesi, avvalorata poi dallo sviluppo assunto in seguito di tempo dalla civiltà del ferro nel paese dei Piceni e dalla preminenza che più tardi, a nord, ebbe Este, centro produttore ed esportatore di manufatti metallici oltralpe. L'idea, pure affacciata dal Peet (Les origines du premier âge du fer en Italie, in Revue Archéol., 1910, parte 2ª, pp. 92-95), che la propagazione in Italia sia discesa dall'alpestre regione austriaca ove fiorì la civiltà hallstattiana, e dove il ferro era salito dall'Egeo per una via più orientale, non trova appoggi che la rendano ammissibile.

L'età e sue suddivisioni. - L'intera età del ferro, comunemente, specie dai paleoetnologi stranieri, viene ripartita in due grandi periodi o epoche (I, di Hallstatt; II di La Tène), alla lor volta suddivise in più fasi. Ma l'applicazione di tali nomi distintivi conviene soltanto all'Europa centrale e occidentale; non si adatta alla settentrionale, dove la civiltà del ferro comincia assai tardi, e cioè mentre i paesi gallico-germanici iniziano la seconda epoca (La Tène); non conviene affatto alla Grecia e al mondo egeo e orientale; e neppure all'Italia, la quale non solo mostra una precedenza sull'Europa occidentale e centrale, ma anche una sostanziale indipendenza nello sviluppo della sua civiltà con una fase unica, preistorica, o meglio protostorica.

Grecia. - Alla rigogliosa civiltà micenea (v. cretese-micenea, civiltà), verso la fine del 2° millennio e sul principio del seguente, per cause complesse, finora generalmente attribuite all'invasione del suolo greco da parte di rozze tribù settentrionali, succede una fase di transizione al vero e proprio sorgere della civiltà e dell'arte classica: il periodo detto geometrico (1000-700) o del Dipylon, dalla necropoli ateniese, nelle cui tombe (con riti a incinerazione e a inumazione, promiscui) si rinvennero per la prima volta, nel 1871, i caratteristici vasi di argilla depurata giallo-rossiccia, lavorati al tornio e decorati in nero lucente con motivi geometrici a fasce e a riquadri. Quelle tombe, come pure altri strati archeologici (ad es., i più profondi di Olimpia), contenevano anche oggetti di ferro (chiodi, asce, coltelli, cuspidi di lancia, una spada imitata dalle fogge dell'età enea): ciò segna il pieno inizio dell'età del ferro in Grecia. Ma lo sviluppo della civiltà ellenica non appartiene alla preistoria. Si ricordi soltanto che, sia questo periodo, geometrico, sia il seguente arcaico, ionico (700-550), corrispondono cronologicamente alla prima fase dell'età del ferro europea.

Italia. - Divisioni cronologiche e varietà regionali. - Tranne il Montelius, che fissò dapprima al 1100 la data iniziale della civiltà del ferro nell'Italia centrale e meridionale, innalzando poi da ultimo il principio del primo periodo al 1135, ormai quasi tutti si accordano nel porre questo inizio intorno al 1000 a. C. Due punti fondamentali sono tenuti valevoli per i calcoli cronologici assoluti: da una parte lo sviluppo e la fine della civiltà micenea, con i riscontri che certi oggetti hanno nelle necropoli sicule; dall'altra la fondazione delle prime colonie greche, in primo luogo Cuma (assegnata dai più intorno al 750), con lo studio comparativo dei materiali archeologici tratti dalle più arcaiche necropoli ellenizzanti e dalle altre indigene. Si aggiungono altri dati di conferma, tratti dall'apparizione delle ceramiche importate, ad esempio la corinzia dapprima e poi quella attica a figure nere. Naturalmente, se vi è disaccordo fra le date, esso è più sensibile per i primi periodi, anteriori all'importazione dei materiali greci; fino a divenire nullo per le fasi finali, che non appartengono più per lo studio al dominio della preistoria, perché documenti storici e manifestazioni artistiche impongono altri criterî e altre trattazioni. E quest'ultimo periodo della preistoria d'Italia, già irraggiato dagli albori della storia nella sua parte finale, si chiama comunemente "1ª età del ferro" e viene fatto terminare verso il 500 a. C., quando la civiltà delle colonie greche del Mezzogiorno e quella etrusca sono nel massimo fiorire, mentre altre regioni della penisola svolgono una propria e preistorica civiltà diversamente permeata dagl'influssi delle due massime, la greco-italica e l'etrusca. Come il ferro s'insinua sporadicamente e lentamente nella cultura italiana del bronzo, così la civiltà del ferro preistorica sfuma nella storia e vi si compenetra variamente. Non separata nettamente dalla civiltà enea, essa ne è in sostanza l'ulteriore sviluppo, la vera continuazione; come è provato dagli oggetti di bronzo fuso, armi e strumenti e ornamenti, sempre adoperati e sempre costituenti la principale serie di manufatti.

L'ascia, che nell'ultima fase dell'età enea si era sviluppata nel tipo ad alette, con la nuova civiltà rimane, modificandosi, ingrossando le alette, trasportate alla base, o aggiungendovi appendici laterali, o sostituendo al vecchio tallone un tubo a cannone per meglio immanicarla, mentre il taglio si amplia fino ad assumere nel basso una forma semilunata. Accanto all'ascia, si usa la scure a occhio, destinata a persistere fino ai nostri tempi; e non rara è la bipenne; e come è provato indubbiamente da tombe picene e bolognesi, oltre che strumento da lavoro, l'ascia servì anche come arma. Alle spade con codolo, rivestito d'impugnature di osso o di legno, si sostituiscono quelle fuse in un solo pezzo con l'elsa, terminante a pomello, ovvero con ricci o corni (ad antenne, spiraliformi dapprima, poi semplici); ai coltelli bitaglienti, o pugnaletti, della precedente età, succedono quelli a un solo taglio con lama concavo-convessa. Il rasoio della forma rettangolare dell'ultima fase enea, che persiste insieme col tipo bitagliente nell'Italia centrale e meridionale e in Sicilia, gradatamente passa alla foggia semilunata, dapprima grossa e poi allungata o appuntita; dapprima con una protuberanza sul dorso e poi senza. La fibula, nata probabilmente in seno alla nostra civiltà terramaricola con la tipica foggia detta ad arco di violino, subisce un'infinità di variazioni e di elaborazioni; fin dal periodo di transizione l'arco si arrotonda e, al posto dell'avvolgimento per fermare lo spillo, si munisce di corta staffa. L'arco arrotondato (arco semplice) si decora in vario modo, con striature, con nodi o costole laterali, si attorciglia a fune, ovvero si appiattisce a forma di foglia; si munisce di un disco a spirale alla fine, talora assai grande come in tipiche fibule dell'Umbria; talvolta l'arco è sostituito da due e anche quattro spirali di filo. Né basta; l'arco s'ingrossa, finemente decorato d'incisioni, a guisa di sanguisuga, di navicella; ovvero, se filiforme, si riveste con dischi sezionati con graduazione diametrale, di ambra, di osso, ecc.; anche si decora con figurette rilevate di animali e di cavalieri; infine si tormenta piegandosi a gomito, a drago, nelle cosiddette fibule serpeggianti, salite nella penisola dalla Sicilia dove per la prima volta compaiono, e che evolvendosi in vario modo si arricchiscono di globetti o bottoncini o cornetti, di sbarre terminali, fino a raggiungere l'artistico pregio di alcuni esemplari aurei del periodo orientalizzante. La guardia dello spillo, a disco spiralico o a staffa, subisce anche variazioni; la staffa lunga, specie nelle fibule ad arco ingrossato, è sicuro indizio di appartenenza a tempo più recente. E come varia è la forma, così varie sono le dimensioni: da piccolissimi esemplari si passa a fogge grandiose, talora enormi come nella civiltà picena. Assai variata è la serie e la forma degli altri oggetti d'ornamento: aghi crinali e spilloni, orecchini, pendagli, armille, anelli, diademi, collane, ecc. L'uso dei grani o perle, di vetro e di smalto, quasi sconosciuto nell'età enea e iniziatosi nel periodo di transizione, diventa generale e favoritissimo. La cuspide di lancia è quella che meno muta.

Il ferro, come si è detto, nei primi periodi è rarissimo, fino a mancare del tutto; è soltanto verso il mezzo dell'età e alla fine che esso abbonda, sotto forma di coltelli, di spade, di lance, o daghe, di morsi equini, ecc. Ma la nuova civiltà è contrassegnata pure da una tecnica destinata a produrre eccellenti lavori: la laminazione del bronzo. In virtù di essa non solo si fabbricano armi difensive più perfezionate, elmi, corazze, scudi, cinturoni (tipici quelli a losanga lavorati a sbalzo e a graffito, che servivano da ornamento femminile), ma sorge la produzione di vasi di bronzo, che renderanno celebri alcune fabbriche italiane: non solo in Etruria, ma nell'Italia superiore, a Bologna e ad Este, dove sembra sorgere la situla caratteristica per poi diffondersi oltralpe, nella civiltà di Hallstatt.

