Crisi

Crisi

Enciclopedia delle scienze sociali (1992)
di Pierluigi Ciocca e Gian Enrico Rusconi

CRISI

Crisi economica e finanziaria
di Pierluigi Ciocca

sommario: 1. Il concetto. 2. Le crisi nella storia: a) la mappa delle crisi; b) crisi mancate o sventate. 3. Le cause delle crisi. Tre scenari di teoria: a) il filone Thornton-Bagehot; b) speculazione e ciclo creditizio; c) la dinamica del capitalismo e le crisi. 4. La probabilità delle crisi: crescente o decrescente? □ Bibliografia.

1. Il concetto

Le crisi sono qui intese come fasi in cui, nelle economie di mercato, una contrazione profonda e non breve delle attività produttive e d'investimento si unisce a rapide, forti flessioni nei valori di cespiti patrimoniali, 'reali' o finanziari. Fra le manifestazioni di mal funzionamento, non ci si riferisce quindi a quelle indicate con termini generici che, sia pure in vario grado, s'applicano a ogni sistema economico-sociale: difficoltà, instabilità, trasformazione, decadenza. Ma non ci si riferisce neppure, fra le manifestazioni più propriamente tipiche del capitalismo industriale dell'età contemporanea, teorizzate dalla scienza economica, a quelle ricomprese in altri concetti e termini specifici: ciclo, recessione, depressione, ristagno, stagflazione. I fenomeni d'instabilità che queste diverse categorie logiche rappresentano sono legati da molteplici nessi; solo i principali, concernenti in modo più diretto le crisi, potranno essere richiamati in questa voce. Le ripercussioni sociali e politiche delle crisi economiche possono essere estremamente gravi. Nascono dallo spreco, irreparabile, delle risorse disponibili ma non utilizzate; dal rischio che l'intensità della contrazione rallenti la crescita dello stesso potenziale produttivo attraverso cui soddisfare, nel lungo periodo, i bisogni della società civile; dal trauma della perdita del lavoro per chi lo aveva e dalla prospettiva della inoccupazione per i giovani; dalle spinte disgregatrici che il calo delle attività economiche e le mutazioni di prezzo dei cespiti patrimoniali imprimono attraverso una redistribuzione di reddito e di ricchezza arbitraria, incontrollata.
Il crinale della crisi si situa fra la dimensione 'reale' e la dimensione monetaria dell'economia. Nei sistemi di mercato quel crinale è reso strettissimo dalle aspettative dei produttori-investitori, da un lato, e dei risparmiatori, dall'altro. Sebbene in questi casi sia meno probabile, la crisi può scoppiare anche se l'economia non è entrata nella fase discendente di un ciclo, o non versa in uno stato di depressione, o non subisce il prevalere di tendenze al ristagno. La mutevolezza delle aspettative e la centralità che esse assumono nel processo economico possono provocare cadute di produzione e forti scompensi nei mercati monetari e finanziari, autonomamente ovvero amplificando spinte in atto. Per la natura stessa di queste forze, nelle economie capitalistiche le crisi, sempre possibili, non sono affatto periodiche o ineluttabili. Dai primi tentativi di inizio Ottocento sino alle più recenti teorie statistico-matematiche la scienza economica è stata costantemente impegnata a identificare i fattori capaci di provocare le crisi, la politica economica a prevenirle e a circoscriverne le conseguenze.In un'economia di mercato sviluppata è diffusa la detenzione, e sono intensi gli scambi, di beni patrimoniali (terreni, fabbricati, mezzi di produzione) e di valori mobiliari. L'una e gli altri trovano alimento nel credito, bancario e non bancario. Allorché prevale l'attesa che cespiti reali e titoli diminuiscano di prezzo, vi sarà una corsa a venderli e ad acquisire moneta (oro, argento, biglietti di Stato o degli istituti di emissione, depositi presso le banche più solide), per detenerla o per rimborsare i debiti prima che le passività eccedano le attività, provocando l'insolvenza. Gli investimenti produttivi possono risentire fortemente delle peggiorate previsioni di profitto, del più elevato costo del capitale, della convenienza ad acquistare i beni strumentali che già esistono, meno cari di quelli di nuova produzione; il calo della ricchezza e del reddito, il deterioramento delle prospettive di lavoro contraggono i consumi. Il ridursi della domanda globale provoca la flessione del prodotto, degli scambi con l'estero, dell'occupazione, dello stesso livello generale dei prezzi. Le spinte recessive interagiscono sinché forze di segno opposto, spontaneamente espresse dal sistema o sollecitate dall'intervento della politica economica, non arrestano e invertono il movimento.
La sequenza attraverso cui il processo si svolge e la misura in cui l'economia viene colpita nei suoi diversi aspetti variano in relazione a un'ampia gamma di elementi. In questo senso ogni crisi presenta una propria specificità di forme e si propone pertanto quale oggetto d'indagine all'analisi storica, prima ancora che a quella teorica. Una sequenza stilizzata viene riprodotta nella tabella. Compilata (v. Fisher, 1933) sulla base dell'esperienza accumulata sino agli anni trenta, essa dà l'idea della complessità delle forze in gioco, sebbene l'accento posto sull'indebitamento e sulla flessibilità dei prezzi verso il basso (deflazione dei debiti) sia apparso a più d'uno studioso, in seguito, eccessivo.Va sottolineata la natura intrinsecamente monetaria delle economie capitalistiche. In tali economie il circuito produttivo è messo in moto ed è diretto dagli imprenditori. Essi hanno la proprietà, o il controllo, degli impianti, dei macchinari, dell'organizzazione della produzione. Hanno, inoltre, la disponibilità di ampi mezzi finanziari: possiedono moneta o possono procurarsela a credito, attraverso le banche, gli altri intermediari finanziari, la borsa. Con questi mezzi liquidi è possibile pagare i salari ai lavoratori prima ancora di aver prodotto e venduto la merce. La vendita dei prodotti e il denaro così incassato devono consentire poi il rimborso dei prestiti e il pagamento degli interessi ai creditori, l'ottenimento di un profitto netto - scopo ultimo della produzione, realizzato in forma monetaria attraverso l'accumulo di una ricchezza fungibile - e l'inizio di un nuovo ciclo su scala più larga.La moneta e il credito sono essenziali allo svolgersi di questo ciclo produttivo, a cui ne corrisponde uno monetario e creditizio. Tendono quindi ad assumere le caratteristiche tecnico-organizzative richieste da un mercato improntato alle esigenze delle imprese e condizionato dalle loro scelte. E tuttavia, da formidabile leva di sviluppo, moneta e credito possono trasformarsi in fattore di acuta instabilità dell'intera economia. Entrano, direttamente o indirettamente, nella produzione di tutte le altre merci. Ma il tesoreggiamento può essere preferito all'investimento produttivo; il credito a chi produce può così rapidamente venir meno. Ancorché tutelata da vincoli contrattuali e da norme di legge, la fitta rete di obbligazioni finanziarie si fonda da ultimo sulla fiducia, riferita sia all'intero mondo degli affari, sia alla specifica attività e al particolare debitore. Lo scemare della fiducia riduce la propensione agli investimenti, o a finanziare a lunga scadenza e a costi accettabili chi li effettua; accresce la propensione a detenere mezzi liquidi, quale precauzione di fronte all'incertezza e al rischio; può provocare effetti di contrazione a catena, tanto più intensi ed estesi quanto più brusco è il calo di fiducia e minore è la misura in cui la domanda straordinaria di mezzi liquidi viene soddisfatta.
Uno scompenso monetario e finanziario è quindi parte integrante della crisi, sia quale manifestazione sia quale concausa. Storicamente, alle recessioni produttive profonde si sono associati dissesti e forte instabilità nel sistema bancario, nei mercati monetari e finanziari. Ciò spiega anche perché i banchieri siano stati fra i primi a comprendere la natura e la gravità del problema, e le banche centrali fra le prime istituzioni a ricercare, attraverso il 'credito di ultima istanza' accordato alle banche in difficoltà, una risposta di politica economica.

2. Le crisi nella storia

La consapevolezza dell'esposizione del sistema al rischio di crisi è documentabile presso i 'pratici', operatori dell'industria e della finanza, già fra lo scorcio del Settecento e gli inizi dell'Ottocento. Quella consapevolezza si fondava sulle esperienze d'instabilità del mondo degli affari nella fase dell'ascesa e dell'affermarsi del capitalismo industriale, segnatamente nell'Inghilterra del XVIII secolo. Essa si estese poi nel secolo successivo ai governanti e agli studiosi, di fronte al dato, ovvio ma illuminante, che le crisi avvenivano: sperimentate più spesso da singoli paesi, talvolta, e con sincronismo tendenzialmente crescente, dal complesso delle economie di mercato.Una visione d'assieme è stata a lungo ostacolata da carenze statistiche. Mentre le cronache coeve e gli stessi resoconti analitici successivi delle vicende monetarie e finanziarie abbondano, sono a lungo mancati dati quantitativi di sintesi, sia pure di prima approssimazione, sull'attività produttiva. Contributi quali quelli di Bairoch, Maddison, Mitchell, consentiti dalla costruzione di serie di contabilità nazionale relative a ciascuna economia, hanno colmato in par te la lacuna: per l'Europa a partire dal 1830, per gli Stati Uniti e pochi altri paesi a partire dal 1870. Al tempo stesso, per la storia d'Europa, ma con ampio riferimento agli Stati Uniti, Kindleberger ha censito le fasi di tensione finanziaria in senso stretto, definite come "il deterioramento - acuto, concentrato nel tempo, metaciclico - dell'insieme o di un sottoinsieme di indicatori finanziari" (v. Kindleberger, 1987, p. 339). Se a ognuno di questi casi di tensione finanziaria si accostano i dati ora disponibili sull'attività produttiva, diviene possibile tracciare una mappa delle crisi, 'reali' e finanziarie, nei secoli XIX e XX.
Emerge, quale primario elemento fattuale, che nelle attività economiche le fasi di caduta forte, non breve, non limitata all'accidente dei cattivi raccolti, racchiudono tensioni finanziarie, ovvero sono da queste di poco precedute o seguite. Forse meno scontata è una convinzione da sempre espressa dai banchieri centrali: più d'una crisi, che avrebbe potuto avvenire, sarebbe stata evitata attraverso misure di sostegno. Non di rado gli interventi sarebbero riusciti a prevenire gli stessi focolai dell'instabilità. Naturalmente, manca la controprova: la storia con i 'se', controfattuale, non è forse impossibile, ma è certo difficile. Nondimeno, in altri casi le tensioni finanziarie si sono palesate e hanno teso a diffondersi, ma non sono arrivate a intaccare l'attività produttiva, anche grazie all'azione di un prestatore di ultima istanza, o ad altri provvedimenti correttivi.

