DE MEIS, Angelo Camillo

DE MEIS, Angelo Camillo

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 38 (1990)
di Fulvio Tessitore

DE MEIS, Angelo Camillo. - Nacque il 14 luglio 1817 a Bucchianico, un paesino dell'Abruzzo chietino, situato sulle falde orientali della Maiella. Il padre, Vincenzo, fu medico, carbonaro e poi mazziniano, amante di poesia e buona letteratura. La madre, Giulia Carbone, era di distinta famiglia, affine a quella degli Spaventa poi divenuti amicissimi del De Meis.

Compiuti i primi studi nel paese natale con la consueta guida di preti e monaci, non senza l'intervento paterno, frequentò il regio collegio di Chieti dove ebbe compagni Bertrando e Silvio Spaventa.

Non può dirsi, almeno stando alle testimonianze autobiografiche, che questi anni abbiano segnato un progresso rispetto alla sua naturale, destissima inclinazione allo studio, giacché egli fu consapevolmente refrattario alle sollecitazioni ricevute, come ricordava ancora con compiacimento nella piena maturità: "Quand'ero [a Chieti] al Collegio, ebbi il buono spirito di non volere aprire mai il Capocasale ... Fui irremovibile e mi sono sempre applaudito di quella mia ostinazione" (Dopola laurea, II, p. 120).

Anche per lui la sede naturale degli studi duraturi e incidenti fu dunque Napoli, dove giunse verso il 1840 nel pieno fervore del rinnovamento culturale, conseguente alla svolta degli anni Trenta, incentrato intorno all'originale eclettismo napoletano, capace di innestare sul tronco autoctono d'una mai interrotta tradizione vichiano-illuministico-cuochiana l'autonomo ripensamento di suggestioni e teorizzazioni provenienti d'Oltralpe, specie da Francia e Germania, senza trascurare, però, la conoscenza della filosofia scozzese del senso comune tanto diffusa da Galluppi a Winspeare.

Né va trascurata, abbagliati dal veritiero quanto consueto e ormai un po' manierato quadro della fioritura di grandi scuole private di diritto, letteratura e filosofia, la non lontana e non sopita presenza di numerose e rilevanti istituzioni accademiche e scolastiche di carattere scientifico che avevano fatto della Napoli settecentesca e primottocentesca (poi il discorso diventa più complesso, ma non meno interessante e non meno urgente da studiare) uno dei grandi centri europei - paragonabile a Londra, per dar solo un punto di riferimento - quanto a concentrazione d'istituti rivolti allo studio delle scienze naturali.

Non meraviglia perciò che, accanto alla frequentazione delle scuole di Basilio Puoti e poi di Francesco De Sanctis (dove ebbe a condiscepoli alcuni degli amici più cari, durati l'intera vita: da Luigi La Vista a Diomede Marvasi a Pasquale Villari), il giovane D. seguisse le lezioni del geologo Palli e dei medico Pietro Ramaglia, del quale serbò costante il ricordo come di "maestro", "amico" e "padre", secondo suona la dedica dei Nuovi elementi di fisiologia generale, speculativa ed empirica, editi a Napoli nel 1849.

In questo ambiente il giovane montanaro di vivo ingegno e tenace impegno trovò modo di esaudire l'originaria aspirazione: "Io ... studierò, io ti cercherò o Natura, io t'incalzerò da per tutto, ti frugherò piega per piega, ti rovisterò molecola per inolecola" . Fu così che risolvette di mettersi allo studio della natura, non trovando altra via per farlo "che di entrare nella carriera della medicina", da quel "primo tempo" sua "inesauribile ed unica passione" e non "platonica affatto" ma "praticata con grande amore e soprattutto allo spedale" (Dopo la laurea, I, p. 98).

Già nel 1841 socio dell'Accademia degli aspiranti naturalisti (della quale divenne presidente nel 1848), nel 1843 era medico aggiunto all'ospedale degli Incurabili, e anch'egli titolare d'una delle scuole private di gran successo, dove professava anatomia, patologia, fisiologia, scienze naturali, alla ricerca d'un principio unificatore che desse senso alla scienza della vita al di là degli "amminnicoli", che, preparazione e mezzo necessario alla scienza, non sono la scienza.

Emergeva, così, dal tronco stesso degli studi medici e naturalistici empiricamente praticati, l'esigenza d'una consapevolezza teorica rivolta alla definizione concettuale della natura e di ciò che in essa il D. cercava: t il principio della vita, le ragioni della vita contrastate dalla malattia", dove, insieme con l'inquieta e talvolta mistico-fantastica ricerca della più profonda realtà, si affermava l'istanza di tutto risolvere grazie alla forza dell'umana ragione. Sono esigenze della fervida giovinezza studiosa, che il tempo maturò anche grazie alle prove che la vita pose all'entusiasta medico-filosofo hegeliano.

Promulgata la costituzione del '48, il D. fu deputato dell'Abruzzo Citra al Parlamento e tra i quaranta deputati che, nella notte del 14-15 maggio del '48, rimasero nella sala di Monteoliveto. sede del Parlamento, perciò incolpati di aver incitato il popolo alla rivolta che, scoppiata il 15 maggio, provocò la morte, tra gli altri, dell'amatissimo Luigi La Vista. Firmatario della Protesta stilata nella stessa giornata da P. S. Mancini contro il tradimento del re, fu, disciolta la Camera e riconvocati i comizi elettorali, nuovamente deputato di Chieti all'assemblea non più riunita alla prevista scadenza del 1º luglio.

Professore di anatomia e di medicina teorico-pratica, nonché rettore nel febbraio '48 del Collegio medico, ne fu dimesso il 18 giugno, non prima d'avere pronunciato un discorso inaugurale e uno di commiato che risuonano di temi comuni al discorso agli elettori dell'8 maggio 1848 e aver preparato una Proposta di un nuovo sistema di insegnamento pel Collegio medico, pubblicata il 31 maggio, pochi giorni prima della costretta dimissione. Ricercato come oppositore, fu per poche ore a Bucchianico, dove accorse per rivedere il padre malato, che trovò morto il 19 febbr. 1849, prima d'intraprendere la via dell'esilio a Genova, a Torino, a Parigi, dove rimase fino al 1853. Gli eventi del '48 aprivano, quindi, anche per il D. una decisiva e determinante nuova fase della vita alla quale bisogna guardare non prima d'essersi soffermati ancora un momento su quanto le testimonianze del '48 attestano circa la formazione e posizione ideologico-politica del giovane medico abruzzese.

Importante in proposito è il già ricordato Discorso agli elettori dell'8 maggio 1848. Principali temi sono: l'importanza per l'indipendenza nazionale della guerra da combattere sotto la guida del Parlamento che, "legge vivente" e "legalità personificata", non ha ora (quando non è "il momento di serbare la stretta legalità") la missione di "commentare e di combinare articoli", ma di "liberare la Patria italiana e poi di fondare lo Stato italiano"; il carattere federale della compagine statale da costruire nella sua indipendenza, giacché è impossibile che possano "scomparire ad un tratto le differenze storiche antichissime che distinguono i popoli della Penisola fra loro"; la gradualità della soluzione politica nell'individuare le forme costituzionali della compagine nazionale ("Allorché lo straniero sarà stato scacciato dalle nostre contrade, e lo Stato italiano sarà costituito nella sua unità e nella sua grandezza, non ci arresteremo certamente, la mente italiana continuerà nel seno della libertà la sua logica evoluzione"), le cui tappe sono segnate dalla monarchia assoluta, dalla monarchia costituzionale aristocratica, dalla monarchia costituzionale democratica, dalla repubblica politica, dalla repubblica sociale e infine, "forse, finalmente dal comunismo puro, tomba di tutti i pregiudizi umani". Si tratta, in altre parole, per il D. di costruire gradualmente, in fedeltà all'esigenza ma anche alle possibilità dei tempi, lo Stato democratico nazionale, secondo leggi di libertà che coniughino il dovere della conservazione dello Stato con quello dello "svolgimento" anche di "altri principi, ancorché contrari e nemici a lui stesso", giacché la libertà ha la missione di abbreviare la successione delle fasi storiche della società, e "affrettare l'avvenimento e il trionfo dei nuovi principi". Se ciò fanno, le leggi riescono in ciò che devono, cioè impedire "le sommosse" (si sarebbe tentati di dire le vichiane turbae) e affrettare le grandi rivoluzioni (necessarie ad assicurare il vichiano progresso dello Stato affidato alle "leggi agrarie"), giacché "evitarle è un problema che la storia e la scienza non han potuto ancora risolvere, e convien rassegnarsi a questa fatale necessità". "Nemmeno l'avvenimento dei proletari ed indi l'eguaglianza della proprietà e la costituzione della grande famiglia patriottica, se mai non è questo un sogno della povera mente umana, non sarebbero impediti con queste misure; sarebbero anzi assicurati, perché dei tentativi immaturi non farebbero che nuocere al loro trionfo".