Quando i commerci d'oltremare, dapprima il fenicio e poi il greco, a metà circa del sec. VIII e nel VII, riverseranno sulle nostre coste oggetti ceramici e metallici perfezionati e manufatti preziosi, il progresso delle nostre industrie locali si farà sempre maggiore, e ne risentirà anche la ceramica, che per tutta la fase più antica rimane rozza, d'impasto malcotto, povera di forme, prevalentemente ovoidali e tronco-coniche, e decorata con semplici motivi geometrici.

In quanto allo sviluppo della civiltà, giova anzitutto ricordare che la cultura terramaricola (v. bronzo: Civiltà del), verso la fine dell'età enea, si è diffusa nella penisola, scendendo verso il sud, sia con influssi puramente culturali, sia anche con lo spostamento di elementi etnici; e un gruppo di antichità, sepolcreti e depositi di oggetti (o "ripostigli") formano gli anelli della catena indissolubile che riunisce alla civiltà delle terramare quella più propriamente del ferro, detta anche villanoviana che, stando alla più accettabile cronologia, ha il suo massimo sviluppo durante il sec. VIII.

Queste antichità di transizione sono fornite nell'alta Italia dai sepolcreti di Fontanella di Casalromano (Mantova), di Bismantova (Reggio Emilia) e infine dalla prima fase di vita bolognese, rappresentata dalla necropoli di fuori Porta S. Vitale; nell'Italia media dalla necropoli di Pianello di Genga (Ancona), in pieno Appennino, da quella più tarda di Monteleone di Spoleto, dalle più arcaiche tombe a incinerazione del territorio tosco-laziale (Allumiere, Bisenzio, Boschetto di Grottaferrata, Palombara Sabina, Anzio), alle quali si aggiungono alcuni depositi più tipici per il complesso arcaico (Casalecchio di Rimini, Monte Primo di Pioraco, Botro del Pelagone a Manciano, Campiglia Marittima, Coste del Marano a Tolfa); nell'Italia meridionale dalla necropoli di Timmari. In questi sepolcreti, dal punto di vista della deposizione degli ossuarî, della forma di questi, dell'unione di oggetti di corredo, si nota un'indubbia evoluzione verso quella maggiore individualità e quel relativo arricchimento che assumeranno le tombe villanoviane. Dapprima vi perdura il caratteristico affollamento degli ossuarî, deposti nella nuda terra, quasi sprovvisti di corredo (Fontanella, Pianello); poi appare una certa distinzione fra tomba e tomba, taluna anche munita di pietra a segnale (Timmari); infine, non mancandovi più i pochi oggetti di corredo, le tombe sono realmente distinte nei loro pozzetti o buche, spesso anche racchiuse entro lastre di pietra come in una cassetta (Bismantova, S. Vitale, ecc.). Col progredire del tempo, inoltrandoci nella vera prima età del ferro, l'evoluzione di queste tombe a incinerazione continua sempre più, nella cura con cui si scava il pozzetto e lo si riveste, nel modo di custodire talvolta l'ossuario, che maggiormente si ingentilisce nella forma e si abbellisce con incisioni, nell'aumentare degli accessorî, sia oggetti ornamentali, sia armi, sia vasi.

La conoscenza dell'età per noi si fonda quasi esclusivamente sulle necropoli, rintracciate in grandissimo numero ed esplorate intensamente; ma, al contrario di quanto si verifica per l'età deI bronzo, poco o nulla si sa degli abitati. Si può semplicemente supporre che, dimessosi l'uso delle abitazioni su palafitte, perdurasse l'uso delle caverne e sopra tutto delle capanne straminee raggruppate in villaggi e la cui forma, circolare o rettangolare, ci è attestata da speciali ossuarî di terracotta del territorio tosco-laziale (urne-capanne). Lo studio analitico e comparativo degli oggetti raccolti nelle varie necropoli, armi, strumenti, oggetti di abbigliamento e d'ornamento, insieme con la qualità e l'aspetto esteriore della ceramica, e con la forma delle tombe, ha permesso di tracciare il quadro dello sviluppo civile in fasi o in periodi, diversamente datati dai varî archeologi, e talora anche variamente definiti.

Numerosi sono stati gli schemi cronologici proposti, fondati precipuamente sulla tipologia di speciali oggetti di primaria importanza (fibule, asce, rasoi, spade, ecc.). Da quelli più vecchi del Montelius, subito discussi e combattuti per le alte cifre, a quello più recente dell'Åberg, attraverso altre datazioni, più o meno accordantisi, del Karo, del Déchelette, del Ducati, del Randall-MacIver, del Sundwall e di altri, i punti fondamentali di riferimento e di studio sono sempre l'Italia centrale (Etruria) e Bologna (civiltà villanoviana, nel senso più ristretto).

Il Montelius concludeva le sue lunghe ricerche con lo schema proposto per l'Italia centrale nell'opera Die vorklassische Chronologie Italiens, che comprende sei periodi, così disposti, dopo i due ultimi dell'età del bronzo (4°, dal 1325 al 1225; 5°, dal 1225 al 1125) relativi alle antichità di transizione, in cui egli racchiudeva tombe da altri concordemente riferite alla vera civiltà del ferro.

I Periodo (detto anche protoetrusco I), dal 1125 al 1000, con tombe tipiche quali il Circolo del Tridente a Vetulonia, le fosse del Cardeto ad Ancona, quelle più antiche di Terni, e i pozzi a cremazione di Vetulonia, Bisenzio, Tarquinia (Selciatello Sopra), Palombara Sabina, ecc., in cui, ad es., le fibule più comunemente usate sono: ad arco semplice con grande disco a spirale, ad arco ingrossato, a sanguisuga, ma con staffa corta; serpeggianti e con staffa lunga. - II Periodo (detto anche protoetrusco I1), dal 1000 al 900, con tombe tipiche quali la Tomba del Guerriero di Tarquinia, e altre di Tarquinia stessa (Monterozzi), Bisenzio, Vetulonia, Volterra, Pitigliano, Narce, ecc.; con l'uso più comune delle fibule con lunga staffa, ad arco semplice ma senza bottoni, e serpeggianti con bottoni e spirale. - III Periodo (detto anche Etrusco I), dal 900 all'800, con le tipiche tombe dello stile orientalizzante: Tomba Regolini-Galassi di Cerveteri, Tombe Bernardini e Barberini di Palestrina, Tomba del Duce, Tomba del Littore e Circolo di Bes, delle Sfingi, ecc., di Vetulonia. - ÍV Periodo (detto anche Etrusco II), dall' '800 al 700, con la tipica Tomba di Bocchoris di Tarquinia, più la Tomba della Pania di Chiusi, e lo sviluppo delle necropoli dell'Agro Falisco; segnato anche dall'introduzione delle ceramiche protocorinzia e corinzia. - V Periodo (detto anche Etrusco III), dal 700 al 600, caratterizzato dall'importazione della ceramica corinzia e dei primi vasi attici. - VI Periodo (detto anche Etrusco IV), dal 600 al 480, caratterizzato dall'importazione dei vasi attici a figure nere, insieme con la prima apparizione di quelli a figure rosse.

A questo schema per l'Italia centrale, che presuppone la venuta degli Etruschi verso il 900 a. C., si accompagna quello per il Villanoviano oi Bologna (a prescindere dal periodo di S. Vitale, non ancora noto) con sviluppo dal 1100 al 400 nei periodi Benacci I, 1100-950; Benacci III 950-750; Arnoaldi, 750-550; Etrusco o della Certosa, 550-400.

Primo il Karo (Bullet. di Paletnol. ital., 1898, pp. 144-161) si oppose al Montelius, soprattutto colpito per l'alta datazione fatta delle tombe con materiali di stile orientalizzante, e abbassò le cifre proponendo la distinzione di quattro periodi per l'Italia centrale, o tosco-laziale: 1. villanoviano, anteriore a ogni importazione greca, caratterizzato dall'uso della cremazione in pozzi (sec. IX-VIII); 2. caratterizzato dalla prevalenza delle fosse per inumazione, con importazione di vasi e bronzi di stile geometrico (sec. VIII-VII); 3. caratterizzato dalle tombe ricchissime (tombe a fossa, a cerchio, a corridoio), con la prima grande importazione greca di stile orientale e con vasi protocorinzî e corinzî (da metà VII a principio sec. VI); 4. caratterizzato dalla seconda grande importazione greca (vasi attici a figure nere), e dalle tombe a camera fra cui le prime dipinte (secoli VI-V). Più accettabile, il quadro cronologico del Karo, salvo lievi modifiche, è stato ben tenuto presente dagli altri studiosi, i quali pienamente si accordano nell'abbassare, chi più e chi meno, le date del Montelius. Da ultimo l'Åberg, posto nel sec. XIII il massimo fiorire della civiltà enea da lui detta "di Peschiera", stabilito fra il 1200 e il 1000 il periodo di transizione, suddivide l'età per l'Italia centrale in quattro periodi.

