Gini, Corrado

Gini, Corrado

Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Economia (2013)
di Giovanni Maria Giorgi

Corrado Gini

Come tutte le menti geniali, Gini spaziò in molti campi dalla statistica all’economia, dalla demografia alla sociologia e all’antropologia, sempre guidato da un innato senso di deontologia scientifico-professionale che gli consentì di contrapporre le ragioni della scienza a quelle della politica. Questo suo modo d’essere si estrinsecava quotidianamente sia con il rifiuto di piegarsi (come presidente dell’ISTAT e come preside della facoltà di Scienze statistiche) ai favoritismi reclamati dal fascismo sia con la salvaguardia della veridicità del dato statistico mediante un rigoroso uso dei metodi utilizzati, evitando in tal modo lo stravolgimento delle indagini.

La vita

Corrado Gini nacque il 23 maggio 1884 a Motta di Livenza (Treviso) da Lavinia Locatelli e Luciano Gini, in una famiglia dell’alta borghesia agraria.

Si laureò nel 1905 in giurisprudenza all’Università di Bologna. La sua carriera universitaria fu rapidissima: nel 1908 conseguì la libera docenza in statistica, nel 1909 ricoprì per incarico l’insegnamento di statistica nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari e nel 1910, a soli 26 anni, vinse la cattedra di statistica presso la stessa Università. Nel 1913 si trasferì sulla cattedra di statistica dell’Università di Padova, dove fondò e diresse l’Istituto di statistica. Nel 1925 fu chiamato sulla cattedra di politica e statistica economica all’Università di Roma e dal 1927 fu titolare della cattedra di statistica presso la stessa Università. Nel 1936 istituì la facoltà di Scienze statistiche, demografiche e attuariali.

Dal 1911 al 1926 fece parte del Consiglio superiore di statistica, e dal 1926 al 1932 fu presidente dell’Istituto centrale di statistica (ISTAT). Durante tale periodo organizzò e coordinò i servizi statistici nazionali, portandoli a un buon livello tecnico e di efficienza. Tuttavia, gli ostacoli interposti al suo operare da parte degli alti burocrati dei vari ministeri e la resistenza passiva attuata dalla maggior parte degli enti pubblici verso l’opera di accentramento dell’informazione statistica dettero luogo a un contenzioso sempre più duro che, nel 1932, indusse Gini a dimettersi.

Il 6 novembre 1944 Gini dovette lasciare l’insegnamento, la presidenza della facoltà di Scienze statistiche e della Società italiana di statistica (SIS) in attesa del processo di epurazione. Pur assolto dai capi d’imputazione più gravi, il 24 gennaio 1945 venne sospeso per un anno dalle funzioni e dallo stipendio per apologia del fascismo.

Gini fece ricorso contro tale sentenza e la successiva ordinanza del 17 dicembre 1945 fu di non luogo a procedere (Cassata 2004). Nel 1946 riprese le sue funzioni nella facoltà e nel 1949 riassunse la presidenza della SIS, carica che tenne fino alla sua scomparsa. Nel 1955 fu nominato professore emerito all’Università di Roma.

Fondò e diresse le riviste «Metron» (1920), «Genus» (1934) e «La vita economica italiana» (1926) che cessò le pubblicazioni nel 1943.

Gini fece parte a vario titolo di numerose società scientifiche nazionali e internazionali. In particolare egli fu socio onorario della Royal statistical society (1920), vicepresidente (1933) e presidente (1950) dell’Istituto internazionale di sociologia, presidente della Società italiana di genetica ed eugenica (1934), della Federazione internazionale delle Società di eugenica dei paesi di lingua latina (1935), della Società italiana di sociologia (1937). Fu inoltre membro onorario dell’International statistical institute (1939), presidente della Società italiana di statistica (1941-1944 e dal 1949 fino alla morte) e, infine, membro nazionale dell’Accademia dei Lincei (1962). Si spense a Roma nelle prime ore del 13 marzo 1965.

Gli interessi scientifici

Chi conobbe Gini lo descrive come un uomo geniale, in grado sia di aprire nuove vie alla ricerca sia di proporre nuovi modi di percorrere vie già battute e che, scientificamente, non temeva di confrontarsi con alcuno. Uno dei suoi allievi, Vittorio Castellano, lo paragonava ai grandi personaggi del Rinascimento, in grado di combinare in sé «tradizione e nuovi principi, cultura umanistica e propensione tecnica e lo strano miscuglio di timidezza ed aggressività che era la caratteristica di un’epoca di evoluzione e di crisi» (1965, p. 3).

Gini era uno studioso di grande respiro culturale con interessi in molti campi oltre la statistica, quali, per es., l’economia, la sociologia, la demografia e la biologia, discipline che egli considerava strettamente collegate. In particolare, egli concepiva la popolazione come il corpo della società verso cui convergevano i contributi delle altre discipline appartenenti alle cosiddette scienze umane. Questo modo di pensare gli consentì di gettare le basi teoriche di una sociologia positiva che aveva il suo punto di partenza nella demografia e che considerava la società come un organismo avente varie proprietà basilari in comune con gli organismi biologici.