Dinanzi a queste affermazioni, certo non prive dell'entusiasmo d'un trentenne per il generalizzato esplodere delle rivoluzioni costituzionali nell'Europa quarantottesca, non serve affidarsi né ai suggerimenti della storiografia troppo sollecita a individuare scansioni e palinodie, né ai tentativi della storiografia continuistica, troppo sollecita di definire piatte coerenze nello svolgimento delle idee e della biografia intellettuale di questo o quel personaggio (esercizi, gli uni e gli altri, non sconosciuti nella letteratura sul De Meis). Vale piuttosto richiamare la complessa realtà culturale e politica napoletana e meridionale, dove variegati e non rigidamente schematizzabili schieramenti politici (dall'assolutismo al liberalismo radicale, attraverso il liberalismo moderato) si intrecciavano con distinte opzioni culturali spesso richiamantisi a fonti simili o addirittura eguali. Ne sono riprova e documento esemplare gli articoli de IlNazionale di Silvio e Bertrando Spaventa, dove, nella breve stagione di vita del giornale quarantottesco, l'indipendentismo nazionale, non ignaro delle sollecitazioni dell'iniziativa democratica meridionale, si intrecciava con il federalismo giobertiano utilizzando i primi (per lo più indiretti) approcci alla Weltanschauung hegeliana radicati in un consapevole e inconsapevole vichismo di fondo colto attraverso la lettura cuochiana, a sua volta esperta degli esiti giacobini del riformismo illuministico e tutta raccolta intorno al problema della riforma (politico-educativa, cioè etica e civile) del "popolo", protagonista riconosciuto del modo d'essere dello Stato e dunque elevabile a livello di libere e civili istituzioni, lontano dalle pesanti condizioni di indigenza degradante e degradata delle plebi contadine e urbane, protagoniste costanti delle reazioni sanfediste.

Il giovane D. partecipava di questo schieramento, dove, in altri termini, la tesi cuochiana dei "due popoli" risuonava di significati storicistici non riconducibili a valenze reazionarie o conservatrici quali certamente assumeranno nello stesso D. della maturità, in cospetto di diverse situazioni e interpretazioni suggerite a lui dalla soluzione unitaria e dai problemi di stabilità della compagine statale nuovamente costituita, secondo un percorso di certo non isolato (è appena il caso di ricordare l'evoluzione di Luigi Settembrini, per far solo il nome d'un altro napoletano protagonista del '48 e poi dello Stato nazionale e liberale) nel quale influenza non secondaria assumeva la cosciente incidenza dell'hegelismo pur praticato non lontano dalle non "ortodosse" interpretazioni spaventiane che, tuttavia, non sono leggibili secondo moduli democraticistici, viziati dal peccato dell'anacronismo storico, cioè dalla proiezione sul passato delle sollecitazioni del presente.

Che questo sia il milieu culturale e politico del D. quarantottesco ben lo mostrano le testimonianze degli anni francesi nei quali l'evoluzione intellettuale (affidata a Hegel e non solo a Hegel) si misura con gli avvenimenti del cesarismo napoleonico, vissuti da testimone nella Parigi del '51.

Nella capitale della grande nazione, patria della Rivoluzione, il D. trova la personificazione del suo ideale di popolo, la concretizzazione del suo problema politico. Non una plebe ignorante, incosciente del suo valore e abbrutita dai bisogni naturali non soddisfatti, ma "un grandissimo e nobilissimo popolo" - scrive il 6 nov. 1851 a Bertrando Spaventa - "il primo certamente di tutti" (v., per questa e le altre lettere da Parigi a B. Spaventa, l'ediz. curata da G. Vacca). "Il popolo francese è l'ideale del popolo moderno: a qualunque più piccolo operaio t'accosti, subito comprendi ch'egli conosce ottimamente il suo valore e il suo interesse, ed è profondamente penetrato di tutte le tendenze del suo paese, e sa meglio di me e di te tutte le questioni politiche del giorno, perché quello che in noi è un arzigogolo, in lui è un sentimento reale". Questo popolo va rispettato e ammirato, imitarlo, però, è altra cosa, specie da parte d'un povero popolo come quello napoletano (e italiano). E tuttavia anche il popolo francese "profondamente" repubblicano è messo fuori combattimento e fuori causa dal 18 brumaio di Luigi Napoleone. Scrivendo il 20 dic. '51 da Parigi, la diagnosi del D. si fa più scaltra e attenta alle distinzioni, svolgendo le idee maturate nel '48 napoletano. Resta la fiducia nella repubblica, "forma superiore che deve inevitabilmente pigliare il luogo" della monarchia. Però la repubblica non può realizzarsi, appunto in quanto forma evoluta e consapevole, "senza il concorso delle altre classi accanto a quella popolare". Perciò una nirannide neutra" che tenga del monarchico e del repubblicano qual è l'Impero napoleonico, prende il sopravvento ed è destinata a durare molto più di quanto non si pensi e non si voglia. Ne discende per l'Italia la considerazione realistica (che certamente innova, pur non rinnegandole, le tesi del '48) che pensare alla repubblica adesso in Italia è roba da "mentecatti". "Io amo la repubblica quam qui maxime, ma la è una faccenda molto lunga a venire, e noi ci siamo grandemente ingannati quando abbiamo creduto che il movimento del mondo morale si fosse accelerato nella proporzione del movimento fisico", abbagliati da schemi hegeliani nei quali Bertrando Spaventa giurava convinto. Bisogna prendere coscienza dei limiti dell'iniziativa democratica, bisogna riconoscere la giustezza della diagnosi liberale che Cavour formulava già nel 1845, convinto del limite oltre il quale la rivoluzione italiana avrebbe divorato se stessa in senso reazionario e conservatore, giacché essa non incontrava grandi simpatie tra le masse, le quali, ad eccezione delle popolazioni urbane, erano fatte di plebe fortemente attaccata alle forme tradizionali.

A Parigi nel '51, il D. avvertiva come "fuori delle grandi città specialmente manifatturiere la plebe, li cafoni francesi siano un pecorame barbaro e incolto, che non capisce niente e non è punto al di sopra delle nostre bestie di Napoli". Egli ritrovava così, dopo sacrifici personali e rinnovata riflessione appassionata e a momenti drammatica, gli insegnamenti della tradizione cuochiana, di cui ripete quasi testualmente un principio, quando a Bertrando Spaventa scrive che "la politica dell'impossibile è la rovina del possibile", traslitterando il cuochiano "l'ottimo è nemico del bene", formulato dinanzi all'incapacità di saper volere la rivoluzione nella condizione del paese dominato dalla frattura fra i due popoli "diversi per due secoli di tempo e per due gradi di clima" eppur contemporanei. Perciò egli, ancor repubblicano, non condivide gli attacchi de Il Progresso alla politica di Cavour e si meraviglia che alla rivista collabori l'amico Bertrando, il quale, invero, gli dava, involontariamente quanto chiaramente, la spiegazione del suo atteggiamento, quando dinanzi ai fatti di Francia hegelianamente li riteneva, come afferma il D. in una lettera del 16 dic. '51, "prodotti del caso e dell'accidente" giacché "ci sono certi tempi in cui pare che le leggi necessarie e razionali, che governano la vita dei popoli, siano come sospese e l'idea, lo spirito o quel che diavolo sia si nasconda o si ritiri nel fondo dell'esistenza e degli avvenimenti", i quali gli appaiono come gli "amminicoli" di cui anche il D. diffidava nella sua ricerca della ragione delle cose.

Già a Parigi, le ricerche analitiche e sperimentali, legate alla pratica professionale, gli riproponevano il problema dell'interpretazione unitaria di natura e pensiero, nel quale riponeva la spiegazione di tutto. Il procedere sperimentale, incapace di salire dalla "piccola" alla "grande ragione" gli appariva sempre più irrilevante rispetto alle prepotenti esigenze della speculazione chiarificatrice. Al ritorno in Italia nel '53, la metempsicosi avvenne, specialmente tra il '56 e il '57, nel quotidiano contatto con Bertrando Spaventa a Torino dove fu fino al 1859, dopo un breve soggiorno a Taggia, presso l'amico Giovanni Ruffini, che forse lo assunse a modello, del Dottor Antonio dell'ornonimo romanzo.

In quegli anni la filosofia hegeliana divenne per il D. la base risolutiva d'ogni problema scientifico e pratico. Lo diceva egli stesso, scrivendo il 5 sett. 1857 a Francesco De Sanctis, il mai dimenticato "professore" della Napoli quarantottesca, dopo avere ritrovato l'amico Pasquale Villari.

"Io facevo la parte di quello che giura sulla parola del maestro, cioè Hegel, e il povero Villari ne è rimasto scandalizzatissimo ... e diceva che non si sarebbe mai aspettato di trovarmi tanto indiavolato e invasato dell'hegelismo; egli dice che non bisogna accettare tirannie di nessun genere nel campo della pratica, né in quello della ragione e dice che voi siete di questo stesso avviso. Villari mi ha un poco indispettito con questo suo anti-hegelismo, che non arrivo a comprendere, ma io mi prenderò una buona vendetta facendogli ingoiare mezzo Hegel dentro a questo libro o scarabocchio che sto tirando giù in furia" (e si riferiva a IMammiferi, pubblicato a Torino nel 1858 nell'unico volume comparso). Sono affermazioni importanti che delineano precise distinzioni tra gli antichi amici, attraverso le quali si definisce anche la posizione del D. negli anni della maturità.

Chiamato nel 1859 da Luigi Carlo Farini all'università di Modena (dove anche Bertrando Spaventa ebbe affidato l'insegnamento di filosofia del diritto) sulla cattedra di fisiologia, recitò la prolusione nel novembre dello stesso anno. Però, prima una malattia poi gli avvenimenti del Mezzogiorno lo allontanarono rapidamente da Modena e lo riportarono a Napoli, dove rimase fino al 1863, partecipe dei fatti conclusivi della spedizione garibaldina e collaboratore del De Sanctis del quale fu segretario, nei mesi in cui questi resse la direzione dell'Istruzione nel governo provvisorio, avviando la riforma dell'università e delle antiche istituzioni accademiche napoletane, inquinate dal reazionarismo borbonico.