a) La mappa delle crisi
Se si prescinde dai periodi bellici e postbellici, le crisi su scala internazionale più gravi, che hanno segnato la storia economica dell'età contemporanea, si situano negli anni 1833-1842, negli anni settanta sempre dell'Ottocento, negli anni trenta del Novecento.Durante il primo di questi tre periodi, il prodotto lordo in termini reali diminuì in Europa del 9% nel 1833, del 4% nel 1841; in entrambe le occasioni l'attività economica restò per circa un biennio sui più bassi livelli toccati. Negli Stati Uniti la contrazione produttiva probabilmente si limitò al settore dei beni strumentali. Le tensioni finanziarie divennero acute alla fine del 1836 nel Regno Unito, nel giugno e nel settembre del 1837, rispettivamente, in Francia e negli Stati Uniti. Nel Regno Unito si arrestò la tendenza a creare nuove società bancarie; divennero frequenti i fallimenti di banche, specialmente di quelle più esposte con i settori cotoniero e ferroviario; la fiducia subì un crollo generale. Negli Stati Uniti il panico finanziario del 1837 si estese al mercato azionario, con una catastrofica flessione dei corsi, connessa anche con la caduta dei prezzi dei terreni, in particolare di quelli utilizzati per la produzione di cotone; fra il 1838 e il 1843 la quantità di moneta diminuì di un terzo, a seguito dei ritiri dei depositi bancari, il numero delle banche di un quarto. Attraverso una rete di relazioni commerciali e finanziarie che aveva già raggiunto dimensioni internazionali, la crisi inglese e quella americana ebbero ripercussioni sul sistema creditizio e sul mercato monetario della Francia, del Belgio, della Prussia.
Negli anni settanta del secolo scorso prese l'avvio una tendenza cedente dei prezzi che ha a lungo indotto a connotare l'intero periodo 1873-1896 come periodo di 'grande depressione' internazionale. Gli studi più recenti hanno invece negato che alla deflazione si sia unito, nell'intero ventennio, un generale ristagno economico. E tuttavia gli anni settanta furono segnati da fasi di caduta del prodotto lordo in Europa - non solo nel 1870, in connessione col conflitto franco-prussiano (-7%), ma anche nel 1875-1876 (-4% nel biennio) e nel 1879-1880 (-7% sempre nel biennio) - e dalla fase di crescita zero (il 1874-1875) di una giovane economia in forte, tendenziale sviluppo, come quella degli Stati Uniti. Nella sfera finanziaria le difficoltà più acute su scala mondiale presero l'avvio nel 1873. La tensione che allora si determinò nelle principali piazze del mondo fu probabilmente la più acuta ed estesa del secolo. Essa cominciò a Vienna, in maggio; toccò altri paesi europei, come l'Olanda, l'Italia, il Belgio; poi si estese agli Stati Uniti, in settembre, e infine al Regno Unito, alla Francia, alla Russia. Furono severamente colpiti gli intermediari bancari e finanziari esposti con i settori delle ferrovie, dei prodotti primari, dell'edilizia. Ma il malessere finanziario, esploso nel 1873, proseguì negli anni successivi. Sul fronte bancario i dissesti furono numerosi ovunque. Negli Stati Uniti il numero complessivo delle banche commerciali - che era raddoppiato, da 1.500 a 3.000, nel periodo 1863-1873 - diminuì di 200 unità nel 1874 dopo la moratoria del 1873 e vide la sua crescita arrestarsi per circa un decennio. In Italia, fra il 1874 e il 1879, il numero delle società bancarie per azioni scese da 143 a 101, il loro capitale nominale complessivo da 792 a 269 milioni di lire dell'epoca. Profondità e durata dello squilibrio finanziario emergono soprattutto nella caduta dei corsi azionari. Dopo la chiusura di Wall Street, dal 20 al 30 settembre 1873, i mercati borsistici vissero ripetuti momenti di panico, dominati come furono da "vendite di titoli massicce e concentrate, con considerazione solo secondaria per il prezzo di realizzo" (v. Morgenstern, 1959, p. 543). Da allora i corsi restarono in flessione per diversi anni in quasi tutte le borse: la discesa fu del 40% negli Stati Uniti, sino al 1877, del 60% in Germania, sino al 1877-1878, del 35% nel Regno Unito, sino al 1879, del 30% in Italia, sino al 1877.
La crisi degli anni 1929-1932 prospetta un nesso ancor più evidente fra dimensione 'reale' e dimensione finanziaria, nel disastro che allora colpì il complesso delle economie di mercato, incluse quelle periferiche, e che in Europa concorse all'ascesa del nazismo. Se si considera il prodotto lordo complessivo di sedici paesi - i principali paesi dell'Europa occidentale, gli Stati Uniti, il Giappone, l'Australia, il Canada - le statistiche registrano una caduta continua per un triennio, pari, rispetto al livello del 1929, al 17% nel 1932; la produzione tornò ai livelli del 1929 solo nel 1936. La disoccupazione colpì la forza lavoro, anch'essa in diminuzione, in una misura compresa, nei diversi paesi, fra il 15 e il 30%. Il volume del commercio mondiale si contrasse più del reddito, di circa un quarto, a seguito delle barriere, tariffarie e non tariffarie, introdotte quasi ovunque. I movimenti internazionali dei capitali a medio termine furono prossimi ad annullarsi. La grande depressione degli anni trenta passò alla storia come 'crisi del 1929', in ragione del fatto che sul fronte finanziario essa prese le mosse dal crollo del mercato azionario di New York nell'ottobre di quell'anno (v. Galbraith, 1955). Dopo un calo del 5% il giorno 3 e del 6% il 23, i corsi precipitarono il 28 e il 29: la flessione del 23% in questi ultimi due giorni è rimasta la più acuta registrata in cento anni negli Stati Uniti, sino alle due giornate operative 16 e 19 ottobre 1987, allorché l'indice accusò una discesa del 26%. Ma anche in Europa la fase acuta della recessione coincise con i dissesti della Creditanstalt, la prima banca d'Austria, nel maggio del 1931, e della tedesca Danat-Bank, in giugno, oltre che con forti pressioni sia sulla sterlina, ampiamente convertita in oro dai non residenti, sia sul mercato bancario e monetario interno inglese, in luglio. L'eccesso d'offerta dei titoli si estese a tutti i mercati azionari: rispetto al 1929, nel 1932 i corsi erano diminuiti del 90% negli Stati Uniti, del 60% in Germania, del 70% in Francia, del 50% nel Regno Unito. Difficoltà, fallimenti, fusioni, dure razionalizzazioni non risparmiarono le banche di nessun paese. Nell'economia più colpita, quella degli Stati Uniti, nel 1930-1932 lo stock di moneta, prevalentemente costituito da depositi bancari, diminuì del 27%, sebbene la base monetaria non avesse subito contrazioni. La flessione del livello medio dei prezzi fu del 31%. Delle 24.000 banche commerciali esistenti 5.000 fallirono; nel complesso, anche attraverso autoliquidazioni e fusioni, il loro numero si ridusse del 40%; i dissesti si estesero alle casse di risparmio e alle compagnie di assicurazione; fu necessario riedificare la struttura bancaria e finanziaria dalle fondamenta, a partire dalla generale chiusura delle banche proclamata dal presidente Roosevelt il 9 marzo del 1933. Ma il travaglio del sistema bancario non fu minore, ad esempio, in Italia, dove il numero delle aziende di credito diminuì da 4.657 a 2.042 fra il 1926 (l'anno d'inizio delle difficoltà per l'economia italiana, con l'apprezzamento della lira verso 'quota 90' rispetto alla sterlina) e il 1936 (l'anno della nuova 'legge bancaria', tuttora vigente).
Questi tre periodi storici si staccano dagli altri per entità di manifestazioni e vastità di ripercussioni. Ma altre crisi generali ebbero luogo, ancorché estese a un numero più limitato di paesi e di più breve durata. Un esempio lontano nel tempo è quello dell'Europa nel 1847-1848. Il fatidico anno 1848 vide il prodotto lordo diminuire del 7%. Nel biennio 1847-1848 decine di ditte industriali e di case bancarie fallirono nel Regno Unito e in Francia, altre in Olanda, in Prussia, in Italia. La tensione monetaria indusse a sospendere il Bank act in Inghilterra nell'ottobre 1847; richiese un sostegno di riserve auree alla Banca di Francia da parte della Banca d'Inghilterra. Ma la crisi, oltre a essere relativamente breve, venne acuita da fattori speciali: la speculazione sui cereali indotta da raccolti eccezionalmente cattivi nel 1845-1846 e molto migliori nel 1847, le forti oscillazioni nei prezzi delle scorte, le convulsioni politiche nel continente, il timore di una rivolta cartista in Inghilterra.
Un esempio meno lontano è quello della crisi nell'area dell'OCSE, innescata nel 1973-1975 dal brusco rialzo del prezzo del petrolio e dalle fluttuazioni del dollaro. La crescita si arrestò nel 1974, e nel 1975 si trasformò in una flessione del volume degli investimenti privati non residenziali dell'8% e in una, più lieve (0,2%), del prodotto lordo. I sistemi bancari del Regno Unito (insolvenza delle fringe banks londinesi), della Repubblica Federale Tedesca (fallimento della Herstatt) e degli Stati Uniti (fallimenti della Franklin Bank e della Security National Bank, instabilità estesa a grandi gruppi bancari) attraversarono momenti difficili, che vennero tuttavia superati, sia pure grazie anche a massicci interventi di sostegno da parte delle autorità monetarie e di supervisione bancaria.Qualora si facesse riferimento a singoli paesi, piuttosto che all'insieme delle economie di mercato, la mappa delle crisi, 'reali' e finanziarie, si amplierebbe notevolmente. Fra gli episodi più noti relativi alle principali economie vi sono quelli degli Stati Uniti nel 1893-1894 e nel 1908, della Francia nel 1883-1885, del Regno Unito nel 1892-1893, dell'Italia nel 1889-1894, gli "anni più neri" dell'economia italiana (v. Luzzatto, 1968).

b) Crisi mancate o sventate
Sono quindi rari, forse inesistenti, i casi in cui una contrazione produttiva non sia stata accompagnata da tensioni bancarie e finanziarie. Meno rari sono quelli in cui gli scompensi manifestatisi nel mondo della banca e della finanza non si sono risolti in una contrazione estesa al reddito reale, agli investimenti produttivi, all'occupazione. Nella maggior parte di questi ultimi casi la crisi venne tuttavia circoscritta da avvenimenti, più spesso da provvedimenti, che ristabilirono in tempo la fiducia. Gli espedienti più comuni per arrestare il panico finanziario, precedenti e poi talora complementari a una politica monetaria incentrata sul credito di ultima istanza, furono la sospensione della convertibilità dei biglietti in metallo prezioso, la moratoria dei pagamenti, la chiusura temporanea di banche e borse, l'offerta di garanzie ad hoc da parte dello Stato o da parte di associazioni di banche, l'assicurazione dei depositi.
Intercorrono circa due secoli fra l'esempio di Londra nel 1793 e quello di Wall Street nel 1987, ma l'intervento esterno fu in entrambe le occasioni risolutivo. Nel 1793 il panico si diffuse, nella City e nel paese, a seguito del fallimento di banche operanti fuori Londra; la domanda dei biglietti della Banca d'Inghilterra crebbe a dismisura, per ragioni precauzionali; la stretta monetaria si fece rapidamente durissima. La catena dei dissesti venne però spezzata, e non si estese al mondo della produzione: bastò allo scopo il mero annuncio della decisione del Parlamento di mettere a disposizione dei mercanti solvibili titoli a breve dello Scacchiere, facilmente liquidabili. Nell'ottobre del 1987 la 'guerra' dei tassi d'interesse fra Stati Uniti, Giappone e Germania Federale, a sostegno dei cambi delle rispettive monete, sospinse il tasso d'interesse a lungo termine molto al di sopra del rendimento dei titoli azionari, sopravvalutati; al crollo da primato storico dei corsi azionari a Wall Street fecero seguito quelli delle altre principali borse. Ma il cedimento venne contrastato dalla rapida correzione di segno della politica monetaria e dalla dichiarata determinazione delle banche centrali a impedire, con ampia immissione di liquidità nei mercati, che l'attività produttiva venisse pregiudicata.
Se gli episodi locali di tensione finanziaria rientrata, per accidente o per intervento esterno, sono stati non infrequenti (di nuovo l'Inghilterra nel 1797, 1810, 1825, 1866, 1890; la Francia nel 1818; l'Italia nel 1907), sono solo sporadici quelli in cui la tensione bancaria e finanziaria ebbe pieno corso, con manifestazioni acute e diffuse fra gli intermediari, senza tuttavia associarsi a una contrazione delle attività produttive. Almeno un episodio va richiamato. Il 1857 fu un anno di crisi finanziaria di notevole gravità, di vasta portata internazionale. Essa prese l'avvio in agosto dal tracollo della speculazione sui titoli ferroviari negli Stati Uniti; in poche settimane coinvolse le ditte inglesi più impegnate negli scambi con gli Stati Uniti e quelle di Amburgo. In Inghilterra venne elevato sino al 12% il tasso di sconto e fu sospeso il Bank act. Ciò creò il panico nella Borsa di Parigi e tutti i centri finanziari dell'Europa centro-settentrionale ne risultarono scossi. Nonostante tutto nel periodo 18561858 il prodotto lordo dell'Europa si accrebbe considerevolmente.

3. Le cause delle crisi. Tre scenari di teoria

Il laboratorio della storia offre, dunque, una casistica variegata: prova che le crisi sono un'eventualità più che possibile; mette in luce il nesso fra l'acutezza delle crisi più gravi e la loro duplice dimensione, a un tempo 'reale' e finanziaria; esclude che una tensione finanziaria, pur forte, si risolva inevitabilmente in una contrazione profonda dell'attività produttiva; suscita la questione delle politiche economiche anticrisi. Sollecitata dai fatti della storia, l'analisi economica ha ricondotto a tre fondamentali famiglie di teorie l'identificazione dei fattori e delle condizioni che tendono a provocare la crisi e dei modi per prevenirla o superarla.

