DE GUBERNATIS, Girolamo Marcello

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 36 (1988)

di Enrico Stumpo

DE GUBERNATIS, Girolamo Marcello. - Nacque a Sospello presso Nizza nel 1633 dal conte Marcello, già ambasciatore presso il papa Urbano VIII, e da Anna Maria dei marchesi Vivaldi. Orfano di entrambi i genitori all'età di quindici anni, studiò diritto a Bologna, addottorandosi in utroque iure. Subito dopo, tornato a Nizza, venne nominato, il 10 nov. 1653, giudice ordinario; tre anni dopo prefetto di Nizza e, nello stesso anno, sposò Lucrezia Maria dei conti di Ventimiglia. Continuando nella sua carriera di giurista, il 20 giugno 1661 il D. divenne membro del Senato di Nizza, carica alla quale poteva accedere nel ducato di Savoia solo chi avesse già esercitato per cinque anni l'avvocatura, la prefettura o il lettorato universitario. La grande svolta nella carriera del D. avvenne tuttavia dopo più di un decennio di proficuo lavoro come senatore. Con patenti della reggente Maria Giovanna Battista di Savoia, nel 1676 fu nominato ministro di S.A.R. presso la corte di Madrid.

La missione ordinaria del D. a Madrid si trasformò ben presto in una missione straordinaria presso la corte di Lisbona. La duchessa di Savoia, infatti, sorella della regina di Portogallo Maria Francesca Elisabetta, aveva già da alcuni anni intenzione di realizzare un più stretto legame fra le due corone, attraverso un'alleanza matrimoniale fra il proprio primogenito Vittorio Amedeo e l'infanta Isabella di Braganza, presunta erede al trono portoghese. Da tale alleanza la duchessa di Savoia si attendeva non solo la corona regia per il figlio Vittorio Amedeo, ma anche una serie di privilegi economici che il ricco commercio marittimo del regno lusitano avrebbe portato all'isolato Piemonte. Da qui le nuove istruzioni al D., del 19 sett. 1679, nelle quali chiaramente si legge l'ansia della duchessa reggente verso gli aspetti economici e commerciali del progettato matrimonio. Perché l'aspetto del commercio "... è d'importanza tale che, senza questo, l'altro più sublime del matrimonio non potrebbe sussistere". Le istruzioni proseguivano quindi sollecitando la conclusione di un trattato commerciale fra i due paesi, con l'apertura dei due piccoli porti piemontesi di Nizza e Villafranca ai mercanti portoghesi, mentre una compagnia piemontese avrebbe curato l'esportazione dei prodotti dal Piemonte verso Lisbona. Ovviamente le iniziative della duchessa trovavano difficoltà da superare non solo a Torino e a Lisbona, ma nelle stesse corti di Madrid e Parigi.

Tuttavia i primi mesi trascorsi dal D. a Lisbona ad avviare le trattative ottennero una prima grande concessione dalla corte lusitana: la facoltà ad una nave sabauda di fare cinque viaggi diretti da Villafranca al Brasile, per commerciare prodotti del Piemonte all'andata e del Brasile al ritorno.

Il 1° ottobre 1680 il D., rientrato a Madrid, ottenne nuove istruzioni per il suo ritorno a Lisbona, in attesa dell'arrivo della missione ufficiale sabauda alla corte di Portogallo, condotta dal marchese di Dronero, per stipulare gli accordi matrimoniali. Superate alcune questioni di cerimoniale, il 22 marzo 1681 fu stipulato e firmato l'atto di fidanzamento, con l'accordo che entro un anno il giovane principe di Piemonte avrebbe dovuto raggiungere Lisbona. Da tutta la corrispondenza fra il D. e la corte di Torino emerge il duplice atteggiamento tenuto dall'inviato sabaudo nei confronti del progettato matrimonio. Favorevole all'inizio, più tardi il D. si schierò fra quanti, compreso lo stesso marchese di Dronero, mal comprendevano la necessità per il principe Vittorio Amedeo di abbandonare i suoi Stati per tentare un'incerta avventura alla corte di Lisbona. Soprattutto si vedeva in tale matrimonio il palese tentativo della duchessa reggente di governare ancora a lungo il ducato al posto del figlio. Consigliato quindi dai suoi intimi, tra i quali il marchese di Pianezza e il marchese di Dronero, Vittorio Amedeo rifiutò nel 1682 di partire per la corte di Lisbona. E gli eventi giustificarono poi tale scelta. La regina Elisabetta morì infatti l'anno dopo e il re Pietro II ebbe dalla nuova moglie un erede maschio. La stessa infanta moriva pochi anni dopo, tisica, a soli 22 anni d'età.