La motivazione principale che indusse Gini a occuparsi di tali tematiche, tracciando un percorso scientifico che caratterizzò tutta la sua vita, fu l’interesse per l’uomo, visto come entità biologica speciale, al centro di una popolazione con i propri problemi demografici, sociali ed economici.

Per quanto concerne l’aspetto umano, i suoi rapporti con la gente erano ridotti all’essenziale e i convenevoli quasi inesistenti. Considerava i collaboratori allo stesso modo di come Karl Pearson (1857-1936) considerava i suoi, cioè come «un esercito di industriosi robot ubbidienti magicamente ai cenni del maestro» (Giorgi 1996, p. 9). Inoltre Gini teneva saltuariamente le lezioni per i molteplici impegni connessi alla sua attività di ricerca (frequenti viaggi all’estero per congressi e per spedizioni antropologiche collegate al Comitato italiano per lo studio dei problemi della popolazione e così via). Per gli studenti egli era praticamente inavvicinabile.

Gini era sposato e aveva due figlie, ma i suoi molteplici incarichi sia all’interno sia all’esterno dell’Università nonché la sua fecondissima produzione scientifica (oltre 800 pubblicazioni tra articoli, note, memorie, monografie, libri di testo ecc.) probabilmente non gli consentirono di dedicare molto tempo alla famiglia.

Da tutto ciò sembra emergere il ritratto di un uomo per il quale lo studio e il lavoro erano tutto. Freddo ed essenziale, quasi scostante con gli altri, pienamente conscio delle sue notevoli capacità intellettuali. Tuttavia, chi come Carlo Benedetti gli fu vicino negli ultimi anni della sua vita si rese conto che

la Sua ferrea disciplina di organizzatore, di capo di équipe, la Sua rigidità, parsa a volte disumana nei rapporti di un tempo con gli altri, non era che una via, la più breve, per raggiungere importanti e determinati risultati che spesso solo Lui intravedeva. Attenuatasi questa necessità, pago e consapevole dell’opera compiuta mostrò il vero volto della sua anima rivolta al contatto umano con tutti: giovani, vecchi, studiosi ormai arrivati ed in erba, sforzandosi di penetrare e di adattarsi alle varie intelligenze, alle varie esigenze di un tempo che sempre più differiva dal Suo (1965, pp. 376-77).

Nonostante la laurea in giurisprudenza, gli interessi scientifici di Gini non erano di natura giuridica, anzi già dalla sua tesi di laurea emergeva un chiaro interesse per molte altre discipline come, per es., il calcolo delle probabilità, la cui importanza nello studio dei fenomeni fu da lui ribadita per tutta la sua lunga e feconda vita scientifica. I risultati su tali tematiche, compresa la critica all’inferenza statistica, furono raccolti nel 1968 – per iniziativa di Vittorio Castellano – nei due volumi postumi Questioni fondamentali di probabilità e statistica.

Nell’ambito della monumentale produzione scientifica di Gini ha avuto un notevole rilievo la visione organicista della società, basata su un’analogia tra organismo vivente e società, entrambi caratterizzati dal susseguirsi della giovinezza, della maturità e della vecchiaia. Egli delineò tale teoria nell’ambito del corso di patologia economica tenuto nel 1923-24 all’Università Bocconi di Milano. Un’esposizione più formale della tematica venne effettuata nel 1927 con il saggio Il neo-organicismo e successivamente ripresa, approfondita e sviluppata nel corso di oltre un ventennio che si concluse con la quinta edizione (1952) del trattato Patologia economica, pubblicato per i tipi della Utet.

Secondo Gini la differenza tra il neo-organicismo e il vecchio indirizzo organicista stava nel fatto che il primo si fondava su analogie sostanziali aventi valore euristico, mentre il secondo su analogie incidentali, aventi valore descrittivo.

Questo modo di vedere la società era già presente in I fattori demografici dell’evoluzione delle nazioni del 1912, in cui Gini esponeva la teoria ciclica dell’evoluzione per la quale la riproduttività differenziale era considerata la base dell’evoluzione demografica ed economica.

Una chiara e accurata analisi della tematica è stata recentemente effettuata da Francesco Cassata che sottolinea come la teoria ciclica delle nazioni abbia solide fondamenta nel neo-organicismo e come per Gini «il ciclo demografico corrisponda al ciclo politico delle forme di governo», mentre «l’andamento ondulatorio del ciclo economico possa paragonarsi al ritmo dei fenomeni fisiologici» (2006, pp. 110-29). Inoltre, la teoria giniana comportava una nuova concezione di equilibrio economico per cui gli squilibri andavano considerati come condizioni patologiche dell’organismo economico e non come crisi del sistema. Da ciò scaturiva «la necessità di una analisi di patologia economica [...], focalizzata non sugli equilibri, ma sulle dinamiche cicliche di crescita e di senescenza» (Favero 2004, p. 49). In tale concezione della società l’interesse nazionale doveva prevalere su tutto e tutti, dando luogo a un nazionalismo politico ed economico che sul piano della teoria economica comportò un forte interventismo statale.