a) Il filone Thornton-Bagehot
Il primo filone è quello che nell'Ottocento, con Thornton e con Bagehot, diede nobiltà teorica e veste istituzionale alla pratica del credito di ultima istanza. Secondo questa linea d'analisi, in un'economia monetaria, ancorché non soggetta a fluttuazioni endogene, la fiducia può venir meno. Se non viene ripristinata, può aver luogo una crisi: finanziaria prima, a seguito della stretta monetaria risultante dal tesoreggiamento e dalla minor velocità di circolazione della moneta, 'reale' poi, a seguito del diffondersi del pessimismo e del più elevato costo del credito per i produttori. Un prestatore di ultima istanza può ristabilire la fiducia: con la sua disponibilità a far credito, prima ancora che con l'effettiva immissione di mezzi monetari nel mercato.
Lo schema è di una chiarezza cristallina, nella sua semplicità. Implica un concetto d'instabilità analogo a quello che il senso comune applica di fronte all'equilibrista che percorre il filo teso fra i due campanili di una piazza. L'uomo può cadere per mille motivi. È opportuno quindi usare una rete di protezione, che, dandogli sicurezza, ridurrà le stesse probabilità di caduta.
Nella versione originaria di Henry Thornton, "le cause che possono far variare la rapidità di circolazione delle banconote sono molteplici. In generale, una situazione di elevata fiducia favorisce un aumento della velocità di circolazione, [...] contribuirà a far sì che occorrano minori riserve per far fronte agli imprevisti. In una situazione siffatta, ciascuno confida che, se una richiesta di pagamento, oggi dubbia ed eventuale, dovesse effettivamente pervenirgli, sarebbe possibile farvi fronte al momento: si è riluttanti all'idea di incorrere nei costi connessi con la vendita di merci o con il presentare una cambiale allo sconto con lo scopo di costituirsi una riserva con molto anticipo rispetto a quando sarà necessaria. All'opposto, allorché sopraggiunge una stagione di sfiducia, la prudenza consiglia di non dar peso alla perdita di interesse risultante dal detenere banconote per qualche giorno in più. [...] [Nel 1793] a diffondere una sensazione di generale solvibilità bastò l'aspettativa di un'offerta di buoni dello Scacchiere, che quasi ogni commerciante avrebbe potuto ottenere e, come era risaputo, vendere in cambio di banconote, a loro volta convertibili in ghinee" (v. Thornton, 1802; tr. it., pp. 47-50).
Il sistema bancario, con riserve liquide che rappresentano una frazione di passività a vista e a breve, è particolarmente esposto a cali di fiducia. L'illiquidità e la temuta insolvenza di una banca possono provocare ritiri di depositi, panico finanziario, dissesti aziendali, decurtazione d'attività nell'intera economia. I banchieri hanno da sempre ravvisato nella natura strettamente bilaterale del rapporto di fido, fra il cliente finanziato e la banca, e nella mobilità dei depositi che la banca si è impegnata a restituire le ragioni per cui le probabilità che la crisi di una unità scuota la credibilità generale sono più alte nel sistema bancario che in ogni altra industria. Nel linguaggio della teoria economica odierna (Arrow) i contratti di debito-credito, di necessità proiettati nel futuro, sono intrinsecamente contrassegnati dalla con-certezza del loro rispetto e da carenze d'informazione. La fiducia, da ultimo fondata sulla consuetudine di rapporti fra banca e cliente, integra e sostituisce le informazioni trasmesse attraverso i mercati, là dove esse sono insufficienti, asimmetriche, mancanti. La completezza dell'informazione sui debitori non v'è neanche da parte delle banche nei confronti dei clienti usuali. Ancor meno può esservi da parte del mercato in generale. Il mercato secondario, sviluppato nel caso dei titoli azionari e obbligazionari, è sostanzialmente inesistente nel caso dei fidi bancari.
Proprio perché non fondabile sulla pienezza dell'informazione, il 'credito' di cui le banche e i loro clienti godono può rapidamente e diffusamente dissolversi. La stabilità del sistema bancario e finanziario costituisce la ragion d'essere originaria, permanente, anche se non più la sola, delle banche centrali. Prevenire l'insolvenza di banche solo illiquide, contrastare il pericolo di dissesti a catena: queste sono state, e restano, le primarie responsabilità assunte dalle banche centrali, già nel corso dell'Ottocento.
Elasticità e discrezionalità sono a fondamento del central banking. Esse nascono storicamente nel campo d'attività detto 'credito di ultima istanza': quello dei fidi accordati dalla banca centrale, direttamente e su base bilaterale, a singoli intermediari finanziari. Lo strumento del credito di ultima istanza deve esistere per dare al sistema bancario la sicurezza che sarà arrestato l'effetto 'domino' dell'illiquidità, con crisi a catena; al tempo stesso, le singole banche non devono aver mai la certezza d'accedervi, che le indurrebbe a comportamenti imprudenti e lassisti.
La protezione dall'illiquidità non va data agli insolventi: qualità ed efficienza dell'attività bancaria e finanziaria sarebbero altrimenti minate alla radice. Se solvibile e riconosciuto tale, l'intermediario finanziario illiquido non incontrerà difficoltà, purché il mercato monetario sia ragionevolmente concorrenziale. Altrimenti, mancando queste due condizioni, occorrerà un intervento esterno. Dovrà effettuarlo un soggetto istituzionale dotato delle necessarie risorse, capace di sceverare, eventualmente anche attraverso gli strumenti della vigilanza sulle banche, i casi di illiquidità da quelli in cui essa è commista con l'insolvenza. Qualora vi sia sospetto di insolvenza, la valutazione che la banca centrale è chiamata comunque a dare, spesso in tempi brevi e sotto la pressione degli eventi, deve estendersi alla probabilità che negare il sostegno estenda la tensione. Se questa probabilità viene giudicata alta, le conseguenze di una crisi economica devono essere poste a confronto con le inefficienze che nel più lungo periodo deriveranno dal fare eccezione alla regola di non rifinanziare intermediari insolventi. È evidente la delicatezza di una siffatta valutazione costi-benefici da parte della banca centrale, stretta fra i due estremi di non sostenere gli intermediari mal gestiti e di non consentire che l'instabilità dilaghi.

b) Speculazione e ciclo creditizio
Il tratto caratterizzante dell'indirizzo Thornton-Bagehot è di non inscrivere la crisi in una teoria delle fluttuazioni. Quanto all'impulso generatore della crisi, l'analisi resta aperta alla considerazione di un'ampia gamma di possibili fattori, interni e internazionali, economici e non, esogeni ed endogeni. L'economia è in ogni momento, qualunque sia la sua condizione congiunturale e strutturale, soggetta a turbative della fiducia. L'acutezza delle ripercussioni viene quindi a dipendere, oltre che dalla natura e dall'intensità dell'impulso destabilizzante, dallo stato dell'economia in quel particolare momento.
Questa apertura analitica, che pure per un verso costituiva il pregio dello schema Thornton-Bagehot, suscitò insoddisfazione in chi cercava di delineare un meccanismo di instabilità radicato nel modus operandi del sistema economico: un meccanismo capace di generare la crisi, o il rischio della crisi, in modo endogeno e ricorrente, ancorché non necessariamente con periodica regolarità. La frequenza delle fluttuazioni economiche e il loro più sistematico censimento nel corso dell'Ottocento contribuirono a stimolare questo indirizzo di ricerca: "Nel XIX secolo l'andamento dell'industria e del commercio fu segnato da cicli chiaramente definiti. Prosperità, boom, crisi, recessione e ripresa si susseguirono con una regolarità che fece pensare all'inevitabilità: divenne naturale riguardare la crisi come portato del boom, la depressione come portato della crisi. Nel XVIII secolo i cicli ricorrenti avevano presentato un'evidenza molto minore: vi furono fasi di espansione e di contrazione delle attività economiche e una crisi poteva avvenire, durante tali fasi, in ogni momento. Gli accadimenti connessi con guerre o conflitti interni bastano a dar ragione del panico nel 1701, 1715, 1745, 1778 e forse nel 1797. A chi ne subì le ripercussioni, queste crisi erano apparse non come eventi nell'ordine delle cose, che persone d'esperienza avrebbero potuto attendersi, ma come fulmini a ciel sereno. Furono (o sembrarono) causa, non conseguenza, del disordine economico" (v. Ashton, 1959, p. 136).
Dagli inizi dell'Ottocento la costante osservabile con maggiore immediatezza nelle fluttuazioni economiche fu rappresentata dalla correlazione degli alti e bassi speculativi con l'espansione e contrazione del credito. Non sorprende, quindi, che in questa coppia di elementi venisse in primo luogo individuata la ragione della frequenza, se non del ricorrere, delle fluttuazioni e, all'interno di queste, delle crisi.
Da un lato, nuove occasioni di rapido guadagno, all'esaurirsi di quelle già sfruttate, si prospettano quasi senza soluzione di continuità a chi è più pronto, stando alla 'specula', ad approfittarne (v. Kindleberger, 1978 e 1987). Gli investimenti speculativi trovano sostegno in un'offerta di credito entro certi limiti elastica. Stimolo agli affari ed espansione del credito si autoalimentano, sino a degenerare in diffusa euforia. La tensione giunge al culmine allorché la stessa elevatezza di prezzo dei beni oggetto della speculazione - prodotti, cespiti 'reali' o finanziari - ingenera il timore di un'inversione di tendenza, ovvero quando l'accesso al credito diviene più difficile e costoso. Il processo allora s'inverte, con un movimento che va dalle attività su cui la speculazione si è incentrata ai mezzi liquidi. Il moto inverso può essere così rapido da risolversi in un panico finanziario, tanto diffuso da provocare, attraverso le aspettative e le interrelazioni interne al sistema economico, una contrazione produttiva profonda.
Dall'altro lato, l'instabilità è intrinseca al settore creditizio, più pronunciata quando questo è basato su un sistema di banche commerciali capaci di 'moltiplicare' il credito (v. Hawtrey, 1932). Il processo di espansione-contrazione del credito può essere in ogni momento avviato da deviazioni rispetto allo stato iniziale, in grado di cumularsi e autoalimentarsi a lungo per poi mutare di segno. Le banche possono incoraggiare la domanda di credito attraverso una deliberata strategia d'espansione della loro attività, fondata su minori tassi d'interesse, o semplicemente tardando a innalzare i tassi d'interesse quando il futuro si configura per le imprese come più redditizio (v. Wicksell, 1934-1935). Viene così stimolata e sostenuta l'attività, speculativa o produttiva, dei soggetti più attenti alle condizioni di finanziamento. Con essa, lo sono l'attività economica in generale e l'ascesa dei prezzi, sino a quando l'offerta di credito non incontra un limite nella ridotta liquidità delle banche. La contrazione può essere non meno cumulativa e traumatica, in specie se prevalgono aspettative di tipo estrapolativo su prezzi e profitti.
Sia nel caso in cui il primum movens è la speculazione, poi assecondata dal credito, sia nel caso in cui è questo a sollecitarla, il rischio di una caduta produttiva e, insieme, di uno squilibrio finanziario - il rischio di una crisi - si accresce una volta superato il limite superiore di un andamento economico considerato come intrinsecamente oscillatorio. Immediato, in questi stessi schemi, è il tipo di risposta a cui la politica economica è chiamata: stabilizzare il processo e attenuare le fluttuazioni. Ciò significava, analogamente a quanto suggerito dal filone Thornton-Bagehot, sostenere il sistema bancario e, attraverso di esso, l'intera economia, nella fase recessiva. Ma significava anche, forse soprattutto, agire per tempo al fine di graduare la spinta espansiva, prevenendone gli 'eccessi'.
La funzione di creditore di ultima istanza assegnata alla banca centrale veniva quasi naturalmente a estendersi sino a trasformarsi in politica monetaria stabilizzatrice, o anticiclica. Attraverso la manovra dello sconto - a cui si unirono poi le operazioni su titoli nel mercato aperto e l'influenza esercitata sulle riserve detenute dal sistema creditizio presso la 'banca delle banche' - la domanda di fondi andava mitigata e l'offerta frenata prima della fase acuta dell'espansione, fermo restando che, di fronte a un panico finanziario e a una contrazione produttiva incipiente o in atto, ogni sostegno dovesse venire assicurato. La moneta doveva essere, di necessità, manovrata, rimuovendo ogni automatismo o limite rigido alla sua temporanea espansione, quale, ad esempio, il gold standard. Non essendo le oscillazioni, per la natura stessa delle forze in gioco, di ampiezza e durata definite o regolari, veniva demandato all''arte' del banchiere centrale di stabilire tempi, modi, dosaggio dell'azione stabilizzatrice.