Chiamato a Bologna sulla cattedra di storia della medicina (pronunciò la prolusione il 10 dic. 1863), vi rimase fino alla morte. Partecipò intensamente alla vita scientifica della città in contatto con gli esponenti maggiori di essa: da Marco Minghetti ad Augusto Murri, da Pietro Siciliani a Francesco Fiorentino, fin quando questi insegnò presso quella università. Collaborò alla Rivista bolognese (come al Giornale napoletano di filosofia e lettere diretto da Bertrando Spaventa, Francesco Fiorentino e Vittorio Imbriani, che egli consigliava di intitolare Antologia napoletana, in contrapposizione al famoso periodico fiorentino) e fu al centro d'una polemica in occasione della pubblicazione nel 1868 sulla Rivista bolognese d'un saggio politico-filosofico, Ilsovrano, che lo oppose al Carducci, contro il quale intervennero Fiorentino e Imbriani, con la consueta violenza verbale. Ma giova tornare alle sue idee, impegno tenace e quasi esclusivo d'una vita ormai tranquillamente dedita allo studio ed all'insegnamento.

L'hegelismo del D. (della cui interpretazione fanno testimonianza scritti come: Deus creavit [1869], Darwin e la scienza moderna [1886] ed anche scritti attinenti alla scienza medica quali, ad esempio, La natura medicatrice e la storia della medicina [1868], Della medicina sperimentale [1869], Della utilità dello studio della storia della medicina [1870], Itipi animali [Bologna 1872]) poggiava su una interpretazione del vichismo sostanzialmente diversa da quella originaria della cultura napoletana prequarantottesca e quarantottesca giacché tradotta in termini sempre più decisamente congeniali con l'idealismo assoluto.

La storia di Vico diventava l'opera della provvidenza immanente d'una mente che Si svolge attraverso forme eterne, che manifestano l'essenza dello spirito: senso, fantasia, intelletto. In questo sviluppo, concepito in senso mentalistico, non c'è posto per gli individui, ma solo per il "mondo delle nazioni" le cui progressive tappe realizzatrici segnano il pieno e consapevole realizzarsi della corrispondenza tra le forme della società civile e le forme dello spirito. In tal quadro concettuale, dinanzi al realizzarsi del processo di unificazione nazionale (inteso come evento non solo politico, ma culturale), sulla base del programma cavouriano, secondo la diagnosi che anche il D. formulava a Napoli intorno al 1860-61, l'ispirazione o meglio l'aspirazione del D. non smentiva l'originario democraticismo. "Verrà il tempo" - scrive ancora nel primo articolo su Il sovrano del gennaio 1868 - "in cui l'antica unità sociale si troverà ristabilita e sarà il tempo della vera e pura democrazia". Però "nello stato attuale la democrazia può solo sussistere, e sussiste infatti, dove manca un popolo superiore più o meno astratto e non vi è che un popolo medio, tutto in certa misura omogeneo, tutto pratico, religioso, virtuoso e savio all'antica. Ma lo Stato democratico è una impossibilità storica dove la società è divisa in due popoli opposti", qual è la situazione italiana. Qui "due popoli" sono profondamente separati. Essi sono "il popolo sensuale ed immaginativo" e "il popolo riflessivo e pensante". Di essi la filosofia italiana è ben cosciente, così che la diagnosi precisa è avvio realistico di soluzione (come ha mostrato il processo di unificazione nazionale che ora ha di fronte il problema dell'assimilazione, per dirla con De Sanctis, dei due popoli nella compagine statale resa così effettivamente armonica e perciò efficace). Negar questo, come fa "la grande corrente ... delle idee del Mazzini, della quale il ceto medio è imbevuto e i giovani sono generalmente invasati", significa diffondere, con grave danno, idee "non italiane ma francesi", o le idee di Voltaire, Rousseau, di Condillac, del padre Soave", oche non hanno niente che vedere con la nostra vera tradizione filosofica che è quella di Vico e di Brimo". Si tratta delle idee del secolo XVIII, non di quelle del XIX, dunque d'una cultura (ché sempre sotto la politica, come sotto ogni scienza o azione umana c'è la sua logica e la sua filosofia) dell'astratto e non della storia. Ma di quale storia? Non è la storia concretamente agita da uomini affermati nella loro empiricità, ma il "diritto divino della storia" (come il D. scrive in un saggio del 1869 su Lo Stato) che, assoluto, si appella alla nazione, per mitigare solo a parole l'assolutezza dello Stato che intende garantire. Non si tratta né dell'"universale", né del "particolare", astratti tutti e due; è la coincidenza e "il movimento di entrambi e il vero ingegno e quello che sa afferrarli nella loro unità vitale; e questa facoltà non si acquista che a forza della nuova cultura, di quella del secolo XIX"; cioè la cultura hegelo-vichiana che condanna la superficialità e il demagogismo dei giovani e dei ceti semicolti che non sanno integralmente partecipare al compiuto processo della modernità, superatore dell'unità istintiva e passionale del mondo antico. "L'astrazione non è che il sapere del Risorgimento" (e il D. intende con la parola il Rinascimento letto anche da lui nell'ottica del contrasto tra eleganza della cultura e fiacchezza etica); il sapere moderno è essenzialmente storico e la storia è come la vita, come la natura, come la verità e la virtù che nel mezzo dimora. Essa è per sua essenza un perpetuo mezzo termine. Dunque questa storia riporta al centro del problema che da sempre occupa il D.: la sovranità (e si sarebbe tentati di dire l'autorità vichiana sia pure interpretata in coerenza con i presupposti prescelti), la sovranità nello Stato, più ancora nella società moderna.

"Il tempo moderno è il mondo del pensiero. Il sovrano moderno è dunque colui che più pensa il pensiero pubblico; colui che ha coscienza più piena e più chiara delle idee popolari". "Sovrano di diritto" è dunque, il "filosofo" che però non può esserlo di fatto perché la società moderna ha infranto l'unità dell'antico e vi ha sostituito il contrasto tra i due popoli opposti che non sanno intendersi tra loro. L'uno è "costume, abito, sentimento"; l'altro è pensiero cioè il "vero popolo moderno", tuttavia minoritario.

Ancora una volta esemplare è la Francia, dove "il 2 dicembre fece presto a venire", e non per mera ambizione di uno e servilità di pochi altri, ma per logica conseguenza della frattura non sanata ed anzi traboccante con sempre più pericolosi ondeggiamenti così da favorire quello che nel '51 il D. definì "una tirannide neutra" e ora nel '68 ritiene "la rivincita dell'infimo ceto" alleato con "l'alto ceto medio, sul partito filosofico e sul ceto operaio". Perciò contro lo Stato neutro, che la Sinistra positivistica andava bandendo, e contro la tirannide d'ogni colore ma specialmente della demagogia popolare, bisogna rivolgersi a "colui che sta fra i due Popoli opposti, compromesso vivente fra il gran popolo che sente ed il piccolo popolo che pensa", quasi la traduzione politica dell'alleanza tra" piccola ragione" e "grande ragione" al cui processo il D. riconduceva la storia del pensiero. "Perché in Italia il regno della libertà ragionevole duri e resista all'urto del passato superstizioso ed illiberale, e del peggiore avvenire demagogico e senza ragione, la storia richiede adunque che fra i due contrari popoli italiani vi sia un termine medio in cui si franga la loro opposizione. E vi è difatti, ed è perciò che la libertà resiste e dura".

Né di queste formule, più o meno immaginifiche, tarda la traduzione in rigoroso linguaggio hegeliano. L'anno dopo, nel già ricordato saggio del '69 su Lo Stato, il D. dà voce chiara al suo pensiero. "Lo Stato moderno è l'individuo: non l'assoluta particolarità, ma la sua verità; non il soggetto naturale, ma il soggetto assoluto". L'individuo è cioè l'Io assoluto. Perciò dire che lo Stato è l'individuo, significa dire che lo Stato "è per sé puro bene, semplice coscienza, io assoluto, forma assoluta". "Al decimonono secolo è un errore positivo e grossolano sostenere che l'individuo è il fine e lo Stato è il mezzo per lui". Ciò poteva andar bene nell'epoca del "Risorgimento" non oggi "che lo Stato reclama fin il sacrificio dell'individuo". Di conseguenza implacabile è l'accusa dal D. mossa ai rappresentanti della Sinistra di considerare gli individui singoli come atomi, come "individuo particolare, apparente, sofistico", di contro al quale il vero individuo è "il soggetto assoluto universale, comune a tutti i particolari individui, unità di tutti ed in tutti intiera ed ugualmente universale ed assoluta". La conclusione non si lascia attendere: "non è la persona che importa alla storia", questa "volentieri lo lascia a chi lo vuole, agli storici positivi, accidentali", cioè a coloro che non sanno resistere, hegelianamente, al livello rarefatto della storia reale intesa come ragione quale metafisica dello spirito, rispetto a cui l'esistere è "amminicolo", accidente.

Nel Dopo la laurea - ilromanzo filosofico pubblicato contemporaneamente agli scritti sul Sovrano tra il 1868 e il 1869 non senza anticipazioni risalenti al 1863 - nel costruire la propria autobiografia raccontata in forma epistolare, il D. sistemava l'ormai raggiunto ripensamento ortodosso dell'hegelismo. Lo mostrano le pagine (per esempio quelle della lettera XIX) dedicate alla storia della filosofia o quelle dedicate all'arte ed alla religione, sulle quali non conta soffermarsi per non ripetere ben noti moduli letterari e storiografici. Più interessa ricordare le polemiche del Dopo la laurea appuntate sui momenti essenziali della coeva riflessione di Francesco De Sanctis (dagli studi petrarcheschi a quelli sull'Armando di G. Prati, espressione della decisa e consapevole apertura desanctisiana verso la corposa storicità storicistica, sempre più antiidealistica e sempre più esperta del vicino positivismo), perché quelle polemiche segnano un momento importante delle distinzioni e chiarificazioni intervenute tra i così detti hegeliani di Napoli, cioè una delle punte di diamante della cultura e della politica dominante nálo Stato unificato. Le reazioni rispetto all'evoluzione del comune maestro, verso il quale l'atteggiamento diventa sempre più ambiguo, fanno da cartina di tornasole non solo all'interno del movimento idealistico, ma anche per intendere l'atteggiamento di questo movimento rispetto al progrediente positivismo, che il D. tenacemente combatteva anche in campo naturalistico. Così da una parte si trovano De Sanctis e Villari, dall'altra Spaventa, Imbriani, il D., che non risparmiavano né al secondo (basti ricordare il saggio spaventiano del 1868, indirizzato proprio al D., su Paolottismo, positivismo, realismo), né al primo critiche e attacchi politici assai velenosi, come testimoniano le lettere che gli amici si scambiavano e specialmente quelle di Imbriani al D. (per es. del febbraio 1868, 21 luglio 1868, settembre 1868, 19 ott. 1883) o del D. a Imbriani o di Bertrando Spaventa (per es. quella del 14 dic. 1872).