Alle analisi critiche del neo-organicismo si affiancano anche valutazioni differenti come quella di Camilo Dagum  che vede nel neo-organicismo giniano «una anticipazione ben strutturata della cibernetica di Wiener, della teoria generale dei sistemi e del moderno disequilibrio economico» (1987, p. 529). Anche Cassata riconosce a Gini e ai suoi seguaci – in particolare a Castellano – l’intuizione e lo sviluppo dei «nessi fra neo-organicismo e teoria dei sistemi che Robert Merton aveva già colto, intorno alla metà degli anni Trenta, nella sua recensione della Patologia economica» (2006, p. 213).

Nonostante la grande elaborazione teorica e l’impegno profuso dallo studioso di Motta di Livenza, la cosiddetta patologia economica non raccolse particolari consensi presso il regime fascista per vari motivi, che Cassata (2006, p. 122) individua nello scarso entusiasmo di Gini per il corporativismo e nel collocamento dell’economia fascista nella fase di malattia dell’organismo ipotizzata dalla teoria giniana.

Furono i suoi studi sul reddito e la ricchezza, e soprattutto quelli collegati alla misurazione della disuguaglianza distributiva di tali variabili, che gli dettero quel successo e quella notorietà internazionale che ancora oggi permangono.

Quanto gli stessero a cuore gli studi economico-quantitativi lo si desume chiaramente dal fatto che, quando fu chiamato all’Università di Roma, volle che nella designazione della cattedra, al titolo di politica economica si associasse quello di statistica economica perché quest’ultima forniva le basi cognitive indispensabili alla prima.

Già nel 1910 Gini pubblicava sul «Giornale degli economisti» uno studio mirante ad analizzare le relazioni tra prezzi e consumi, un lavoro d’avanguardia per l’epoca, considerando che l’econometria non aveva ancora visto la luce. Questo tipo d’interessi lo avrebbe portato inevitabilmente a occuparsi della teoria dei numeri indici a cui dette contributi rilevanti (Quelques considérations au sujet de la construction des nombres indices des prix et des questions analogues, 1924), costruendo un solido ponte tra teoria statistica e teoria economica mediante le cosiddette identità di Gini.

Per quanto concerne la ricchezza e il reddito Gini affrontò tali argomenti fin dai primi anni della sua attività scientifica e nel 1914 – nel volume L’ammontare e la composizione della ricchezza delle Nazioni – ne approfondì vari aspetti, non limitandosi a una sistemazione della materia o all’applicazione di qualche metodo, ma effettuando anche uno studio comparativo della composizione qualitativa della ricchezza stessa e delineando un quadro della sua dinamica nell’ambito di vari Paesi. Inoltre, evidenziò la necessità di inserire la valutazione del capitale umano nel computo della ricchezza, necessità ribadita anche nelle sue ricerche sulle cause e le conseguenze delle migrazioni internazionali. Proprio la considerazione del capitale umano consentì a Gini di interpretare in modo nuovo e originale la prosperità americana «documentando come essa debba considerarsi soprattutto determinata dall’apporto gratuito di ricchezza che l’Europa ha fornito al nuovo mondo con l’enorme massa dei suoi emigranti» (N. Federici, L’opera di Corrado Gini nell’ambito delle scienze sociali, 1960, p. 15). Un’attenta analisi della visione giniana del capitale umano, della ricchezza e del reddito è stata effettuata da Claudio Gnesutta (2000).

Nel 1959 Gini raccolse nel volume Ricchezza e reddito i suoi numerosi scritti su tali tematiche per le quali fu responsabile anche di numerose iniziative in campo nazionale e internazionale. Infatti, la rinomanza dei suoi studi era tale che nel 1922 fu incaricato dalla Società delle nazioni di valutare il reddito e la ricchezza degli Stati membri; nel 1931 l’International statistical institute, in occasione della sessione di Tokyo, affidò a Gini la presidenza della costituenda Commissione per lo studio della ricchezza e del reddito con il compito di preparare un rapporto preliminare per la sessione di Londra del 1934. Dopo la guerra, nel 1947, egli presentò alla Commissione nazionale per il reddito – costituita presso il Consiglio economico nazionale – un’ampia relazione, approvata all’unanimità, dal titolo Contenuto ed impiego delle valutazioni del reddito nazionale. Sempre per sua iniziativa nel 1948 veniva fondato a Roma il Comitato italiano per lo studio del reddito e della ricchezza, mentre nel 1949 Gini partecipava alla costituzione dell’Associazione internazionale per le ricerche sul reddito e la ricchezza.

