Danimarca

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Danimarca  Stato dell’Europa centro-settentrionale. Il suo territorio comprende la maggior parte della penisola dello Jylland, il cui lembo più meridionale appartiene alla Germania, e alcune centinaia di isole. La D. è bagnata dal Mare del Nord a O e dal Mar Baltico a E, collegati fra loro da stretti di diversa ampiezza e profondità (Skagerrak, Kattegat, Øresund).

Appartengono alla D., ma sono dotate di larga autonomia, le isole Fær Øer (➔) e la Groenlandia (➔).

1. Caratteristiche fisiche

L’imbasamento della terra danese è costituito da una zolla di calcari stratificati, deposti sul fondo del grande mare mesozoico che dalle isole britanniche si estendeva fino alla Russia, al margine dello scudo baltico. A seguito di fasi alterne di emersione e sommersione, marne, argille e arenarie si accumularono, nel Cenozoico, sulle sottostanti rocce cretaciche. Su questi terreni dilagò, in seguito, la glaciazione quaternaria, che plasmò l’antico imbasamento e lo coprì di depositi morenici; il tutto fu quindi riplasmato dalle acque correnti. Il paesaggio si presenta ondulato nella sezione orientale dello Jylland (alt. max. 170 m); quasi del tutto piatto nella sezione occidentale, coperta da terreni sabbiosi e sterili, regno della landa e della brughiera. Tra le isole emergono Sjælland, Fionia, Lolland, Falster e, appartata rispetto alle altre, Bornholm, a SE della Scania (Svezia meridionale). Il litorale volto al Mar del Nord è piatto e inospitale per l’insediamento e le attività umane (l’unico porto notevole è Esbjerg), interrotto da insenature profonde e articolate che i Danesi chiamano impropriamente fiordi. Il Limfjorden fu trasformato in canale nel 19° sec. (lungo 160 km) e separa la parte settentrionale dello Jylland dal resto della penisola. Lunghi cordoni di dune litoranee tendono a rendere uniforme questo tratto di costa, riducendo le insenature in lagune. Le coste orientali della penisola e quelle insulari sono modellate, invece, da golfi e canali di varia origine, spesso frangiate da isole e isolette.

I corsi d’acqua sono brevi, regolari, a debole pendenza. Il più lungo è il Gudenå (160 km) che nasce dallo Jylland centrale e si getta nel Randers Fjord. I laghi sono numerosi nell’isola di Sjælland, ma di modesta estensione. Il clima è di transizione fra quello oceanico e quello continentale; le temperature medie estive si aggirano intorno ai 15 °C nello Jylland, mentre quelle invernali oscillano fra 0° e −5 °C. L’escursione annua si fa più marcata nell’interno che lungo le coste, procedendo da O a E. Attenuandosi l’influenza delle masse d’aria umida provenienti dall’Atlantico, le piogge diminuiscono da occidente a oriente e cadono con maggior frequenza nel periodo estivo.

2. Popolazione

La D. è un paese etnicamente omogeneo, rappresentando i Danesi la quasi totalità (95%) degli abitanti, di contro a esigue minoranze di Turchi, Iracheni, Tedeschi, Norvegesi e altri. La D. contava all’inizio del 19° sec. circa 930.000 abitanti, saliti a 3.425.000 nel 1925, fino a superare il traguardo dei 5 milioni dai primi anni 1970 fino ad oggi. L’incremento medio annuo ha avuto però una dinamica assai varia nel corso del tempo: era appena dell’8,5‰ nei primi decenni del 19° sec., raggiunse una punta massima del 12,7‰ nel quinquennio 1906-1911, per ridursi al 3‰ nel 1975-1978 e scendere a valori negativi nei primi anni 1980. Gli anni 1990 segnarono una lieve ripresa rispetto al quindicennio precedente (4‰), ma dall’inizio del 21° sec. il tasso di crescita annuo è prossimo allo zero (0,3% 2001-2006) e sta portando a un consistente invecchiamento della popolazione, con classi di età fra i 45 e i 65 anni molto accresciute rispetto a quelle giovani. Dopo il grande flusso migratorio transoceanico, che ha visto 360.000 Danesi dirigersi, tra il 1820 ed il 1968, verso gli Stati Uniti, si è assistito a movimenti interni della popolazione, a volte anche intensi, dalla campagna alle città di più antica tradizione industriale e ai poli di più recente sviluppo. L’inurbamento della popolazione danese, che raggiunse punte massime agli inizi degli anni 1980, pur continuando nelle aree di maggiore concentrazione demografica, dal 2000 è in progressiva contrazione. Oltre l’85% della popolazione è classificata come urbana, e vive tanto in cittadine con funzione di ‘centri di servizio’ per la campagna, quanto in città di medie e grandi dimensioni con funzioni prevalentemente secondarie e terziarie. Emerge sulle altre Copenaghen, sull’isola di Sjælland, capitale e cuore economico dello Stato; seguono Aarhus, nello Jylland; Odense, sull’isola di Fionia e Ålborg, sul Limfjorden. La popolazione si addensa soprattutto sulle isole: Sjælland, in particolare, che copre meno del 20% del territorio, ospita oltre il 40% della popolazione, mentre per la penisola dello Jylland il rapporto è inverso, con quasi il 70% della superficie territoriale e poco più del 45% della popolazione.

La grande maggioranza della popolazione è di religione luterana.

3. Condizioni economiche

Considerato per lungo tempo come un paese soprattutto agricolo, la D. ha via via diversificato la sua struttura economica, puntando su una rapida espansione dell’industria di alta qualità e sul potenziamento del settore terziario. Con un reddito annuo pro capite superiore ai 37.000 dollari (2007), la D. occupa una posizione preminente nella relativa graduatoria mondiale e, grazie a un avanzato sistema di welfare, mantiene un eccezionale livello di organizzazione sociale.