Nelle grandi pagine del '68-'69 (parallele alla Storia e per più versi anticipatrici della prolusione napoletana del 1872 su La scienza e la vita che doveva scandalizzare la triade D.-Spaventa-Imbriani) il De Sanctis elaborava il suo storicismo che insieme respingeva, in estetica, la critica formale, la critica psicologica e la critica storica come, in politica, il liberalismo formale del laisser faire, laisser passer; combatteva la terribile malattia dell'ideale che è quella del pensiero che, "respinto violentemente in se stesso e, mancandogli il sano nutrimento della vita attiva", "lavora sopra se stesso, fa come uomo ridotto in solitudine e segregato da viventi. Manca l'azione e supplisce il rêve". Per il De Sanctis ciò significava una profonda distanza tra vita e pensiero, mentre il popolo diventava sempre più contemplativo, sempre più popolo pensante, quello che il D., al contrario, salutava come il vero protagonista della compiuta e realizzata modernità. De Sanctis, invece, non invocava compromessi e mediazioni, convinto dell'"invitto dualismo" (che è la grandezza e la miseria del mondo moderno) e della non corrispondenza tra "l'ordine logico" e o l'ordine storico" (la vita); invocava la netta distinzione tra "ciò che è vivo e ciò che è morto", che non significa la mutilazione affidata all'affilato bisturi logico degli abusi dialettici onnirisolventi nel pensiero della filosofia tutte le manifestazioni dell'umano sentire e agire, dall'arte alla religione, che solo nella filosofia ed in quanto filosofia sarebbero novellamente rinate. Per lui il taglio tra il vivo ed il morto significava il rifiuto del vago, dell'indeciso, dell'ondeggiante, dell'infinito, del concetto, dell'idea, del vero, del sovraintellegibile, del soprasensibile a danno del vivente, della vita nella sua integrità.

Ebbene, a tutto questo il D. opponeva che la ricetta desanctisiana dell'azione e della rivoluzione era essa una malattia, "la malattia dell'azione" che in nome del fatto, del positivo, del reale, scambiava per malattia mortale "la febbre naturale da digestione propria del secolo XIX il quale deve appunto digerire" (e cioè superare conservando e conservare superando) ovvero "trasformare dentro di noi l'uomo dei risorgimento sofistico, irreligioso prosaico, nell'uomo poetico-religioso del secolo decimonono", nel che "consiste lo studio della vera perfezione cristiana" il cui "strumento" è la filosofia. E non serviva che, con molta pazienza ed amicizia, il De Sanctis gli spiegasse, quasi per trovare a forza un accordo almeno formale con l'antico amico ed allievo, la differenza delle loro idee di trasformazione che entrambi andavano sostenendo in nome di un comune dinamismo (cfr. l'Epistolario di F. De Sanctis).

"Quale sarà la base di questa trasformazione? Tu, filosoficamente rispondi la ragione, dove sono alleate e conciliate religione e poesia, natura e spirito, l'unità superiore dove si raccolgano e si amichino gli elementi del passato sviluppati successivamente l'uno dopo l'altro e l'uno contro l'altro. lo esteticamente rispondo: la Forma che non è Dafrie, non è il Reale, ho bisogno di dirlo a te? O se vuoi, è il vero Reale, in cui la Ragione è scesa, divenuta di creatrice creatura, è il Reale poetico che io chiamo la Forma, la Ragione vivente e colta nell'atto della vita, la Ragione-storia e percio soddisfatta uscita dalla regione delle idee, dei rêves, delle aspirazioni. Tu dici che religione ed arte si sono ftise nel Pensiero. Ottimamente. Ma io aggiungo che se questo pensiero non è un inibecille impotente, se ha storia, deve venire un momento che sarà a sua volta arte e religione" (20 marzo 1879). Il De Sanctis cioè affermava la forza delle distinzioni e delle determinatezze storiche dinamicamente evolventesi ma non sintetizzabili nel senso del loro superamento nella unità dell'assoluto. Il D. gli opponeva la forza risolutrice dell'assoluto concreto, che solo in sé legittima e giustifica le distinzioni e le determinatezze, sue provvisorie incarnazioni, le quali, sparse fila vitali, sono riannodate nell'unità di riflessione e di contemplazione, di metafisica e di filosofia positiva, di filosofia e di poesia.

Perciò la filosofia, la filosofia moderna per eccellenza e cioè l'idealismo, è veramente l'erede di tutto il cammino dell'umanità, novella religione laica capace di ricomporre l'armonia tra le grandi forze storiche dello Stato e della Chiesa, secondo il modello d'una anticipata proclamazione del perché non possiamo non dirci cristiani.

In sintonia con Bertrando Spaventa - che, interpretandone il valore non solo politico, alla formula cavouriana di "libera Chiesa in libero Stato" sostituiva l'altra di "libera Chiesa e libero Stato" - il D. affermava che il pensiero moderno era conclusiva dimostrazione di come il mondo della religione ed il mondo dell'arte siano due mondi fantastici, tutti e due veri, ma d'una verità approssimativa, illusoria e falsamente infinita. Ormai l'uomo può e deve riconoscere nel mondo della religione il suo proprio mondo che è mondo umano in quanto è pieno di slanci sublimi e di alte aspirazioni morali così come la grande riflessione, contemporaneamente, mette da canto le forme falsamente naturali con le quali la fantasia poetica rivestiva il vero. Il mondo moderno, che è quanto dire il cristianesimo, è dunque il vero universale che distrugge e piglia il posto del falso, è il naturale che distrugge il sovrannaturale e l'ha già distrutto al di dentro e in gran parte anche nel di fuori.

In questo ripensamento dell'hegelismo, il D., questo cristiano senza Dio come lo ha efficacemente definito Luigi Russo, riusciva a sistemare tutto il suo pensiero e l'intero programma della sua vita, dall'impegno civile e politico a quello scientifico.

"Anche la medicina scientifica" deve essere ad un tempo religiosa e poetica come può e deve essere, come sarà anche "in fatto" quando" la religione e la poesia rientrino nella filosofia e non solo in idea ma anche in natura". "Esse sono tutte e due diventate la scienza, ma la scienza non è diventata religione e poesia. La filosofia della religione, non è la religione e deve esserlo; la filosofia dell'arte non è arte e deve esserlo; e l'esempio è dato di come la si deve fare e l'ha dato uno il quale pareva morto e non era che asfissiato e che ora grazie a Dio è mezzo resuscitato. La filosofia dello spirito e della natura, la medicina, deve essere ad un tempo religione e poesia".

Era questo il programma del D. fin dalla giovinezza napoletana: alla realizzazione di questo programma, con coerenza, egli dedicò l'intera vita operosa conclusa a Bologna il 6 marzo 1891.

Nel 1875 aveva sposato la contessa Ippolita Patellani, vedova con un figlio, Antonio Unico, che il D. adottò, ed una figlia, Gigia, che al D. fu molto cara.

I principali scritti che possono essere qui ricordati, tra quelli non specificamente di scienza medica, sono: A. C. De Meis deputato di Abruzzo Citra agli elettori della sua provincia, Napoli, 8 maggio 1848 (ripubbl. da G. Cacciatore, in IlPensiero politico, IV[1971], pp. 413-419, preceduto da un'introduzione critica, pp. 393-413); Discorso inaugurale ... nell'assumere l'ufficio di rettore del Collegio medico, Napoli 1848; Discorso di A. C. De Meis ex-rettore del Collegio medico nel deporre il suo ufficio, ibid. 1848; Idea generale dello sviluppo della scienza medica in Italia nella prima metà del secolo, Torino 1851; Agli elettori di Manoppello, Napoli, 16 febbr. 1861; IlCollegio medico-chirurgico di Napoli e la "Monarchia nazionale", ibid. 1862; Inaturalisti, in Civiltà ital., 22 genn. 1865, pp. 54-57; La natura a volo d'uccello: forza e materia, ibid., 12 e 19 febbr. 1865, pp. 103-107, 115-119; La natura a volo d'uccello: un nuovo corpo semplice, ibid., 1º apr. 1865, pp. (1-9, A. C. De Meis deputato di Chieti ai suoi elettori, Bologna 1865; Ilsovrano, in Rivista bolognese, I [1868], pp. 79-87; Ilsovrano. Lettera al signor G.B. Talotti, ibid., pp. 185-208 (questi scritti, insieme con una Dichiarazione, pubbl. nella Gazzetta dell'Emilia, con le noterelle polemiche del Carducci e gli interventi del Fiorentino in difesa del D. furono ripubblicati dal Croce prima ne La Critica, VIII [1910], pp.401-421, poi nel volumetto A. C. De Meis, Ilsovrano, a cura di B. Croce, Bari 1927). Gli stessi scritti del D. (con l'aggiunta del saggio Lo Stato, già in Rivista bolognese, II[1869], pp. 3-31, 153-194, 453-475) e pagine del Fiorentino furono ripubblicati nel volume A. C. De Meis-F. Fiorentino, Iproblemi dello Stato moderno, a cura di F. Battaglia, Bologna 1947; Dopo la laurea. Vita e pensieri, I-II, Bologna 1869 (alcune pagine furono ripubblicate nello scritto Deus creavit, in Riv. bolognese, III [1869], pp. 724-773); Prenozioni, Bologna 1873, La medicina religiosa, ibid. 1875; All'on. signor comm. G. Monaco La Valletta senatore del Regno, presidente dell'Ass. costituzionale di Chieti, ibid. 1879, Ilcanonico di Campello e la stampa tedesca, in Gazzetta dell'Emilia, 1881, nn. 319, 320, 321, 322, Agli elettori del Iº Collegio di Chieti, Bologna 1882; Darwin e la scienza moderna, ibid. 1886.