L'adesione del D. al partito dei consiglieri contrari al matrimonio fu molto apprezzata dallo stesso principe. Salito al trono, Vittorio Amedeo richiamò il D. in Piemonte, a Nizza, con il titolo di primo presidente di quel Senato. Già nel 1682 egli aveva avuto il titolo di secondo presidente, mentre negli anni precedenti aveva ottenuto il cavalierato dei Ss. Maurizio e Lazzaro e il titolo comitale. Nei due anni trascorsi in Piemonte il D. si fece notare dalla corte di Torino non solo per le sue indubbie doti di diplomatico, quanto per quelle di giurista e, in particolare, quale strenuo difensore dei diritti e dei doveri del principe e assertore di un alto concetto della sovranità ducale. Ne sono testimonianza due pareri scritti dal D. per il giovane duca.

Il primo affronta il problema della venalità degli uffici e, in particolare, degli uffici della magistratura, per i quali in Piemonte non si ammetteva la vendita e si richiedevano agli aspiranti i particolari requisiti già ricordati. Ma il nuovo duca con un editto precedente aveva ammesso la "disponibilità" di alcune cariche, ovvero la possibilità per i titolari di acquistare la propria carica a favore del figlio. Il quesito posto dal giovane duca ai propri consiglieri intendeva chiarire se tale editto si potesse estendere anche alle cariche della magistratura, prescindendo dai titoli richiesti agli aspiranti. Il parere del D., fra quelli dei più alti funzionari, fu senz'altro il più completo, articolato e dottrinale e fu poi seguito dal duca. Dopo aver ricordato che il principale compito del principe consisteva nell'amministrazione della giustizia "conforme all'ultimo ricordo che lasciò il santo duca Amedeo: Facite iudicium et iustitiam et Dominus dabit pacem in finibus vestris", l'autore precisava "la quale giustizia non può degnamente amministrarsi salvo che nei giudici concorra il sale della scienza, senza il quale sono insipidi, et quello della coscienza, senza cui riescono diabolici" (Arch. di Stato di Torino, Disponibilità delle cariche).

Altro parere interessante del D., del luglio dello stesso anno, è quello sul problema degli ebrei presenti a Nizza e Villafranca, per i quali i duchi di Savoia, sin dai tempi di Emanuele Filiberto, furono tormentati dai nunzi pontifici e dalla S. Sede. Anche in questo caso il parere dell'autore è improntato ad un altissimo concetto dell'autorità del principe. Avendo concesso privilegio di commercio in Nizza e Villafranca per alcuni ebrei perseguitati dall'Inquisizione, il principe deve mantenere la parola data in faccia all'Europa, "contro le mene del vescovo di Nizza", resistendo alle richieste di espulsione della S. Sede. Atteggiamento che Vittorio Amedeo II in effetti tenne.

L'abilità diplomatica mostrata dal D. nelle sue precedenti missioni e la sua solida preparazione giuridica contribuirono a farlo designare da Vittorio Amedeo II quale nuovo inviato sabaudo a Roma, presso la S. Sede, nel 1685. E a Roma il D. rimase per ben quindici anni, fino al 1700, ritornandovi poi nuovamente nel 1710, come plenipotenziario con Clemente XI. Presso la corte romana seppe conquistarsi la più ampia stima, tanto che quando nel 1690 Vittorio Amedeo II decise di inviarlo oratore a Londra dovette rinunciarvi per le rimostranze di Alessandro VIII, che lo volle confermato a Roma.

Durante gli anni della sua missione a Roma il D. si occupò non soltanto dei gravi problemi diplomatici causati dalla guerra della lega di Augusta prima (1690-1696) e dalla guerra di successione spagnola poi, nelle quali Vittorio Amedeo II svolse una parte importante, ma anche dei problemi più strettamente connessi ai rapporti con la S. Sede. In particolare della politica del duca di Savoia verso i valdesi e della difesa dei diritti del duca in materia di immunità ecclesiastica.