L’agricoltura danese è tra le più avanzate al mondo e la sua competitività è dovuta in parte a un’organizzazione cooperativistica della produzione e della distribuzione. In particolare dalla fine degli anni 1980, il settore primario ha puntato su una radicale trasformazione, con la continua diminuzione degli addetti a vantaggio degli altri settori; con la ricomposizione fondiaria in unità aziendali di maggiori dimensioni e l’introduzione di sistemi sofisticati di produzione. L’arativo rappresenta circa il 60% del territorio nazionale. Le produzioni agricole vedono in testa i cereali (in particolare orzo e frumento, seguiti da avena e segale); altre colture di rilievo sono la barbabietola da zucchero, gli ortaggi, la frutta, alle quali vanno aggiunte quelle destinate, come in larga misura i cereali, all’alimentazione del bestiame. L’allevamento è altamente specializzato; si allevano circa 1,6 milioni di bovini (2006), che forniscono 4.627 t di latte, e oltre 12 milioni di suini. La trasformazione dei prodotti fornisce burro, formaggi, latte condensato e in polvere, diretti in gran parte ai mercati esteri, così come avviene per le carni fresche e conservate. Rilevante anche l’allevamento di pollami e visoni. La pesca (oltre 900.000 t di pescato nel 2006) lavora largamente per l’esportazione (la D. è tra i primi esportatori al mondo) e alimenta una fiorente industria conserviera, dell’olio e della farina di pesce. I maggiori porti d’armamento sono a Esbjerg e Skagen.

Alcuni giacimenti petroliferi nel settore danese del Mare del Nord (oltre 17 milioni di t di greggio nel 2006), dal quale si estrae anche gas naturale (oltre 10 miliardi di m³ nel 2006), sopperiscono in parte alla storica scarsità di fonti energetiche della D. e, grazie a uno sfruttamento in costante crescita, forniscono anche una quota significativa di esportazione. La produzione di energia elettrica, pur essendo molto consistente, non assicura invece l’autosufficienza al paese e viene integrata con importazioni dalla Svezia. Sviluppato è anche l’uso delle fonti di energia rinnovabili, in particolare l’energia eolica.

Accanto alla siderurgia e alla metallurgia, occupa un posto di rilievo la meccanica, con la produzione di macchinari d’ogni specie per l’agricoltura e l’industria, nonché motori navali, materiale ferroviario, impianti di refrigerazione, automobili, biciclette. Sempre nel ramo metalmeccanico, occupano un posto di rilievo le costruzioni navali, con moderni cantieri (Copenaghen, Frederikshavn, Ålborg, Odense). Nell’industria chimica particolare valore ha la produzione dei perfosfati e di altri concimi, largamente impiegati nell’agricoltura. Il comparto alimentare si basa sui prodotti dell’allevamento (carni congelate e insaccate, grassi animali, formaggi ecc.), sulla produzione di zucchero e di bevande, tra le quali primeggia la birra, sul congelamento e conservazione del pesce. Un’attività industriale di primo piano nell’economia danese è quella del mobile e del legno, rinomata la produzione di ceramica. Notevole è stato il processo di terziarizzazione e il settore dei servizi fornisce oltre il 70% del reddito nazionale: rilevanti i comparti finanziario e assicurativo, dei trasporti e del commercio.

Le intense comunicazioni marittime, sia continentali sia intercontinentali, si avvalgono di una flotta di 8,3 milioni di t di stazza lorda (2006), che fa capo a vari porti tra cui emerge Copenaghen, seguito da Køge, Ålborg, Aarhus, Fredericia, Esbjerg. La rete ferroviaria si svolge su 2450 km; quella stradale è di oltre 70.000 km, di cui 1032 km di autostrade. Grandi ponti stradali e ferroviari assicurano, insieme con i servizi di navi-traghetto, i collegamenti tra le isole, con la penisola scandinava e completano quelli con la Germania. L’aeroporto intercontinentale di Copenaghen è il più attivo della Scandinavia.

La bilancia commerciale è in attivo e le maggiori relazioni commerciali avvengono con la Germania, la Svezia e la Gran Bretagna. I principali prodotti di esportazione provengono dall’industria meccanica e dal settore primario, con un ruolo significativo della pesca. Il movimento turistico conta circa 4,5 milioni di visitatori l’anno.

preistoria

La presenza dell’uomo è attestata alla fine del Pleistocene (stazione di Bromme), all’epoca del ritiro dei ghiacciai scandinavi. La cultura maglemosiana (pescatori-cacciatori-raccoglitori) cominciò intorno al 7500 a.C. In alcuni depositi della cultura di Ertebølle (➔) sono state rinvenute tracce di economia produttiva (animali domestici, cereali) e la più antica ceramica. Nel Neolitico, gruppi di allevatori introdussero (prima metà del 2° millennio a.C.) le culture dell’ascia da combattimento. Nell’età del Bronzo (dal 1000 al 500 a.C.), indicazioni sugli usi funebri e sull’abbigliamento sono fornite da sepolture in bare scavate in tronchi d’albero e deposte sotto tumulo. All’inizio dell’età del Ferro, preromana, continuano le tradizioni dell’età del Bronzo.

storia

1. Dalle origini al 18° secolo

Verso il 120 a.C., i Cimbri e Teutoni, originari dello Jylland, invasero la Gallia, dove sconfissero i Romani che tentarono di impedirne le scorrerie, ma furono poi vinti da C. Mario. In età imperiale romana si ebbero scambi commerciali con la D., i cui abitanti, in cambio di utensili e oggetti di lusso, offrivano ambra, pelli di animali e schiavi; caduto l’Impero romano d’Occidente, questi traffici continuarono con l’Impero bizantino lungo i fiumi Oder, Vistola e Danubio.

Le prime testimonianze scritte sulla storia della D. risalgono alla fine dell’8° secolo. Il primo re di D. storicamente documentato, Goffredo, fu vittima di una congiura in Germania dove si apprestava a combattere Carlomagno; questi fece la pace con il suo successore Hemming, e il fiume Eider divenne il confine meridionale della Danimarca. Re Aroldo Klat, insidiato dai figli di Goffredo, riebbe il trono in cambio della conversione del suo popolo (826), ma i re successivi rimasero pagani. La D., unificata sotto Gorm il Vecchio, il cui figlio Aroldo II (m. 988) introdusse definitivamente la religione cattolica, combatté i Vichinghi, s’impadronì della Norvegia e del Holstein. Il figlio Svend occupò nel 1013 l’Inghilterra, poi perduta, ma Canuto il Grande la riconquistò ed estese la sovranità danese su tutto il Mare del Nord, con il controllo di buona parte del Baltico. Morto Canuto nel 1035, il grande impero si sfasciò e inutili furono i tentativi dei successori di riconquistare l’Inghilterra.