L'epistolario del D. non ha ancora ricevuto una sistemazione e completa pubblicazione, come pure meriterebbe. Le principali raccolte sono dovute a G. Gentile (Lettere di A. C. D. a B. Spaventa, Napoli 1901); B. Croce (in Ricerche e documenti desanctisiani, IX, Dal carteggio inedito di A. C. D., in Atti dell'Accademia Pontaniana, XLV [1915], memoria 9, pp. 1-68); F. Battaglia (Lettere di A. C. D. a Donato Iaia, in Mem. dell'Acc. delle scienze dell'Ist. di Bologna, cl. scienze morali, s. 4, IX [1949], pp.111-177; Lettere di A. C. D. a Pasquale Villari, ibid., pp. 65-109; Lettere di A. C. D. a Ruggero Bonghi, ibid., s. 5, VI [1956-57], pp. 93-131; Lettere di A. C. D. a Silvio Spaventa, ibid., pp. 171-221); R. Moscati (Spigolature sul "professore" dalla corrispondenza tra A.C. D. e D. Marvasi, in Irpinia, V[1933], pp. 5 s.; A. C. D. e la polemica col Carducci, in Rass. stor. napoletana, I[1933], pp. 62-66, che pubblica lettere a D. Marvasi); G. Vacca (Trenta lettere ined. di A. C. D. a B. Spaventa ed a G. Ricciardi, in append. all'antologia spaventiana da lui curata col titolo Unificazione nazionale ed egemonia culturale, Bari 1969, pp. 301-333). Altra corrispondenza demeisiana si trova nell'Epistolario di F. De Sanctis in corso di stampa nell'edizione delle Opere dirette da C. Muscetta (Torino 1956-1969, per i 4 voll. finora pubblicati) e nei Carteggi di V. Imbriani, Gli hegeliani di Napoli, a cura di N. Coppola, Roma 1964.

Il secondo aspetto rilevante della ricerca del D. è costituito dai suoi contributi nel campo delle scienze mediche e naturali. Già prima della laurea aveva pubblicato un lavoro di interesse geologico (Lettere geologiche sul monte Majella negli Abruzzi, in Lucifero, giornale scientifico letterario artistico industriale, IV [1841], pp. 175 s., 191 s., 222 s., 255 s.). La sua produzione medico-scientifica iniziò quando, medico aggiunto nell'ospedale degli Incurabili, aprì una scuola privata di anatomia e scienze naturali.

Tra le opere di questo periodo si segnala in modo particolare il Saggio sintetico sopra l'asse cerebro-spinale e la diagnosi delle sue malattie rispetto alla loro sede (Napoli 1843). Insieme con un altro gruppo di lavori apparentemente dedicati a specifici problemi della medicina (Considerazioni anatomiche sul salasso locale, ibid. 1845; Teoria dei fenomeni acustici della respirazione, ibid. 1848; Teoria dei fenomeni acustici della circolazione, ibid. 1848, memorie queste ultime che furono poi rifuse nella Teoria dell'ascoltazione, Torino 1850), quest'opera dimostra già un deciso distacco del D. sia dalla pratica sperimentale sia da quella terapeutica, e si manifesta in essa per la prima volta il tentativo di derivare dati fisiologici da presupposti teorici e filosofici non ancora chiaramente delineati ma nei quali già si distinguono, insieme con quelli vichiani predominanti, elementi hegeliani. Nel Saggiosintetico sopra l'asse cerebrospinale, ad esempio, il D., pur citando C. Bell, F. Magendie, J. Mueller, M. Hall e E. du Bois Raymond (citazioni che peraltro paiono desunte da letture secondarie), tentava di individuare le caratteristiche funzionali del midollo spinale e del sistema nervoso centrale sulla base della corrispondenza di una sorta di filogenesi (puramente ideale) delle funzioni vitali e mentali con l'anatomia comparata e l'anatomia del sistema nervoso. Ne risulta una disordinata distribuzione delle funzioni della vita organica, della sensibilità, della motilità e dell'intelligenza lungo l'asse cerebro-spinale, nella quale i dati emersi dalle recenti ricerche fisiologiche venivano assunti, e in gran parte travisati, all'interno di un astratto schema teorico dal quale lo stesso D. non riusciva a trarre che confuse indicazioni diagnostiche e terapeutiche.

Ne L'ascoltazione, invece, che trascurava la palpazione del torace e la percussione, si diffondeva nella classificazione di una serie notevole ed eccessiva di rumori prodotti dal polmone, che aveva la pretesa di ampliare il quadro dei fenomeni acustici di quest'organo proposta da R. Laennec e che finiva invece per rendere dubbio il significato diagnostico di ogni risultato dell'ascoltazione. Sicché lo stesso D. era costretto a concludere: "Noi non crediamo di poter più utilmente por fine alle presenti considerazioni che col proporre un principio, il quale farà evitare molte illusioni e molti errori nella pratica quotidiana; ed è questo. Allorché uno o più fenomeni acustici morbosi si presentano all'ascoltazione si dovrà ritenere come l'espressione di uno stato patologico dell'organo, valutandolo però non più che come un semplice dato diagnostico; e ciò specialmente se i fenomeni saranno permanenti, o si ripeteranno di frequente. Ma se l'ascoltazione, anche la più attenta, non farà scoprire all'osservatore nessun fenomeno acustico innormale, non per questo si avrà il diritto di conchiudere che l'organo sia sano, quando altre fonti di diagnosi lo fanno argomentare ammalato. Il polmone spesso tradisce l'ascoltatore, e per la estensione e la moltiplicità delle parti di cui si compone, e che possono scambievolmente compensarsi nella loro funzione, giunge a celarvi i suoi morbi talvolta anche gravi e profondi" (p. 96).

Intanto, nella successione degli eventi che nel complesso quadro politico napoletano dovevano culminare nella sua rinunzia all'incarico di rettore del Collegio medico, il D. aveva modo di manifestare chiaramente il suo duro giudizio su quella che era stata fino ad allora la formazione culturale dei giovani: il Discorso inaugurale di A. C. De Meis nell'assumere l'ufficio di rettore del Collegio medico di Napoli (Napoli 1848) costituiva un'autentica condanna della politica culturale del passato regime e proponeva la necessità di sostituire alla predominanza dell'insegnamento religioso un "catechismo" sociale e politico; nella Proposta di un nuovo sistema di insegnamento pel Collegio medico (ibid. 1848) era stabilito che ogni giovedì si dovesse tenere nel Collegio una lezione o catechismo di storia italiana. Commosso e duro, infine, fu il suo commiato, Discorso di A. C. De Meis, ex rettore del Collegio medico, nel deporre il suo ufficio, pronunziato il 18 giugno 1848 (ibid. 1848). I giovani, comunque, continueranno ad affluire alla sua scuola privata fino alla chiusura del corso, nel febbraio del 1849.

Ancora travagli, apprensioni, viaggi, fino al periodo parigino: nella capitale francese il D., che nel viaggio era stato vittima di un furto, accettò gli incarichi più modesti e si sottopose a dure privazioni per aiutare gli altri esuli ed emigrati italiani, per i quali esercitò gratuitamente la sua professione di medico. Ebbe, però, anche il modo di accostarsi al mondo scientifico d'avanguardia; conobbe C. Bernard, del quale sembra anche che sia stato assistente, A. Trousseau, che gli avrebbe affidato l'incarico di insegnare semeiotica medica, e V. Cousin. Ottenuto l'incarico di ripetitore nel Collegio delle province a Torino, che comportava l'insegnamento di varie discipline mediche, seguitò ad aiutare amici ed esuli con lo scarso guadagno che ne traeva.

È questo il periodo in cui il D. cominciava a delineare un proprio originale progetto culturale volto alla riconduzione sistematica delle scienze naturali all'interno dello schema teorico dell'idealismo assoluto. Il programma, che si configurava come una revisione ed un recupero del vitalismo alla luce della filosofia hegeliana, era già abbozzato negli ultimi due importanti scritti napoletani (Nuovi elementi di fisiologia generale speculativa ed empirica, I, Del principio vitale, Napoli 1849; Fisiologia generale. Evoluzione logica del principio vitale. Idea della fisiologia greca, ibid. 1849). Questi due opuscoli, che possono considerarsi come un'unica opera, raccolgono le lezioni tenute dal D. nella sua scuola privata di medicina, tutte dedicate al chiarimento del concetto di principio vitale, la necessità dell'introduzione del quale veniva postulata nella prima lezione: "Noi siamo condotti ad ammettere una forza, una attività, una sostanza, un essere, un principio primitivo, come cagione essenziale di tutti i fenomeni...; un principio, una forza, che crea il sistema nervoso e tutti gli altri organi, che ne sostiene l'attività e che ne unifica le funzioni in uno scopo comune. Noi gli diamo il nome di principio della vita, principio vitale, forza vitale, forza organica, o semplicemente di vita...; lo studio del principio vitale nella sua natura e nelle sue leggi è l'oggetto della fisiologia generale, sicché questa può ben diffinirsi la scienza della vita in sé, laddove la fisiologia particolare umana è piuttosto la storia delle sue manifestazioni, specialmente nell'uomo" (Nuovi elementi..., pp. 12 s.). Nelle lezioni successive il D. chiariva che tale principio andava considerato come una entità reale e necessaria, fondamento della concatenazione causale dei fenomeni biologici (cioè come forza) e del loro coordinamento finalistico secondo piani razionali. Con l'introduzione di un'altra serie di caratteristiche (unità e pluralità, diversità e reciprocità, modificazioni temporali e spaziali) il D. tentava di spiegare come si possano derivare dall'idea astratta e generale del principio vitale sia il piano generale'della fisiologia umana sia le caratteristiche fisiologiche e patologiche individuali.

