AZZOLINI, Decio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 4 (1962)

di Gaspare De Caro

AZZOLINI (Azzolino), Decio. - Nacque a Fermo l'11 apr. 1623 da Pompeo, di famiglia patrizia, che aveva già dato alla Chiesa due cardinali, Gerolamo nel sec. XV e Decio seniore nel XVI, e da Giulia Ruffi, anch'ella appartenente alla nobiltà marchigiana. Lo zio Lorenzo Azzolini, vescovo di Ripatransone, lo chiamò a frequentare il seminario di quella diocesi, dove l'A. fu iniziato agli studi letterari da Crescenzio Tirabassi. S'iscrisse quindi ai corsi di diritto civile ed ecclesiastico, di teologia e di filosofia dell'università di Fermo, dove si addottorò nel 1641. Il cardinale Barberini, per l'amicizia che lo aveva legato a Lorenzo Azzolini, morto nel frattempo, prese a proteggere il giovane, lo chiamò a Roma non appena addottorato e nel 1643 lo inviò in Spagna al seguito del nunzio Giacomo Panciroli. Questi lo scelse come suo segretario e lo ricondusse con sé a Roma alla fine della sua missione. Creato cardinale da Urbano VIII, il Panci-roli, alla morte del pontefice, affidò all'A. l'ufficio di suo conclavista; nominato quindi titolare della Segreteria di stato dal nuovo papa Innocenzo X, lo volle tra i suoi più vicini collaboratori con l'incarico di segretario della Cifra (1644). Benché giovanissimo, l'A. negli anni successivi si distinse talmente per acume politico e finezza diplomatica che in Curia fu soprannominato "l'aquila". Alla protezione del Panciroli si aggiunsero presto la stima e la confidenza dello stesso pontefice; ma più ancora giovò alla rapida ascesa dell'A. l'appoggio della cognata d'Innocenzo, l'onnipotente Olimpia Maidalchini, nei cui intrighi, dalla sua importante posizione nella Segreteria di stato, l'A. giocò spesso un ruolo fondamentale. Alla morte del segretario di stato, nel 1651, egli, appena ventottenne, fu proposto dal "cardinal padrone" Camillo Astalli e da donna Olimpia come titolare di quell'alto ufficio; prevalse infine presso il papa il parere del cardinale G. B. Spada e alla Segreteria di stato fu chiamato Fabio Chigi, allora nunzio in Germania. Ma la candidatura dell'A. è significativa del prestigio e dell'influenza già da questo raggiunti. Col titolo di prosegretario di stato, l'A. ebbe comunque l'effettiva direzione degli affari pontifici sino all'arrivo del Chigi.

Di numerose altre cariche fu investito nei due anni successivi: fu cameriere d'onore del papa, segretario del Sacro Collegio, della Congregazione concistoriale, dei Brevi e delle lettere ai principi, e finalmente, il 2 marzo 1654, Innocenzo X lo insignì della porpora col titolo diaconale di S. Adriano: l'A. si era guadagnato la nomina denunziando al papa le trame intrattenute con il governo spagnolo dal cardinale Astalli, che aveva rivelato alla corte di Madrid i segreti preparativi condotti dal pontefice, da donna Olimpia e dalla fazione dei Barberini per conquistare Napoli, profittando della grave crisi in cui il Regno si dibatteva in seguito alla rivolta degli anni precedenti. La promozione dell'A. indusse donna Olimpia ad un nuovo tentativo per collocare il suo fedele partigiano a capo della Segreteria di stato, estromettendone il Chigi, ma Innocenzo X concesse all'A. soltanto il diritto di essere sempre presente alle udienze del segretario di stato.

Nel 1655, durante il conclave seguito alla morte di Innocenzo X, i cardinali eletti da questo pontefice decisero concordemente di dare il proprio voto soltanto ad un candidato non ostile alla famiglia Pamphili: di conseguenza assai meno che per il passato influirono sul conclave le pressioni delle grandi potenze europee, giacché il Sacro Collegio dovette prendere posizione non più a favore della Francia o della Spagna, ma pro o contro donna Olimpia e la sua famiglia. L'elezione di Fabio Chigi (Alessandro VII), la cui candidatura era stata presentata dall'A. e dal cardinale Carlo Gualtieri, segnò la vittoria dei cardinali di Innocenzo X.