Nell’ambito di tali studi sono ancora di estrema attualità i lavori di Gini sulla misurazione della disuguaglianza distributiva (o della concentrazione) del reddito e della ricchezza. Questo tipo di ricerche, inizialmente, si inserì nel dibattito politico-economico sul modo in cui raggiungere una più equa distribuzione del reddito e della ricchezza, che si era fatto particolarmente animato verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Il rapporto di concentrazione

Nel 1909, Gini contribuì a tale dibattito con uno studio su Il diverso accrescimento delle classi sociali e la concentrazione della ricchezza, in cui, oltre ad analizzare le relazioni tra le classi sociali e la distribuzione della ricchezza, propose un indice che secondo l’autore non aveva gli inconvenienti di quello proposto alcuni anni prima da Vilfredo Pareto. Successivamente, Gini ricavò la relazione teorica tra i due indici mediante la quale mostrò che la distribuzione della ricchezza era enormemente diversa da Stato a Stato e da tempo a tempo, sottolineando così come le conclusioni di Pareto sull’uniformità della distribuzione della ricchezza non fossero attendibili.

Gini proseguì con grande impegno i suoi studi sulla misurazione della disuguaglianza, pervenendo nel 1914 al rapporto di concentrazione (R). Egli fece una proposta chiara, mostrando i legami con il diagramma di Lorenz e la differenza media e corredando i risultati metodologici con adeguate applicazioni empiriche. Inoltre, poiché per motivi di riservatezza i dati vengono pubblicati in forma aggregata, Gini tenne conto di questo aspetto e propose varie formule per il calcolo di R su dati raggruppati in classi, escogitando alcune originali soluzioni per particolari casi. Coniugando sempre teoria e prassi, in base ad alcune verifiche empiriche egli evidenziò inoltre che la distorsione di R aumentava al crescere della concentrazione e dell’ampiezza delle classi. La problematica connessa alla determinazione di R su dati raggruppati fu ripresa e sviluppata successivamente dallo stesso Gini e da vari suoi collaboratori, ma è a partire dagli inizi degli anni Settanta che venne affrontata in modo sistematico anche da studiosi stranieri (Giorgi 1992, pp. 30-39).

Da circa un secolo il rapporto di concentrazione focalizza l’attenzione di economisti, statistici, econometrici, biologi, sociologi e altri studiosi di scienze sia socioeconomiche, sia matematiche e biologiche. Fin dalla sua comparsa in letteratura (1914) tale indice fu al centro del dibattito sulle misure della disuguaglianza reddituale, dando luogo talvolta ad accese discussioni tra studiosi di differente formazione culturale (cfr. Giorgi 1990). Così, per es., agli inizi degli anni Settanta, le acque ormai stagnanti della ricerca sia teorica sia applicata in tema di misurazione della disuguaglianza economica furono mosse da un articolo di Anthony B. Atkinson (On the measurement of inequality, «Journal of economic theory», 1970, 2, pp. 244-63) che criticava duramente alcuni indici tradizionali, tra cui quello di Gini, perché non classificavano le distribuzioni del reddito secondo particolari funzioni di utilità sociale, pervenendo inoltre a una netta – secondo alcuni autori (Giorgi 2005) non giustificata – distinzione tra misure oggettive e normative.

Il dibattito che ne scaturì mostrò la forzatura di alcune conclusioni di Atkinson maturate in un contesto utilitaristico, i cui limiti erano stati ben evidenziati da Amartya Sen (On economic inequality, 1973, pp. 15-18), e chiaramente ribaditi anche da Stefano Zamagni nell’introduzione alla raccolta di alcuni scritti, tradotti in italiano, dello studioso indiano (A. Sen, Scelta, benessere, equità, 1986, pp. 5-46). Inoltre, va aggiunto che l’introduzione della funzione di utilità ha finito per complicare le cose in quanto il difficile problema della scelta dell’indice di disuguaglianza è stato sostituito con un altro, differente, ma altrettanto complicato quale la scelta della funzione di utilità.

Tuttavia, saranno proprio le peculiari caratteristiche dell’indice di Gini a giocare un importante ruolo nella proposta di Sen (Poverty. An ordinal approach to measurement, 1976, pp. 219-31) di una misura della povertà basata proprio su tale indice, che tiene conto della diversità reddituale mediante le differenze tra ogni coppia di redditi.

Un rilevante contributo all’evoluzione e all’attualità del rapporto di concentrazione è dovuto anche alle varie proposte di scomposizione. Quelle per fonti di reddito, basate sull’ipotesi che il reddito complessivo sia la somma di varie componenti come, per es., i redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo, da capitale, da trasferimenti, e quelle per gruppi o sottopopolazioni, che mirano a spiegare il contributo alla disuguaglianza totale di alcuni caratteri che influenzano la formazione del reddito come, per es., l’età, il genere, il grado di istruzione, la zona geografica.