Questa prima acritica formulazione della filosofia biologica del D. verra precisandosi e modificandosi soprattutto nel periodo torinese, per il continuo confronto con il punto di vista sempre più vicino al positivismo adottato in questi anni da Salvatore Tommasi, anch'egli esule a Torino. Sia il D. sia il Tommasi proseguirono e portarono a maturazione in Piemonte l'indirizzo emerso dalla scuola medica napoletana negli anni immediatamente precedenti il '48. Ma mentre Tommasi tentava di conciliare il suo originario vitalismo idealistico con lo sperimentalismo di Claude Bernard e con l'indirizzo positivistico e organicistico, il D. denunciava alla base di tale tentativo il persistere di un inconciliabile dualismo tra materia e principio vitale e si indirizzava verso l'unificazione nel pensiero di vita e materia. R questo il momento in cui si decide il destino intellettuale del D., il quale contestava l'impossibilità (asserita da Hegel sulla base della concezione generale della natura come idea dell'esser altro, e quindi come complesso di determinazioni autonome rispetto allo spirito) di una deduzione diretta della natura dall'idea astratta dello spirito. Questa scelta indirizzerà gli sforzi dei D. verso l'identificazione, sempre cercata e mai realizzata, di logica e natura. p. su questo punto che il D. si separava non solo dal Tommasi ma anche dal De Sanctis e soprattutto dallo Spaventa, i quali tutti si tenevano più aderenti alla originaria impostazione hegeliana e che tenteranno a più riprese di far riflettere il D. sulla inopportunità e l'inattuabilità di un tale progetto. Alla prima concreta attuazione di questo il D. fece precedere uno studio di carattere storico in due parti (Idea generale dello sviluppo della scienza medica in Italia nella prima metà del secolo, Torino 1851; Considerazioni sopra l'infiammazione dei vasi sanguigni, in Giornale della R. Acc. medico chirurgica di Torino, VI [1853], 17, pp. 209-228, 18, pp. 177-209; 19, pp. 321-336 e 379-393; 20, pp. 143-158, 218-230, 257-263), nel quale abbracciava l'ultimo cinquantennio della medicina italiana e tentava di dimostrare una netta superiorità delle ricerche compiute nel Napoletano, dovuta al più stretto rapporto, che qui si sarebbe a suo avviso realizzato, tra le dottrine filosofiche del kantismo e dell'hegelismo e le teorie mediche.

La nascita della scuola medica napoletana secondo il D. segnava l'avvento in epoca moderna della medicina razionale. Egli infatti vedeva la storia della medicina come ciclico ripetersi dell'antitesi vitalismo-organicismo sempre destinata a risolversi nella sintesi della medicina razionalistica. Così nel caso specifico delle flogosi il vitalismo esagerava, secondo il D., il ruolo del sistema venoso ponendolo all'origine di ogni manifestazione patologica, in base alla massima ippocratica ubi stimulus ibi affluxus, fnentre l'organicismo col negare totalmente tale ruolo si precludeva la possibilità di un'adeguata comprensione di alcune manifestazioni patologiche non direttamente riconducibili alla alterazione locale che le teorie recenti ponevano alla base dell'infiammazione. La soluzione proposta dal D., che supponeva l'esistenza di due diverse cause generali della malattia, la febbre e l'infiammazione, meccanismi patologici l'uno generale l'altro locale, ambedue riconducibili ad alterazioni dei chimismi organici ma innescate da disturbi psichici (ogni malattia è per il D. malattia dello spirito), si risolveva in un tentativo di sintesi surrettizia tra la teoria delle fiussioni tipica del vitalismo francese e in particolare di P.-J. Barthez (autore sicuramente noto al D. e spesso citato) e i risultati che proprio in quegli anni la patologia stava ottenendo in questo campo soprattutto con i lavori di R. Virchow (dei quali pure il D. sembra aver consapevolezza, ma che non cita in modo tale che sia possibile attribuirgliene una diretta conoscenza) e che di lì a poco avrebbero definitivamente accertato la natura locale dell'infiammazione attribuendola al metabolismo cellulare.

Lo stesso D. dovette giudicare in seguito questo tentativo come un fallimento, soprattutto dopo la pubblicazione della Cellular Pathologie di Virchow (la cui prima edizione figura nel Fondo De Meis della Biblioteca comunale di Chieti, nel quale è confluita per lascito testamentario gran parte della biblioteca personale del D.), sicché si decise ad abbandonare progressivamente la medicina come campo di applicazione della sua filosofia biologica e negli anni successivi si occupò pressoché esclusivamente di scienze naturali. La corrispondenza col De Sanctis, trasferitosi a Zurigo nel 1856, rivela come queste difficoltà teoriche coincidessero con un periodo di forte esaurimento nervoso aggravato da sfortunate vicende sentimentali.

Nel febbraio 1863 veniva chiamato sulla cattedra di storia della medicina dell'università di Bologna, succedendo a Giuseppe Cervetto, che ne era stato il primo titolare. Non è escluso che il D. abbandonasse Napoli, e definitivamente, per inespressi motivi di risentimento: nell'ottobre 1860 era stato infatti chiamato con decreto dittatoriale alla cattedra di storia della medicina dell'università di Napoli (istituita per la prima volta nel 1814 e tenuta fino al '21 da Antonio Miglietta) Salvatore De Renzi. Per richiamare il D. a Napoli fu creata nel 1871 una cattedra con lo stesso nome nel Collegio medico, ma egli non volle accettarla, come rifiutò negli anni seguenti, nonostante le pressioni del De Sanctis e del preside della facoltà di medicina Antonio Villanova, di succedere al De Renzi morto nel 1872. A Bologna il D. riprese le sue riflessioni filosofiche interrotte dagli eventi politici.

Prese corpo il suo originale progetto di mediare positivismo, filosofia naturale e hegelismo all'interno di un punto di vista che egli stesso definiva "ideorealismo". Punti fermi di tale progetto, destinato a rimanere tale nonostante gli enormi sforzi compiuti, sono il fallimento della filosofia tedesca della natura, che secondo il D. risultava particolarmente evidente in Oken, l'impossibilità per il positivismo di elevarsi a fondazione teoretica delle scienze naturali, e la necessità di sviluppare le riflessioni di Hegel sulla dialettica della natura, fino a determinare per via puramente teorica la catena deduttiva che scendeva dallo spirito ai minimi dettagli dei fenomeni naturali. La possibilità stessa di un simile progetto era stata negata dal Kant della Critica del giudizio e dall'Hegel dell'Enciclopedia, i qualiavevano determinato l'ambito della filosofia naturale in modo tale che, almeno in linea di principio, essa non si sostituisse con speculazioni azzardate all'indagine sperimentale. Tale distinzione di ambiti, ben chiara in B. Spaventa, venne concepita dal D. come il difetto fondamentale dell'Enciclopedia nellacui emendazione individuava lo scopo del proprio destino intellettuale.

A questo progetto il D. dedicò le opere maggiori, rimaste significativamente per lo più incomplete (IMammiferi, Torino 1858. La chimica fisiologica, Fano 1865; Itipi vegetali, Bologna 1865, ma soprattutto Dopo la laurea. Vita e pensieri, ibid. 1868-69; Deus creavit, in Rivista bolognese, s. 2, III [1869], 5-6, pp. 724-773; Itipi animali, Bologna 1872-75). Fin dalla prima di queste opere il progetto si rivelava superiore alle forze del De Meis. I Mammiferi infatti dovevano, secondo lo schema originario, delineare una completa teoria idealistica della filogenesi ma la trattazione si interruppe alla Introduzione. Due sono i concetti che il D. poneva alla base di quest'opera: la teoria di un unico tipo originario indeterminato che egli contrapponeva alla teoria dei quattro tipi di G. Cuvier, e la teoria dello sviluppo delle forme organiche come serie di metamorfosi della forma animale a partire dalla sua negazione. All'origine della catena degli organismi biologici stava infatti secondo il D. un unico tipo animale primigenio amorfo "semplice blastoide, filloide, informe ed illimitato" (p. 67). Da questo si passerebbe al monofito o acotiledone o protococco, forma primigenia della cellula, e ai primi organismi unicellulari. Ogni organismo segna la comparsa di un nuovo tipo animale, e "ciascun tipo animale produce idealmente in se stesso un tipo elevato più perfetto, ma lo realizza fuori di sé mentre egli rimane lo stesso, e non si dilegua nell'altro" (p. 65).

Ne La chimica fisiologica il D. compiva un passo indietro e tentava di chiarire il concetto già esposto nell'opera precedente secondo il quale la vita, che comparirebbe propriamente solo dopo il superamento dello stadio vegetale, è in origine pura materialità, cioè attività chimica. Ma l'autore trovò difficoltà (come ammetteva in una lettera del 9 febbr. 1868 a B. Spaventa) a stabilire precisi rapporti tra la sua idea della chimica come stadio iniziale e negativo (antitesi) della vita e i progressi che le ricerche allora in corso andavano individuando alla base della fisiologia. Abbandonò così anche quest'opera, che doveva essere composta di dodici lettere, alla seconda, e non volle più mettervi mano nonostante le insistenze dell'editore Le Monnier.