I Periodo (1000-850): fondato su tombe di Vetulonia (pozzi di Poggio alla Guardia, ecc.), di Tarquinia (pozzi di Selciatello Sopra, ecc.), di Bisenzio, di Terni (fosse), ecc., è caratterizzato fra l'altro dall'uso più comune delle fibule ad arco semplice e ad arco ingrossato con staffa corta, dall'uso del rasoio semilunato con protuberanza dorsale (che scomparirà nel periodo seguente), dalla ceramica più rozza, ecc.

II Periodo (850-700): segna l'arrivo degli Etruschi verso il 750, e si suddivide in due fasi. Nella 1ª fase (850-750) si sviluppano le necropoli di Vetulonia, Tarquinia, Veio, Bisenzio, dell'Agro Falisco e Capenate; penetrano sempre più le fibule serpeggianti, salite dalla Sicilia, e si usano le spade ad antenne; l'Italia meridionale, dove campeggiano le necropoli preelleniche calabresi (Torre Galli, Canale), fa sentire forti influssi. L'industria già così fiorente nell'Umbria, a Terni, quivi decade, per affermarsi più fiorente nella Bassa Etruria; comincia l'importazione di ceramiche greche (protocorinzie), cominciano ad abbondare i vasi bronzei, i lavori di lamina, gli elmi. Nella 2ª fase (750-700), senza una trasformazione radicale nel materiale archeologico, le forme indigene si evolvono; abbondano i prodotti esotici, come gli ori filigranati e a granulazione, e spiccano alcune tombe ben caratterizzate dai commerci d'oltremare (Tomba del Guerriero di Tarquinia; i Circoli di Bes, del Tridente, dei Gemelli, dei Monili, la Tomba della Straniera, di Vetulonia).

III Periodo (700-650): è dominato dal commercio fenicio; segna il massimo sviluppo della civiltà etrusca di tipo orientalizzante, e anche della laziale; tipiche le tombe di Cerveteri (Regolini-Galassi) e di Palestrina (la sola Bernardini), la Tomba del Duce e il Circolo delle Sfingi di Vetulonia, la Tomba di Bocchoris di Tarquinia, della Marsiliana, ecc.

IV Periodo (650-600): è il periodo dell'importazione greca dei vasi italo-geometrici e protocorinzî; tipiche le tombe con ricchissima ceramica dell'Agro Falisco, di Vetulonia (del Littore, delle Tre Navicelle), della Marsiliana (Circolo degli Avorî), la Tomba della Pania di Chiusi, e anche la Tomba Barberini di Palestrina.

Restano esclusi dal quadro dell'Åberg i periodi contrassegnati dalle importazioni attiche.

Quanto a Bologna il disaccordo è maggiore e perdura, ma se ne tratta in modo completo nella voce particolare (Villanoviana, civiltà): la data d'inizio del periodo più arcaico di S. Vitale è fissata dal Ducati al 900, dal Sundwall all'850, mentre il Randall-MacIver la pone al 1050 e l'Aberg al 1000 (ma chiamandola Benacci I). Altro argomento di disaccordo è la cronologia della civiltà veneta fiorita massimamente a Este, che secondo alcuni si inizierebbe alla fine dell'età enea addirittura (Déchelette, Randall-MacIver) o al principio del millennio (Von Duhn), ma secondo altri nel secolo X-IX (Sundwall), o nell'VIII (Ducati), o perfino nel VII (Aberg).

Ma le discordanti cronologie assolute non impediscono la visione complessiva del quadro di civiltà che innegabilmente ha un ampio fondo comune; i varî periodi hanno più valore particolare, ponendo in evidenza gli sviluppi diversi delle singole regioni, che a un certo momento aumentano i loro caratteri differenziali. Tutta la prima età del ferro appare più genericamente divisa in due grandi fasi, che hanno come termine di separazione il sec. VIII. La prima, dal 1000 al 700 circa, è la fase più arcaica, nella quale il rito dell'incinerazione prevale, fino al punto di essere esclusivo in alcuni punti, nell'Italia settentrionale e centrale (non adriatica); le forme delle armi e degli strumenti, pure evolvendosi, mostrano più chiara la loro derivazione da quelle dell'età enea; la ceramica di rozzo impasto e di forme poco evolute, se è ornata, presenta semplici schemi geometrizzanti. Nel sec. VIII, e vieppiù dopo il 700, soprattutto nell'Italia centrale, si nota un perfezionamento nella tecnica e nell'ornamentazione delle ceramiche, che vengono lavorate al tornio e ornate con più gusto, con l'aggiunta di motivi figurati animaleschi, mentre i corredi funebri si arricchiscono non solo nella forma e nella qualità degli oggetti, ma anche con prodotti ceramici e metallici stranieri; buccheri e vasi di argilla figulina (italo-geometrici e protocorinzî) spiccano sempre più numerosi fra le locali ceramiche d'impasto che si abbelliscono. La prima grande importazione dal Mediterraneo orientale e dall'Egeo, quella che darà lo spiccato carattere alle ricche tombe con materiali orientalizzanti, è la causa sostanziale del mutamento. Alla trasformazione della suppellettile, nell'Italia centrale tirrenica, si accompagna il fenomeno del mutamento del rito funebre; l'inumazione, che peraltro fin dagli inizî dell'età in certi luoghi (per es., a Terni) coesisteva con l'incinerazione, va prevalendo fino a diventare, assolutamente o quasi, esclusiva. Le tombe a fossa, a circolo, a corridoio, si sviluppano e si diffondono nei vetusti cimiteri di cremati, preludendo al tipo più evoluto della tomba a camera, che sarà in massima voga negli ultimi periodi.

Ma se questa è la vicenda più importante del territorio tosco-laziale, non tutte le regioni, o meglio non tutti i gruppi archeologici in cui si differenzia la civiltà italiana del ferro, presentano quel carattere evolutivo, all'infuori del trasformarsi della suppellettile.

Anzitutto va tenuto presente, secondo le recenti insistenze dell'Antonielli (in Studi Etruschi, I, 1927, pp. 19-24 e 35) e del Randall-MacIver (v. Bibl.), l'assoluto contrasto che, agl'inizî e durante la prima fase, vige fra il nord, con la parte occidentale dell'Italia media, da una parte, e la zona orientale della stessa, cioè l'adriatica e tutto il mezzogiorno, dall'altra.

L'incinerazione che si presenta a Pianello, nel centro appenninico, e giù in Basilicata, a Timmari, unico e isolato esempio, nel periodo di transizione, non turba il quadro del contrasto. Infatti, una linea idealmente tracciata all'incirca dal Metauro, lungo la valle tiberina, fino quasi al Circello, separa nettamente il dominio del rito incineratore, esclusivo o prevalente nella zona tirrenica, da quello del rito inumatorio, esclusivo e tradizionalmente costante nella zona adriatica (Piceno) e in tutta l'Italia meridionale, Sicilia compresa. Il mutamento che si è notato dopo il sec. VIII nell'Italia media tirrenica è una vera infiltrazione del rito inumatorio, che vi diverrà travolgente, mentre nel territorio bolognese si effettua più lentamente e meno intensamente.

Quali siano le cause supponibili di tale fenomeno, non è qui il caso di discutere: il fatto resta e s'impone (v. incinerazione; inumazione; italia: Preistoria). Quanto alle differenziazioni regionali che durante lo sviluppo della civiltà del ferro, massime dopo il 700, assumono grande importanza, esse riposano sulle varietà stesse offerte dalla precedente civiltà del bronzo, e accentuatesi nel periodo di transizione. Ormai si tratta di varietà ben definite da caratteri proprî, di gruppi archeologici che confermano quella varietà etnica tramandataci dalle fonti storiche e che Roma, dopo varie e fortunose vicende, renderà un tutto armonico.

In passato tutte le antichità di questa prima età del ferro si comprendevano sotto l'unica denominazione di Villanoviano, dalla prima e celebrata scoperta della necropoli di Villanova presso Bologna fatta dal Gozzadini nel 1855 (v. villanoviana, civiltà); ma, col progresso degli scavi e con l'intensificarsi degli studî, quella denominazione si restrinse ai territorî bolognese e tosco-laziale che presentano caratteri di una maggiore omogeneità. Cominciando dal nord, i varî gruppi oggi ammessi e distinti sono i seguenti:

1. Gruppo di Golasecca (o del Ticino). È così chiamato dalle necropoli scoperte sulle rive del Ticino, a sud del Lago Maggiore (Golasecca, Castelletto Ticino, ecc.), e nelle quali P. Castelfranco riconobbe per primo due periodi, con tombe esclusivamente a cremazione in semplici buche, o in pozzetti rinforzati da ciottoli, o con custodia di lastre di pietra formanti una specie di cassetta. Nel 1° periodo, databile fra il 900 e il 600, i corredi sono piuttosto poveri e uniformi, gli ossuarî d'impasto nerastro hanno forme ovoidali-biconiche munite di piede ad anello e con semplici e sobrie decorazioni (fasce di incisioni lineari, a denti di lupo, ecc.), mancandovi assolutamente qualsiasi motivo orientalizzante.