c) La dinamica del capitalismo e le crisi
Il terzo indirizzo teorico è meno facilmente sintetizzabile, per l'ampiezza della letteratura e per le caratterizzazioni dei principali contributi. Il filo conduttore consiste nel riguardare le fluttuazioni, e le crisi all'interno di queste, come inerenti alla dinamica di fondo delle economie capitalistiche: del capitalismo visto come "sistema che si evolve [...], generatore intermittente ma incessante di mutamento morfologico" (v. Goodwin, 1986, p. 14). Per Marx e per Schumpeter la speciale capacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive e di trasformare la società è insita nella spinta con cui il flusso delle innovazioni tecniche si traduce in più alta produttività, attraverso l'accumulazione di capitale motivata dal profitto. Sia Marx sia Schumpeter erano al tempo stesso convinti che il processo fosse caratterizzato da un'instabilità connaturata, estesa al livello generale dell'attività economica. Il contributo decisivo di Keynes, incentrato sul concetto di domanda effettiva e sull'analisi delle sue determinanti, ha consentito di chiarire come alla base delle fluttuazioni vi siano le decisioni d'investimento degli imprenditori, soggettive, esposte all'incertezza, non coordinabili.Le scelte d'investimento determinano, in quanto spesa, con effetto moltiplicativo, il livello del reddito e il grado di utilizzo degli impianti e del lavoro (v. Kahn, 1931). A capacità pienamente utilizzata, lo sviluppo entra in una regione d'instabilità (v. Harrod, 1973); vi è allora un'alta probabilità che il potenziamento degli impianti, con cui i singoli imprenditori si studiano di corrispondere agli incrementi di domanda attesi globalmente, ecceda quello sostenibile dal risparmio di cui l'economia è capace, ovvero non raggiunga i valori necessari a mobilitare pienamente le risorse non consumate. Il moto dell'economia si fa, ciclicamente ancorché non periodicamente, espansivo e recessivo, entro il limite superiore fissato dalle risorse più scarse e il limite inferiore fissato dagli ammortamenti, da componenti esogene della domanda e soprattutto dalla spinta del progresso tecnico: "Il punto di svolta superiore non è difficile da spiegare: nel mezzo dell'espansione si attiva l'acceleratore e il sistema diviene instabile. I ritmi della crescita si fanno insostenibili. Il limite è nelle risorse e negli alti prezzi relativi del lavoro e delle materie prime. Allora la crescita rallenta e il costo reale del produrre sale, provocando l'inflazione come immediata risposta dei produttori. L'inflazione maschera, ma non può rimuovere, il vero problema: la decelerazione. L'investimento viene tagliato, le aspettative subiscono un crollo drammatico, l'economia diviene stabile al più basso livello dettato dalle spese non sistematiche, come quella governativa o quella proveniente dal commercio estero. Su questo livello inferiore l'economia si attesta, finché un'innovazione adeguata non la risolleva. Si spiegano così le peculiarità storiche delle fluttuazioni. Questi movimenti non sono a stretto rigore dei cicli. Appaiono simili perché la spinta capitalistica al profitto implica un'incessante caccia alle innovazioni capaci di economie nei costi. La crescita, presto o tardi, non può non riavviarsi, ma acquista rapidità eccessiva e torna infine a interrompersi" (v. Goodwin, 1986, p. 21).
È questa l'estrema sintesi di uno schema eclettico Marx-Keynes-Schumpeter, pensatori per altri aspetti diversissimi. L''apporto' di ciascuno di loro allo schema, sebbene di complessa e per taluni aspetti di dubbia individuazione (v. Sylos Labini, 1970), va ricercato nella sottolineatura dei motivi dell'accumulazione capitalistica fatta da Marx; nella centralità che, per Schumpeter, le innovazioni assumono nella dinamica dell'economia; nell'analisi imperniata su domanda effettiva e incertezza, proposta da Keynes. L'accostamento del loro pensiero in una sintesi richiede almeno due ordini di qualificazioni. La prima consiste nel sottolineare ancor più il carattere monetario e finanziario - da 'Wall Street' - dell'economia. La scissione dell'investimento dal risparmio della singola impresa e il ricorso alla finanza esterna ampliano le oscillazioni degli investimenti. Allorché le "aspettative subiscono un crollo drammatico", l'entità e la diffusione delle attività finanziarie e la fuga verso quelle più liquide e meno rischiose acuiscono la recessione, sino alla crisi. In secondo luogo, le fonti d'instabilità dell'intera economia non si limitano alle forze che interessano direttamente la domanda aggregata e l'offerta aggregata. L'instabilità può essere provocata anche da squilibri all'origine microeconomici: se i meccanismi di allocazione delle risorse non operano al meglio, se vi sono asimmetrie nei movimenti dei prezzi e nei comportamenti dei soggetti, se le difficoltà di alcuni settori dell'economia si generalizzano attraverso le aspettative e le interrelazioni tessute dalla finanza (secondo meccanismi che si inscrivono nel filone marxiano delle 'crisi da sproporzioni'). La stessa capacità di crescita e di trasformazione delle economie capitalistiche acuisce il problema, centrale in ogni economia, di far corrispondere alla mutata composizione della domanda gli opportuni adeguamenti di struttura dell'offerta (v. Pasinetti, 1984).
È evidente come da questo terzo filone d'analisi, e segnatamente dall'apporto di Keynes, sia discesa l'indicazione di una più articolata politica economica volta a stabilizzare l'economia e a prevenirne le crisi, configurabili sempre più come un rischio connaturato al sistema, non rimuovibile. Il suggerimento, ampiamente recepito dai governi, soprattutto dopo la crisi del 1929 e sino agli anni settanta, è stato di unire al credito di ultima istanza e alla politica monetaria della banca centrale una serie di altre politiche: di bilancio e fiscali, valutarie, dei redditi, allocative, strutturali. Si è comunque affermato il convincimento che la recessione e l'eventuale crisi vadano contrastate sostenendo con ogni mezzo la domanda globale.
Le difficoltà degli anni settanta, che l'attivismo della politica economica non sventò, e poi il buon andamento delle economie di mercato industrializzate negli anni ottanta, detti di deregulation, hanno riproposto antichi motivi liberisti, di non intervento dello Stato sull'andamento ciclico dell'economia. La convinzione analitica secondo cui l'operare della mano invisibile che guida i mercati non vada comunque turbato si unì durante tutto l'Ottocento all'idea vagamente puritana secondo cui dagli eccessi della speculazione ci si poteva mondare solo lasciando che la crisi facesse il suo corso. Ancora nel Novecento questi orientamenti hanno trovato più d'un conforto teorico (v. Hayek, 1931) sino alle elaborazioni che, pur non escludendo interventi nelle crisi più acute, considerano la politica economica attiva come fattore →d'instabilità, causa o concausa delle fluttuazioni e delle stesse contrazioni produttive (v. Friedman, 1959; v. Lucas, 1983). La querelle fra interventisti e astensionisti prosegue irrisolta sul piano analitico. Sul piano politico e istituzionale, di fatto, gli stessi governi più liberisti, sotto la pressione degli eventi e dell'opinione pubblica, sono di rado riusciti a trattenersi dall'agire per cercare di contrastare una grave crisi, in atto o soltanto temuta.All'altro estremo vi è l'indirizzo critico di matrice marxiana. Marx vide nelle crisi ricorrenti la manifestazione delle contraddizioni di fondo del sistema capitalistico, che egli riteneva insuperabili. Il tema del 'crollo' del capitalismo ha da ultimo perso rilievo presso gli stessi studiosi più vicini al pensiero originario di Marx. L'accento è stato variamente posto sui tre modelli di crisi, ricondotta da Marx alla caduta tendenziale del saggio del profitto, al sottoconsumo, alle sproporzioni, all'interno di una visione unitaria che configurava il rapporto fra denaro (D) e merci (M) nel capitalismo secondo la sequenza D → M → D´ > D, contrapposta alla sequenza M → D → M, propria delle società precapitalistiche. L'intervento statale può solo procrastinare il progressivo acuirsi di tali contraddizioni, che comunque sollecitano, se non il crollo del sistema, la scelta ideologica e politica di una sua profonda trasformazione (v. Sweezy, 1942). Fra le molteplici versioni che tale indirizzo radicalmente critico ha assunto, l'interesse analitico maggiore, anche attraverso importanti apporti di studiosi non marxisti, è stato probabilmente rivolto alle teorie (v. Kalecki, 1971; v. Steindl, 1952) che legano le depressioni a tendenze al ristagno di lungo periodo espresse dai connotati oligopolistici del capitalismo industriale.

4. La probabilità delle crisi: crescente o decrescente?

La migliorata comprensione della natura dell'instabilità, delle sue manifestazioni; la concezione di una politica economica anticiclica, a cui molti continuano a riconoscere efficacia, e l'approntamento degli strumenti per attuarla; la diffusione di correttivi automatici, in una cornice istituzionale disegnata anche per la stabilità dell'economia; l'irrobustimento del settore bancario e finanziario, favorito dalle legislazioni e dalla vigilanza prudenziale; lo stesso mutarsi della struttura produttiva, da prevalentemente agricola a prevalentemente terziaria: questi e altri elementi hanno tendenzialmente agito e agiscono nella direzione di rendere le moderne economie di mercato meno esposte alle crisi e più robuste.
Al tempo stesso altri elementi spingono nella direzione contraria, di accrescere l'instabilità. Fra essi, nella condizione economica e politica con cui si sono aperti gli anni novanta, si situa la mancanza di un paese leader, capace di fungere da prestatore di ultima istanza per l''economia-mondo', mentre il coordinamento fra i tre poli principali - Stati Uniti, Giappone, Europa - stenta a progredire. In assenza di politiche di bilancio e dei redditi coordinate, l'integrazione finanziaria, la dimensione dei flussi dei capitali e la loro velocità di movimento rispetto al flusso delle merci, l'inflazione latente sovraccaricano di compiti le politiche monetarie. L'incertezza è accresciuta, sono sospinti all'insù i tassi dell'interesse. Per entrambe le vie possono determinarsi crolli di borsa, insostenibilità del debito estero dei paesi in via di sviluppo, cadute nella propensione a investire: non può escludersi quindi che la lunga espansione degli anni ottanta venga interrotta da recessioni.
Fra queste forze di segno opposto sembrano prevalenti, non solo agli ottimisti e agli apologeti, ma alla maggioranza degli studiosi, quelle che tendono a ridurre i rischi di instabilità nel lungo periodo. Almeno due fondamentali dati di fatto confortano questa generalissima valutazione. La variabilità annuale del prodotto interno lordo dell'Europa presenta una chiara tendenza di lungo periodo alla riduzione dal 1830 a oggi; la tendenza è ancora più continua se si prescinde, considerandola un caso speciale, dalla crisi del 1929. Una crisi della vastità e dell'acutezza assunte da quella del 1929 non ha più avuto luogo in oltre mezzo secolo, pur essendo stata - negli anni settanta e nel 1987 - da molti paventata o addirittura prevista.
La natura stessa delle crisi, tuttavia, esclude che possa mai darsi la certezza di un loro venir meno. Da ultimo riconducibili all'ingovernabilità delle aspettative e delle decisioni d'investimento in economie intrinsecamente monetarie, le crisi possono riproporsi, sebbene le probabilità che ciò accada siano forse oggi minori di ieri. La risposta all'onesto quesito "può il 1929 ripetersi?" (v. Minsky, 1982) deve quindi essere affermativa. Qualora l'evento si materializzasse, l'efficacia della reazione, allo stato attuale delle nostre conoscenze, resta comunque affidata alla messa in atto dei rimedi estremi suggeriti da Thornton e da Keynes: fornire al sistema tutta la liquidità necessaria e sostenere con ogni mezzo la domanda globale. (V. anche Capitalismo; Cicli economici; Politica economica e finanziaria; Sviluppo economico).

bibliografia

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Crisi sociopolitica
di Gian Enrico Rusconi 

sommario: 1. Il problema di una definizione: a) linguaggio corrente e criteri scientifici; b) la crisi di sistema. 2. Una retrospettiva storica: a) le origini del concetto; b) una cultura della crisi. 3. La 'crisi del capitalismo' nella tradizione marxista. 4. La 'crisi di legittimazione del capitalismo maturo'. 5. La crisi nelle teorie struttural-funzionaliste e dell'azione collettiva: a) l'approccio struttural-funzionalista e le crisi della modernizzazione; b) conflitto sociale e violenza collettiva. 6. La 'crisi delle democrazie'. 7. Le crisi internazionali. 8. Conclusione. □ Bibliografia.

1. Il problema di una definizione

a) Linguaggio corrente e criteri scientifici
Nel linguaggio corrente la parola 'crisi' indica una situazione di grave difficoltà, di interruzione di normalità, di rottura d'equilibrio, per il cui superamento sono richiesti impegno e risorse in grado di ricreare un nuovo equilibrio e una nuova normalità. Il processo di crisi include pertanto anche le reazioni dei soggetti interessati, individuali e collettivi, e quindi le loro decisioni. Crisi è inoltre un termine usato per designare fenomeni di ampia portata storica (crisi dell'industrializzazione, crisi di secolarizzazione), fenomeni storicamente circoscritti ma non meno complessi (crisi delle democrazie), oppure anche processi delimitabili tecnicamente (crisi di governo nel quadro delle regole costituzionali, crisi economica descrivibile con indicatori precisi). Con quest'ampiezza di significati si ritrova nel lessico di tutte le discipline che studiano sistemi e comportamenti umani: dall'economia alla psicologia, dalla filosofia alla politologia, alla sociologia.
Ma come ogni termine largamente diffuso e intuitivo, anche quello di crisi si rivela refrattario a una definizione scientifica univoca. Alcuni studiosi, persino alcune enciclopedie, depennano addirittura la voce 'crisi' dal vocabolario delle scienze sociali, sostituendola con concetti ritenuti scientificamente più solidi, quali conflitto, anomia, disfunzione, rivoluzione, catastrofe, ecc. In realtà, ciascuno di questi concetti rischia di creare problemi analoghi, non appena si allontana da un'accezione rigorosamente e convenzionalmente circoscritta. Da qui l'opportunità di mantenere il concetto di crisi, articolandolo nel modo più preciso possibile. I criteri scientifici di chiarezza, coerenza, capacità di spiegazione, cui deve sottostare il concetto di crisi (come qualunque altro concetto delle scienze sociali), non devono far dimenticare che la polivalenza e in qualche caso persino l'ambiguità del linguaggio corrente rispondono alla necessità di collegare aspetti e dimensioni della realtà altrimenti inconfrontabili. Anche questo è un dato con cui le scienze sociali devono fare i conti. Il fatto che il termine crisi sia un codice o un topos retorico del nostro tempo rende soltanto più impegnativo lo sforzo di definirlo.
Per questa operazione procederemo in più direzioni. Dopo una breve retrospettiva storica, prenderemo atto dell'uso molteplice del concetto nei diversi orientamenti scientifici di ieri e di oggi. Pur tenendo conto della ricchezza di motivi di questa ricognizione, ai fini della operatività scientifica dovremo ricondurre il concetto di crisi ad alcuni parametri sociologici e politologici legati al concetto di sistema. Crisi nel suo significato sociopolitologico forte non può essere che sinonimo di crisi di sistema o di disintegrazione dell'intero sistema sociale. Gli altri significati vanno commisurati a questo.