Dopo aver scongiurato una invasione slava (Lyrskov, 1043), la D. riacquistò l’indipendenza con Svend Estridson (1047-76), figlio di una sorella di Canuto il Grande, che separò la Chiesa danese dall’arcivescovato di Amburgo-Brema. Tra i discendenti di Svend scoppiò una sanguinosa guerra civile, dalla quale uscì vittorioso Valdemaro I (1157-82); sotto Valdemaro II (1202-41), il regno si estese nel Baltico con la conquista dell’Estonia, e in Germania con quelle delle terre tra l’Eider e l’Elba, conquiste riconosciute dall’imperatore Federico II, ma cui lo stesso re dovette poi rinunciare (Bornhoeved, 1227). Alla sua morte la D. divenne campo di lotte intestine e aggressioni esterne, che condizionarono la politica del paese per oltre 100 anni. Nel 1282 fu sottoscritta una Magna Charta di diritti, con cui il sovrano s’impegnava a governare il paese in collaborazione con i nobili e conferiva al Parlamento e ad alcune assemblee anche poteri legislativi. Il patto sarebbe durato fino alla seconda metà del 17° sec., quando trionfò l’assolutismo monarchico.

La lotta per il regno tra Cristoforo II e Valdemaro III, nel secondo decennio del 14° sec., portò all’occupazione del paese da parte di nobili tedeschi, ma Valdemaro IV (1340-75) ristabilì l’autorità della monarchia con una politica espansionistica nel Baltico, anche se la Lega anseatica lo obbligò a riconoscere nel 1370 (pace di Stralsunda) il proprio dominio commerciale nel Baltico. Nel 1397, la regina Margherita costituì l’unione di Kalmar fra i tre regni di D., Norvegia (ne dipendeva anche l’Islanda), e Svezia (allora comprendente anche la Finlandia). Sotto i successori di Margherita si verificarono tuttavia tentativi di distacco da parte della Svezia, che nel 1523 pose termine all’unione di Kalmar.

Con la riforma luterana del re Cristiano III nel 1536, si rafforzò la monarchia, che poté disporre dei beni confiscati alla Chiesa cattolica. Federico II tentò inutilmente con la guerra nordica dei sette anni (1563-70), combattuta a fianco della Lega anseatica, di recuperare il trono svedese, ma l’egemonia sul Mar Baltico, dopo l’intervento della D. nella guerra dei Trent’anni, passò alla Svezia di Gustavo Adolfo. La D. era costretta a cedere (1645) alla Svezia l’isola di Gotland e le province norvegesi di Jämtland e Härjedalen, cui poi si aggiungevano i rimanenti possessi danesi nella Scandinavia sud-occidentale.

La monarchia da elettiva divenne ereditaria (1660) e la Kongelov («legge regia») del 1665 conferì a Federico III poteri assoluti. L’affermazione dell’assolutismo monarchico e di una burocrazia centralizzata si accompagnarono a un rafforzamento della grande aristocrazia terriera, che tra il 16° e il 18° sec. controllava quasi tutta la terra coltivabile sottoponendo i contadini danesi a una pesante condizione servile. La politica di riforme, dal 1784 alla fine del secolo, diede inizio tuttavia a un processo di trasformazione sociale, abolendo progressivamente gli oneri feudali, liberalizzando il commercio e avviando una redistribuzione della proprietà terriera. Dopo la grande guerra del Nord (1700-21) la D. rinunciò definitivamente ai territori perduti nella Scandinavia meridionale e proseguì una politica di equilibrio che portò a un lungo periodo di pace.

2. Dalle guerre napoleoniche all’occupazione nazista del 1940

Le guerre napoleoniche colpirono pesantemente la D. e lo scontro con l’Inghilterra ebbe gravi conseguenze economiche e finanziarie, cui si aggiunse nel 1814 la perdita della Norvegia, ceduta con la pace di Kiel alla Svezia. Alla D. rimasero comunque le dipendenze norvegesi dell’Islanda, delle isole Fær Øer e della Groenlandia. La ripresa economica, a partire dagli anni 1830, si accompagnò a una crescita del movimento liberale e dell’agitazione nazionalista nei ducati dello Schleswig e del Holstein. Il tentativo di integrare lo Schleswig nello Stato danese provocò la guerra del 1864 contro Austria e Prussia, conclusasi con la perdita di Schleswig, Holstein e Lauenburg. Le rivendicazioni liberali ottennero un primo successo nel 1849, con la promulgazione di una nuova Costituzione che istituì un Parlamento bicamerale e sancì le libertà fondamentali. La riforma costituzionale del 1866, tuttavia, limitando i poteri della Camera bassa (Folketing) rispetto al sovrano e alla Camera alta (Landsting), dominata dai grandi proprietari fondiari, aprì un lungo periodo di conflitto fra i governi conservatori, sostenuti dal re e dal Landsting, e la maggioranza liberale del Folketing. Solo nel 1901 il sovrano accettò definitivamente il principio della maggioranza parlamentare consentendo l’ascesa dei liberali al governo.

Sul piano economico-sociale, lo sviluppo di un’agricoltura moderna nella seconda metà dell’Ottocento, legato alla diffusione della proprietà contadina e delle aziende cooperative, si accompagnò a un processo di industrializzazione; con la nascita del movimento operaio il tradizionale conflitto fra liberali e conservatori si complicò per la formazione di un partito socialdemocratico. Dopo il distacco dei radicali dal troncone liberale (1905), il loro avvento al governo (1909-10; 1913-20) con l’appoggio dei socialdemocratici provocò un’accelerazione della politica di riforme, mentre di fronte alla guerra mondiale fu ribadita la posizione neutrale del paese.