L'alleanza di Vittorio Amedeo II con l'Inghilterra nella guerra del 1690-96 aveva prodotto una forte spinta da parte di quest'ultima a favore dei valdesi, verso i quali il duca si era impegnato a pubblicare un editto di tolleranza e il riconoscimento del diritto alla loro libertà di culto. Gli indugi della corte di Torino sollevarono le proteste inglesi e verso la fine del 1693 venne inviato a Torino il visconte di Galloway, Enrico di Ruvigny, con la minaccia di sospendere i forti sussidi in denaro della Gran Bretagna al duca di Savoia. Finalmente, nonostante i pareri contrari del clero piemontese e della S. Sede, il 23 maggio 1694, l'editto venne firmato e reso pubblico. Innocenzo XII si sdegnò e, incitato dalla Francia, sottopose il duca al giudizio dell'Inquisizione. Questa, il 19 agosto, emanò la sentenza con la quale ordinava di considerare nullo e irrito l'editto ducale. A sua volta Vittorio Amedeo, su proposta del D., deferì la sentenza dell'Inquisizione al Senato di Torino, che ne vietò la pubblicazione. Lo stesso D. venne incaricato di richiedere al papa l'abolizione del tribunale dell'Inquisizione in Savoia. La durezza del duca, l'appoggio a lui dato dalla Spagna e dall'Impero, alleati nella stessa guerra, nonché dalle potenze protestanti, risultarono pienamente efficaci. Di conseguenza, il papa ordinò al nunzio di non insistere per la pubblicazione del decreto.

L'azione del D. continuò negli anni seguenti in difesa della politica sabauda contro gli abusi esistenti da lungo tempo in materia di immunità ecclesiastica, specie riguardanti l'esenzione dai carichi fiscali ordinari. Così la nuova politica di "perequazione" dei tributi ordinari diretti in Piemonte e la pubblicazione, nel 1693, dell'editto sopra la riunione e conservazione del registro provocò immediate reazioni a Roma, colpendo tutti i beni di nuovo acquisto degli ecclesiastici e distinguendo fra i beni ecclesiastici veri e propri e quelli dei loro parenti laici, spesso considerati esenti. In questo campo il D., forte della sua esperienza giuridica, preparò una serie di opere, manoscritte e a stampa, uscite a Roma e poi a Torino. Il D. era già noto negli ambienti romani anche come letterato e faceva parte dell'Arcadia con il nome di Solindro Carmonio dal 1692. Aveva compilato un'operetta storica, Memorie istoriche della famiglia dei conti di Ventimiglia, marchesi delle Alpi Marittime, rimasta manoscritta, oggi introvabile.

Tornato a Torino nel 1700 ebbe il titolo di ministro di Stato e, negli anni seguenti, oltre ad occuparsi dei problemi della famiglia, lavorò ad un'altra sua opera, rimasta anche questa manoscritta, De immunitate ecclesiastica (Torino, Biblioteca reale, Varia 253). Sioccupò, sempre in questi anni, dell'affare dell'abate Codebò, abate romano che a Torino si era presentato come internunzio e luogo-tenente, e del quale il duca volle l'espulsione. Nel 1710 fu di nuovo inviato a Roma presso Clemente XI per trattare la questione dell'occupazione delle terre abbaziali di S. Benigno. Non essendo riusciti gli accordi, tornò a Torino nel gennaio del 1711, pubblicando un manifesto in cui, dopo aver esposto le pretese della corte romana, revocava come non avvenuta qualunque concessione che nel corso dei negoziati avesse fatto per amor di concordia.

Il 30 genn. 1713 fu nominato da Vittorio Amedeo gran cancelliere, ma morì a Torino il 6 ottobre dello stesso anno.

La notizia della sua morte, ulteriore conferma della statura del personaggio, fu accolta a Roma, come scriveva l'inviato sabaudo Del Maro, quasi con favore: "... La morte del conte... politicamente ha rallegrato tutta questa Corte e specialmente il papa, il quale spera, per mancanza di questo ministro, d'incontrare minor resistenza dal canto di V. M. nelle consapute discrepanze" (Morozzo della Rocca, p. 63).