b) La crisi di sistema
Il concetto di disintegrazione presuppone che un sistema sociale e politico in condizioni normali sia in equilibrio, sia integrato, ovvero 'stia insieme' nelle sue parti e in ciascuna di esse. Queste sono definite sottosistemi (economico-produttivo-distributivo, politico-istituzionale-regolativo, culturale-normativo). Si distingue tra integrazione sistemica, prodotta dal funzionamento dei sottosistemi economico-produttivi e dell'apparato politico-amministrativo secondo regole di efficienza, e integrazione sociale, prodotta da o riferita al consenso collettivo sulle norme, alle procedure di legittimazione e in generale ai processi culturali-normativi. Questi ultimi non si limitano a costituire una parte del sistema, ma svolgono la funzione insostituibile di dare identità al sistema stesso tramite la dominanza di valori collettivi che storicamente possono variare o combinarsi diversamente (valori 'nazionali', 'democratici', 'socialisti', ecc.).
Si ha dunque disintegrazione o crisi di sistema in senso pieno non soltanto quando una o più parti sottosistemiche non funzionano più secondo le attese (depressione economica, paralisi delle istituzioni politiche, dissensi e conflitti generalizzati), ma quando a partire da queste disfunzioni o crisi parziali si innesca un processo a spirale che intacca l'integrazione sociale, l'identificazione dei membri con il sistema e quindi l'identità stessa del sistema. Si genera allora uno stato di anomia in senso proprio, che può variare per intensità (v. Anomia).
Per sviluppare un concetto di crisi così articolato sono necessari più approcci complementari. Innanzitutto occorre una definizione qualificata degli elementi sociali, politici, culturali costitutivi di un sistema e precedenti la sua fase critica. Non basta, ad esempio, riconoscere la natura capitalistica del sottosistema economico: occorre determinarla in modo più specifico nel suo stadio di sviluppo. Lo stesso vale per la caratterizzazione di un sottosistema politico formalmente definibile come democratico-parlamentare: dietro questa formula ci sono differenti equilibri politici, culture, aspettative sociali. Solo una precisa identificazione del sistema consente di risalire alle radici e ai motivi scatenanti della crisi, che possono essere di volta in volta di origine economica o di mobilitazione sociale non direttamente dipendente da cause economiche. Non meno essenziale, infine, è lo studio del decorso puntuale della crisi nelle componenti istituzionali, extra- e anti-istituzionali, compreso lo studio delle strategie e delle chances degli attori in gioco. Il rapporto tra le 'grandi cause' e la contingenza del comportamento effettivo degli attori è l'aspetto più difficile dell'analisi delle crisi sociopolitiche.
La crisi di sistema così delineata rappresenta un concetto-limite, che trova pieno riscontro soltanto nelle grandi rivoluzioni che segnano cesure storiche, oppure in eventi epocali quali la dissoluzione degli imperi antichi. Al di qua di questi eventi le crisi presentano tratti diversificati, anche nel tempo. Così le profonde crisi di trasformazione socioculturale, legate all'industrialismo e in generale alla modernizzazione, percorrono più epoche e regimi politici. Viceversa, episodi di drammatica crisi politico-istituzionale (pensiamo al passaggio dalla IV alla V Repubblica francese) possono incidere solo marginalmente sui caratteri di fondo di una società. Le crisi dei regimi democratici europei, in coincidenza con l'affermazione dei fascismi nella prima metà del XX secolo, sono verosimilmente gli esempi più vicini al tipo di crisi di sistema tracciato sopra.

2. Una retrospettiva storica

a) Le origini del concetto
Se è vero che la nostra epoca, più di altre, applica a se stessa l'idea di crisi, il termine e il suo primo uso storico-scientifico risalgono all'età classica greca: ϰϱίσιϚ deriva da ϰϱίνειν, che vuol dire discernere, discriminare, decidere. Sin dalle origini, però, questo significato è preso nella competizione tra due paradigmi. C'è innanzitutto il paradigma medico, ippocratico, applicato al decorso della malattia che crescendo di intensità entra in una fase decisiva e critica, appunto, che prelude a un mutamento radicale di stato - risanamento o decesso. Ma già Tucidide, che nella descrizione della peste di Atene del 430 a.C. usa questo schema, introduce nella sua Guerra del Peloponneso altri significati del termine. Oltre che come sinonimo di risoluzione decisiva della guerra tra Persiani e Greci, la crisi è intesa come procedimento, dibattito, esame di dispute all'interno di un paradigma giudiziario. Al di là di questi riferimenti puntuali, si può dire che Tucidide presenti la crisi peloponnesiaca combinando i due paradigmi, clinico e giudiziario, e offrendo il primo esempio di un'analisi storico-politologica che prescinde da ogni visione mitica, ciclica, organica. La crisi è identificata non soltanto nelle sue radici economiche e politiche, ma anche nella contingenza del comportamento degli attori storici (v. Starn, 1971).
Questa concezione tuttavia rimane senza seguito nella successiva letteratura storica e filosofica antica e medievale: la parola crisi viene usata marginalmente e nella sua accezione medica, organologica. Ma a partire da questo significato, nell'età moderna, precisamente nel Seicento, l'analogia tra crisi del corpo fisico e crisi del corpo sociale e politico mette in moto prospettive nuove. Il passo definitivo per l'acquisizione di nuovi contenuti etico-politici al concetto di crisi avviene nel secolo dei lumi, con l'associazione tra crisi e rivoluzione. Rousseau, nell'Émile, saluta e annuncia il secolo delle crisi e delle rivoluzioni nella prospettiva del rivolgimento delle istituzioni che riporterà alla natura. La crisi è portatrice di un verdetto storico e si erge quindi a tribunale morale. Non diversamente, in America, Thomas Paine saluta e segue la Rivoluzione con un giornale intitolato "The crisis", che dà alle vicende della guerra civile i connotati dell'esecuzione di un giudizio morale.Presto però questa euforia per una crisi che attraverso il mutamento politico vuol essere rinnovamento etico e culturale urta contro i propri limiti. "Il concetto di crisi, con il significato di anarchia politica che Rousseau vi ha collegato, la crisi come dissolvimento di qualsiasi ordine, come crollo di tutti i rapporti di proprietà, collegato a convulsioni e imprevedibili disordini, la crisi come crisi politica dell'intero Stato non fu affatto il significato centrale del concetto in cui si sarebbe condensata la coscienza borghese della crisi" (v. Koselleck, 1959; tr. it., p. 211). Il radicalismo con cui la grande critica illuministica attacca l'ancien régime, e ne esalta la crisi, rivela presto dietro le sue ragioni universalistiche i motivi e le domande della classe borghese. E questa chiede presto una deradicalizzazione, anzi una restaurazione dell'ordine sociale.
Il concetto di crisi rispecchia questo mutamento di clima. Esso diventa sintomo dei mali morali e sociali che la Rivoluzione non ha corretto, anzi ha esasperato. La crisi non è più teleologicamente guidata verso un sicuro esito benefico, ma si connota di ambiguità e pessimismo. È segno di malessere e di contraddizione. Jacob Burckhardt e Karl Marx, da prospettive opposte, fissano ciascuno con il proprio apparato teorico questa accezione di crisi. Nella sua lezione sulle 'crisi nella storia', Burckhardt traccia una sorta di percorso costante del processo critico: protesta, rivolta, tensione utopica, assestamento e restaurazione di un nuovo ordine. Ma ciò che più lo affascina è la misteriosa vitalità e varietà che la crisi imprime alla storia con le sue rotture e innovazioni (v. Burckhardt, 1905).

b) Una cultura della crisi
Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo si crea quella che si può chiamare una 'cultura della crisi'. Da un lato il marxismo fa della crisi inevitabile del capitalismo l'asse portante della sua analisi sociale e della sua proposta politica; dall'altro lato l'intera cultura borghese diventa ambivalente verso i processi della modernizzazione che ha messo in moto e che sembrano rivoltarlesi contro. Lo scoppio della prima guerra mondiale e i suoi effetti devastanti segnano lo spartiacque per il dilagare di un Kulturpessimismus, in particolare nell'area germanica. È impossibile riportare sotto un comune denominatore la vastissima letteratura della crisi che arriverà sino alla fine degli anni quaranta, fondendosi e stemperandosi nella cultura dell'esistenzialismo. Basti menzionare qui due titoli di libri di qualità assai diversa, eppure entrambi sintomatici di un'epoca: Il tramonto dell'Occidente (1918-1922) di Oswald Spengler e La crisi della civiltà (1935) di Johan Huizinga.
La crisi della civiltà è registrata anche nello Handwörterbuch der Soziologie (1931), a cura di Alfred Vierkandt, una delle opere più impegnative e significative delle scienze sociali tra le due guerre. In essa lo 'stile di vita' capitalistico-borghese, di massa, è presentato come un modello negativo, segno della distruzione di ogni autentico valore, della sostituzione della quantità alla qualità, della brama di sensazioni forti ed epidermiche, del culto della violenza - in breve una somma di disvalori, vista in contrapposizione a un idealizzato mondo precapitalistico. Ma quasi a completamento della coeva diagnosi marxista, centrata sulle cause e sulle manifestazioni economiche della crisi, la fenomenologia qui registrata è quella della disintegrazione sociale, della perdita di senso e di identità, della frustrazione e alienazione individuale e sociale, dell'eclettismo e del contrasto di valori, una secolarizzazione accompagnata, peraltro, da forme di riscoperta del sacro. È una diagnosi che con poche varianti di sostanza si riproporrà sino ai giorni nostri. Negli anni venti e trenta essa può essere al servizio di posizioni etico-politiche indifferentemente progressiste e liberal-democratiche o nichiliste, irrazionalistiche.
Concludiamo questo succinto quadro ricordando due lavori filosofici che, pur costruiti su basi teoretiche inconfrontabili, convergono nel riportare la crisi alle radici del razionalismo occidentale. Edmund Husserl ne La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale scrive: "Per penetrare il groviglio della 'crisi' attuale era indispensabile elaborare il concetto 'Europa' in quanto teleologia storica di fini razionali infiniti; era indispensabile mostrare come il mondo europeo sia nato da idee razionali, cioè dallo spirito della filosofia. La crisi poté considerarsi un apparente fallimento del razionalismo" (v. Husserl, 1954; tr. it., p. 341). Da posizione opposta Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, nella Dialettica dell'illuminismo, sostengono che "il concetto stesso di illuminismo, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali cui è strettamente legato, implica già il germe di quella regressione che oggi si verifica dovunque [...]. La maledizione del progresso incessante è l'incessante regressione" (v. Horkheimer e Adorno, 1947; tr. it., pp. 5 e 44). 3. La 'crisi del capitalismo' nella tradizione marxista.
La centralità dell'idea di crisi nell'analisi marxista è bene espressa dallo stesso Marx nel Poscritto (1873) alla seconda edizione del Capitale: "La cosa che più incisivamente fa sentire al borghese, uomo pratico, il movimento contraddittorio della società capitalistica sono le alterne vicende del ciclo periodico percorso dall'industria moderna e il punto culminante di quelle vicende: la crisi generale. Essa è di nuovo in marcia, benché sia ancora agli stadi preliminari" (tr. it., p. 45). Sono tre le dimensioni del processo evocato: il movimento contraddittorio, che inerisce al modo di produzione capitalistico, il ciclo periodico delle crisi e la crisi generale. La natura economica del processo critico non deve far dimenticare che esso tocca le radici del capitalismo come formazione sociale. La contraddizione del modo di produzione capitalistico, decifrabile economicamente come caduta tendenziale del saggio di profitto, investe infatti il sistema nella sua globalità perché mette a nudo la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato della sua appropriazione. L'analisi marxiana della forma economica della crisi si è rivelata tutt'altro che convincente e conclusiva, come mostra il lunghissimo dibattito che ne è seguito (v. Colletti e Napoleoni, 1970). Nodo centrale della controversia è la Zusammenbruchstheorie o teoria del crollo del capitalismo, determinabile con indicatori economici oggettivi. Se è fuor di dubbio che Marx non coltiva attese meccanicistiche della fine del capitalismo, non è men vero che l'intero suo sforzo scientifico ha di mira la dimostrazione dell'insuperabilità delle contraddizioni capitalistiche. Probabilmente gli equivoci della teoria del crollo e del connesso atteggiamento 'attendista' di certa cultura marxista consistono nell'attribuzione di pretese predittive di breve e medio termine a quelle che intendevano essere soltanto analisi di struttura. L'equivoco si fa inevitabile quando l'analisi di Marx, verso la fine del XIX secolo, diventa l'ideologia ufficiale dei grandi movimenti operai europei, innanzitutto della socialdemocrazia tedesca. La teoria del crollo, nelle sue semplificazioni subculturali, adempie la tipica funzione di rassicurazione di un'identità collettiva.Il dibattito revisionista iniziato da Eduard Bernstein investe anche la questione del crollo, provocando un intenso lavoro di riflessione. Tutti i principali teorici della socialdemocrazia intervengono nel dibattito con argomenti nei quali è impossibile tenere separata l'analisi economica dalla polemica politica. Rosa Luxemburg ne L'accumulazione del capitale (1913) ribadisce con energia la prospettiva della crisi intrinseca al capitalismo, collegandola alle tesi sulle condizioni di accumulazione e sviluppo del capitalismo che esigono il sistematico sfruttamento del mondo non capitalistico. In questa maniera il capitalismo, ampliandosi, annienta i presupposti stessi della propria esistenza: quando l'ultima area 'esterna' non capitalistica sarà incorporata nel sistema capitalistico, il sistema stesso sarà destinato al tracollo.
Su posizioni diverse si trova il teorico socialdemocratico più ascoltato in tema di analisi economica, Rudolf Hilferding. Nel suo Il capitale finanziario (1910) un'intera sezione è dedicata alle crisi cicliche, imputate sostanzialmente a squilibri e sproporzioni interne al capitale, da non confondere con tendenze al crollo. Rimane viva invece la prospettiva di una crisi sociale e politica del capitalismo, da guidare con mezzi politici verso una soluzione socialista.Karl Kautsky, l'interprete ufficiale dell'ortodossia socialdemocratica, non esita a riconoscere che il problema più difficile lasciato in eredità da Marx è quello delle crisi periodiche. Dopo aver ribadito il postulato del nesso necessario tra capitalismo e crisi, ne ripropone una definizione generica, parlando di esplosioni delle contraddizioni che il modo di produzione capitalistico porta in sé, che lo rendono vieppiù intollerabile e spingono strati sempre più vasti della popolazione a lottare contro di esso (v. Kautsky, 1910).In definitiva, nella dottrina marxista la crisi si presenta con una componente economica che ha uno svolgimento oggettivo, autonomo, e una componente soggettiva, sociopolitica, dettata dall'intollerabilità della condizione di vita imposta dal capitalismo. Alla dialettica è affidato il compito di tenere insieme, sul piano analitico e su quello pratico-operativo, i due fattori altrimenti scoordinati. Questo schema non muta sostanzialmente per decenni al di là delle diverse collocazioni e divisioni: revisionisti contro ortodossi, riformisti contro rivoluzionari, socialisti contro comunisti. L'ala revisionista-riformista studia i meccanismi economici e politici che consentono al capitalismo non soltanto di sopravvivere ma di prosperare; l'ala ortodossa-rivoluzionaria insiste sui costi permanenti della sopravvivenza del capitalismo, che lo allontanano ma non lo sottraggono al suo destino finale di crisi. In entrambe le prospettive si riconosce l'importanza crescente dello Stato come regolatore dell'economia e delle sue crisi, sia nella linea dell'interpretazione di Hilferding del 'capitalismo organizzato' sia in quella di Lenin del 'capitalismo monopolistico di Stato'. Sono elementi relativamente nuovi rispetto all'originaria analisi marxiana, destinati a diventare preponderanti nell'impianto del neomarxismo contemporaneo.
Se passiamo a considerare la crisi nei suoi tratti politici, dobbiamo tener presenti due posizioni, esemplari per la diversità dell'esperienza politica che riflettono. Lenin delinea una 'legge fondamentale' della crisi rivoluzionaria che - a dispetto del suo intento militante e ideologico - non si discosta dagli schemi politologici odierni: formazione di un'élite antagonistica al sistema esistente e forte di un'ampia base sociale (gli operai coscienti); incapacità dell'élite al potere di contenere la pressione di massa, con la conseguente crisi di governo; mobilitazione e politicizzazione generalizzata estesa alle masse apatiche; tracollo del regime (v. Lenin, 1920). Più complessa è l'analisi della crisi di sistema fatta da Antonio Gramsci, che rimanda a rapporti di forza internazionali, a rapporti sociali oggettivi dettati dalle forze produttive, a rapporti di forza politica e partitica, a rapporti di forza militare. Dopo aver distinto tra "movimenti organici" e "fenomeni di congiuntura", Gramsci esclude che le crisi storiche fondamentali siano determinate immediatamente da crisi economiche. Viene così in primo piano il fattore soggettivo, politico, organizzativo. Il contrasto, nel regime liberale, tra rappresentati e rappresentanti porta a una vera e propria "crisi di egemonia" della vecchia classe dirigente, incapace di svolgere il proprio ruolo nel confronto di masse alienate o mobilitate da rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di "crisi di autorità" intendendo crisi di egemonia o crisi dello Stato nel suo complesso (v. Gramsci, 1974, p. 75). Avendo davanti agli occhi l'esperienza italiana della crisi dello Stato liberale di fronte al fascismo, Gramsci registra la vittoria di un partito totalitario, reazionario, guidato da un capo carismatico, contro "l'immaturità delle forze progressiste".