Il risultato più notevole dell'azione di questo gruppo, di cui l'A. fu sempre l'esponente più autorevole, fu però l'affermazione del principio che gli interessi della Chiesa erano superiori a quelli delle potenze, principio cui l'A. e i cardinali suoi amici, tra i quali l'Imperiali, il Borromeo, l'Homodei, si attennero sempre fermamente, e, se pure nella loro azione non raggiunsero successi decisivi, l'esigenza da essi proposta era destinata a prevalere. Naturalmente la posizione di neutralità nei confronti delle corone non impediva loro di ricercare di volta in volta l'alleanza delle altre fazioni in cui si divideva il collegio cardinalizio e delle potenze che esse rappresentavano, donde il nome di "squadrone volante" con cui il gruppo fu chiamato dall'ambasciatore spagnolo duca di Terranova.

Del resto questa posizione equidistante conciliava assai bene la difesa dei superiori interessi della Chiesa con le ambiziose mire personali dell'A., che, nella illimitata libertà d'azione che lo "squadrone volante" si riservava, poté spiegare largamente le sue straordinarie capacità di manovra, assumendo il ruolo di protagonista nei conclavi ai quali partecipò: non sempre ebbe successo (per esempio l'elezione di Clemente X costituì per l'A. una netta sconfitta), ma Alessandro VII, Clemente IX, Innocenzo XI furono debitori della tiara allo "squadrone volante" e di conseguenza durante i loro pontificati il potere nella corte romana fu assicurato al cardinale marchigiano e ai suoi amici.

Quando Cristina di Svezia giunse per la prima volta a Roma, nel 1655, ansiosa com'era di difendere la propria autonomia di fronte alle corti di Madrid e di Parigi, si affiancò subito ai cardinali dello "squadrone volante"; ma sin dai primi mesi del suo soggiorno romano legami assai più intimi e durevoli che non quelli determinati dalla concordanza degli interessi politici la unirono al capo di quella fazione. Alessandro VII aveva affidato all'A. i difficili rapporti con la regina che aveva subito concepito un vivo interesse per il trentaduenne cardinale, non soltanto consumato politico, ma anche, uomo brillante, di raffinata cultura, protettore di artisti e letterati (il Bernini, Francesco Lemene, Benedetto Menzini ne ottennero l'amicizia), poeta elegante e scrittore arguto e soprattutto temperamento energico e posato, capace di portare nella vita inquieta della stravagante figlia di Gustavo Adolfo un elemento di ordine e di stabilità. Già nei primi mesi del 1656 a Roma si faceva un gran parlare di questa relazione: quantunque l'A. assicurasse, con una lettera del 22 marzo, il card. Sforza Pallavicino, confidente del papa, della purezza dei rapporti con Cristina, Alessandro VII intervenne più volte a raccomandargli prudenza.

Questa relazione fu tutt'altro che un episodio nella vita della regina e del cardinale: durò più di un trentennio, sino alla morte quasi contemporanea di entrambi, con maggiore e più costante intensità di affetto da parte di Cristina, per la quale costituì l'unico evento durevole di un'esistenza turbinosa, ma con perseverante devozione anche da parte dell'A., che esercitò sulla sua augusta amica un'influenza la cui positività sarebbe difficile sopravvalutare, anche se non fu affatto estranea alla mancanza di patriottismo di cui si fa carico a Cristina, ché l'A., principe della Chiesa, considerò sempre la lontana e protestante Svezia soltanto come una fonte di denaro per le insanabili necessità della regina in volontario esilio. Consolidarono la loro amicizia i gusti e gli interessi comuni, l'amore per le arti e le lettere, il gusto quasi cartesiano per la chiarezza razionale e, d'altra parte, l'inestinguibile curiosità che li induceva a farsi cultori appassionati di astrologia e di alchimia; ma soprattutto ebbero in comune un'illimitata ambizione politica e, anche se ciascuno perseguì i suoi sogni di potenza secondo la propria indole, accadde spesso che si sostenessero a vicenda nei rispettivi disegni, impegnando l'uno a favore dell'altro le proprie relazioni e la consumata arte dell'intrigo. Così l'A., generalmente ostile nel suo lucido realismo ai velleitari progetti di Cristina, appoggiò senza riserve la candidatura di lei al trono di Polonia e indusse a favorirla lo stesso Clemente IX. La regina a sua volta fu la collaboratrice infaticabile del cardinale nelle più elaborate manovre politiche e apportò allo "squadrone volante" un contributo spesso decisivo in occasione dei conclavi, informando puntualmente ed intelligentemente l'A. degli umori del mondo politico e della cittadinanza romana (durante il lunghissimo conclave del 1669-70 giunse a scrivergli sino a quattro volte al giorno) e conducendo in suo nome le trattative con gli ambasciatori delle potenze straniere.