La riforma costituzionale del 1915 sancì la piena affermazione del sistema parlamentare e l’avvento del suffragio universale (comprese le donne) in entrambe le Camere. Nel 1918 l’Islanda ottenne l’autogoverno e nel 1920 fu risolta anche la questione dello Schleswig settentrionale, a maggioranza danese, che decise l’annessione alla D.; nello stesso anno questa entrò a far parte della Società delle Nazioni. A partire dal 1924, i socialdemocratici divennero la principale forza politica del paese, guidando il governo fino al 1940. Negli anni 1930 un’estesa legislazione sociale alleviò le conseguenze della grande depressione, mentre in politica estera il mantenimento di una posizione neutrale non salvò la D. dall’aggressione nazista. Dopo aver firmato, unica tra gli Stati scandinavi, il patto di non aggressione con la Germania (1939), la D. fu invasa nel 1940, mantenendo una parvenza di autonomia fino al 1943, quando, di fronte allo sviluppo del movimento di resistenza, le autorità militari tedesche imposero il regime di occupazione. La situazione bellica contribuì nel 1944 al definitivo distacco dell’Islanda dalla Danimarca.

3. Modernizzazione e riformismo

L’esperienza della guerra indusse la D ad abbandonare il tradizionale neutralismo e nel 1949 aderì al Patto atlantico. Negli anni successivi, condusse una politica prudente nei confronti dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, rifiutò di accogliere armi nucleari nel territorio nazionale e cercò di limitare le spese militari. L’adesione al Consiglio nordico nel 1952 riconfermò i tradizionali legami con i paesi della regione. Nel 1973 la D. entrò nella CEE dopo un acceso dibattito nel paese. Sul piano istituzionale, l’abrogazione della legge salica permise a Margherita II di salire al trono (1972). Il sistema di welfare state fu confermato ed esteso.

I socialdemocratici rimasero di gran lunga la forza principale, ma il sorgere di un polo alla loro sinistra (si affermò dal 1960 il Partito socialista popolare) e l’indebolimento dei radicali resero impossibile la ricostituzione della maggioranza bipartita prebellica, dando luogo a una notevole instabilità politica. La frammentazione della rappresentanza parlamentare, dal 1973, accentuò le difficoltà del sistema politico, che vide il susseguirsi di instabili governi minoritari.

Nel 1982, i conservatori tornarono, per la prima volta dal 1901, alla guida del paese: la coalizione di centrodestra ridusse il tasso di inflazione, ma la persistenza di un equilibrio politico precario era confermata dalle numerose sconfitte parlamentari del governo di P.H. Schlüter. Negli anni 1990 la vita politica della D. fu caratterizzata dal dibattito sull’integrazione europea e da una difficile situazione economica; nel 1993 l’impegno dell’esecutivo di centrosinistra tornato alla guida del paese con P.N. Rasmussen (il centrosinistra sarebbe restato al governo fino al 2001) a sostegno del processo di integrazione europea pesò nell’approvazione del referendum di adesione al trattato di Maastricht. Nel 2000 fu bocciata l’adesione alla moneta unica e si configurò uno schieramento trasversale che vide uniti contro i sostenitori dell’euro (socialdemocratici, liberali, establishment economico e finanziario, sindacati) l’estrema destra xenofoba del Partito popolare danese (affermatosi alle elezioni del 1998), il Partito socialista popolare e gli ambientalisti, accomunati dal timore di una perdita di sovranità nazionale a vantaggio dell’Europa. Dopo le elezioni politiche del 2001, dominate dal dibattito sulla questione degli immigrati, i liberali, guidati da A.F. Rasmussen, diedero vita a un governo di centrodestra (con i conservatori e l’appoggio esterno del Partito popolare danese) che introdusse norme più restrittive in tema di immigrazione. Le elezioni politiche anticipate del 2005 premiarono la coalizione guidata da Rasmussen, mentre la crescita del Partito del popolo consolidò la presenza nel panorama politico nazionale della destra più radicale. Entrata in crisi la coalizione di governo, nelle elezioni anticipate del 2007 Rasmussen ha ottenuto una esigua maggioranza, sconfiggendo di misura la candidata socialdemocratica H. Thorning Schmidt, che si è invece affermata alle consultazioni svoltesi nel sett. 2011 conseguendo la maggioranza assoluta con 89 dei 179 seggi del Parlamento, e segnando il ritorno al potere del centrosinistra dopo dieci anni di opposizione.

letteratura

1. Dalle origini al 18° secolo

Per tradizione si fa cominciare la letteratura danese, come quella degli altri paesi nordici, con le iscrizioni runiche (➔ runa), che però hanno più valore linguistico e storico che letterario, e sono comunque da considerare appartenenti al nordico comune. Solo con la conversione dei popoli germanici al cristianesimo e l’introduzione della scrittura, nacque una letteratura danese medievale. Nei conventi, fondati dagli ordini monastici col favore dei re missionari, fiorirono la letteratura sacra e didascalica, specie dopo la creazione dell’arcivescovato di Lund (circa 1100), e da ultimo quella forma tipica della storiografia medievale che fu la cronaca. Nell’età dei Valdemari (12°-13° sec.) la D. diede impulso a una notevole cultura storico-letteraria. Gli arcivescovi della Chiesa nordica Eskil e Absalon furono le figure centrali di questo risveglio, e i loro legami con l’Umanesimo delle scuole di Chartres e di Orléans spiegano il carattere dell’opera che essi ispirarono ai cronisti S. Aggesøn e Saxo Gramaticus: la Historia regum Daniae del primo e i Gesta danorum del secondo tracciano, col metodo compilatorio e acritico del tempo, un quadro aneddotico della storia nazionale dalle origini mitico-leggendarie alle vittorie dei Danesi sui Vendi (1185). Il terzo grande arcivescovo dell’età dei Valdemari, A. Sunessøn (1167-1228), che studiò in Italia e fu nunzio pontificio nel Nord, rappresenta con le sue sequenze mariane e il suo farraginoso poema in esametri Hexaëmeron il pensiero scolastico medievale. Espressione della cultura in volgare sono invece sia la raccolta di proverbi latini e danesi (Ordsprog) fatta da P. Laale, sia i libri dei semplici (Urtebøger) di H. Harpestreng, sia le anonime trascrizioni delle più antiche consuetudini giuridiche provinciali, non ancora influenzate dal diritto romano e canonico (Skånske Lov «Legge della Scania», Sjœllandske Lov «Legge del Sjœlland»). Un più consapevole intento artistico si trova nelle Folkeviser (oltre 500) o anonime ballate epico-liriche, diffuse in tutta l’area nordica, ma aventi come primitivo centro d’irradiazione la Danimarca. Nate in cerchie aristocratiche su modelli francesi e inglesi, queste ballate vissero poi in tradizione orale e solo a partire dal 16° sec. furono trascritte in ambienti colti desiderosi di serbarne la memoria. Qui assai più che nei rifacimenti dei romanzi cortesi si coglie un riflesso della cavalleria medievale, ma sulla spiritualizzazione dell’amore prevale nelle Folkeviser nordiche un senso crudo della realtà che le avvicina alla poesia eroica germanica. Il restante quadro del pieno e tardo Medioevo consiste nel grande lavoro dei traduttori e volgarizzatori della cultura religiosa in seno alla nascente borghesia laica: dai trattati enciclopedici (Elucidarius) al dramma liturgico, dalla favola esopiana alla cronaca in rima (Den danske Rimkrønike, il primo libro danese, stampato nell’anno 1495).