4. La 'crisi di legittimazione del capitalismo maturo'

Il capitalismo contemporaneo ha mutato profondamente alcuni suoi tratti, non soltanto rispetto ai tempi di Marx, ma anche rispetto agli anni trenta che ne hanno registrato la crisi più acuta. Il mutamento è avvenuto anche grazie alle strategie di superamento di quella crisi, agli interventi statali anticiclici, alle politiche sociali di larga scala, alle pratiche di compromesso sociale o di scambio politico. Tutto ciò ha inciso sul concetto di crisi del o nel capitalismo, accompagnandone le trasformazioni.Questo processo di riflessione si estende per alcuni decenni. L'esperienza della depressione economica degli anni trenta, rimasta nella memoria storica come la 'grande crisi', ha messo in moto gli studiosi sociali più vigili alla ricerca dei fattori che hanno consentito il contenimento di quella che, per molti, si annunciava come la crisi catastrofica del capitalismo. Essi hanno studiato la profonda trasformazione del sistema capitalistico: il ruolo determinante dello Stato e delle sue istanze pianificatrici, la politicizzazione dell'economia. L'Istituto per la ricerca sociale di Francoforte (e poi nella sede americana di New York: v. Jay, 1973) è il luogo dove si producono le analisi più acute, rivolte non direttamente al concetto di crisi o alla sua fenomenologia, bensì alla natura e alla dinamica del capitalismo di Stato, nelle sue forme totalitarie e non (v. Pollock, 1941).
In realtà, solo lentamente questa riflessione produce i suoi effetti su quel tipo di analisi sociale - di ispirazione neomarxista - che è parte della 'teoria critica della società'. Occorre attendere gli anni settanta per registrare un'esplicita riconcettualizzazione del tema della crisi.Jürgen Habermas, ad esempio, ritiene che il concetto di crisi in senso forte, Systemkrise, sia valido solo per la formazione capitalistica liberale, mentre per il capitalismo maturo o avanzato la crisi prende la forma di un deficit o "crisi di legittimazione". Nel capitalismo liberale infatti la crisi è direttamente immanente al principio organizzatore del sistema, al mercato, al rapporto tra lavoro salariato e capitale, ancorato giuridicamente nella struttura di classe e di dominio, per quanto reso anonimo dai meccanismi della rappresentanza universalistica. La crisi economica, prodotta da imperativi contraddittori, innesca immediatamente la crisi sociale e politica. Questo esito è evitato nel capitalismo avanzato con l'attivazione sistematica dell'intervento statale in economia, con l'espansione degli apparati di assistenza sociale, con la ricomposizione quasi politica del conflitto salariale. In questo modo il sistema come tale è immunizzato sia rispetto alle contraddizioni economiche che agli effetti dirompenti del conflitto di classe, i cui costi sono dirottati in modo anonimo sulla società intera (inflazione cronica, crisi fiscale permanente dello Stato, squilibri salariali a svantaggio dei gruppi più deboli). Dissolta l'identità delle classi, frammentata la loro coscienza politica, anche in forza della spoliticizzazione indotta dalle democrazie di massa, la crisi di sistema viene evitata anche se non ne sono estirpate le radici. L'unica base di legittimazione del sistema diventa il 'risarcimento' a gruppi e a classi, in cambio della passività nei processi di formazione della volontà politica. Si producono in questo modo continue crisi di razionalità, motivazione, legittimazione. In particolare "una crisi di legittimazione si produce non appena le pretese di risarcimento conformi al sistema aumentano più rapidamente della massa dei beni disponibili o quando ingenerano aspettative impossibili da soddisfare con risarcimenti conformi al sistema" (v. Habermas, 1973; tr. it., p. 35).
Al centro di questo processo contraddittorio per cui da una parte viene bloccata la crisi di sistema, mentre dall'altra si ricreano in continuazione motivi di crisi, c'è lo Stato. Esso si confronta con il compito impossibile di correggere le conseguenze sociali disfunzionali di una produzione orientata al profitto privato nel momento stesso in cui deve garantirne le condizioni ottimali. Questo rimane "l'errore di costruzione" del capitalismo (v. Offe, 1972). Ma una teoria della crisi oggi deve spostare la sua ottica dalla dinamica puramente economica alle patologie della vita quotidiana, in particolare alla "colonizzazione del mondo vitale per opera di un sistema amministrativo autonomizzato" (v. Habermas, 1976).
La rilevanza dell'approccio marxista e neomarxista per la problematica della crisi non discende dalla quantità e qualità di analisi da esso prodotte, spesso con il recupero di approcci di altra matrice (sistemica, funzionalista o di psicologia sociale). La ragione è un'altra: il marxismo nelle sue varianti presume di determinare la crisi con la categoria della contraddizione, che nella sua valenza logica, forte, consente una lettura unitaria e coerente della complessa fenomenologia della crisi. La critica e il rifiuto della categoria della contraddizione caratterizzano invece le teorie non marxiste della crisi, ancora prima della contestazione degli indicatori empirici. L'abbandono di tale categoria nella spiegazione della crisi o il suo uso meramente metaforico equivalgono all'abbandono del paradigma marxista (questa osservazione vale anche per chi usa il concetto di contraddizione in modo indeterminato, interscambiabile con 'dilemma' o 'paradosso'). Tra i tentativi di conservare l'ottica macrostorica della crisi va segnalato l'approccio della world-economy (v. Wallerstein, 1983). Qui la crisi appare come "tensione strutturale" che porta un sistema-mondo verso una graduale disintegrazione, che è nel contempo transizione verso stati non facilmente decifrabili in anticipo. Questa concezione della crisi - per la natura degli indicatori dell'economia-mondo e per l'ampiezza della durata dei periodi considerati - risulta essere utile per la comprensione critica dei grandi trends del passato, piuttosto che per la diagnosi di crisi in atto o virtuali a breve scadenza. 5. La crisi nelle teorie struttural-funzionaliste e dell'azione collettiva.

a) L'approccio struttural-funzionalista e le crisi della modernizzazione
Nell'approccio struttural-funzionalista tutto ciò che mette in pericolo la stabilità di un sistema, postulato e requisito del suo buon funzionamento, può definirsi crisi. Ma non necessariamente viene usato e tematizzato questo termine, anzi di solito gli si preferisce quello di 'disfunzione', inteso - secondo la lezione di Talcott Parsons - come processo o insieme di condizioni che intaccano l'integrità e l'efficacia di un sistema. A sua volta disfunzione può significare situazioni diffuse di anomia e alienazione rispetto ai valori dominanti, oppure circoscritti atti di devianza e ribellione. In generale l'indicatore più evidente e misurabile di disfunzione è il conflitto che si genera in un sistema sociale, o meglio, in uno o più dei suoi sottosistemi. Ma è importante sottolineare che il conflitto come tale non è necessariamente distruttivo rispetto al sistema cui inerisce: può spingerlo verso autocorrezioni, ponendo così le premesse per una migliore, nuova stabilità.
Questo vale soprattutto per le crisi studiate dalla letteratura sociopolitologica della modernizzazione, che vi vede strozzature inevitabili ma alla lunga benefiche per le società sulla via della modernità. L'attenzione è posta in particolare sulla crisi come disincronia tra modernizzazione sociale e modernizzazione politica. "Se i ritmi di mobilità sociale e di diffusione della partecipazione politica sono molto elevati, mentre i ritmi di organizzazione politica e di istituzionalizzazione sono molto bassi, si ha come risultato instabilità politica e disordine" (v. Huntington, 1968; tr. it., p. 17). In quest'ottica la crisi nasce dal ritardo delle istituzioni politiche rispetto ai mutamenti sociali, dal divario tra aspettative e obiettivi raggiunti, dal contrasto tra vecchi e nuovi valori che genera frustrazioni e alienazioni in larghi strati sociali.
Per coprire l'intero arco della modernizzazione è stata ipotizzata una rete di crisi intese come nodi ineludibili: crisi di identità, crisi di legittimità, crisi di penetrazione, crisi di partecipazione, crisi di distribuzione (v. Binder e altri, 1971). In verità i processi qui descritti come 'crisi' sono le difficoltà che incontra la gestione politico-istituzionale di tutte le società in via di modernizzazione, intendendo quest'ultima secondo gli standard di valore e di funzionamento dei sistemi liberal-democratici di capitalismo avanzato. Le difficoltà riguardano la capacità e la misura di controllo del governo (crisi di penetrazione); il grado e le modalità di partecipazione al processo decisionale (crisi di partecipazione); le forme e la qualità del consenso (crisi di legittimità); i problemi connessi con la distribuzione dei beni materiali e immateriali e in genere la questione della disuguaglianza socioeconomica (crisi di distribuzione); da ultimo le difficoltà di identificazione dei cittadini con le decisioni del governo (crisi di identità).
In questo genere di studi la crisi è vista sostanzialmente come somma di problemi di governabilità di un sistema, come sfida all'élite politica perché innovi nel suo comportamento, pena il suo violento ricambio. In questo modo la tematica della crisi diventa strettamente affine e complementare a quella del processo rivoluzionario. In effetti in molta letteratura politologica non è facile distinguere tra i due approcci. Chalmers Johnson, ad esempio, sulla base di alcuni assunti struttural-funzionalisti descrive la crisi rivoluzionaria nel modo seguente: la prima fase è la 'deflazione del potere', che obbliga i detentori dell'autorità a un uso sempre più esplicito e massiccio della forza per far rispettare le norme, sino ad arrivare a uno 'Stato di polizia'; se anche con queste misure i leaders non riescono a contenere il processo di crisi, si ha una vera e propria 'perdita d'autorità' con la conseguente loro delegittimazione; a questo punto intervengono fattori di 'accelerazione', imprevedibili, che esaltano le chances delle élites emergenti, alternative (v. Johnson, 1964).
Schemi analoghi, più o meno sofisticati, ritornano in tutta la produzione politologica contemporanea; ma è bene ricordare che essi si ritrovano già nella storiografia dedicata alle crisi di regime e alle rivoluzioni. Non a caso l'importante lavoro di Karl Dietrich Bracher dedicato alla dissoluzione della Repubblica di Weimar scandisce le fasi della crisi in: perdita di potere, vuoto di potere e presa di potere da parte delle nuove élites antagoniste (v. Bracher, 1955). Modelli più complessi sono offerti dagli studi che mettono a confronto molti casi storici sul lungo periodo. Charles Tilly, esaminando il "secolo delle ribellioni 1830-1930" e i processi di formazione degli Stati nazionali, propone una sequenza così articolata: creazione di domande e di pretese inaccettabili per l'establishment politico; mobilitazione e rapida diffusione di tali domande presso strati sempre più vasti della popolazione; incapacità del potere costituito di soddisfare, respingere o reprimere le domande sociali; creazione di una nuova coalizione di forze d'opposizione in grado di sfidare efficacemente il potere esistente; influenza di tale coalizione su alcuni settori dell'establishment e su alcune risorse del potere; lotta tra le forze antagoniste, che può concludersi con la netta vittoria della nuova coalizione emergente o con una serie di compromessi; ricostituzione di un nuovo ordine (v. Tilly, 1978).

