commèdia

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commèdia Secondo la definizione invalsa nel 16° sec., rappresentazione scenica, generalmente in versi, di una vicenda tratta dalla vita comune, che, attraverso un susseguirsi di casi divertenti, si risolve lietamente. Sopravvive oggi come forma d’arte drammatica pressoché unica, in cui però il lieto fine non è più indispensabile.

La c. greca attica sorse dai canti fallici delle feste dionisiache; intorno a questo nucleo, si agglomerarono gli elementi drammatici derivanti dai tipi originari di c. popolare (c. dorica, farsa megarese, fliaci) con aggiunta di parodia mitica. La c. attica si distingue in antica, media e nuova: l’antica fiorisce nella seconda metà del 5° sec. a.C., con grande estensione della parte lirica, sviluppo degli elementi fantastici, satira politica e personale, scherzo più che vera parodia mitologica; la media o di mezzo durerebbe dal principio del 4° sec. al 330 a.C., ma di essa non è ben definito neppure il carattere, per la perdita quasi totale dei testi; la nuova va dal 330 a.C. ai primi decenni del 3° sec. a.C. ed è tutta volta a disegnare gli intrecci e alla rappresentazione dei caratteri della realtà borghese, fissa in tipi convenzionali, introducendo l’elemento sentimentale caratteristico dell’età alessandrina.

La trasformazione che condusse alla c. classica moderna passa attraverso i rifacimenti e le rielaborazioni della c. nuova operati a Roma da Plauto e Terenzio. Sulla formazione del dramma comico letterario latino dovettero influire le più antiche forme dell’atellana, del mimo e forse anche della satura. La c. romana, detta palliata dal pallio greco degli attori, usò tradurre, rielaborare e adattare le c. greche; il tipo della togata, di cui una varietà è la trabeata, trattava invece argomenti romani.

Oscuratasi nel Medioevo, la tradizione teatrale classica trovò rifugio in qualche passo delle sacre rappresentazioni o nel mimo. Caratteristica del 12° sec. è la cosiddetta c. elegiaca, in cui il dialogo è inserito in un racconto continuato. L’umanesimo aprì la via al ritorno della tradizione teatrale classica. L’imitazione è piuttosto libera nelle prime c. umanistiche in latino ma poi si fa sempre più stretta. La prima c. in volgare nel mondo moderno è la Cassaria di L. Ariosto (1508): dopo di lui, nella gara dei letterati cinquecenteschi nel far rifiorire tutte le forme dell’antica vita e della sua letteratura, è una folla di c., che sono dette erudite.

Alla metà del 14° sec. circa con la c. dell’arte, recitata da attori professionisti, nasce il teatro moderno come organizzazione tecnica e fenomeno sociale. Fu detta anche buffonesca o istrionica; all’improvviso o a soggetto o a braccio, perché di essa non si scriveva se non la trama; di maschere, perché gli attori recitavano con una maschera fissa; e in molti paesi stranieri, a partire dal Seicento, italiana. Le risorse della c. dell’arte erano soprattutto spettacolari. C’era il vecchio armamentario di sorprese, stranezze e buffonerie della c. antica e di quella erudita (equivoci, travestimenti, agnizioni, beffe, bastonate, sconcezze e oscenità di battute ecc.), e giochi scenici, acrobazie, virtuosismi coreografici e musicali. La professionalità degli attori rendeva possibile e necessaria la specializzazione di ciascuno d’essi in un ruolo fisso. Personaggi tipici, come il vecchio avaro, il servo sciocco, il soldato spaccone ecc. erano già nelle c. scritte; i comici dell’arte fissarono questi e altri tipi; nacquero così le maschere. Grandissima fu la fortuna della c. dell’arte in Italia e all’estero, specialmente in Francia, a Parigi e provincia, fino alla 2a metà del 18° secolo.

Di una vita pressocché autonoma vive la c. spagnola, sviluppandosi dall’auto sacramental e con esso convivendo, mentre la breve gloriosa stagione del teatro inglese può riassumersi nel grande nome di Shakespeare. In Francia il genio di Molière presuppone l’esperienza del teatro spagnolo e italiano. Con lui la c. di carattere, nella quale la convenzionalità dei tipi è sostituita dallo studio psicologico, s’impone durevolmente; nel secolo seguente essa si afferma in Italia con C. Goldoni. L’aspirazione del teatro illuministico alla naturalezza rivoluziona le forme codificate di c., eliminando i tipi e riducendo l’importanza dell’intreccio, scalzato da vicende sentimentali ( comédie larmoyante) o da contenuti civili e sociali.

La crisi dei generi e la dilatazione del dramma come struttura teatrale portarono nell’Ottocento alla scomparsa della c. tradizionale e a un uso generico del termine, adoperato per definire qualsiasi messa in scena comica, grottesca o vagamente surreale. Alla fine del secolo, la rivolta contro il naturalismo e l’ansia di sperimentazione delle avanguardie portano a una rinascita della c. come genere moderno, costruito sulla commistione di forme espressive extraletterarie, come la pantomima, il circo, l’arte della marionetta, che sgretolano le strutture comunicative consuete, da A. Jarry, con Ubu roi, considerata la prima c. moderna, a S.I. Witkiewicz, V.V. Majakovskij, F. Dürrenmatt, S. Beckett, E. Ionesco, S. O’Casey, B. Brecht. Tramonta la c. borghese, ridotta sempre più a genere di pura evasione, malgrado il perfezionamento dei meccanismi scenici e la riscoperta della originaria vocazione popolare (in Italia E. De Filippo, N. Martoglio).

C. all’italianaGenere cinematografico affermatosi negli ultimi anni 1950 e che fino al termine degli anni 1970 ha dominato la produzione nazionale: le si deve un ricco affresco dell’Italia nel suo processo storico (da La grande guerra a Il sorpasso, da Divorzio all’italiana a Brutti sporchi e cattivi), ora umoristico e disincantato, ora cinico e impietoso, ora scettico e melodrammatico, quasi sempre grottesco.

C. musicaleDenominazione entrata in uso nel 18° sec. per designare genericamente le varie manifestazioni di teatro musicale comico-sentimentale. Indica oggi uno spettacolo musicale intermedio tra l’operetta e la rivista, sorto in area angloamericana.

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