La scomposizione di un indice di disuguaglianza è sicuramente uno degli aspetti che ha suscitato e suscita più interesse tra gli studiosi anche per la sua rilevanza operativa. Infatti, essa può essere usata per tentare di individuare le eventuali cause della disuguaglianza stessa e, se impiegata con la dovuta attenzione, potrebbe essere un valido strumento di supporto nelle mani dei policymakers per valutare tra differenti provvedimenti di politica economica per il raggiungimento di una più equa distribuzione di reddito.

Anche in questo contesto l’indice R di Gini gioca un ruolo rilevante dando luogo a un serrato dibattito. In particolare, per quanto concerne la scomposizione per gruppi o sottopopolazioni esso viene criticato per non essere scomponibile additivamente, cioè nel senso dell’analisi della varianza (within+between); infatti la scissione di R comprende anche una terza componente di natura residuale. Tale critica è confutata da numerosi studiosi i quali sostengono che la scomposizione additiva è restrittiva da un punto di vista interpretativo. In particolare, se nella scelta di un procedimento di scomposizione si pensa che si debba tener conto della varietà d’informazioni che esso può fornire, allora, alla luce di recenti contributi (cfr. Giorgi 2011b), la scomposizione di R sembra garantire una superiorità esplicativa rispetto agli indici scindibili additivamente. Cioè, in altre parole, si adatta abbastanza bene allo studio della complessa realtà socio-economica in cui viviamo e di cui la disuguaglianza reddituale è un particolare aspetto.

Nel concludere queste considerazioni ci sembra opportuno sottolineare che la scelta di una misura di disuguaglianza sulla base della scomponibilità additiva non è così ragionevole come alcuni studiosi sostengono, perché gli indici (per es., l’entropia o il coefficiente di variazione) che superano tale prova rendono la valutazione del reddito di ogni persona completamente indipendente dal reddito di ogni altra, perdendo così informazioni dalle quali non si può prescindere da un punto di vista operativo.

Infine, per sottolineare ulteriormente l’attualità di R, soltanto un cenno agli studi, quasi completamente assenti nel periodo giniano, sulle caratteristiche campionarie del rapporto di concentrazione che nell’ultimo trentennio hanno registrato un notevole aumento dell’attenzione dei ricercatori, concorrendo così a rendere tale indice più moderno e operativo (cfr. Giorgi 1992, 1999). Per molto tempo R ha avuto quasi esclusivamente finalità descrittive, ma la necessità di disporre rapidamente e a basso costo di informazioni sulla distribuzione dei redditi ha fatto sì che la disuguaglianza reddituale venisse sempre più frequentemente stimata su dati campionari. Pertanto, prima di generalizzare i risultati così ottenuti è necessario, al fine di trarre valide informazioni operative, conoscere e tenere nella dovuta considerazione le caratteristiche campionarie dell’indice utilizzato. Ciò è tanto più importante se vogliamo che le informazioni desunte dal campione costituiscano un valido sostegno alle decisioni di politica economica miranti alla riduzione della disuguaglianza.

Le suddette caratteristiche sono state studiate seguendo un approccio parametrico oppure non parametrico. Nel primo caso si ipotizza che sia nota la forma della distribuzione del reddito e pertanto l’indice di disuguaglianza viene espresso in funzione dei parametri della distribuzione considerata. Nel secondo caso, invece, si ricorre a metodi che non richiedono assunzioni sulla forma della distribuzione. Questo tipo d’approccio si è rivelato particolarmente congeniale agli studi sul reddito che ormai fanno sempre più riferimento a campioni piuttosto ampi, consentendo con ciò la possibilità di utilizzare i risultati della teoria asintotica per fare inferenza.

Alcuni dei risultati teorico-metodologici di Gini hanno superato brillantemente la prova del tempo, conservando un’invidiabile e, in alcuni casi, inspiegabile attualità. Ebbene, lo studioso di Motta di Livenza dette tali contributi ricorrendo il meno possibile a strumenti matematici sofisticati.

Egli non si faceva impressionare da strutture formali complicate e il suo acume arrivava dove altri annaspavano malgrado tanta matematica. Da ciò potrebbe sembrare che egli fosse un antimatematico, ma per correggere tale impressione basta leggere il suo lavoro sull’opera di Daniel Bernoulli pubblicato in «Metron» nel 1949. Sicuramente, egli non era uno sprovveduto da un punto di vista matematico, avendo seguito un corso aggiuntivo di analisi matematica come studente della facoltà di Giurisprudenza, e riconosceva l’importanza di tale disciplina tanto da aver scelto come suoi principali collaboratori Gaetano Pietra e Vittorio Castellano, entrambi laureati in matematica.