Nel frattempo il D. si era familiarizzato con le teorie darwiniane che divennero l'obiettivo polemico delle sue opere successive e lo spinsero a riformulare la sua teoria dello sviluppo come catena continua di atti creativi. L'idea si affaccia per la prima volta nella parte conclusiva dell'ampio romanzo epistolare Dopo la laurea, dove il D., non distinguendo ancora chiaramente il diverso ruolo attribuito da Darwin alla casualità delle variazioni e all'azione della selezione, riduceva il senso dell'evoluzionismo all'introduzione del caso come motore dell'evoluzione biologica e lo contestava vivamente: "Questo è uno sproposito positivo, un marrone inglese, grosso tanto che non ci son molle che l'arrivino ad acchiappare" (p. 196). Al caso il D. contrapponeva la creazione: "L'uomo è uscito dal quadrumano: l'accidente lo ha eccitato ma è Dio che ve lo aveva posto, ed è lui che creando ne lo ha cavato fuori. Ma una volta che ei ne è venuto fuori, non è più Dio, è l'accidente che lo ha variamente trasformato: ed è così che Darwin ha perfettamente ragiorie" (p. 199). Contemporaneamente il D. si dichiarava però impotente a precisare i dettagli di tale processo creativo e l'ultima lettera si chiudeva con l'amara ammissione: "Non è l'accidente, è Dio che ha creato, dice la ragione .. . Deus creavit! Come dunque è andata la faccenda, in che modo ha egli creato? Ahi ahi, tu con questa domanda mi fai tornare il dolor di corpo e sarà bene inutile che tu stii ad aspettar la risposta. Ci vuol ben altra forza ch'io non mi trovo ad avere anche quando sto bene per rispondere a questa quistione, figurarsi poi quando sono ammalato" (p. 258). Una risposta cercherà di darla nella progettata serie di dialoghi Deus creavit nei quali, ai personaggi dell'opera precedente: Filalete (cioè lo stesso D.) e il giovane Giorgio, seguace di Spaventa, si aggiungeva Pepp'Antonio, naturalista darwiniano. Ma anche qui il D. non riusciva a venire a capo del problema e abbandonava l'opera al primo dialogo. Il tentativo si arrestò nel momento in cui l'autore si rese conto che la ricerca del superamento dell'opposizione tra pensiero e natura (che doveva consentirgli di ricondurre il divenire della natura a quello dell'idea e di individuare la legge dello sviluppo organico) lo stava portando verso una sorta di idealismo misticheggiante.

Un altro tentativo di dare compiuta attuazione alla propria filosofia della natura il D. compirà più che nell'opuscolo I tipi vegetali nei due grossi volumi de I tipi animali. Queste due opere sono caratterizzate dall'inserirsi di un nuovo elemento nella filosofia dei D.: il recupero del motivo neoplatonico della corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo, nella quale l'autore spera di trovare finalmente la via che porta dall'idea alla natura. Il D. assume ora la forma come principio di classificazione e "regola che determina la successione dei tipi vitali" (p.71), ma tutte le forme preesistono idealmente una nell'altra e tutte si riassumono nell'unica forma perfetta che è l'uomo, sintesi tra macrocosmo (in quanto intelletto) e microcosmo (in quanto natura). L'uomo come forma organica perfetta compendia in sé tutte le forme precedenti e in quanto pensiero si eleva e si assimila al piano razionale, all'anima, infusi da Dio nel mondo, sicché si può dire che è l'uomo stesso, non più Dio, artefice della creazione. È l'uomo in quanto forma che trasfarma non solo l'embrione in larva e la larva in individuo completo ma anche il caos in cosmo. A sulla base di questa concezione marcatamente antropomorfica del pensiero che il D. crede di poter finalmente spiegare come il pensiero assoluto si trasferisca e si realizzi nella realtà dell'universo e degli organismi biologici. All'inizio e alla fine del movimento circolare del pensiero sta per il D. l'idea dello spirito come. funzione, forma e forza tendente all'unico perfetto scopo di realizzare la forma tipica dell'intelletto umano (II, pp. 962 s.). La legge di questo movimento è quella hegeliana di tesi, antitesi e sintesi, attraverso la quale lo spirito o l'uomo (ormai i termini si sono identificati) tende a realizzare se stesso, e nel farlo passa, creandoli, attraverso tutti i gradi della natura inorganica e organica. Questo metodo che il D. definisce trimorfo si adatta all'universo come al mondo biologico. Qui, attraverso una serie innumerevole di passaggi dalla tesi alla sintesi, lo spirito tende a realizzare la forma organica perfetta dell'uomo. Così l'alga, vegetale amorfo, si nega nella felce e nel fungo (vegetale antimorfo) e si realizza nel cotiledone (vegetale teleomorfo). Analogamente l'animale amorfo (rizopodi e infusori) si nega nei molluschi e si realizza nei vertebrati. Neanche questa volta però il progetto venne portato a termine, giacché, l'opera si arresta agli insetti. La costruzione, che molti giudicarono pura morfologia metafisica, senza alcun rapporto con i risultati della embriologia e delle ricerche filogenetiche, apparve infatti eccessivamente astratta allo stesso D., che la giudicò "tutta da capo a fondo una ricostruzione a priori" (II, p. 938), giustificandola solo come puro gioco filosofico: "Questo scritto non si fa per stamparlo, si stampa per farlo; e si fa per uso e consumo esclusivo e per supremo divertimento dell'autore, che quando sarà tutto stampato tirerà tanto di chiavistello sulle pochissime copie che ne avrà fatto tirare" (II, pp. 938 s.). Il sistema di filosofia e filosofia della natura proposto dal D. trovò qualche consenso, tra i suoi contemporanei, solo in N. Marselli, negli allievi M. Turchi e A. Tamburini che lo avevano aiutato nella stesura de I tipi animali e, in un primo tempo, in P. Siciliani, salito alla cattedra di filosofia teoretica a Bologna nel 1867, il quale poi lo criticò duramente ne La nuova biologia. Saggio storico critico, Milano 1885, pp. 336-357.

L'isolamento nel quale venne a trovarsi e l'intima consapevolezza della fragilità del proprio progetto, che gli appariva ormai irrealizzabile, pesarono su una struttura psichica già incline alla depressione fino a creare nel D. la convinzione di una morte intellettuale avvenuta a suo dire nel 1875 (il suo testamento depositato il 22 genn. 1879 presso il notaio G. Orefice di Bologna porta, sotto la data, la singolare nota "quarto anniversario della mia morte intellettuale"). E da questa data in effetti cessò di perseguire in un'opera di ampio respiro la realizzazione del suo sogno filosofico: il perfezionamento e l'estensione dell'idealismo assoluto nell'ideorealismo, sintesi di positivismo e idealismo, di sperimentalismo e filosofia della natura. Si atteggiò da allora a "medico in ritiro, come chi dicesse un invalido della professione in pensione, il quale se ne vive tutto solo facendo da mattina a sera castelli in aria d'ogni specie, e tutti stranissimi, in una delle nostre città di provincia" (Dopo la laurea, I, p. 3).

L'insegnamento di storia della medicina che tenne fino alla morte non l'indusse tuttavia a coltivare con metodo questa disciplina sicché ad essa il D. portò scarsissimi contributi. Non compì in particolare ricerche originali (ma pare che avesse preparato una traduzione di alcune opere ippocratiche, che però non diede mai alle stampe) e usò i risultati di quelle altrui per tentare di delineare un proprio progetto culturale pertinente per la verità più alla filosofia delle scienze naturali che alla storia della medicina. I suoi corsi annuali erano infatti tutti preceduti da prelezioni nelle quali predominavano interessi teorici e astratti e nel 1873 tenne praticamente un corso di storia della filosofia le cui lezioni furono raccolte in Prenozioni (Bologna 1873). La concezione che il D. ebbe di questa disciplina rivestì tuttavia un certo interesse, nonostante pesi anche qui la sua generale impostazione hegeliana, laddove sottolineava la necessità di passare dalle raccolte cronachistiche e dalle pure indagini filologiche al recupero delle problematiche razionali che avevano costituito e guidato lo sviluppo della medicina. Anche qui però egli fece un uso eccessivo della dialettica hegeliana e vide nella storia della medicina un continuo contrapporsi e conciliarsi di organicismo e vitalismo in sintesi razionali. Ritenne che l'ultima di queste sintesi, iniziata con Paracelso, avesse dato origine alla medicina moderna, promuovendo, soprattutto attraverso l'hegelismo, il definitivo affermarsi della medicina razionale come fusione di sperimentalismo e teleologismo.