Nel 2° periodo, che va dal 600 al 400 (all'invasione gallica), i corredi si arricchiscono di ornamenti e di accessorî (vasi d'argilla e di bronzo), gli ossuarî si rivestono di uno strato lucidato di argilla rossa o nera, con forma tipicamente rigonfia verso il collo, talvolta anche ornati con cordoni sporgenti. Caratteristici: il persistere della fibula a sanguisuga con lunga staffa, fino ai tempi gallici, e la rara presenza di armi.

Il gruppo, che in complesso mostra un lento progredire, e che secondo i più si riferirebbe alle stirpi liguri, si estende dal Piemonte al Lodigiano e al Reggiano, e più giù fino alla Garfagnana (necropoli di Cenisola); e come suoi precedenti vanno considerate le tombe di Coarezza e di Monza (Milano), di Bissone (Pavia), di Bismantova, ecc. Una importanza particolare hanno le necropoli del Novarese (Lortallo, Ameno, S. Bernardino di Briona), perché vi è apparso anche il rito dell'inumazione in fosse con tumuli. Dapprima vi si comprendevano senz'altro anche le antichità del Comasco; ma recentemente il Randall-MacIver le ha volute individuare con proprio nome attribuendole a genti (Comacini) derivate dallo stesso ceppo degl'incineratori villanoviani e veneti. Lo si considera qui a parte con la qualifica di:

Sottogruppo del Comasco. - Presenta lo stesso rito e le stesse forme di sepolcro del tipo di Golasecca, salvo il caso eccezionale dell'inumazione praticata nella parte settentrionale, nel Bellinzonese (Gudo, Giubiasco, Pianezzo). Gli ossuarî e i corredi non differiscono dai ticinesi. Vi si riconoscono tre periodi: il 1° (1000-750) ha tipiche tombe a Moncucco, a Villa Nessi e altrove; il 2° (750-500) con ceramica più progredita, con abbondanza di oggetti di corredo, fra cui apparecchi di toletta d'oro e d'argento, è contrassegnato dallo sviluppo delle necropoli di Valtravaglia e dei dintorni di Como (Ca' Morta, Brunate, Albate, Rebbio, ecc.); il 3° periodo (500-400) è caratterizzato dagl'influssi provenienti da Bologna (fibula tipo Certosa) e dall'Etruria, già iniziatisi nel sec. VII.

2. Gruppo Veneto-Euganeo (o Veneto-Istriano, o tipo Este). - Ha il suo centro principale in Este, e si estende fino all'Istria. Il rito è quello dell'incinerazione, esclusivo, con tombe a pozzetto, in semplice buca o a cassetta di sfaldoni di pietra.

Ha un lungo e intenso sviluppo, che dal Prosdocimi in poi si suole suddividere in tre periodi principali, non contando l'ultimo, gallico. L'inizio, con l'esistenza della prima fase basata su due tombe soltanto (n. 2 Lachini-Pelà, Lozzo Atestino), è argomento di controversia.

Il 1° periodo (intorno al 1000 secondo Déchelette, Randall-MacIver, Von Duhn; nel sec. VIII secondo Ducati) presenta caratteristico un grande ossuario tronco-conico.

Il 2° periodo (900-600 secondo Déchelette, 950-500 seeondo Randall-MacIver, 800-500 secondo Von Duhn, 700-500 secondo Ducati) segna veramente il pieno sviluppo della civiltà paleoveneta; vi prevale l'ossuario a cono tronco rovescio, di impasto nerastro lucidato, con ornati geometrici o borchiette bronzee; i corredi si fanno sempre più ricchi; si introduce l'uso della situla bronzea come ossuario, e verso la fine appaiono le prime manifestazioni d'arte figurata.

Il 3° periodo (600-400 secondo Déchelette; sec. V-IV per gli altri) segna l'apogeo dell'industria atestina, che soprattutto primeggia nella fabbricazione delle situle in bronzo laminato e saldato per mezzo di borchiette, ornate a sbalzo con motivi geometrici, o decorate a cesello e a sbalzo con caratteristiche scene figurate; accanto ad esse si notano i cinturoni; d'ambedue i generi si fa larga esportazione. L'ossuario d'argilla si stabilizza nella forma a tronco di cono rovescio su piede rilevato, e come ornamento porta una serie orizzontale di fasce alternate in rosso e nero. Mentre, dalla fine del sec. VI, si stabiliscono rapporti diretti con la Grecia per la grande via adriatica, intensi sono gli scambî e i rapporti con la villanoviana Bologna che si va etruschizzando; e di qui salgono nel Veneto gl'influssi etruschi. La medesima civiltà, dovuta secondo i più a stirpi veneto-illiriche, e che pur se indipendente appare gemella della bolognese, chiaramente si manifesta nell'Istria (necropoli di S. Lucia presso Tolmino, anteriore al 500 a. C.; di Ronchi, Nesazio).

Sfugge a una precisa collocazione, soprattutto per la dispersione cui andarono soggetti i materiali scavati nel 1852, il sepolcreto a cremazione di Vadena (Bolzano), con ossuarî deposti in buche protette da lastre di porfido e che ebbe lunga durata (per lo meno dal sec. VIII al V); le forme, gli ornati, i corredi metallici, mentre chiaramente dimostrano una discendenza dalle antichità palafitticole-terramaricole, hanno affinità sia col tipo Golasecca, sia col Villanoviano bolognese, e sia con l'Atestino. Ove non si tratti di un fenomeno di attardamento culturale di tribù alpine (vi appare un'iscrizione "nord-etrusca"), il suo aspetto sostanzialmente può definirsi "italico" (cfr. P. Orsi, La necrop. ital. di V., in Annuario Soc. Alpinisti Tridentini, IX, Rovereto 1882-1883; stampato rarissimo).

Segue il gruppo più importante, costituito dalla civiltà villanoviana (v.), che qui sarà trattata sinteticamente, data la voce particolare cui si rimanda. In questa civiltà, che secondo la classica teoria del Pigorini discenderebbe sostanzialmente dalla terramaricola, si colgono i caratteri più pieni della stirpe cosiddetta "italica". Dapprima, senza distinzione, vi si studiavano le antichità del Bolognese, della Toscana e dell'Umbria, e del Lazio, quasi che costituissero un unico insieme, una perfetta omogeneità, a cui il rito funebre della cremazione e l'industria della laminazione (o del calderaio) forniscono le doti caratteristiche per eccellenza. Ma se uno realmente ne è l'aspetto fondamentale, le varietà sono troppo rilevanti (varietà che la civiltà del ferro europea, hallstattiana, non possiede) perché non si debbano accettare almeno tre grandi distinzioni: tipo bolognese o villanoviano in senso stretto, tipo toscano-umbro o protoetrusco, tipo laziale. Tale ripartizione in tre gruppi distinti, si deve accettare non solo a causa delle intime diversità, ma soprattutto per la differenza dei rapporti che collegano fra loro i singoli tipi. Se il villanoviano del Lazio, il più rude negli aspetti, ha qualche legame con quello d'Etruria (ad es. le urne-capanne), prima dell'agguagliamento prodotto dalle importazioni orientali e greche; se il villanoviano d'Etruria è il più affine al bolognese, specie in certi luoghi e nelle prime fasi; al contrario nessun vincolo effettivo lega a Bologna il territorio laziale, in cui a esempio manca il tipico ossuario biconico e i materiali, soprattutto le ceramiche rozze, più si collegano con quelli meridionali, della Campania. Si adotta quindi la tripartizione.

3. Gruppo Villanoviano del Nord (o Bolognese). - Viene diviso in quattro periodi diversamente datati, dal 1000 al periodo etrusco o della Certosa (sec. V), cui segue il periodo gallico (per le cronologie, v. villanoviana, civiltà). Il rito della cremazione vi è caratteristico, quasi assoluto sul principio, sempre prevalente fino al tempo etrusco, che mostra la sua principale necropoli nettamente distinta dalle precedenti.

Il 1° periodo (S. Vitale, secondo Ducati al sec. IX) offre già costituita la foggia biconica dell'ossuario che si svilupperà poi, in tombe a pozzo in semplice buca o con cassetta protettiva di lastroni, povere di corredo (in cui spiccano fibule arcaiche, ad arco semplice con corta staffa, ad arco rientrante e doppia molla; i rasoi semilunati con protuberanza dorsale; rare asce ad alette con lama espansa, ecc.).

Il 2° periodo (Benacci I, secondo Ducati al sec. VIII), segna l'inizio della piena espansione della civiltà che molti chiamano umbra. Vi è ancora rarissimo il ferro; copiosi i corredi bronzei (fibule sempre a corta staffa, ma di varie fogge, tra cui quelle a sanguisuga), rare le armi; vi appaiono già i cinturoni di lamiera bronzea; l'ossuario, sempre di rozzo impasto, senza piede, ha decorazioni geometriche incise, e raramente è accompagnato da vasi accessorî.