Gini, in realtà, rifuggiva da quella formalizzazione che invece di chiarire, a volte, complica le cose. Egli si confrontava con la realtà e cercava di capire la logica sottostante gli accadimenti e solo dopo, e nella misura strettamente necessaria, ricorreva agli strumenti statistico-matematici per cercare di racchiudere il tutto in un modello o, come egli preferiva dire, in uno schema.

Un uso parsimonioso della matematica in ambito statistico era per Gini un modus operandi per evitare l’elaborazione di strutture complicate volte a soddisfare solo una grammatica interna ma difficilmente utilizzabili in pratica. «I fatti o i fenomeni prima di tutto, il metodo dopo» fu il motto di Gini.

Forse sembrerà strano ma, molti anni dopo, sulla stessa lunghezza d’onda si colloca anche il Nobel 1998 per l’economia A. Sen (1999, p. XXV) il quale, per es., quando si tratta di valutare vari procedimenti di scomposizione di un indice di disuguaglianza sostiene con forza come non sia sufficiente limitarsi alla considerazione degli aspetti formali. È il caso, per es., degli indici basati sull’entropia che si limitano a soddisfare la propria coerenza interna, in questo caso rappresentata dalla scomponibilità additiva, non tenendo conto però di altri rilevanti aspetti della disuguaglianza.

Possiamo pertanto dire che la produzione scientifica di Gini in generale e quella metodologica in particolare raramente furono il risultato di un’elaborazione teorico-formale fine a se stessa, ma scaturirono dalla necessità di risolvere problematiche concrete che egli affrontò da diverse angolature, date le sue ampie e profonde conoscenze nei più disparati campi. I suoi contributi metodologici riguardarono, prevalentemente, la proposta, l’analisi e il confronto di indici statistici finalizzati allo studio delle variabili esaminate, riferite, generalmente, a popolazioni complete piuttosto che a campioni. Tali contributi ebbero, a grandi linee, per oggetto i valori medi, la variabilità, la concentrazione, l’associazione di variabili statistiche. Affinché costituissero un unicum, Gini li raccolse in Memorie di metodologia statistica. Variabilità e concentrazione nelle due edizioni del 1939 e del 1955. In realtà non era una semplice raccolta di articoli ma una rielaborazione, sia pure parziale, dei contributi originali con l’aggiunta di numerose e a volte corpose note in cui replicava alle osservazioni critiche di altri studiosi. A tutto ciò si aggiungevano, alla fine di ogni articolo, ulteriori note e complementi di aggiornamento redatti dai suoi principali collaboratori, quasi a voler impedire che la patina del tempo potesse offuscare la portata della sua opera.

Numerosi furono gli attestati di stima per la sua originale e intensa attività di ricerca, tra cui la laurea honoris causa in economia dell’Università Cattolica del S. Cuore di Milano (1932), in sociologia dell’Università di Ginevra (1934), in scienze della Harvard University (1936) e in scienze sociali dell’Università argentina di Cordoba (1963).

Gini e il suo tempo

Gini si affacciava sul mondo scientifico-accademico italiano nel periodo in cui la ricerca iniziava a essere espletata su nuove basi culturali e scientifiche. Infatti, l’unificazione politica e territoriale del Paese aveva facilitato la diffusione e l’osmosi delle idee tra gli studiosi e il miglioramento del livello della ricerca. La Prima guerra mondiale aveva evidenziato la necessità di sviluppare la ricerca applicata per migliorare le potenzialità produttive nazionali e quindi ridurre la dipendenza dell’Italia dall’importazione di prodotti tecnologici e di materie prime. In altre parole, l’ingresso di Gini in accademia avveniva nel periodo in cui il rinnovamento scientifico italiano era più fervente e si stava affermando la cosiddetta statistica moderna (cfr. Prévost 2009).

Inevitabilmente egli risentì di quei tempi, così, appena vinta la cattedra a Cagliari, creò nel 1910 il primo Laboratorio di statistica – un’istituzione volta soprattutto alla soluzione di problemi pratici – dove professori, assistenti, tecnici e studenti lavoravano insieme al fine di migliorare l’uso delle risorse umane e sviluppare e diffondere le conoscenze scientifiche. Questa nuova organizzazione del lavoro caratterizzò tutte le strutture di ricerca dirette da Gini.

La divisione del lavoro attuata prima nei Laboratori e successivamente negli Istituti facilitò la collaborazione tra statistici, economisti e matematici. Ciò comportò anche un cambiamento dell’insegnamento di tali discipline, in particolare quello della statistica che divenne più tecnico e pratico, consentendole di svilupparsi e di consolidarsi come disciplina autonoma sia in ambito accademico sia negli enti pubblici e privati.

Anche nei decenni successivi al primo conflitto mondiale, Gini continuò ad avere un ruolo di primo piano in campo sia nazionale sia internazionale ed è pertanto necessario soffermarsi sui rapporti che lo studioso italiano ebbe con il fascismo.

Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti e fu uno dei 18 saggi a cui Benito Mussolini commissionò la stesura della Costituzione fascista. Non va inoltre dimenticato che egli nel 1927 pubblicò The scientific basis of fascism nella rivista statunitense «Political science quarterly».

Di sicuro del regime fascista non condivise le leggi razziali del 1938 perché in contrasto con la sua visione della società e la sua disponibilità a favorire incroci tra le popolazioni. In particolare, egli sosteneva che il declino demografico dei Paesi civilizzati poteva essere fermato e invertito mediante incroci con popoli geneticamente più giovani. Le sue idee in merito erano chiare e ben definite prima dell’avvento del fascismo, come emerge chiaramente dal suo volume I fattori demografici dell’evoluzione delle nazioni pubblicato nel 1912.

In alcuni casi, come sottolineato da Jean-Guy Prévost (2009, p. 98), egli parlò, sia pure in ritardo e con prudenza, di aberrazioni del fascismo con particolare riferimento al razzismo. A suo modo cercò di sottrarsi alla spirale estremista del regime, per es., sciogliendo il Comitato di redazione di «Metron» al fine di evitare la radiazione dei componenti di religione ebraica imposta dal regime.

Nonostante ciò, è chiaro che egli aderì agli indirizzi generali del fascismo, ma fu un fascista un po’ particolare perché era troppo intelligente e spirito libero per assecondare molte delle idee che il regime cercava d’imporre. Così, per es., gli stretti rapporti con Mussolini durante la presidenza dell’ISTAT non furono mai caratterizzati da un atteggiamento sottomesso (cfr. Leti 1996).

Occorre tuttavia rilevare che il rigoroso rispetto di una deontologia scientifico-professionale, manifestatosi attraverso la difesa dell’ISTAT da ingerenze politiche esterne riguardanti la gestione sia dei dati statistici sia del personale, fece sì che le ragioni della scienza e quelle del merito fossero le linee guida che caratterizzarono l’attività accademico-professionale di Gini e furono proprio «le ragioni della scienza contro quelle dell’ideologia razzista e antisemita» (Cassata 2006, p. 140) che indussero Gini a intervenire in difesa della popolazione dei Caraimi della Lituania e della Polonia. Per le stesse ragioni ostacolò, dopo l’8 settembre 1943, l’intromissione dei fascisti e dei nazisti nella facoltà di Scienze statistiche (Cassata 2006, p. 127).

Gli storici stanno inoltre investigando sul ruolo di Gini nella politica natalista del regime e Cassata (2006, p. 14), sulla base di documenti d’archivio e della fitta corrispondenza con Mussolini, sembra confermare l’ipotesi di un suo ruolo marginale, almeno nelle prime fasi.

Tuttavia, egli non fece mancare il sostegno tecnico, quale presidente dell’ISTAT e su richiesta diretta di dati da parte del duce, alla politica del regime come, per es., nel caso del cosiddetto discorso dell’Ascensione – tenuto da Mussolini alla Camera il 26 maggio 1927 – in cui veniva delineata la politica fascista di stimolo alla natalità (Treves 2001, pp. 212-17). Invece, non condivise e cercò di contrastare le scelte familiste, basate sul prestito matrimoniale come nella Germania nazista, poste in essere dal regime nel 1937.

Quindi il comportamento di Gini, sia come scienziato sia come uomo pubblico fu piuttosto variegato e non facilmente inquadrabile negli schemi (fascisti) del tempo (cfr. Giorgi 2011a).

È lecito, allora, domandarsi che tipo di fascista egli fosse. Egli era innanzi tutto un intellettuale che per intelligenza e formazione culturale non aveva portato il cervello all’ammasso delle idee del regime, cioè, in altre parole, era consono valutare «eventi e scelte politiche in base alla loro corrispondenza ai propri schemi e alle proprie teorie» (Treves 2001, p. 224). Egli sostenne con forza, nell’autodifesa al processo di epurazione, di essere uno scienziato che aveva osservato e cercato le cause degli eventi e se questi erano di natura politica li aveva investigati da scienziato e non da politico.

Il fatto è che le sue idee, compresa la teoria ciclica delle nazioni e le basi del neo-organicismo, erano già state delineate fin dagli inizi della sua carriera accademica, cioè prima che il fascismo nascesse e la sua adesione a quest’ultimo fu solo per ciò che rispondeva ai propri convincimenti. In altre parole, possiamo dire, parafrasando Anna Treves, che egli fu fascista nella misura in cui «poteva leggere il fascismo come giniano» (2001, p. 228).