La Riforma, diffusa in D. dai discepoli nordici di Lutero, soffocò in polemiche teologiche e religiose i germi del nascente Umanesimo. Non mancò l’entusiasmo rivoluzionario di riformatori come K.M. Tøndebinder, H.O. Spandemager, F. Vormordsen; come N. Hemmingsen che fu seguace di Melantone e cercò di mediare fra luterani e calvinisti, come H. Tausen che raccolse intorno a sé la prima comunità protestante, come P. Palladius che organizzò la nuova chiesa e sottopose a revisione la Bibbia di Cristiano III (1550) tradotta da C. Pedersen e da altri; ma pur ponendo così le premesse dei futuri sviluppi culturali e civili, il luteranesimo in D. segnò il trionfo di una nuova ortodossia religiosa e di un nuovo assolutismo politico. Creata la Chiesa di Stato, la risorta università di Copenaghen (1537) decadde a scuola di teologia e il nuovo clero a burocrazia del potere centrale. Favoriti dalla stampa, progredirono gli studi storici (traduzione danese della cronaca di Saxo a cura di A.S. Vedel e sua continuazione fino a Canuto VI a cura di A. Huitfeldt), scientifici (soprattutto per merito di T. Brahe, O. Worm, O. Rømer, N. Stenone e dei Bartholin), antiquari (O. Worm fonda la runologia, e i principali manoscritti delle due Edde passano dall’Islanda a Copenaghen), linguistici (grammaticali, etimologici, prosodici). Accanto alla ricca letteratura religiosa d’impronta pietistica (notevoli soprattutto i pomposi salmi di T. Kingo; lo Hexaëmeron rifatto da A.C. Arrebo in alessandrini ed esametri e i salmi mistico-erotici di H.A. Brorson), qualche commedia popolare realistico-didascalica («L’avaro Nidding» di H. Justesen Ranch) e qualche saggio di memorialistica (Leonora Christines Jammersminde) sono i più vivi documenti della letteratura profana. Se le Folkeviser continuavano a soddisfare un pubblico popolare, esigue cerchie di dotti (H. Gram, J. Langebek, T. Reenberg, e poi L. Holberg e J.S. Sneedorff), muovendo dal nuovo concetto aristocratico della cultura, provvidero ad acclimatare in D. le tendenze più in voga sul continente.

Nella seconda metà del Seicento cominciò a maturare il lievito ideale della Riforma, e pietismo e razionalismo iniziarono a muovere guerra al principio d’autorità in nome del sentimento e della ragione. Al centro di queste tendenze innovatrici si pose la monumentale opera illuministica di L. Holberg; mentre, su esempi stranieri, la stampa quotidiana e periodica, le associazioni, i club, le accademie, favorirono la circolazione delle nuove idee anticlassicistiche. Così, se nella commedia in alessandrini Kaerlighed uden strømper («Amore senza calze», 1772) H. Wessel fece la parodia della tragedia pseudoclassica, I. Baggesen col suo diario-giornale di viaggio Labyrinten (1792-93) e J. Ewald con la sua incompiuta autobiografia Levned og Meninger («Vita e opinioni», 1775) diedero felici varianti danesi dell’individualismo lirico-ironico di L. Sterne. Al trionfo del nuovo gusto contribuì anche il soggiorno a Copenaghen (1751-70) e l’esempio di F.G. Klopstock. Fu così la ‘riscoperta’ della Germania letteraria (e artistica) a far nascere una nuova organica cultura danese sulle rovine di quella classicistica.