Il 3° periodo (Benacci II, secondo Ducati al sec. VII) è contrassegnato dall'arricchimento dei corredi, in cui non più raro appare il ferro, anche sotto forma di armi (daghe). Numerosi gli oggetti bronzei (fibule a staffa lunga, ad arco figurato; caratteristico tintinnabolo; asce con taglio espanso); la ceramica si sviluppa e dà ossuarî di argilla più fine, equilibrati nella forma perché lavorati al tornio; l'ossuario tipico si sviluppa col collo più alto, con la decorazione geometrica più armonica, graffita o talvolta stampigliata, anche dipinta. Ma più notevole è la presenza di abbondanti lavori di metallotecnica, in primo luogo vasi bronzei (ossuari riproducenti la foggia fittile, situle, ciste, incensieri, ecc.).

Il 4° periodo (Arnoaldi, secondo Ducati al sec. VI), in cui prevale l'inumazione, ma le tombe più ricche sono di cremati, mostra più del precedente quanto si attardi Bologna rispetto all'Etruria, che già col secolo VII ha iniziato una nuova fase di civiltà. La nota distintiva è il predominio del geometrico. Tornano a prevalere gli essuarî fittili, decorati finemente e fittamente, anche con motivi vegetali e animali, sempre schematizzati; continua intensa l'attività metallotecnica; gli oggetti bronzei di corredo sono numerosissimi, e sempre più frequente si mostra il ferro (chiodi, coltelli, falci, accette, armille, morsi equini, ecc.); tra le fibule abbondantissime prevalgono le serpeggianti con lunga staffa, e quelle con l'arco figurato o rivestito d'ambra, ecc. Gl'influssi etruschi, ad es. con materiali aurei importati, si accentuano sempre più, anche riconoscibili nelle caratteristiche pietre-segnali di tombe; influssi che si concludono con la conquista etrusca.

Nel 5° periodo etrusco (500-400), il rito inumatorio si fa sempre più preponderante, ma senza sopprimete l'altro; le tombe sono ricche di vasi attici e dei prodotti industriali proprî della grande Etruria. L'etrusca Felsina poi si trasforma sotto la conquista gallica.

Della fase villanoviana si è scoperto anche l'abitato, composto di capanne ovali o rotonde, raramente rettangolari.

4. Gruppo Villanoviano del Sud (o d'Etruria, o tosco-umbro). - È il gruppo che presenta lo sviluppo più importante, continuo, in complicate vicende di rito funebre, di aspetti formali nei sepolcri, di influssi esterni che ne modificano variamente la sostanziale natura; e dal quale, in virtù di questi ultimi, e col favore della posizione geografica e delle naturali ricchezze, minerarie soprattutto, oltre al genio della stirpe, sorge la più originale e possente civiltà preromana d'Italia, l'etrusca.

Per le fasi del suo sviluppo e per le principali caratteristiche del medesimo, basta quanto più sopra è stato detto a proposito delle divisioni cronologiche. Si è già accennato alla più fondamentale partizione in due grandi fasi; la prima, dal 1000 a tutto il sec. VIII, parallela ai due primi periodi del Villanoviano bolognese, è la fase preparatoria dell'avvento etrusco. In principio è l'Umbria (con Terni come luogo principale, e dove fin dall'origine i due contrastanti riti funebri si riscontrano associati) il centro produttivo più efficace; ma alla fine il maggiore sviluppo e la maggiore attività si concentrano nell'Etruria meridionale, da Vetulonia a Tarquinia, a Bisenzio, da Vulci a Veio, nell'Agro Falisco e Capenate, densi di popolazione. Il tipico ossuario villanoviano, che si ritrova anche a Firenze e che, nel centro, non varca l'Appennino (salvo l'apparizione di pochi sporadici esemplari a Fermo, dovuti certo al commercio), non scende a sud oltre il Tevere, ma si arresta a Veio. In alcuni sepolcreti dell'Etruria meridionale (Vetulonia, Bisenzio, Tarquinia, Vulci, Veio) compaiono le caratteristiche urne a capanna, ignote al Villanoviano bolognese, e altrove soltanto usate nelle necropoli laziali dei Monti Albani.

5. Gruppo Laziale. - Ha una sua propria fisionomia, contrassegnata da caratteri di rudezza e dai rapporti col Mezzogiorno; il suo sviluppo più originale è durante i secoli IX-VIII. All'infuori degli ossuarî, per cui prevalgono le forme ovoidali e tondeggianti, oltre l'urna a capanna, gli altri vasi non differiscono dai villanoviani per le forme, per la qualità dell'impasto, per la decorazione geometrica; ma qualche elemento, come l'ornato a cordoni disposti a maglie o in reticolato, collega più direttamente i manufatti a tipi terramaricoli. Generalmente i corredi sono poveri. Sui monti Albani (Grottaferrata Marino, Castel Gandolfo, Velletri) il rito incineratore con tombe a pozzo e a dolio si presenta assoluto in principio; in Roma (Foro Romano) si trova mescolato e contemporaneo alle fosse a inumazione. Col sec. VII s'inizia una seconda fase, mentre l'inumazione si sostituisce al più vecchio rito, e a causa delle importazioni greco-orientali la fisionomia della civiltà si agguaglia a quella delle contermini regioni (Agri Falisco, Capenate, Veiente). Anche nel Lazio è notevole l'assenza del ferro nei primordî, e la sua rarità durante la prima fase.

I gruppi che seguono, adriatici e meridionali, sono accomunati dalla costante ed esclusiva pratica del rito inumatorio.

6. Gruppo Piceno. - Anche questo gruppo presenta un' importante civiltà, omogenea, e con largo e continuo sviluppo, diffuso nel tempo (dal sec. IX al V) e su un vasto territorio compreso tra il Foglia e l'Aterno (o Pescara), limitato a occidente dal dorsale appenninico.

Nonostante l'abbondanza e la ricchezza dei materiali rinvenuti in una numerosa serie di sepolcreti, il quadro di questa non comune civiltà è rimasto fino a oggi poco noto, eccezion fatta dei ragguagli precisi sulle prime scoperte di necropoli fatte nel Pesarese.

Come altrove, la civiltà del ferro quivi appare quale la continuazione della enea; il ferro è anche qui rarissimo nelle tombe più arcaiche, ma vi diventa molto usato, forse prima che in altre parti della penisola, dopo il sec. VIII. Benché altri fissino due soli grandi periodi di sviluppo, si possono agevolmente distinguere tre fasi.

Una prima, iniziale, abbracciante i secoli IX-VIII, alla quale appartengono le più arcaiche necropoli (Novilara-Molaroni, Ancona [Cardeto], Monteroberto, Fermo) mostra deboli influssi del villanoviano; oltre alle fibule ad arco semplice, usate in abbondanza anche dopo, sono in voga quelle foliate con o senza disco, quelle a navicella con staffa corta, e similari, e quelle di un tipo caratteristico adriatico a doppia spirale. Spade ad antenne, spiraliche dapprima, e poi sostituite dalle non spiraliche (dette anche spade-pugnali), pugnali ad antenne e con lama ricurva, asce rettangolari con foro, sono gli altri oggetti più caratteristici in mezzo al copioso e svariato corredo vascolare e metallico che sempre accompagna le tombe d'ogni periodo.

Una seconda fase, più breve, dal sec. VIII al secolo VII, è caratterizzata da evidenti influssi orientali, attribuiti anche ai commerci fenici; da questo momento la civiltà assume la propria fisionomia interamente, e in assoluto contrasto con la villanoviana. Continua, nelle fibule, che spesso sono di grandi e insolite dimensioni, l'uso di quelle precedentemente citate; la staffa comincia ad allungarsi, e appaiono le prime fibule serpeggianti; restano le spade-pugnali, appaiono le lance e i vasi bronzei. Tipiche le necropoli di Novilara (Servici) e di S. Costanzo.

La terza fase che comprende i secoli dal VII a tutto il V, con maggiore intensità di vita nei primi due, è la fase dominata dagl'influssi etruschi, ma soprattutto greci; e questi sono dovuti non solo al commercio ma anche allo stanziamento di elementi umani nel territorio stesso (Numana). Questa corrente greca, che dà alla civiltà picena un aspetto specialissimo, si distende per tutto il paese e dura fino al tramonto, cioè fino all'invasione dei Galli, che stabilmente si insinueranno nel nord (v. gallica, civiltà). È il periodo delle più ricche tombe nelle necropoli di Fermo, S. Costanzo, Cupramarittima, Belmonte, Tolentino, Montegiorgio, Numana, Ancona ecc.; è il periodo in cui si sviluppa straordinariamente la metallotecnica che, oltre ai vasi bronzei, offre elmi (a cresta, a calotta, corinzî), scudi e corazze e schinieri, e carri da battaglia (di tipo greco-miceneo ed etrusco) di cui ben fornite sono molte necropoli (Belmonte sola ne ha dati più di cinquanta). A questo complesso notevole si aggiunga una ricca e svariata serie di ornamenti femminili, tra i quali spiccano collane d'ogni specie, grandi pendagli, e caratteristici armilloni bronzei a sei nodi.