Questo suo modo d’essere, oseremmo dire, questa sua etica si estrinsecava quotidianamente sia con il rifiuto di piegarsi (come presidente dell’ISTAT e come preside della facoltà di Scienze statistiche) ai favoritismi reclamati dal regime sia con la salvaguardia della veridicità del dato statistico mediante un rigoroso uso dei metodi utilizzati, evitando in tal modo lo stravolgimento delle indagini. Così, per es., quando appurò – come presidente dell’ISTAT – l’alterazione dei dati censuari del 1931 che mostravano la popolazione di Catania e Napoli di gran lunga superiore a quella reale, decise di rifare il censimento nelle due città.

Opere

Il diverso accrescimento delle classi sociali e la concentrazione della ricchezza, «Giornale degli economisti», 1909, 38, pp. 27-83.

Prezzi e consumi, «Giornale degli economisti», 1910, 40, pp. 99-114, 235-49.

Indici di concentrazione e di dipendenza, Torino 1911.

I fattori demografici dell’evoluzione delle nazioni, Torino 1912.

Variabilità e mutabilità: contributo allo studio delle distribuzioni e delle relazioni statistiche, Bologna 1912.

L’ammontare e la composizione della ricchezza delle Nazioni, Torino 1914, 19622.

Sulla misura della concentrazione e della variabilità dei caratteri, «Atti del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti», 1914, 73, pp. 1203-48.

Patologia economica, Milano 1924, Torino 19525.

Quelques considérations au sujet de la construction des nombres indices des prix et des questions analogues, «Metron», 1924, 4, pp. 3-162.

Le basi teoriche della politica economica, «Economia», 1926, 8, pp. 113-43.

Il neo-organicismo, Catania 1927.

Nascita, evoluzione e morte delle nazioni, Roma 1930.

Memorie di metodologia statistica. Variabilità e concentrazione, Milano 1939, Roma 19552.

The content and use of estimates of the National Income, «Banca nazionale del lavoro quarterly review», 1948, 5, pp. 272-310.

Delusioni dell’Econometria, «Giornale degli economisti», 1956, 15, pp. 174-77.

Economia lavorista. Problemi del lavoro, Torino 1956.

Ricchezza e reddito, Torino 1959.

Questioni fondamentali di probabilità e statistica, Roma 1968.

Bibliografia

C. Benedetti, Ricordando Corrado Gini, «Rivista di politica economica», 1965, 55, pp. 371-77.

V. Castellano, Corrado Gini: a memoir, «Metron», 1965, 24, pp. 3-84 (con bibl. completa di Gini).

C. Dagum, Gini Corrado (1884-1965), in The New Palgrave. A Dictionary of economics, ed. J. Eatwell, M. Milgate, P. Newman, 2º vol., London 1987, ad vocem.

G.M. Giorgi, Bibliographic portrait of the Gini concentration ratio, «Metron», 1990, 48, pp. 183-221 (con bibl. prec.).

G.M. Giorgi, Il rapporto di concentrazione di Gini: genesi, evoluzione ed una bibliografia commentata, Siena 1992 (con bibl. prec.).

G.M. Giorgi, Encounters with the Italian statistical school. A conversation with Carlo Benedetti, «Metron», 1996, 54, pp. 3-23.

G. Leti, L’Istat e il Consiglio superiore di statistica dal 1926 al 1945, «Annali di statistica», 1996, 8, pp. 1-611.

G.M. Giorgi, Income inequality measurement: the statistical approach, in Handbook of income inequality measurement, ed. J. Silber, Boston 1999, pp. 245-60 (con bibl. prec.).

A. Sen, Foreword to Handbook of income inequality measurement, ed. J. Silber, Boston 1999, pp. XVII-XXVI.

C. Gnesutta, Prospettive di sviluppo nazionale e rappresentazione della realtà economica negli Annali di Statistica 1871-1996, «Annali di statistica», 2000, 21, pp. 311-419.

N. Federici, Gini Corrado, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 55° vol., Roma 2001, ad vocem.

A. Treves, Le nascite e la politica nell’Italia del Novecento, Milano 2001.

F. Cassata, Cronaca di un’epurazione mancata, «Popolazione e storia», 2004, 5, pp. 89-119.

G. Favero, Corrado Gini and Italian statistics under fascism, «Il pensiero economico italiano», 2004, 12, pp. 45-59.

G.M. Giorgi, Gini’s scientific work: an evergreen, «Metron», 2005, 63, pp. 299-315.

F. Cassata, Il fascismo razionale. Corrado Gini fra scienza e politica, Roma 2006.

J.-G. Prévost, A total science. Statistics in liberal and fascist Italy, Montréal 2009.

G.M. Giorgi, Corrado Gini: the man and the scientist, «Metron», 2011a, 69, pp. 1-28.

G.M. Giorgi, The Gini inequality index decomposition. An evolutionary study; in The measurement of individual well being and group inequalities. Essays in memory of Z.B. Berebi, ed. J. Deutsch, J. Silber, Abingdon 2011b, pp. 189-222 (con bibl. prec.).

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