2. Il 19° secolo

Da quando il naturalista norvegese H. Steffens, di ritorno dalla Germania, tenne a Copenaghen le sue lezioni – in primo luogo sulla schellinghiana Filosofia della natura (1802) e sul Frammento del Faust goethiano (1803) – il Romanticismo tedesco agì da catalizzatore su tutte le sparse tendenze del tempo. Non a caso scrittori come A. Oehleschläger e A.W. Schack von Staffeldt (18°-19° sec.) poetarono sia in danese sia in tedesco. Il primo rinnovò, con l’impeto fantastico-musicale dei suoi poemi drammatici (Hakon Jarl, 1805; Correggio, 1811; Helge, 1814; Aladino, 1820), i modi e i temi della poesia danese, il secondo fece conoscere per primo in D. la Sehnsucht romantica e mistico-erotica d’ispirazione novalisiana (Poesie, 1803; Nuove poesie, 1808). Con le sue traduzioni da Saxo e da Snorri, gli scritti storico-teologici, i salmi, la poesia di pensiero, N.F.S. Grundtvig rappresenta il passaggio del Romanticismo dall’ambiente accademico e borghese (entro il quale sostanzialmente restano anche romanzieri e poeti come B.S. Ingemann e C. Hauch, C. Winther e E. Aarestrup), alla politica, al costume, all’ambiente popolare. Isolato, benché non senza legami con la filosofia del Romanticismo, S. Kierkegaard è, accanto al grande favolista H.C. Andersen, la figura di maggior rilievo nel quadro del primo Ottocento. Romantico è del resto anche l’humus su cui nasce la passione antiromantica degli scrittori danesi che, dopo la Rivoluzione di luglio, dischiusero alla letteratura le nuove prospettive del realismo: da J.L. Heiberg, satirico autore di vaudevilles, critico hegelianeggiante e dittatore del gusto fino all’avvento di G. Brandes, ai commediografi H. Hertz e J.C. Hostrup; dal novelliere S.S. Blicher a P. Møller a H.E. Schack a F. Paludan-Müller. Il taglio netto col passato si avverte in realtà solo negli ultimi decenni del secolo, col trionfo del liberalismo in politica, del positivismo in filosofia e del naturalismo in letteratura, trionfo documentato dalla storiografia sociologica di G. Brandes da cui presero le mosse non solo i più o meno fedeli seguaci, gli scrittori naturalisti (J.P. Jacobsen e H. Drachmann, E. Brandes, K. Gjellerup, H. Pontoppidan, e più tardi K. Larsen e G. Wied) ma anche gli avversari simbolisti e mistici, idealisti e nazionalisti (J. Jørgensen e H. Bang, S. Claussen e V. Stuckenberg, H. Rode, J. Knudsen e W. Rordam). Al simbolismo ‘decadente e borghese’ si oppose per primo J.V. Jensen, con la sua fede nel progresso tecnico. Uniti a lui nell’amore per la terra natale, gli scrittori del ‘realismo paesano’ celebrarono la loro terra in liriche e in romanzi, esaltando i valori della cultura contadina (M. Bregendahl) o affrontando problematiche religiose (J. Knudsen) e sociali (J. Skjoldborg, J. Aakjær).

3. Il 20° secolo

Le prime lotte del proletariato rurale e cittadino furono messe in risalto da M. Andersen-Nexø nel romanzo Pelle erobreren («Pelle il conquistatore», 1906-10). Echi del futurismo italiano (presentato, insieme con altre avanguardie, nella rivista Klingen «La lama», 1917-21) accesero una breve fiammata di poesia ‘futurista’. Dopo la Prima guerra mondiale nuovi fermenti coesistono con antiche nostalgie. J. Paludan esaltò in vigorosi romanzi i valori del passato, P. Lange esorcizzò il caos con liriche di estremo rigore formale, ma dominante fu la ricerca di valori alternativi e di nuovi moduli espressivi, mutuati dall’espressionismo tedesco. Figura rappresentativa fu T. Kristensen, che dà voce in liriche, saggi e romanzi alla irrequietudine di una generazione. Un’angoscia più profonda appare nelle liriche di N. Petersen, autore del romanzo storico Sandalmagerens gade («Il vicolo dei sandalai», 1931). La narrativa americana degli anni 1920 ispirò K. Sønderby a presentare la vita della gioventù danese del ‘tempo del jazz’.

Più critico nei riguardi della società era un gruppo di scrittori radicali legati alla Kritisk revy («Rivista critica» 1926-28), aperta alle sollecitazioni del marxismo, della psicanalisi, del funzionalismo e del cubismo: fra loro si ricorda H. Kirk che iniziò con Fiskerne («I pescatori», 1918) una fortunata serie di ‘romanzi collettivi’. Estranea al dibattito culturale, la scrittrice K. Blixen presentò anche in D. i suoi racconti fantastici, che troveranno pieno accoglimento solo nella mutata atmosfera degli anni 1950. Nel teatro, salvo un isolato tentativo di dramma espressionista da parte di S. Borberg non si può parlare di rinnovamento sino agli anni 1930, quando scottanti problematiche vennero proposte da valenti drammaturghi come K. Munk, C.E.M. Soya e K. Abell.

Isolata negli anni dell’occupazione tedesca, la D. si aprì poi avidamente all’Europa e all’America. Particolare incidenza ebbe l’esistenzialismo di J.-P. Sartre e nuovi stimoli vennero alla lirica da T.S. Eliot, W.H. Auden e dai contemporanei poeti svedesi. Una rinascita estetico-religiosa fu proposta da poeti e critici nella rivista Heretica (1948-53). Temi esistenziali, e non più solo psicologici o sociali, danno profondità alla narrativa e ai drammi di H.C. Branner. Fedeli al loro impegno politico rimasero Kirk, Scherfig e, sia pure in misura attenuata, Heinesen; la protesta sociale, massima nelle opere di E. Knudsen, è sottesa nelle liriche di I. Malinowski, ‘poeta del nichilismo’. Alla fine degli anni 1950 si avvertì la necessità di un diretto confronto con la società del benessere e il suo linguaggio, senza elitarismi. Sorse così un nuovo ‘modernismo’ neo-radicale intorno alla rivista Vindrosen («La rosa dei venti» 1959-73), che fu palestra di astratte polemiche e portavoce del teatro dell’assurdo, del nouveau roman e della cultura beat: figure di spicco, tra loro diversissime nello stile e negli intenti, K. Rifbjerg, prolifico e mutevole sperimentatore nella lirica come nella narrativa, e W. Sørensen, saggista e creatore di ironiche ‘strane storie’ fantastiche. Una più immediata immagine delle illusorie certezze e delle segrete angosce della società del benessere appare nei romanzi e nei fortunati drammi televisivi di L. Panduro e nella narrativa ‘neorealista’ di A. Bødelsen e C. Kampmann.