La ceramica indigena, dapprincipio rozza come tutti gli altri impasti e poco decorata, oltre a forme comuni, preferisce e si specializza in anfore biconiche con due manichi, in ciotole con anse sopraelevate, quadrangolari e cornute, in olle sferoidali, in brocche biconiche con un solo manico, in fogge imitate dalle greche (κώϑων, ἀσκός, σκύωος), e in particolari tipi. Col sec. VII appaiono, ma in numero scarso, i vasi importati protocorinzî e corinzî; nell'ultima fase abbondano i vasi greci attici (rari quelli a figure nere, più numerosi quelli a figure rosse di stile severo e libero).

Quanto al tipo delle tombe, esse sono costantemente piatte, non mai coperte da tumulo; generalmente sono fosse rettangolari, in cui il cadavere è disposto sia rannicchiato (Novilara, ecc.), sia disteso (necropoli cuprensi, ecc.), senza però la possibilità di trarre argomento per distinguere periodi o varietà locali. In alcune necropoli si hanno pietre-segnali; fra queste sono notevoli e discusse le tre stele di Novilara, comportanti una decorazione spiralica insieme con rozze figure umane e animalesche, e iscrizioni dai caratteri etruschizzanti ma diversamente interpretati.

Gli abitati sono poco noti, ma è accertato l'uso della capanna ovale, come nelle precedenti età.

7. Gruppo meridionale del Sannio e della Campania. - La necropoli di Alfedena (secoli VII-V), le cui ceramiche di rozzo impasto, oltre a ricordi del Neolitico, mostrano qualche affinità con le laziali e le campane (v. abruzzo: Preistoria), sarebbe secondo alcuni la prova di una civiltà sannitica, affine ma distinta dalla civiltà osca, che si conosce dalle necropoli di Cuma preellenica, Capua, Suessula, Valle del Sarno, ecc. (vedi campania: Preistoria), più affine in qualche aspetto alla laziale. Nella prima, in cui la posizione del cadavere è sempre la distesa, mancano completamente i vasi greci di argilla figulina, e mancano influssi del villanoviano, mentre qualche riscontro può farsi col materiale piceno; ciò che ha indotto il Randall-MacIver a incorporarla nella zona del dominio dei Piceni, da lui distesi per tutto l'Abruzzo e nella Sabina, fino al Tevere. Le necropoli della Campania, più fornite, pur se male esplorate in passato, mostrano una civiltà più annosa (secoli X-VIII) con scarsi influssi villanoviani, che ben presto viene trasformata dal vivo contatto dei colonizzatori greci; e la sua origine è discussa dal punto di vista etnico (v. campania: Preistoria).

8. Gruppo della Calabria (o Bruzio-Lucano). - Anch'esso ha origini antiche, come è provato dai rinvenimenti di Spezzano (Cosenza), ma imprecisabili; la fisionomia propria si sviluppa e si mantiene dal sec. X all'VIII, e, come in Campania, si perde con l'impianto delle colonie greche.

Già noto dalle sepolture, sempre a inumazione, di Torre del Mordillo, S. Mauro, Cirò, ecc., è ora divenuto più evidente dopo le esplorazioni dell'Orsi nel territorio di Locri (Canale-Ianchina) e di Monteleone (Torre Galli). La civiltà che ne risulta ha aspetti di forti rassomiglianze con la villanoviana, sia del centro che del nord; ne sono prima prova le ceramiche, in cui abbonda il vaso biconico tipico con una serie di derivati. Non mancano peraltro tipi piuttosto meridionali e siculi, come in generale non difettano le affinità col materiale contemporaneo della Sicilia, pur non potendosi supporre un'identità.

Nelle fosse di Torre Galli, a esempio, le fibule, tra le quali manca l'arcaicissimo tipo ad arco di violino, trovano più riscontro nei tipi usati nell'Italia centrale e nella Campania, che non in Sicilia; una d'argento è di provenienza greca, alcune sono di ferro. Altro fatto importante è la presenza di un certo numero di oreficerie (armillette, saltaleoni, dischetto spiralico) che, all'infuori di Cuma e della Sicilia, non si trovano altrove in strati così antichi. Altri accenni al commercio paleogreco si hanno con perline di vetro e con falsi scarabei. Dapprima, seguendo il Pigorini, si è supposto che la civiltà soprattutto risultante dalla necropoli di Torre del Mordillo fosse il prodotto delle stesse stirpi italiche fattrici del Villanoviano, e già presenti in Basilicata alla fine dell'età enea (Timmari); ma ora, il rito funebre diverso, le affinità che le necropoli preelleniche calabresi hanno con le sicule, la tradizione storica raccolta da Polibio, inducono l'Orsi a supporre una stirpe ben diversa dalla italica villanoviana, e cioè la sicula stessa (v. P. Orsi, Le necrop. preell. cal., in Monum. Antichi Lincei, XXXI, 1926). La presenza, nelle necropoli locresi, e più ancora a Torre Galli, accanto a elementi riscontrabili nel Villanoviano, di oggetti importati dal commercio paleogreco, è un fatto così importante che l'Åberg, considerata la rispettabile antichità delle tombe di Torre Gall), scorge nella civiltà calabrese la fonte prima di diffusione verso il nord del sistema geometrico che costituisce uno dei più spiccati caratteri del Villanoviano. Si conferma così la vecchia ipotesi del Böhlau che faceva dipendere il geometrico dell'Italia villanoviana dal greco.

9. Gruppo Pugliese (o Apulo-Messapico). - Questo ultimo gruppo peninsulare, che alcuni accomunano al lucano, per la posizione delle tombe di Timmari, ha le sue origini nei depositi o ripostigli di Manduria, di Mottola, di Reinzano (Martina Franca), e nei vasetti di tipo villanoviano scoperti a Taranto (cfr. M. Mayer, Apulien, 1914, p. 1 seguenti, tavole III-IV); ma forse per la mancanza di scoperte e di indagini, la fisionomia di una civiltà propria dell'antica Apulia si manifesta tardi, non prima della fine del sec. VIII, con lo sviluppo di una caratteristica ceramica (vasi di argilla depurata torniti, e dalle forme particolari) decorata con un sistema geometrico, non monocromo sempre (a fasce, a riquadri, a motivi curvilinei, meandriformi, cruciformi uncinati, figurati schematici, ecc.), indipendente da quello greco del Dipylon e da quelli importati e in voga nella Sicilia e nella penisola.

Lo sviluppo si ha soprattutto dal sec. VII al V, con varietà locali; la tarentina (Borgo Nuovo a Taranto), la daunia (tombe di Ruvo, Ordona, Lucera, Ascoli Satriano, ecc.), la peucezia (necropoli di Putignano, Gioia del Colle, Valenzano, Noicattaro, Bari, ecc.), la messapica (Rugge). Più antica appare la ceramica peucezia, dai vivaci colori e che tra le forme presenta anche l'anfora i tipo villanoviano. Circa l'origine, sulla quale si è molto discusso, di questa produzione fittile, che fu oggetto di esportazione nel Piceno e oltre l'Adriatico (Istria, Dalmazia), si può concludere che essa si deve ritenere indigena: vale a dire che essa è prodotto originale sviluppatosi indipendentemente dal geometrico greco, sulla base delle tradizioni della civiltà eneolitica ed enea meridionali e della civiltà micenea, i cui influssi hanno per tali questioni lasciato tracce evidentissime in Sicilia e nelle regioni dell'Italia meridionale (cfr. M. Gervasio, Bronzi arcaici e ceramica geometrica, nel museo di Bari, Bari 1921).

Sicilia e Sardegna. - Dopo la rigogliosa fioritura del secondo periodo siculo, una quindicina di necropoli, tra cui quella di Monte Finocchito presso Noto, attestano la nuova età per la civiltà sicula (3° periodo dell'Orsi, che di poco precede la colonizzazione greca e dura fino al sec. VII). Il rito funebre non muta, e sostanzialmente neppure la forma del sepolcro, che assume definitivamente la forma quadrata nella cella. Le ceramiche e i bronzi indigeni mostrano evidenti modificazioni, accanto ai primi prodotti esotici di stile geometrico, prova dei commerci greci preludianti alla colonizzazione; notevole è l'abbondanza degli oggetti di bronzo; il ferro compare in coltelli, in fibule, in pochissime lame. La civiltà indigena, dopo il sec. VII, si chiude con l'ultimo periodo (4° siculo), interamente grecizzato: infatti se, come nella tipica necropoli di Licodia Eubea, la vetustissima forma a cella del sepolcro avito permane, l'invasione delle anfore e degli scodelloni di stile geometrico, dei vasi attici, degli oggetti metallici, di oreficerie e argenterie di pura fabbricazione greca, muta radicalmente l'aspetto dei corredi, e quindi della civiltà stessa.