b) Conflitto sociale e violenza collettiva
Dall'esame condotto sin qui risulta evidente il ruolo che nella crisi e nelle teorie sulla crisi hanno l'azione collettiva, la violenza collettiva, le mobilitazioni, i movimenti di rivolta - in una parola, le svariate forme di conflitto. È evidente il nesso tra crisi e conflitto, definito come "una lotta per valori o per la rivendicazione di status, potere e risorse scarse; in questo scontro l'intenzione dei gruppi in conflitto non è soltanto quella di raggiungere i valori desiderati, ma anche di neutralizzare, colpire o eliminare l'avversario" (v. Coser, 1967, p. 232).
Di fatto gli studi sull'azione collettiva, specificamente quelli sulla violenza collettiva, riprendono e ricodificano gli schemi del processo di crisi visti sopra, spostando l'ottica dalla dinamica del sistema al comportamento degli attori. Attenzione speciale è prestata alle motivazioni e alla fenomenologia delle aspettative (aspettative crescenti, aspettative prodotte dall'alternarsi di soddisfacimento e diniego, frustrazioni da mobilità sociale discendente, senso di deprivazione relativa a confronto con altri gruppi sociali, incongruenza di status). Ciascuna di queste sindromi di frustrazione diventa virtuale disponibilità alla mobilitazione conflittuale.
L'apporto più interessante di queste analisi sta nel riconoscimento della razionalità di risorse di identità e di solidarietà, in atteggiamenti individuali e collettivi che sono facilmente fraintesi come irrazionali e distruttivi. È un'ottica complementare e correttiva rispetto a quella che vede la crisi esclusivamente come esplosione di distruttività e irrazionalismo. Detto questo, occorre dire che gli studiosi del conflitto e dell'azione collettiva non sono sempre in grado di determinare se i comportamenti conflittuali siano generatori di crisi o semplici manifestazioni di una crisi già presente. Analogamente, non è sempre facile distinguere un'azione conflittuale anti-istituzionale, che innova positivamente nel sistema, da un'azione distruttiva del sistema stesso, a meno che questa non prenda la forma esplicita di una 'guerra interna' (v. Eckstein, 1964). Ribellioni, conflitti sociali, violenze collettive non segnalano automaticamente una crisi di sistema. La violenza infatti è soltanto una delle variabili che accompagnano le 'sfide decisionali' che davvero qualificano questa crisi (v. Gurr, 1970).
Un gruppo di studiosi di Stanford, sulla base di alcuni casi storici comparati, ha introdotto il concetto di systemic crisis per integrare mobilitazioni sociali, formazione di coalizioni e leadership entro un quadro analitico che ricalca la già nota dinamica: domanda/sfida → struttura/istituzione politica → risposta/risarcimento (v. Almond e altri, 1973). Si ha crisi sistemica quando si interrompe "il flusso sincronico" tra i passaggi. Ma non ogni desincronizzazione è già crisi sistemica. Questa ha luogo soltanto quando si spezza o si blocca la struttura o costituzione politica che definisce l'insieme delle regole per "allocare autorità e risarcimenti". Questo modello, se da un lato parla di crisi sistemica in riferimento alla radicalità della messa in discussione dell'apparato politico-istituzionale, dall'altro non può qualificare ancora come "strutturale" questo tipo di crisi ("strutturale" è il qualificativo che gli autori citati riservano a processi di maggiore profondità storica).
Alla fine di questa breve rassegna di modelli ci troviamo dinanzi a due grosse difficoltà. Innanzitutto non è chiaro il ruolo esatto da assegnare alla crisi politica - visibile e analizzabile politologicamente - nel quadro e rispetto a una crisi di sistema nel senso pieno che abbiamo postulato all'inizio delle nostre considerazioni. Ci si avvicina alla soluzione di questa difficoltà se si individuano i fondamenti sociali del potere politicamente formalizzato, e quindi le regole del potere sociale tout court che caratterizzano il sistema nel suo complesso.In secondo luogo le generalizzazioni politologiche, del tipo sopra riportato, appaiono spesso scarsamente significative agli storici e agli specialisti di singoli casi storicamente rilevanti. Al di là della tradizionale controversia sul rapporto corretto tra generalizzazione e specificità storica, il punto in questione è la precisa identificazione del sistema. A esso si collega la maggiore o minore importanza da attribuire al sottosistema economico rispetto a quello della cultura, o al ruolo del sottosistema dei partiti rispetto a quello della conflittualità sociale. L'identità di un sistema è data dalla sintesi o dall'equilibrio che di volta in volta si stabilisce tra questi fattori ed elementi. La problematica della 'crisi delle democrazie' ci consente qualche esemplificazione in merito.

6. La 'crisi delle democrazie'

Quando si parla di crisi delle democrazie nel XX secolo in Europa si intendono tre tipi o casi: 1) crisi di regime o crollo del sistema parlamentare democratico; esempi tipici sono l'istaurazione del fascismo in Italia, la crisi della Repubblica di Weimar con l'assunzione del cancellierato da parte di Hitler, il tracollo della Repubblica spagnola a seguito dell'insurrezione militare franchista; 2) severa crisi istituzionale nel quadro del mantenimento delle regole democratiche; il caso più evidente è il passaggio in Francia dal regime parlamentare della IV Repubblica al regime presidenziale della V Repubblica; 3) crisi di funzionamento o di governabilità, imputata dalla pubblicistica politica (soprattutto degli anni settanta) in misura più o meno acuta a tutte le democrazie europee.In tutti e tre i tipi ricordati si possono registrare fenomeni di caduta di consenso e di legittimazione, alta conflittualità sociale con manifestazioni di violenza politica, inefficienza dell'apparato statale. Ma, a parte il variare della loro intensità, ciascuno dei fenomeni citati può presentarsi con indicatori assai diversi: la caduta di consenso può generare sia disaffezione e apatia che radicalizzazione estremistica; l'intensificazione della conflittualità sociale può prendere la forma di cicli di scioperi legali o selvaggi oppure quella di una guerra civile strisciante; la paralisi dell'apparato statale può non escludere complicità con le forze eversive. Insomma, gli indicatori di crisi, per esser significativi per un singolo caso, richiedono tali e tante precisazioni da diventare spesso non significativi per altri casi.
Alcuni modelli politologici hanno proposto una omologazione delle crisi in riferimento alla dislocazione spaziale delle forze partitiche. Si è inteso mostrare che un sistema politico a pluralismo polarizzato, bloccato da partiti antisistema, è il comune denominatore della crisi della Germania weimariana, della crisi della IV Repubblica francese e virtualmente della dinamica di crisi di altri regimi odierni (a cominciare da quello italiano). In realtà questi schemi interpretativi, per quanto illuminanti, ripropongono l'interrogativo della rilevanza da assegnare al sottosistema partitico per l'individuazione e la spiegazione delle cause e delle tappe di una crisi di sistema. Infatti se questa ha il suo luogo manifesto nei meccanismi politico-partitici, un giudizio comparativo sul loro funzionamento non può prescindere dalla diversa loro integrazione con i valori socialmente condivisi nei diversi sistemi formalmente democratici.
Per evitare di entrare nel merito sostantivo e valutativo della 'democraticità' di un sistema, si è suggerito di tenere distinto il 'crollo della democrazia politica' dalla più generale 'crisi delle società democratiche'. Il crollo politico è individuato nel "trasferimento di legittimità da un complesso di istituzioni a un altro", per opera di "opposizioni sleali" al regime esistente (v. Linz e altri, 1978; tr. it., p. 55). In realtà questa ottica, anche se politologicamente operativa, per essere davvero efficace nella comparazione dei sistemi deve qualificare in qualche modo sostantivamente i contenuti dell'azione delegittimante e rilegittimante dei gruppi di potere (com'è implicito, del resto, nel concetto di 'slealtà' politica), deve fare i conti con i valori vissuti e le aspettative concrete di democraticità dei soggetti coinvolti.In breve, la necessità di concentrare l'analisi sul regime politico-partitico non può far dimenticare che una democrazia funziona grazie alla integrazione di tutte le sue componenti, in particolare grazie all'equilibrio - di volta in volta mutante - tra regole sociali ed economiche e procedure di rappresentanza politica.
La gravità di una crisi della o nella democrazia si misura dall'intensità con cui sono coinvolte tutte le sue parti costitutive. Da questo punto di vista i casi sopra riportati si collocano idealmente su una scala di maggiore o minor prossimità a una crisi di sistema intesa in senso pieno. Quello che più vi si avvicina è il caso della democrazia della Germania di Weimar (1918-1933). Qui la crisi più drastica colpisce l'ambito politico-istituzionale con l'istaurazione della dittatura nazionalsocialista e la distorsione coatta dei valori normativi dominanti in direzione del razzismo e dell'etnocentrismo nazionalistico estremo. Ma questo processo non intacca, ad esempio, la struttura sociale esistente e il potere economico, esercitato in forma capitalistica, che esce addirittura rafforzato. Questo elemento di continuità rispetto al regime precedente segna, peraltro, una profonda alterazione e cesura dell'equilibrio sociale che costituiva l'identità del sistema weimariano. La paralisi del parlamento e la fine della costituzione democratica (inspiegabili, del resto, senza l'emergenza di movimenti collettivi e senza il ruolo esercitato da élites del potere sleali) seguono la rottura delle regole sociali che sino ad allora avevano garantito l'esistenza di una "democrazia contrattata", dove le regole del gioco politico erano tutt'uno con le regole del compromesso sociale (v. Rusconi, 1977).
L'esperienza della democrazia weimariana e della sua crisi è istruttiva per un'altra ragione. Essa offre l'esempio più rilevante di quel processo socioeconomico in fieri sul continente europeo che si sarebbe chiamato 'pluralismo corporatista'. Esso caratterizza l'inserimento della classe operaia organizzata in un sistema stabile di contrattazione e di garanzie, sotto la supervisione dello Stato, e lo stretto intreccio tra economia privata e intervento statale nell'economia (v. Maier, 1975). Si anticipa così l'odierno assetto neocorporativo o corporatista degli interessi economici e sociali, basato sulla collaborazione tra lavoro e capitale e garantito da una politica governativa orientata alla costruzione dello Stato sociale di diritto.
Ebbene, questa esperienza viene espressamente negata in coincidenza con la crisi della democrazia weimariana, ma viene ripresa, sviluppata e perfezionata dopo la catastrofe nazista e la guerra - in sintonia con analoghi processi in atto in tutte le democrazie avanzate. Si conferma un trend irreversibile. In quest'ottica l'intreccio di crisi economiche, sociali, politiche che è associato emblematicamente all'anno 1929 (chiamato nella pubblicistica l'anno della 'grande crisi') si rivela retrospettivamente un passaggio decisivo per la messa in opera di quella 'architettura della stabilità' socioeconomica che, nel secondo dopoguerra, avrebbe caratterizzato le democrazie europee avanzate.
Questa affermazione non è in contrasto con il tema della crisi di governabilità delle democrazie contemporanee, che alimenta il dibattito sociopolitologico. Infatti, nonostante i toni allarmati, se prescindiamo dalle diagnosi di matrice marxista, la problematica della crisi è circoscritta di fatto alla gestione delle risorse istituzionali, economiche, morali di cui dispone (o dovrebbe disporre) un governo di sistemi altamente complessi. All'ordine del giorno ci sono le difficoltà del crisis management o 'controllo della crisi' piuttosto che l'eventualità di una crisi di sistema. Questo non vuol dire sottovalutare la serietà dei problemi di ordine economico (deficit statale crescente, crisi fiscale dello Stato, disoccupazione endemica) o di ordine sociale (emergenza di una conflittualità selvaggia, saturazione delle pratiche neocorporative, disfunzionalità del Welfare State), per tacere dell'acuirsi dei problemi ecologici. Ma questi fenomeni, pur segnalando difetti di funzionamento del sistema, non portano generalmente a diagnosi o a prese di posizione politiche radicali, rivoluzionarie (salvo che nelle declamazioni ideologiche o accademiche).
Posto centrale in questa fenomenologia della crisi occupa lo Stato sociale o Welfare State, cioè quel complesso di norme legislative e di pratiche amministrative che hanno esteso e rafforzato i diritti sociali di tutti i membri delle democrazie avanzate. Non è sempre chiaro (ed è comunque motivo di controversia) se la crisi abbia le sue cause fuori dai meccanismi istituzionali del Welfare o non ne sia il prodotto endogeno. Si ha verosimilmente un processo circolare di causa-effetto, che trapassa da un settore all'altro.Cominciamo dal settore economico-finanziario: qui gli squilibri del deficit statale da un lato derivano da una spesa sociale sfuggita a ogni controllo, ma dall'altro non paiono consentire ristrutturazioni che non peggiorino le condizioni dei ceti meno privilegiati. Molti dei servizi erogati sono qualitativamente scadenti, affidati a procedure inefficienti, con scarse possibilità di controllo soprattutto da parte dei cittadini-utenti. Tutto ciò ha un immediato contraccolpo sull'apparato politico-istituzionale, ma di segno contrario. Mentre i responsabili del governo sono sollecitati a prendere iniziative di razionalizzazione e ristrutturazione nella direzione dell'efficienza, della trasparenza, del controllo, le forze partitiche non sono in grado di sottrarsi alle pressioni del loro elettorato che portano praticamente in direzione opposta. Il risultato è che - pur nell'oggettivo miglioramento dello standard medio di vita - non sono diminuite le disuguaglianze sociali, anche per l'ineguale distribuzione degli accessi ai vantaggi del Welfare e più in generale al godimento di beni pubblici. L'effetto più vistoso è la ricomparsa di nuove forme di povertà e di emarginazione sociale.
Queste considerazioni giustificano che si parli di una 'crisi del Welfare' come momento caratterizzante le democrazie contemporanee. Ma questa espressione segnala disfunzioni e difficoltà di governo piuttosto che latenza o imminenza di una crisi di sistema.