Negli anni 1960 H. Nordbrandt riprendeva con intensità poetica e impegno di rinnovamento la tradizione del decadentismo europeo. Contemporaneamente si apriva, in nome di un ‘relativismo culturale’ e nella scia delle teorie linguistiche di L. Wittgenstein, una ‘terza fase modernistica’, volta a creare, per mezzo di una elaborazione linguistica, ‘modelli di realtà’: con diverse, personali strategie pervennero a notevoli risultati, nella prosa e nella poesia, I. Christensen, P. Højholt e S. Å. Madsen. Negli anni della contestazione ogni modernismo fu messo sotto accusa, in nome di una democratizzazione della cultura. Tra i confusi tentativi di creare nuove forme espressive si affermò il documentarismo, collage più o meno tendenzioso di documenti ma anche cronaca avvincente, romanzo storico e biografia. Notevole apporto alla narrativa venne dalla nuova letteratura femminile: D. Willumsen, K. Thorup, C. Strandgaard e B. Clod, diversamente dalle scrittrici di precedenti generazioni come K. Michaelis e T. Ditlevsen, hanno affrontato con una nuova fiducia nei valori femminili i problemi della vita quotidiana nel lavoro, nella famiglia e nei rapporti di coppia. L’impegno politico e sociale prevale in T. Mørch e M. Larsen, mentre V. Andersen e S. Brøgger tendono, con le loro confessioni, a togliere le ultime barriere fra pubblico e privato. Unica a opporsi con spregiudicatezza alla dilagante ricerca dello specifico femminile è stata la scrittrice E. Gress. Polemico anche H.J. Nielsen, che nel fortunato romanzo Fodbold engel («L’angelo del calcio», 1979) ha affrontato problemi analoghi dal punto di vista maschile.

Negli anni 1980 la poesia torna a essere ‘unico valore possibile’ per un gruppo di giovani che, pur ispirandosi a B. Dylan e a D. Bowie non meno che a Eliot, a Baudelaire e alla poesia surrealista, si impegnano in una rielaborazione del linguaggio: oltre a M. Strunge, vanno ricordati S. U. Thomsen e B. Gren Jensen, anche narratore e critico. Più affinate e decantate sono le liriche ‘femminili’ di P. Tafdrup e di J. Preisler. Tra i narratori si sono distinti P. Hultberg, in particolare con Requiem (1985), J.C. Hansen e I. Michael con i romanzi Troubadurens lærling («Il discepolo del trovatore», 1985) e Kilroy Kilroy (1989). A partire dagli ultimi decenni del 20° sec. si è segnalato in modo particolare P. Høeg, che ha pubblicato romanzi di grandissimo successo commerciale, creando stili e atmosfere sempre nuovi.

architettura

La conversione al cristianesimo (950-1050) portò alla costruzione in D. di numerose chiese lignee e, dall’11° sec., in pietra: in arenaria, di influsso romano e anglosassone (Vor Frue Kirke a Roskilde, convento di Veng, presso Skanderborg); in granito nel 12° sec.: cattedrali di Ribe, di Viborg e di Lund. Un tipo particolare sono le chiese-fortezze a pianta circolare dell’isola di Bornholm e a Bjernede (fine 12° sec.); interessante è la chiesa di Kalunolsborg (fine 12° sec.), in mattoni, uso probabilmente introdotto da maestranze lombarde. Il gotico danese si ispira a quello della Germania settentrionale: cattedrale di S. Canuto a Odense, chiese delle Brigidine a Maribo e a Mariager.

Nel Rinascimento, dopo alcuni esempi isolati che risentono di S. Serlio e di J.-A. Du Cerceau, l’influsso olandese predominò, con i van Steenwinkel: castelli di Kronborg (ca. 580), di Frederiksborg, di Rosenborg (inizio 17° sec.); il castello di Charlottenborg (1675) a Copenaghen, è un esempio di sobrio barocco olandese. Imponente l’attività edilizia e urbanistica sotto Cristiano IV, egli stesso architetto.

Verso il 1700 il re Federico IV, dopo il suo viaggio in Italia, cercò di introdurre uno stile italianeggiante (Fredensborg, 1722 circa), presto soppiantato dai palazzi rococò dell’Amalienborg a Copenaghen (1750 circa), in un quartiere impiantato da N. Eigtved. Documento della cultura architettonica settecentesca sono i due volumi «Vitruvio danese» (1746-49) di Lauritz de Thurah. Esponente del classicismo fu C.F. Harsdorff, cui si devono la cappella di Federico V nel duomo di Roskilde (1775) e il colonnato dell’Amalienborg. C.F. Hansen, suo allievo, ricostruì in stile neopalladiano S. Maria, il castello di Christiansborg, la grande chiesa annessa e il palazzo comunale (1810 circa) in pesanti forme neoclassiche. Nell’Ottocento fu dominante l’ispirazione dall’arte europea. Solo con J.D. Herholdt cominciò lo studio della tradizione nazionale, continuato da H. Storck, H.J. Holm e altri.

Dalla fine del 19° sec. e nei primi decenni del 20° operano, con significativi contributi che spaziano da un nuovo classicismo a un sobrio espressionismo, M. Nyrop, H. Kampmann, C. Petersen, A. Rosen, A. Rafn e P.V. Jensen Klint. Dagli anni 1920, interessanti soluzioni, attente alle nuove istanze razionaliste, sono fornite nell’ambito del design da K. Klint e in quello urbanistico, dell’edilizia residenziale, industriale e scolastica da K. Ficker, C.F. Møller, A. Jacobsen, J. Bo e J. Utzon. Nell’architettura degli anni 1990 accanto ai nomi di architetti legati a opere internazionali, come Utzon e J.O. von Spreckelsen, nuove realizzazioni testimoniano una ritrovata identità danese. Lo studio Nielsen Nielsen & Nielsen si è segnalato in numerosi concorsi (Centro Culturale e Palazzo di giustizia a Holstebro, 1988-91; la sede centrale dell’associazione danese per la ginnastica e l’atletica DGI a Vingsted, 1991-93; la sede della federazione degli architetti danesi a Copenaghen, 1994-96).

arte

Le più antiche manifestazioni artistiche sono dell’età del Bronzo (1500-400 a.C.); all’età del Ferro risalgono significativi esempi dell’arte celtica. Imponente la fioritura del periodo vichingo (800-1100: tomba delle navi presso Ladby in Fionia, tomba reale di Jellonge nello Jylland, argenti, monete) dopo il periodo romano.