Il D. aveva avuto diversi figli. L'abate Leonardo, morto nel 1704, il cavaliere Ercole Maria, anch'egli premorto al padre; Paolina, moglie del conte Tizzone di Rive, marchese di Crescentino, letterata; e l'erede senatore Giovanni Battista, conte di Baussone, anch'egli inviato sabaudo a Roma.

Tra le opere inedite del D., si trovano alla Biblioteca reale di Torino, Varia 253 il De immunitate ecclesiastica (ms. di cc. 186); Ibid., 549, ai ff. 968-974, si conservano le lettere del D. al duca di Savoia e al primo segretario di Stato, marchese di San Tommaso; nella Biblioteca nazionale di Torino si conservavano, oggi dispersi, in Miscell. DCXXXIX O, V, 1 e XCIV, n. III, 7, due brevi note del D., Rimostrazioni circa il Gius nella nomina del vescovado di Losanna, e Deduzioni della Dataria Romana contro i giusti titoli di Vittorio Amedeo II, prodotto per conto di S.A.R. dal sig. conte De Gubernatis. La Enucleatio historica legalis... circa provisiones omnium beneficiorum in temporali dominio Sabaudiae ducis existentium... fu edita a Roma nel 1698 e nel 1708; il Responsum pro veritate spoliis ecclesiasticis in regione Pedemontana, ancora a Roma nel 1698.

Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Torino, Archivio di Corte, Lettere ministri, Spagna, nn. 31-34 (1676-1680); Portogallo, nn. 2-3 (1678-1683); Roma, nn. 108-134 (1685-1700); Francia, n. 100, f. 1 (1674-1676); Lettere particolari, D, m. 8 (1704); G, m. 56 (1670-1704); Camerale, Patenti Controllo Finanze, 1656, f. 88 (prefetto di Nizza); 1660-1661, f. 249 (senatore); 1675-1676, f. 188 (ministro presso il re di Spagna); 1680, v. 2, f. 147 (titolo di presidente del Senato di Nizza); 1683-1684 (infeudato di San Martino); 1688, f. 104 (feudo di Baussone col comitato); 1712-1713, f. 20 (gran cancelliere); Materie economiche, Disponibilità delle cariche, m. 1, n. 5: Parere del presidente De Gubernatis... sulla disponibilità delle cariche ... ; G. M. Crescimbeni, Notizie istor. d. Arcadi morti, III, Roma 1721, pp. 320 ss.; G. Galli Della Loggia, Cariche del Piemonte…, Torino 1798, I, pp. 59 s.; G. B. Toselli, Biographie niçoise ancienne et moderne, Nice 1860, I, pp. 380 s.; G. Colombo, Notizie biogr. e lettere di papa Innocenzo XI, Torino 1878, pp. 46 s. e passim; D. Carutti, Storia della diplom. della corte di Savoia, Torino-Firenze-Roma 1875-80, III, pp. 592-601; C. Dionisotti, Storia della magistratura piemontese, Torino 1881, II, pp. 248 s.; E. Morozzo della Rocca, Lettere di Vittorio Amedeo II a G. M. Morozzo, in Miscell. di storia ital., s.1, XXXVI (1887), p. 63; C. A. di Gerbaix di Sonnaz, Relazioni fra i reali di Savoia e i reali di Portogallo. Gli italiani in Lusitania.... ibid., s.3, XIV (1910), pp. 148-52, 154-58; C.Contessa, Progetti economici della seconda Madama Reale di Savoia fondati sopra un contratto nuziale (1678-1682), ibid., s. 3, XVII (1915), pp. 134, 137, 139, 145 s. e passim; V.Del Corno, I marchesi Ferreri di Alassio... e i conti De Gubernatis..., Torino 1890, p. 721; M. Viora, Storia delle leggi sui valdesi di Vittorio Amedeo II, Bologna 1930, pp. 222-45; G. Quazza, Le riforme in Piemonte nella prima metà del Settecento, Modena 1957, I, p. 98; II, pp. 363, 365; E. Stumpo, La vendita degli uffici nel Piemonte del Seicento, in Ann. dell'Istituto stor. ital. per l'età moderna e contemp., XXV-XXVI(1973-1974), pp. 202 ss. Sulla figlia Paolina, cfr. M. Alberti, Istoria delle donne scienziate, Napoli 1740, sub voce.

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