Egli riteneva infatti (Del concetto della storia della medicina, Bologna 1874, p. 26) che fosse possibile individuare la linea lungo la quale, con progresso costante, si era sviluppata la scienza medica. Nonostante ciò la sua riflessione individuava alcuni punti fermi quando stabiliva che "il fondamento e la immediata derivazione di un sistema di medicina è la filosofia del tempo al quale corrisponde; per cui per intenderne l'intima ragione è dalla filosofia che bisogna partire" (Corso di storia della medicina. Appunti sull'introduzione al corso e sulla medicina orientale, Bologna 1890, p. 4) e che "ufficio della storia non è soltanto riandare al passato ma anche di intendere il presente, che è sotto i suoi occhi" (Deglielementi della medicina. Prelezione detta il 10 dic. 1863, Bologna 1864, p. 33). Fu anche tra i primi a sostenere l'importanza della storia delle forme patologiche (Lettera sulla patologia storica, in Bull. delle scienze mediche, s. 5, I [1865], pp. 385 ss.; Delle prime linee della patologia storica. Prelezione al corso di storia della medicina, detta l'8 genn. 1866, Bologna 1866) anche se i tentativi che intraprese in tal senso peccavano, come sempre, di eccessiva astrattezza. Coerentemente con la convinzione espressa nei lavori sulla flogosi secondo la quale ogni patologia è in definitiva, all'origine, malattia dello spirito, sostenne infatti che l'uomo primitivo era immune da malattie in quanto privo di coscienza e quindi di senso di colpa, e indicò nel fitto intreccio di rapporti tra costumi morali, cultura e condizioni ambientali le cause dell'origine e dell'evoluzione storica delle malattie. Non sopravvalutò tuttavia il ruolo della storia della medicina nell'ambito dell'insegnamento accademico e, pur lamentandosi dell'esiguo numero di cattedre attribuite a questa disciplina nelle università italiane, asserì sempre che essa doveva essere prevista nei curricula solo come materia complementare e facoltativa (Della utilità dello studio della storia della medicina, estr. dalla Rivista partenopea del 1870 senza indic. del vol., pp.4).

Il giudizio sulla personalità e l'opera del D. che si rinvenne nell'orazione funebre pronunciata da A. Murri, nella quale si rievocava "la sterminata cultura, la critica acuta e felice, la versatilità dell'ingegno e le virtù civili" fu considerato da molti una sopravvalutazione dei meriti intellettuali del De Meis. Un articolo anonimo (Illustrazione italiana, 29 marzo 1891, pp. 194 s.) suggeriva di distinguere la valutazione dell'altissima figura morale del D. e il suo sincero e generoso impegno politico dai meriti culturali che, di lì a poco, B. Croce e G. Gentile, sulla base di analisi non confortate dalla storiografia successiva, avrebbero giudicato poco consistenti e viziati da una inadeguata comprensione della dottrina hegeliana.

F. Di Trocchio-V. Cappelletti

Fonti e Bibl.: Sono da considerare classiche le pagine di B. Croce, A. C. D., in La Critica, V (1907), pp. 348-51 (poi in Letteratura della nuova Italia, I, Bari 1947, pp. 392-395); di G. Gentile, La filosofia in Italia dopo il 1850, ibid., XII (1914), pp. 286-310 (con uno dei più completi elenchi di opere del D. per cui cfr. anche A. Del Vecchio Veneziani, La vita e l'opera di A. C. D., Bologna 1921, spec. pp. XI-XIX e alle pp. XIX e XXIV informazioni sulla letteratura critica sul D.); di L. Russo, Francesco De Sanctis e la cultura napoletana (1860-1885), Bari 1943, pp. 240-246 e passim. Sempre utilmente consultabili alcuni vecchi scritti come L. De Leonardis, Ilcuore di A. C. prof. D. Ricordi e pensieri, Chieti 1894; B. Amante, Un santo del sec. XIX: A. C. D., Lanciano 1921; B. Costantini, L'angelo dell'emigrazione. A. C. D. nel primo centenario della nascita, in Rivista abruzzese, XXXIII (1918), pp. 9-23, estratto.

Gli scritti più recenti sono: P. Romano [P. Alatri], A. C. D. e il "Dopo la laurea", in XX Secolo. Quaderni di letteratura, II (1943), pp. 17-48; Id., S. Spaventa, Bari 1942, ad Indicem;R. Pasi, La critica al positivismo in A. C. D., in Emilia, III (1954), pp. 272 ss.; S. Valitutti, A. C. D. pensatore politico, in Scritti di sociologia e politica in onore di L. Sturzo, Bologna 1953, III, pp. 467-85; L. Agrifoglio, La medicina religiosa di A. C. D., in Castalia, XII (1956), pp. 121-128; V. Frosini, A. C. D. e la dottrina del liberalismo moderato, in Atti del XXXVIII Congr. di storia del Risorgimento italiano, Roma 1961, pp. 101-08; F. Tessitore, Aspetti del Pensiero neoguelfò napoletano dopo il Sessanta, Napoli 1962, pp. 91-94; G. Negrelli, A. C. D.: dalla natura alla storia, in Clio, II (1966), pp. 266-92; Id., Storicismo e moderatismo nel pensiero politico di A. C. D., Milano 1968; U. Russo, Studi sul D. e sulla cultura abruzzese tra Otto e Novecento, Pescara 1975.

Per quanto riguarda l'attività più propriamente scientifica la bibl. più completa del D. resta R. Aurini, D. A. C., in Diz. bibliogr. della gente d'Abruzzo, Teramo 1950, II, pp. 1-26, che contiene anche la bibl. sul D. aggiornata al 1950, e l'indicazione dei carteggi non ancora editi. Altre estese bibl. si trovano in B. Amante-R. Bianchi, Memorie storiche e statutarie..., citato più avanti. Necr. in Corriere di Napoli, 1891, n.68; C. Dalbono, Degli studi in Napoli negli ultimi trent'anni, in Museo di scienze e letteratura, s. 3, V (1857), pp. 137-153; M. Monnier, Le mouvement italien à Naples de 1830 à 1865 dans la littér. et dans l'enseignement, in Revue des deux mondes, 15 apr. 1865, pp. 1010-42; B. Spaventa, Paolattismo, positivismo, razionalismo. Lettera al prof. A. C. D., in Rivistabolognese, s. 1, II (1868), pp. 429-41; S. Tommasi, Lettera al prof. C. D., in Rivista bolognese, s. 1, II (1868), pp. 442 s.; P. Siciliani, Gli hegeliani in Italia, ibid., pp. 516-549; L. Ferri, Essai sur l'histoirede la philosophie en Italie au dix-neuvième siècle, Paris 1869, II, pp. 226, 377; P. Siciliani, La critica della filosofia zoologica del XIX secolo. Dialoghi, Napoli 1876, pp. 125-213; F. Fiorentino, Lafilosofia contemporanea in Italia, Napoli 1876, pp. 2- 16; A. Espinas, La philosophie expérimentale en Italie, Paris 1880, pp.42, 116 ss.; L. Settembrini, Ricordanze della mia vita, I, Napoli 1879, pp. 83, 280; II, ibid. 1880, p. 293; K. Werner, Dieitalienische Philosophie des Neunzehnten Jahrhunderts, Wien 1885, pp. 231 s.; D. Iaja, C. D., Darwin e la scienza moderna (recens.), in Cultura. Rivista di scienze, lettere e arti, VI (1887), pp. 65-75; A. Murri, C. D. Parole dette sul suo feretro, in Ann. della R. Università di Bologna, 1891, pp. 123-30; N. Lo Piano, L'hegelismo a Napoli, Potenza 1903, passim;B. Amante-R. Bianchi, Mem. stor. e statutarie del ducato, della contea e dell'episcopato di Fondi in Campania dalle origini fino a'tempi recenti, Roma 1903, pp. 397-427; Z. Bosio, Uno scienziato artista: A. C. D., Roma 1905; G. Gentile, Documenti ined. sull'hegelismo napoletano, in La Critica, IV (1906), pp. 397-410, 483-496; G. Pierantoni Mancini, Impressioni e ricordi (1856-1864), Milano 1908, pp. 19 s., 96, 151; B. Filipperi, Nel giorno in cui vien posta l'erma di D. sulGianicolo, Roma 1911; M. Pazzi, A. C. D. e laprofezia di Augusto Murri, in Scritti medici inomaggio a A. Murri, Bologna 1912, pp. 565-678; B. Croce, Ricerche e documenti desanctisiani, in Atti d. Acc. Pontaniana, XLV (1915), pp. 1-68; F. Ueberweg, Grundriss der Geschichte der Philosophie vom Beginn des Neunzehnten Jahrhunderts bisauf die Gegenwart, Berlin 1916, pp. 664 s.; B. Costantini, C. D. commemorato al Collegio Romano, in Riv. abruzzese, XXXII (1917), pp. 463-466; G. Canevazzi, D. insegnante a Modena, in L'Archiginnasio, XVII (1922), pp. 221-230; B. Spaventa, Pensieri sull'insegnamento della filosofia e lettereinedite, in Giorn. crit. della filosofia ital., VI (1925), pp. 91- 105; A. Zazo, L'istruzione pubblica eprivata nel Napoletano (1767-1860), Città di Castello 1927, pp. 208 ss.; G. Alliney, Ipensatoridella seconda metà del secolo XIX, Milano 1942, passim;G. Collina Graziani, Bufalini e D., in Riv. di storia della scienza, XXXIV (1943), pp. 115-149; In memoria di A. C. D. (1817-1891), ibid., pp. 91 s.; G. Oldrini, Gli hegeliani di Napoli, Roma 1964, ad Indicem;Id., La genesi dell'hegelismo, napoletano, in Belfagor, XIX (1964), pp. 425-51; S. Landucci, L'hegelismo in Italia nell'età del Risorgimento, in Studi storici, VI (1965), pp. 597 ss.; A. Pazzini, Salvatore Tommasi e A. C. D. nel quadro della crisi ottocentesca della medicina italiana, in Pagine di storia della med., XIII (1969), pp. 38-50; B. Spaventa, Unificazione nazionale ed egemonia culturale, a cura di G. Vacca, Bari 1969, pp. 6-9, 303-333; G. Baldi, Salvatore Tommasi e la polemica sulle psicopatie, in Pagine di storia della med., XIV (1970), pp. 86-97; G. Oldrini, La cultura filosofica napoletana dell'Ottocento, Bari 1973, ad Indicem; Gli hegeliani di Napoli e la costruzione dello Stato unitario, Mostra bibliografica e docum., Napoli 1987, pp. 206, 209, 326-30, 367.

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