Il ruolo decisivo giocato dall'A. nella elezione del cardinale Rospigliosi (Clemente IX) gli fece ottenere dal nuovo pontefice (che concesse anche a Cristina una pensione annua di 12.000 scudi) l'assegnazione del titolo diaconale di S. Eustachio (1668) e altri importanti benefici, ma soprattutto la direzione della Segreteria di stato (1667). Qui l'A. si prodigò in una assidua opera di mediazione tra Francia e Spagna, che, se procurò alla diplomazia pontificia un importante successo con la stipulazione della pace di Aquisgrana, che metteva fine alla guerra di devoluzione, non conseguì però il grande obiettivo per il quale concordemente si prodigavano Clemente IX, lo stesso A. e Cristina di Svezia: la formazione di una lega delle potenze cattoliche che muovesse al soccorso dell'Impero e di Venezia in lotta contro i Turchi.

L'A., malgrado i tanti aspetti mondani della sua personalità, si interessò sempre sinceramente e attivamente ai problemi della riforma all'interno della Chiesa e della diffusione della fede. Già Alessandro VII nel 1667 lo aveva incaricato di studiare le questioni relative all'attività missionaria in Cina e nel Tonchino; Clemente IX lo prepose alla Congregazione cardinalizia per l'esame della questione giansenista, che, malgrado l'esplicita condanna formulata da Alessandro VII il 16 ott. 1656, era pur sempre fonte di dubbi e di controversie tra i vescovi francesi: l'A. si condusse con tale spirito di moderazione, che la duchessa di Longueville, Anna Genoveffa di Borbone, si rivolse a lui per la protezione delle monache di Port-Royal.

Alla morte di Clemente IX, nel 1669, il candidato dello "squadrone volante" alla successione fu il cardinale Pietro Vidoni: l'A. si adoperò in ogni modo per farlo prevalere, determinando con le sue complicate manovre la lunghezza eccezionale del conclave. Malgrado la sconfitta subita (fu eletto il cardinale Emilio Altieri, Clemente X, senza il concorso dell'A. e dei suoi amici), il segretario di stato non fu rimosso dal suo ufficio, anzi continuò ad esplicare la sua opera nelle numerose congregazioni di cui fu chiamato a far parte: Congregazione dell'Indice, dell'Inquisizione, di Propaganda Fide, della Consulta, dei Riti, della Segnatura della Grazia, Concistoriale, degli affari di Malta. L'A. fu anche protettore della "nazione picena", il cui collegio trasferì da S. Maria Lauretana a S. Salvatore in Lauro, stabilendovi corsi di giurisprudenza e di medicina.

In gran conto l'A. fu tenuto da Innocenzo XI, che ne seguì sempre i consigli nelle più importanti questioni di stato: per il parere contrario dell'A., il quale dubitava dell'opportunità di una iniziativa, che avrebbe incontrato fortissime resistenze da parte del Sacro Collegio, il papa rinunziò nel 1677 a pubblicare una importante bolla contro il nepotismo. Dallo stesso pontefice ebbe successivamente i titoli presbiterali di S. Croce in Gerusalemme, S. Maria in Trastevere e S. Prassede.

Come segretario di stato e come membro della speciale Congregazione delle Regalie, nella quale fu ammesso nel 1678, l'A. dovette occuparsi dei difficili rapporti con la Francia determinati dalla politica ecclesiastica di Luigi XIV. Benché si attenesse anche in questa occasione a criteri di moderazione, la Francia decise contro di lui l'esclusiva per il futuro conclave.

Durante la permanenza a Roma di Michele Molinos l'A., come Cristina di Svezia che scelse il prete spagnolo quale teologo, ne seguì con interesse la predicazione e senza dubbio facilitò con il suo appoggio la diffusione del quietismo.

Del resto anche altri cardinali, tra cui l'Odescalchi, poi Innocenzo XI, stimarono il Molinos e non ebbero per lungo tempo alcun sospetto delle conseguenze eretiche implicite nella pratica contemplativa. Allorché il Molinos fu arrestato (1685), l'A. lo difese a lungo, cercò ripetutamente di evitare che comparisse innanzi all'Inquisizione, ed anche dopo la sua condanna ebbe grande difficoltà ad ammettere di essersi ingannato: né l'ammissione dovette avvenire senza forti riserve mentali, se ancora quattro anni dopo l'arresto del Molinos l'A. teneva presso di sé un teologo quietista, continuando a proteggere altri sospetti di eresia. Del resto, quando anche il cardinale Pier Matteo Petrucci venne processato (1687) come seguace del Molinos, proprio allo scopo di mitigarne la condanna Innocenzo XI ammise l'A., che si era a lungo opposto al procedimento contro il cardinale e le cui simpatie per il quietismo non erano ignote, nella speciale congregazione cardinalizia incaricata di indagare il comportamento del prelato, ed effettivamente l'A. si prodigò perché la ritrattazione alla quale il Petrucci fu condannato avvenisse nella forma a lui meno penosa.

