DONATI, Danilo

DONATI, Danilo

Enciclopedia del Cinema (2003)
di Stefano Masi

Donati, Danilo

Scenografo e costumista cinematografico, nato a Luzzara (Reggio nell'Emilia) il 6 aprile 1926 e morto a Roma il 1° dicembre 2001. Ha portato nel cinema la sua fantasia di pittore dalla vena barocca, capace di trasfigurare la realtà tanto nel panorama surreale di Federico Fellini quanto nell'orizzonte realista di Luchino Visconti e nell'universo immaginativo di Pier Paolo Pasolini, muovendosi fra teatro, cinema e televisione. Indimenticabile il suo apporto a Romeo e Giulietta (1968) di Franco Zeffirelli e a Il Casanova di Federico Fellini (1976) di Fellini, per i quali ottenne due Oscar: il primo nel 1969 e il secondo nel 1977.

Diplomatosi all'Accademia di belle arti di Roma, fu allievo del pittore O. Rosai. Dal 1954 lavorò come costumista teatrale, soprattutto con Visconti e in seguito con Zeffirelli. Cominciò a occuparsi di cinema nel 1959, per un film come La grande guerra di Mario Monicelli che coniuga l'affresco storico con i toni della commedia, e in cui D. dimostrò di saper rispettare la verità documentaria delle uniformi e degli abiti d'epoca grazie alla diversificazione dei materiali, sapientemente invecchiati. Negli anni Sessanta lavorò spesso in coppia con lo scenografo Luigi Scaccianoce, dapprima in una serie di film ispirati a un realismo di matrice naturalista (Vanina Vanini, 1961, di Roberto Rossellini; La steppa, 1963, di Alberto Lattuada), poi dando il suo contributo alla figuratività dei film di Pasolini: il pittorico La ricotta (1963, episodio del film collettivo RO.GO.PA.G), nel quale risulta evidente il rimando ai quadri cinquecenteschi di Pontormo e Rosso Fiorentino; il più concreto Il Vangelo secondo Matteo (1964), per il quale D. effettuò un'approfondita ricerca sulle fonti storiche, spingendosi tuttavia al di là della pura riproduzione d'epoca, e ottenne la sua prima nomination all'Oscar; infine Edipo re (1967), in cui reinventò i costumi di una Grecia arcaica realizzando sul corpo dei personaggi vere e proprie sculture con i materiali più diversi (conchiglie, funi, reti, paglia, legno), secondo un gusto che avrebbe sviluppato ancora negli anni a venire. Se con Pasolini D. tese a trasgredire, negli stessi anni con Zeffirelli tornò al costume classico, in due film shakespeariani: La bisbetica domata (1967, in cui collaborò con la grande costumista hollywoodiana Irene Sharaff), trionfo della purezza di linee, che gli procurò una nuova candidatura all'Oscar, e Romeo e Giulietta, film ispirato all'elegante precisione della scuola inglese dell'immagine, del quale fu premiato il rigore della ricostruzione. Affascinato dal lavoro fatto per Pasolini, Fellini lo chiamò per le scene e i costumi di Fellini Satyricon (1969), nel quale D. stravolse ogni visione stereotipata dell'antica Roma creando, anche sulle basi delle indicazioni del latinista L. Canali, un'ambientazione molto lontana dagli standard del genere peplum: una sorta di inferno pagano nel quale uomini e bestie appaiono intrisi di suggestioni provenienti da un mondo allucinatorio vicino alla pittura di J. Bosch. Lasciatosi alle spalle il lavoro di Piero Gherardi, Fellini visse, grazie all'estro di D., un periodo di splendore barocco, che si prolungò nelle visionarie rivisitazioni della provincia naif di Amarcord (1973), mentre in Il Casanova di Federico Fellini, il Settecento veneziano costituì l'occasione per una nuova avventura nella visione, segnata da toni luttuosi e insieme lussureggianti. Il binomio Fellini-Donati condusse infatti alle estreme conseguenze la visione del cinema come pittura in movimento, ma senza nessuna concessione al naturalismo ottocentesco: D. ormai disegnava figure che erano puri volumi; alcuni suoi personaggi, come i 'cardinali abat-jour' di Roma (1972), si presentano, infatti, come semplici forme, macchie di colore. Contemporaneamente D. lavorò con Pasolini ai film della cosiddetta trilogia della vita (Il decameron, 1971; I racconti di Canterbury, 1972; Il fiore delle Mille e una notte, 1974), in un'ottica completamente diversa, rileggendo i colti suggerimenti letterari e figurativi dell'ispirazione pasoliniana attraverso simboli inseriti in un contesto essenziale fatto di nitore visuale e colori pieni. Dopo le polemiche seguite alla realizzazione del film Io Caligola diretto da Tinto Brass (girato nel 1979 ma proiettato soltanto nel 1984), e dopo una parentesi statunitense, D. ridusse sensibilmente la propria attività cinematografica, dedicando gran parte del suo tempo alla pittura e, più tardi, all'esordio letterario. Come altri colleghi, si disse deluso dalla scarsa attenzione che produttori e cineasti prestavano ormai alla componente visuale del film. A riportarlo al cinema fu Roberto Benigni, con Il mostro (1994) e La vita è bella (1997), con il quale nel 1998 vinse il David di Donatello per la scenografia e i costumi. Nello stesso anno, a coronamento di una carriera premiata numerose volte, ottenne un Nastro d'argento per i costumi di Marianna Ucrìa (1996) di Roberto Faenza, nel quale l'opulenza dei vestiti e degli interni si accorda perfettamente con il clima oppressivo e 'carico' della Palermo settecentesca. Ancora di Benigni è il film che ha chiuso la carriera di D., Pinocchio (2002), opera di notevole suggestione fantastica, a lui affettuosamente dedicata nei titoli di coda.Tra gli altri registi con i quali ebbe modo di collaborare, sono da citare Antonio Pietrangeli, Mauro Bolognini, Liliana Cavani, Sergio Citti, Richard Fleischer, Jan Troell, Mike Hodges. bibliografia

S. Masi, Danilo Donati costumista e scenografo, in Scenografi e costumisti del cinema italiano, 1° vol., L'Aquila 1989, pp. 163-68.

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