La Sardegna, più che altre regioni, mostra quanto non mutino gli aspetti della civiltà per l'introduzione e l'uso del ferro; in essa la propria civiltà nuragica, bronzista per eccellenza, continua senza interruzioni o mutamenti sostanziali fino alla conquista romana, soltanto qua e là scossa dagli stabilimenti fenicio-punici, dal sec. VII al III, che introducono materiali nuovi e un'arte affatto estranea.

Così varia, la civiltà italiana della prima età del ferro, che in talune regioni si trasforma in superiori manifestazioni (Etruria, Magna Grecia), in altre perdura fino a tutto il secolo IV; nel nord soprattutto e nel centro, dopo il 400 a. C., le invasioni galliche depongono materiali proprî della cultura di La Tène, ma essi costituiscono un capitolo interamente distinto (v. gallica civiltà; la tène, civiltà di).

Le altre regioni d'Europa. - Salita forse, come si è detto, per la via adriatica, la conoscenza dell'uso del ferro, propagatasi dapprima in Italia, guadagnò ben presto l'Europa centrale, specialmente i paesi compresi fra le Alpi austriache e il Danubio e il mare adriatico (dall'alta Austria all'Albania); è qui che si sviluppa fiorente la prima civiltà del ferro europea, continentale, detta di Hallstatt (v.), dalla grande necropoli con rito misto (a inumazione e incinerazione, con debole prevalenza del primo) scoperta nel 1846 in Austria, nella quale tra la grande maggioranza di oggetti bronzei si raccolsero numerosi pezzi in ferro (593 contro 3574 enei). Questa civiltà, che presenta molte affinità con l'italica villanoviana e atestina, e nella quale compaiono indubbiamente prodotti importati dall'Italia, si diffuse fino all'Elba e all'Oder (Boemia, Slesia, Posnania) da un lato, e dall'altro lato verso occidente al Reno e al Rodano (Germania meridionale, Svizzera settentrionale, Francia orientale), un poco più tardi nella Francia meridionale e nella Spagna occidentale.

Fra i varî paleoetnologi che si sono occupati in particolar modo dell'argomento, non c'è accordo sulla data iniziale, né su quelle dei periodi in cui si suddividerebbe. Generalmente, secondo il Hoernes e il Montelius e S. Müller, l'inizio nei suddetti paesi si avrebbe col sec. VIII e due sarebbero i principali periodi; ma non sono mancati i tentativi per innalzare quella data (al 900 da Déchelette, al 1000 da Schumacher e Menghin, al 1200 da Rademacher, a es.), come pure di abbassarla, fino al massimo del 650 secondo l'Åberg, il quale in un importante lavoro riassume tutte le varie cronologie (v. Bibl.).

Con generale accordo, invece, la seconda epoca di La Tène (così chiamata dalla stazione svizzera esplorata dal 1874 al 1881 sul lago di Neuchatel) viene fatta iniziare col 500 e terminare, secondo le varie regioni, tra il 200 e i primordî dell'era cristiana. Poiché queste due civiltà saranno argomento di voci speciali (vedi hallstatt, civiltà di; la tène, civiltà di), a esse si rimanda per i particolari, fissandone qui soltanto alcuni punti essenziali. La civiltà di Hallstatt rappresenta una fase chiaramente limitata nel tempo e nello spazio; alla pari dell'italica essa non è altro che la continuazione della precedente enea, ma se da una parte essa si sviluppa rapidamente in paesi che già possedevano una fiorente cultura enea, dall'altra non attecchisce in regioni dove la tradizione dell'industria del bronzo assume caratteri di conservatorismo esclusivo (Scandinavia meridionale, Danimarca, Germania settentrionale, Isole Britanniche, Francia nord-occidentale); peraltro anche in alcuni paesi dove l'industria enea non fu fiorente essa si impianta vivacemente. Cosicché la civiltà del ferro in Europa, nelle zone periferiche al bacino mediterraneo e al centro di Hallstatt, pur se alla fine guadagna tutto lo spazio, cronologicamente varia in modo singolare.

Nel Nord (v. nordiche, civiltà), appare solo al sec. V-IV (quando già fiorisce l'epoca di La Tène), e nelle Isole Britanniche ancora perdura nell'era volgare fino alla conquista romana (civiltà celtica recente). Parimenti avviene in parti dell'Ungheria e della Svizzera, dove la cultura enea intensa si attarda; nella Russia meridionale largamente si sviluppa con caratteri proprî (civiltà scitica dal 500 a. C.). Nei paesi danubiano-balcanici, dove difettano scoperte ed esplorazioni relative all'età del bronzo, appare più tardi: verso il 700 nell'antica Dacia che, sotto influssi provenienti dall'Italia (fino dal 1000), chiaramente attestati con forme villanoviane nella ceramica e con prodotti imitati dalla metallotecnica veneto-illirica, dall'Illiria, e dalla cultura scitica, che più tardi la turberà, produce una civiltà particolare (civiltà getica, dal 700 al 50 d. C.]; l'ultimo suo periodo è dominato dal celtismo di La Tène (v. V. Parvan, Getica, o protoistorie a Daciei, Bucarest 1926). Questa civiltà barbarica, che ha manifestazioni ad altre superiori, a sua volta influisce, con elementi greci, italici, scitici, sulla più tardiva cultura del ferro dell'antica Tracia (cfr. R. Vulpe, L'Âge du fer dans les régions thraces, Parigi 1930).

Nella Russia orientale, e anche in Finlandia, dove la cultura enea ebbe forte e lungo sviluppo, la succedanea s'inizia verso l'era volgare (civiltà uralo-altaica 2ª); nella zona occidentale e in gran parte della Polonia, fino all'era cristiana dura la civiltà neolitica, che nella Scandinavia settentrionale e nella Russia artica si attarda ancora nei tempi storici.

In realtà, se si riflette sul più rapido o più vivace sviluppo dell'Europa celtica, da un lato, e su quello della Russia meridionale, scitica, dall'altro, più si comprende quale funzione civilizzatrice abbiano esercitato i due grandi centri mediterranei, Grecia e Italia.

Più antico è l'inizio della civiltà del ferro nella regione asiatica prossima al focolare d'invenzione di primaria importanza, qual è l'antico paese dei Calibi, sul Mar Nero; nella Transcaucasia e nell'altipiano iranico (Talyš Lelwar, Koban, Ossetia, ecc.) si ha un ricco sviluppo, in due periodi, parallelamente alla civiltà hallstattiana; ma se non è improbabile l'idea, espressa dal De Morgan, di un'antecedenza dell'Asia caucasica sull'Europa, è peraltro inaccettabile l'altra ipotesi che dal Talyš siano provenuti i propagatori del ferro, e quindi della civiltà egeo-mediterranea e hallstattiana, siano essi Frigi, Dori, Celti.

Tornando alla civiltà di Hallstatt, prodotto di stirpi celtiche e germaniche, essa in ogni modo influisce grandemente sulle zone periferiche più barbariche, beneficata dalla vicinanza al centro più civile mediterraneo. Nel periodo più maturo del suo sviluppo, nella regione abitata dai Celti occidentali (Galli), la fondazione della colonia greca di Marsiglia (verso il 600) e i rapporti commerciali con l'Etruria e l'Italia settentrionale (Este), producono non solo una maggiore omogeneità culturale estesa a tutti i gruppi hallstattiani, ma la rapida prevalenza dell'elemento gallico; il quale, divenuto eccellente artiere siderurgico, imporrà ai paesi hallstattiani la propria civiltà, varcandone con masse emigranti i confini; in sostanza distruggendo la cultura halstattiana stessa. Questa nuova civiltà, celtica per eccellenza, e nella quale le armi di bronzo scompaiono sostituite dalle nuove, più penetranti, cioè la civiltà di La Tène, deve considerarsi come vera civiltà del ferro.

Sopravvivenze, Tecnica, e valore complessivo. - Se ben si riflette sul tardo apparire e sulla lenta propagazione del ferro, si comprende come esso abbia un'importanza del tutto secondaria nel progresso civile dell'umanità ne sono prova la continuazione e le sopravvivenze della cultura enea durante l'età del ferro, siano costumanze spiegabili con la persistenza degli elementi etnici (ad es., l'uso del gettito di minute stoviglie in stipi sacre, in sorgenti medicamentose. massime in Italia); siano fenomeni di conservatorismo rituale, quali l'uso obbligatorio a sacerdoti etruschi e romani (Flamen Dialis) di rasoio bronzeo, il vomere eneo consacrato alla fondazione delle città italiche, il divieto dell'uso del ferro in atti religiosi presso tanti popoli, in Grecia, in Italia (a Roma, è tipico il rituale dei Fratres Arvales), nella Gallia, ecc., cioè presso popoli che svilupparono una ricca e intensa civiltà del bronzo. Il concetto di materia impura, applicato al ferro nelle costumanze religiose, meglio di ogni altra prova significa la vera essenza della civiltà che continua, adattandosi all'uso novello per ragioni puramente utilitarie. Non per nulla si può credere che il ferro sia stato conosciuto da tempi assai remoti, prima dell'uso del bronzo, fors'anche prima del rame stesso; ne sono prova le leggende relative ai genî metallurgici, Dattili, Cabiri, Cureti, Telchini, Coribanti, ecc., e le tradizioni riferite ai Calibi, quelli che Eschilo chiama "gli artieri del ferro". Ma i vantaggi che l'uomo scorse nel rame e nella sua proprietà di legarsi allo stagno, oltre all'esteriore bellezza del bronzo, la difficoltà di estrazione e di lavorazione che il ferro presenta, certo ritardarono l'impiego di esso.