Cristina di Svezia morendo, nell'aprile 1689, lasciò l'A. suo erede universale, secondo un testamento del 1673 confermato al principio del 1689. L'A. iniziò subito la distruzione sistematica dei documenti relativi alla sua relazione con la regina, che non portò a termine. Rimangono soltanto le lettere di Cristina all'A., relative al viaggio della regina ad Amburgo e in Svezia nel 1666-68, a gettare umanissima luce su due tra i personaggi più interessanti dell'epoca.

L'A. morì l'8 giugno 1689.

Si attribuiscono all'A. Gl'Afforismi Politici... composti per i Sig.ri Cardinali nel Conclave (Bibl. Casanatense, Roma, ms. 2670, cc. 144r.-224r.), che, in versione latina, furono pubblicati a Lipsia nel 1691, innanzi al Commentarius de electione pontificis di J. F. Mayer: è probabile che a redigere quest'opera fosse Stefano Pignatelli, ma l'ispiratore ne fu sicuramente l'Azzolini. Una redazione più breve degli Afforismi è contenuta nel ms. Vat. lat.12.178, cc. 195r-217v., sotto il titolo Il conclavista moderno della Penna d'oro dell'Em.o Azzolini.Anche il Foglio presentato dall'Eminentissimo Cardinale D. A. alla Santità d'Innocenzo XI dopo tenutasi la congregazione preparatoria per la causa del venerabile Cardinale Roberto Bellarmino, pubblicato in Voti... nella causa della beatificazione del... card. Roberto Bellarmino, Ferrara 1762, pp. 75-85, non sarebbe opera dell'A., ma, secondo il Melzi (Diz. di opere anonime e pseudonime,I, p. 107), dell'agostiniano P. Ricci di Fermo. Un Voto sopra la bolla del nipotismo, che si pensò di fare dalla Santa Memoria di papa Innocenzo XI nell'anno 1679 è in Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottob. lat.2816, ff. 2-20.

L'archivio dell'A. all'inizio del sec. XIX era ancora presso i suoi discendenti nella villa Rinuccini di Empoli Vecchio. I documenti riguardanti i rapporti tra il cardinale e la regina Cristina furono in parte utilizzati nell'opera del barone svedese C. de Bildt. Nel 1925, a conclusione di complesse trattative, il materiale documentario riguardante la regina Cristina fu venduto al governo svedese, con il beneplacito del ministero degli Interni italiano (v. la relazione completa in Meddelanden fran Svanska Riksarkivet, 1926, Stockholm 1928, pp. 5-7). Quanto resta dell'archivio dell'A. è attualmente presso il marchese P. Pianetti a villa Sant'Ubaldo, Monsano (Ancona).

Un ritratto dell'A., opera di I. F. Voet, è nello Staatliche Museum di Berlino.

Fonti e Bibl.: Bibl. Apostolica Vaticana, Vat. lat.9729, ff. 197-208, Colloquio delle due volpi Ottobono e D. A.; A. Chacon, Vitae et res gestae Pontificum Romanorum, IV, Romae 1677, coll. 704 s.; J. Arckenholtz, Mémoires concernant Christine Reine de Suède, Amsterdam-Leipzig 1751, passim; P.Sforza Pallavicino, Della vita di Alessandro VII, I-II, Prato 1839-40, passim; A. Atti, Lorenzo Azzolini, in L'Album, giornale letterario e di belle arti, XX(1853), p. 275; G. De Minicis, Brevi notizie biografiche del cardinale D. A. giuniore e sue medaglie onorarie,Fermo 1878; I. Ciampi, Innocenzo X Pamfili e la sua corte,Roma 1878, pp. 168, 182, 184; C. Vignati, F. Lemene e il suo epistolario inedito, in Arch. storico lombardo, s. 2, XX (1892), pp. 344-376, 629-670, passim;G. Claretta, La regina Cristina di Svezia in Italia,Torino 1892, passim; C. de Bildt, Christine de Suède et le Cardinal Azzolino. Lettres inédites,Paris 1899; Id., Christine de Suède et le Conclave de Clément X (1669-1670), Paris 1906, passim;Id., Les médailles romaines de Christine de Suède, Roma 1908, passim; E. Masi, Cristina di Svezia e il cardinale A.,in Nuova Antologia, s. 4, LXXXI (1899), pp. 685-706; L. Grottanelli, La regina Cristina di Svezia in Roma, Firenze 1908, passim;P. Dudon, Le quiétiste espagnol Michel Molinos,1628-1696, Paris 1921, passim; L. v.Pastor, Storia dei Papi,XIV,Roma 1932, passim; M. Petrocchi, Il quietismo italiano del Seicento, Roma 1948, pp. 158, 168, 192; V. Cian, La satira, II,Milano s. d., p. 233.

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