Poco è rimasto delle opere d’arte medievale, dopo le distruzioni della Riforma. In scultura, ispirati al gotico francese sono i crocifissi di legno di Skaane, dello Schleswig e il crocifisso d’avorio di Herlufsholm; verso il 14° sec. prevalgono influenze tedesche, ma la tomba della regina Margherita (1423) nel duomo di Roskilde rivela apporti borgognoni. Nel 15° sec. sono notevoli le importazioni da Lubecca (altare del duomo di Aarhus, di B. Notke). Tre grandi scultori operarono nel periodo immediatamente precedente la Riforma: C. Berg, allievo di U. Stoss, H. Brüggerman e A. van Düren. Ancor meno documentata la pittura, che conta capolavori come la cappella dei Re Magi a Roskilde (1450 ca.) e la chiesa di Fanefjord, nell’isola di Mon.

I soggetti profani appaiono solo nel Rinascimento, per lo più per opera di artisti stranieri. Alla fine del Cinquecento fiorì la pittura decorativa, mentre sotto Cristiano IV numerosi artisti, per lo più stranieri, lavoravano alla decorazione dei castelli reali e ai ritratti (fra i maggiori, K. van Mander e A. Wuchters). Nella seconda metà del Settecento il neoclassico si delineò con il francese J. Saly, e quindi con B. Thorvaldsen. Tra i pittori, V. Erichsen e J. Juel sono eleganti ritrattisti; rilevante l’attività di C.W. Eckersberg, formatosi a Parigi presso J.-L. David, e dei suoi seguaci V. Bendz, M. Rørbie, A. Muller e soprattutto C. Købøe. Attorno al critico d’arte N. Hsyen si formò un gruppo di artisti di tendenze nazionaliste che lasciò tracce anche nella scultura.

Dopo il 1878 la giovane generazione cercò la propria ispirazione in Francia (T. Philipsen). A Skagen un gruppo di artisti si rivolse alla pittura en plein air: tra questi P.S. Krøyer, M. Ancher e sua moglie Anna che, tuttavia, predilesse soggetti di vita familiare, avvicinandosi all’altro indirizzo, di una pittura intima, consono alla tradizione danese (A. Jerndorf, J. Paulsen e L.A. Ring). Dopo il 1900 ha avuto una parte importante nel movimento artistico il ‘gruppo danese’.

Dopo la Prima guerra mondiale, mentre alcuni artisti aderivano all’avanguardia postcubista (V. Lundstrøm, C. Swane), altri erano legati soprattutto al paesaggio danese (N. Bjerre). La ‘scuola di Fionia’ si dedicò specialmente a quest’ultimo tema. Alla rivista Konkretion («Concrezione», 1935-37) risale la diffusione del surrealismo in D. (W. Freddie, W. Bjerke Petersen, H. Carlsson). Nel 1938 sorse il movimento astratto-surrealista, che attraverso esperienze espressionistiche giunse all’informale, con E. Bille, R. Mortensen, e con gli scultori H. Heerup e R. Jacobsen. Lo spontaneismo astratto del gruppo facente capo alla rivista Helhesten («Il cavallo dell’Inferno») si apre anche verso cinema e jazz, e preannuncia il gruppo COBRA (➔).

Dopo il 1960 lo sperimentalismo neorealistico di A. Mertz e S. Dalsgaard, il concretismo di O. Schwalbe, P. Gadegaard, A. Andersen, I. Geertsen, il minimalismo di H. Heinsen, M. Møller e S. Brøgger, i lavori del gruppo Eks-skolen («Scuola sperimentale»: P. Germs, P. Kirkeby, B. Nørgaard ecc.) mostrano le caratteristiche costanti dell’arte danese: semplificazione classica, anarchismo ludico e preciso ruolo sociale. Vanno infine segnalate le interessanti esperienze nell’ambito della tessitura artistica (U. Lerche, G. Balle, H. Kaastrup Olsen) e nella grafica.

Negli anni 1980 una posizione di rottura con il tardo modernismo è rappresentata da un gruppo di pittori di formazione accademica, i Giovani pittori selvaggi. Alla prima esposizione del gruppo, Il coltello sulla testa (1982), parteciparono tra gli altri P. Bonde, C. Carstensen, D. Dahlin, N. Sten-Knudsen; influenzati dalla transavanguardia italiana e dal gruppo tedesco heftige Malerei, i pittori del gruppo hanno presto abbandonato il loro espressionismo figurativo per una pittura ironica e ambigua che sottolinea l’elemento spirituale dell’arte. Nell’ambito della scultura, l’interesse per la figura e per la forma, ma in una visione intellettualistica e con pluralità di modi espressivi, appare centrale nell’opera di Ø. Nygård e E. Toubro. Dagli anni 1990 molti artisti sperimentano materiali vari e inconsueti o creano installazioni che interagiscono con lo spazio espositivo, abolendo i confini tra le diverse categorie artistiche. Tale atteggiamento è tipico di alcuni artisti provenienti dal gruppo Nuova astrazione (attivo negli anni 1980, sciolto nel 1988), che hanno continuato a operare in questa direzione, come M. Barker (computer art e nuove tecnologie); V. Collaro (uso del neon); T. Ebbesen; M. Sørensen.

musica

Il canto popolare danese cominciò a essere studiato nel 20° sec.: il genere più indagato è la ballata, la cui origine risale al 13° secolo. Nell’ambito della musica d’arte, nel 16° e 17° sec. l’attività si incentrò intorno alla corte di Cristiano IV, che diede alla musica danese un’impronta internazionale. Danese di nascita fu D. Buxtehude, che operò in Germania. Dal Seicento in poi la musica danese fu dominata dall’influsso francese e italiano. La riapertura dei teatri, la cui attività era stata sospesa da Cristiano IV, e il crescente interesse per il melodramma favorirono la nascita dell’opera musicale in lingua danese (il Singspiel Solimano musicato nel 1770 dall’italiano G. Sarti).

Di uno stile danese vero e proprio si può parlare solo nel 19° sec. con le opere di compositori come J.P.E. Hartmann e N.W. Gade. Protagonista del 20° sec. fu invece C.A. Nielsen, compositore e maestro di quasi tutti i musicisti danesi del Novecento (tra questi J.L. Emborg, E. Reesen, J. Bentzon, K. Jeppesen, figura di rilievo anche in ambito musicologico). Si sono segnalati, inoltre, i musicisti F. Weis, J. Maegaard (teorico danese della dodecafonia), O. Mortensen.

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