L'apparizione prematura e la tardiva utilizzazione spiegano le incertezze e le disparate opinioni che hanno accompagnato lo studio degl'inizî dell'età; realmente un precisabile momento di apparizione, e un'unica patria d'origine, non esistono, e nemmeno una netta separazione dall'età precedente, anche quando l'uso del ferro si è generalizzato.

Taluno ha anche pensato che il martellaggio del rame e del bronzo, cioè l'arte di ridurre questi metalli in lamine sottili, per poi ripiegarle e congiungerle con chiodetto "a marronella", presupponendosi l'uso di ferrei martelli, fosse un indizio più certo della nuova età; ma il martellaggio era già praticato con duri martelli d'altra materia nell'età del bronzo. Nell'Asia Minore e nella civiltà cretese-micenea, non solo l'oro e l'argento, ma anche il rame e il bronzo furono laminati; le pinzette depilatorie e i nastrini ornamentali, di bronzo, trovati nelle palafitte del Garda e nelle terramare emiliane, sono ottenuti per martellaggio. Il quale era in voga, sul finire dell'età enea, anche nelle palafitte svizzere e savoiarde (cfr. R. H. M. Leopold, in Bullett. paletnol. ital., L-LI, 1930-31), tanto che il De Mortillet chiamava "epoca del calderaro" l'ultima fase della civiltà del bronzo lacustre (époque du chaudronnier o larnaudienne). Oltre a prove indirette che si hanno per sostenere che in Italia, alla fine dell'età enea, si fabbricassero vasi di rame e di bronzo laminati, e per opporsi all'idea che i primi recipienti bronzei fossero importati dall'Oriente (dato che in Sicilia appaiono nel 2° periodo siculo insieme con altri oggetti micenei), sta il fatto del ritrovamento di tre tazze di robusta lamina, tirata a martello in un sol pezzo, nel ripostiglio di Coste del Marano presso Tolfa (periodo di transizione), oltre a numerosi pendagli di lamina e a fibule dall'arco appiattito a scudetto. Tali oggetti non solo sono i più antichi prodotti laminati della civiltà italica, ma si collegano agli altri immediatamente successivi (cinturoni d'Etruria e del Lazio, dischi traforati della Marsica, ecc.), per attestare un'esperienza tecnica che non si può improvvisare in seguito a sporadiche importazioni dall'estero (cfr. G. A. Colini, in Bull. paletn. ital., XXXVI, 1910, pp. 97-104).

Il ferro, come è stato già detto, s'insinua dapprima con oggetti minuti e d'ornamento, poi lentamente sostituisce le armi; ma le prime e rarissime spade di ferro, tanto in Grecia quanto in Italia e a Hallstatt, sono perfette copie di quelle enee. Anche la stessa tecnica siderurgica, prima di produrre il ferro malleabile o temprato, l'acciaio (da non confondersi col modernissimo "acciaio Martin"), dovrà lungamente esercitarsi.

Le spade e i pugnali di Hallstatt hanno soltanto la superficie durissima, ma il nucleo interno è tenero; soltanto nell'epoca di La Tène si hanno esempî di ferro ben temprato, ma non mai per le spade, restando così confermata la notizia di Polibio (II, 33) che le spade galliche si dovevano raddrizzare dopo il colpo perché si piegavano. L'acciaio si ha soltanto nel filo delle armi e nella superficie delle lime; ovvero, come si è scoperto a la Steinsburg (presso Römhild in Sassonia), con coltelli, lime, asce, picconi. La tecnica del martellaggio si sviluppò straordinariamente presso i Celti, fino ad ottenere foglie di lancia sottilissime: in fondo lo stesso grado progredito che si riscontra ai tempi nostri presso le tribù congolesi. Tecnica progredita, che non basta da sola a significare un ordine superiore di civiltà, essa fu anche la base della grande industria siderurgica dei tempi romani.

Quanto allo sviluppo culturale, dal punto di vista religioso e artistico, nulla di nuovo ci presenta sostanzialmente la nuova civiltà, se si pongano da parte i grandi centri in cui si perfezionano le attività spirituali (Oriente, Grecia, Etruria), e che saranno la causa principale delle altre manifestazioni. In sé e per sé, la civiltà del ferro è soprattutto "industriale", e la specie artistica coltivata è l'ornamentale, al massimo grado.

Anche le vie del commercio, tranne qualche fenomeno particolare, rimangono le stesse che la precedente età ha tracciate, fondamento dell'espansione della più possente civiltà del nostro mondo antico, la romana.

Concludendo, se si può parlare con tutta proprietà di "civiltà del ferro" per quei popoli che dall'uso della pietra passarono direttamente a quello del ferro, come i Negri dell'Africa e molte tribù artiche, male si adatta quella denominazione alle civiltà preistoriche o protostoriche d'Europa (così come alla giapponese perdurante nell'industria enea), in considerazione del sostanziale carattere cui sopra s'è accennato. In realtà, dovrebbe parlarsi di civiltà del bronzo che si trasforma. E neppure l'esclusivo uso di armi foggiate in ferro più o meno temprato, quale si verifica nell'epoca di La Tène, legittima quella dizione in senso proprio; dizione che dovremmo estendere nel tempo a tutte le civiltà storiche ben altrimenti caratterizzate e definibili. Tutt'al più, il ferro, dal momento in cui viene largamente adoperato, soprattutto nelle armi, legittimerebbe la definizione di una sottospecie: civiltà di guerra. Nell'antichità preistorica o protostorica, infatti, il suo valore essenziale è come strumento di guerra più perfezionato, più terribile. Verrebbe quasi la voglia di pensare che, se non fosse esistita nell'antichità classica la tradizione della successione del ferro al rame e bronzo, quale è raccolta ed espressa nei versi di Esiodo e di Lucrezio, la scienza non avrebbe distinto più o meno nettamente il nuovo stadio di civiltà, secondo la determinazione causata dall'antichissima tradizione e introdotta dal Thomsen nella fondamentale ripartizione dei tempi preistorici (v. archeologia, IV, pp. 26-30).

Bibl.: Oltre gli studî nel testo, N. Åberg, Bronzezeitl. u. Früheisenzeitl. Chronol., I: Italien, II: Hallstattz., Stoccolma 1930-1931; C. Blinkenberg, Le pays natal du fer, in Mémoires Soc. Antiq. du Nord, n. s., 1920-24, pp. 191-206; G. A. Colini, La necrop. di Pianello e l'orig., ecc., in Bullett. paletnol. italiana, XXXIX-XLI, 1913-15; J. Déchelette, Manuel, ecc., II, Parigi 1913-14; A. Della Seta, Italia antica, 2ª ed., Bergamo 1928, pp. 68-78; J. De Morgan, La Préhist. orient., III, Parigi 1927, pp. 171, 179, 263-330; P. Ducati, Classif. des céramiques ant. (Ceram. d. penis. ital.), in Union académ. internat., Parigi 1925; F. von Duhn, Italische Graeberk, I, Heidelberg 1924; V. Dumitrescu, L'età del ferro nel Piceno, ecc., Bucarest 1929; E. Dunăreanu-Vulpe, L'espans. d. civ. italiche verso l'or. danub., ecc., in Ephemeris Dacoromana, III (1925), pp. 58-109; A. Götze, ecc., Eisen, in Ebert, Reallex. d. Vorgesch., III, pp. 61-68; M. Hoernes, L'uomo (trad. ital. Zanolli), II, Milano 1913, pp. 263-270, 299-311; M. Hoernes-O. Menghin, Urgesch. d. bildend. Kunst in Europa, Vienna 1925, pp. 435-590, 833-847; L. de Launay, Ferrum, in Daremberg e Saglio, Dict., des ant. gr. et rom. II, ii, pp. 1074-1094; O. Montelius, Die vorklass. Chronol. Italiens, Stoccolma 1912; A. Mosso, Le origini del F., in Mem. Lincei, cl. sc. mor., XIV (1910), pp. 295-309; S. Müller, L'Europe préhist. (trad. franc. Philipot), Parigi [1907], pp. 122-181; D. Randall-MacIver, Villanovians a. Early Etruscans, ecc., Oxford 1924; id., The Iron Age in Italy, ecc., ibid. 1927.

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