7. Le crisi internazionali

Accenniamo brevemente alla tematica della crisi nei rapporti internazionali, più precisamente alle situazioni di potenziale conflitto armato tra gli Stati. La crisi, cioè, è qui intesa come tensione prossima alla guerra. Dal punto di vista analitico la problematica è semplificata dall'assunto che i protagonisti della crisi sono i governi, considerati come attori unitari. L'esame della dinamica decisionale intragovernativa è demandato ad altri approcci.Generalizzando dalla letteratura scientifica consolidata (v. Herman, 1972; v. Brecher, 1980), possiamo tracciare un modello di crisi prossima alla guerra con tre indicatori: a) la percezione da parte di uno o più governi di una grave minaccia all'integrità dei valori e degli interessi da esso rappresentati; questo indicatore può essere trattato in modo più o meno critico, a seconda che siano in pericolo effettivi interessi nazionali oppure interessi considerati tali soltanto dal governo in carica, oppure sia minacciata semplicemente l'autoimmagine dei governanti; b) la percezione dell'inesistenza di spazi per una manovra diplomatica e negoziale alternativa all'azione di guerra; c) la percezione di limiti ristretti di tempo per una decisione; sotto questo indicatore è riportato anche l'effetto 'sorpresa' che può accompagnare la crisi.
Lo schema ora tracciato è costruito sulla 'percezione' della situazione critica da parte di uno o più soggetti. Non esclude affatto l'esistenza di cause oggettive e remote, anche se la letteratura scientifica tratta la crisi prevalentemente nell'ottica della sfida decisionale. Quali che siano i dati storici e materiali dell'origine, la crisi è studiata innanzitutto come punto di svolta per il decisore che vede messa in gioco in modo acuto, ineludibile e carico di emozioni la sua scala dei valori (v. Deutsch, 1982).
Questo approccio dà molto spazio alla psicologia decisionale e alle tecniche del crisis management, anche se in proposito non mancano difficoltà e incertezze. Talvolta infatti crisis management è sinonimo di tecnica per fermare la spirale verso la guerra, considerata evento comunque negativo, da evitare con la ricerca di compromessi sempre possibili; talaltra è sinonimo di tecnica di apprendimento delle intenzioni effettive e delle chances dell'avversario per imporgli la propria posizione prima di ricorrere al conflitto aperto. Nell'assunzione dell'uno o dell'altro significato giocano, spesso in maniera inconsapevole, postulati di valore dello studioso o dell'osservatore.
La tematica del crisis management non esclude, anzi implicitamente presuppone, l'esistenza di una crisi sistemica, intendendo per sistema un complesso di elementi che 'stanno insieme', creando l'equilibrio dello status quo ante. La determinazione più precisa di questo equilibrio richiede un'analisi politologica che identifichi di volta in volta la situazione che va in crisi. Essa può essere il sistema multipolare degli Stati nazionali o l''equilibrio delle potenze' della prima metà del XX secolo oppure la struttura bipolare di due superpotenze, senza dimenticare sistemi ed equilibri regionali che interferiscono, con vari effetti di disturbo e di crisi. Soltanto sullo sfondo di queste più complesse dinamiche sistemiche acquista cogenza la problematica del 'controllo della crisi'.Lo studio delle crisi internazionali ha recentemente adottato una tecnica di analisi nota come 'teoria dei giochi' (v. Schelling, 1960; v. Snyder e Diesing, 1977; v. Brams, 1985; v. Zagare, 1987), che rappresenta una branca autonoma rispetto alla problematica sviluppata sotto questo nome nelle discipline economiche e matematiche. Le crisi internazionali sono lette in chiave di teoria dei giochi a livelli analitici molto diversi: si va da semplici visualizzazioni schematiche delle preferenze degli avversari, ricondotte a due posizioni-base (cooperazione o cedimento versus non cooperazione o scontro), a sofisticati calcoli di probabilità dei possibili esiti del gioco, che tengono conto di variabili quali il potere della minaccia o l'efficacia di azioni di inganno o di reciproco fraintendimento.
La tecnica dei giochi assolve una duplice funzione. Innanzitutto ricostruisce crisi storiche (preferibilmente quelle politico-militari del secondo dopoguerra: crisi di Berlino del 1948, crisi dei missili a Cuba del 1962, crisi internazionali legate ai conflitti arabo-israeliani) attraverso tipologie che integrano le analisi storiche tradizionali. In secondo luogo traccia scenari di possibili crisi future, con particolare attenzione alle crisi delle due superpotenze nucleari, a partire dallo stato di reciproca deterrenza (v. Comunismo). Sebbene la tipologia dei giochi sia molto varia, ci sono due giochi standard, usati per identificare e analizzare le crisi internazionali: il 'dilemma del prigioniero' (prisoner's dilemma) e il 'gioco del pollo' (chicken game). Il primo mostra come gli attori, perseguendo razionalmente i loro interessi immediati, producano - in forza della dinamica di interdipendenza in cui si trovano - un esito irrazionale per entrambi. Si tratta di un esito irrazionale non soltanto perché non voluto, ma perché oggettivamente il peggiore tra gli esiti possibili. Questo esito non è direttamente imputabile a errori di calcolo o intenzionalità soggettive, ma alla struttura stessa della situazione. Esso è usato per spiegare crisi scatenate o portate al limite di rottura dalla spirale degli armamenti (soggettivamente intesi come sicurezza propria, non come minaccia ad altri) o da altri vincoli (di alleanza o clientela di Stati coinvolti in conflitti non voluti dall'attore in gioco). Il 'gioco del pollo', invece, definisce una situazione caratterizzata dalla sfida (unilaterale o reciproca) basata sulla presunzione che l'altro cederà (si comporterà da pauroso o da 'pollo'). Questo gioco, che può presentarsi come un vero e proprio esercizio di assunzione di rischio, per saggiare la resistenza dell'altro, è spesso usato per ipotizzare scenari di 'confrontazione' tra le superpotenze nucleari.
Le crisi internazionali studiate attraverso la tecnica dei giochi mostrano con nettezza l'interdipendenza delle mosse degli attori, gettano luce sui meccanismi cognitivi che ineriscono alle percezioni reciproche degli avversari, offrono un quadro articolato delle probabilità degli esiti della situazione, che tende così a essere fortemente razionalizzata ma anche ipersemplificata. Di conseguenza, per la comprensione delle crisi internazionali e del loro decorso e soluzione, occorre introdurre ulteriori elementi di spiegazione che rimandino alla specificità e irripetibilità di ogni evento storico e al mondo dei valori degli attori coinvolti, da cui discendono le grandi scelte politiche che decidono le crisi (v. Rusconi, 1987).

8. Conclusione

Nel corso della nostra analisi abbiamo più volte rilevato come la realtà della crisi sia strettamente legata alla percezione e al modo stesso di esprimersi dei soggetti coinvolti. Il risultato è che il termine crisi viene applicato a una gamma vastissima di fenomeni, con un ampio margine di polivalenza e ambiguità di significati. Di fronte a questo labirinto di significati non sono mancati tentativi di forzare l'uscita sostituendo il concetto di crisi con quello di 'catastrofe' (nel senso elaborato da R. Thom: v., 1972). Per la verità, l'adozione di questo modello di analisi sociopolitologica introduce un certo rigore terminologico, ma a prezzo di spostare, alla fine, sul concetto di catastrofe le stesse difficoltà di determinare i fattori di quella che abbiamo chiamato crisi in senso forte o crisi di sistema. Rischia di essere una soluzione nominalistica. Non ci rimane quindi che mantenere la tematica della crisi nella sua complessità.
Se lasciamo sullo sfondo le accezioni più estese, riservate a fenomeni epocali come la 'crisi della modernizzazione' o anche a fenomeni più circoscritti ma controversi come la 'crisi del capitalismo' (su cui ci siamo a lungo soffermati), possiamo dire che nel lessico e nella cultura diffusa sono identificabili tre grandi tipi di eventi chiamati 'crisi'.
1. Eventi internazionali, ben definiti nello spazio e nel tempo, provocati o legati a conflitti strategico-militari, effettivi o soltanto virtuali. Le vigilie dei due grandi conflitti mondiali del XX secolo sono contrassegnate da questo tipo di crisi, anche se nella letteratura scientifica è rimasta emblematica soprattutto la crisi del luglio 1914. Nel secondo dopoguerra una serie di conflitti o sfide regionali e centrali (soprattutto le crisi di Berlino e di Cuba) ha arricchito la casistica di questo tipo, aumentando, peraltro, anche l'esperienza del crisis management.
2. Eventi di carattere fondamentalmente economico, con immediati riflessi sociali e politici a livello mondiale: esemplare è la crisi del 1929. Sotto questa tipologia sono classificabili altri episodi di assai minore gravità, come la cosiddetta 'crisi petrolifera' degli anni settanta e la catena degli squilibri economico-finanziari che accompagna, da un decennio, la vita economica mondiale.
3. Eventi di natura politico-istituzionale e sociale interni ai vari paesi e contrassegnati da un alto tasso di conflittualità. È a questa tipologia che abbiamo dedicato maggiore attenzione: dalle crisi dei regimi liberali in Europa negli anni venti e trenta ai temi contemporanei della 'crisi di legittimazione' o del Welfare State. Ciascuna nazione offre un quadro differenziato di questi sintomi di crisi che investono, in modo più o meno acuto, il sistema politico e le sue articolazioni sottosistemiche (crisi di rappresentanza, crisi dei partiti, crisi delle regole istituzionali, ecc.). Il concetto generale di crisi di sistema - così come l'abbiamo illustrato - fornisce gli indicatori grazie ai quali possono trovare posto le diverse fenomenologie di crisi. Si parla di crisi sociopolitica in senso forte soltanto se e quando le disfunzioni sistemiche sono accompagnate dalla disaffezione e dal venir meno della identificazione con il sistema da parte dei suoi membri. Un'analisi scientifica operativa deve mantenere vive e correlate due dimensioni: quella oggettiva delle disfunzioni e paralisi dei sottosistemi e quella dell'identità di appartenenza dei membri. Sono costoro in definitiva che, da un lato, 'subiscono' la crisi ma, dall'altro, 'mettono in crisi' il sistema stesso. Soltanto un approccio che operi con entrambe le dimensioni è in grado di decifrare, pronosticare ed eventualmente collaborare a risolvere una crisi sociopolitica. (V. anche Capitalismo; Conflitto sociale; Legittimità; Marxismo).

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