decolonizzazione

decolonizzazione

Dizionario di Storia (2010)

decolonizzazione Processo attraverso cui un territorio sottoposto a regime coloniale acquista l’indipendenza politica, economica e tecnologica dal Paese ex colonizzatore. In particolare, il processo storico avviatosi all’indomani della Prima guerra mondiale e della rivoluzione russa, intensificatosi dopo il 1945 e proseguito fino agli anni Settanta, che ha portato alla dissoluzione dell’assetto coloniale imposto nei secoli precedenti alla quasi totalità dell’Africa, a buona parte dell’Asia e a territori delle Americhe. Si indica anche con il termine d. il processo con cui uno Stato ex coloniale, che abbia ottenuto l’indipendenza politica, tende a raggiungere un’autonomia più completa sottraendosi alle perduranti ingerenze economiche e tecniche da parte del Paese ex colonizzatore (➔ colonialismo).

La decolonizazione nell’Ottocento. Il processo di d. iniziò in tempi diversi a seconda dell’impero coloniale interessato e delle diverse aree all’interno degli stessi imperi. La d. precedente la Prima guerra mondiale fu seguita da nuove conquiste coloniali a opera sia di nuovi Stati colonizzatori sia degli stessi Stati che avevano subito la perdita delle ex colonie pervenute all’indipendenza. L’Inghilterra dopo aver accettato l’indipendenza delle colonie del Nordamerica, continuò per tutto l’Ottocento ad allargare i suoi domini coloniali in Asia e soprattutto Africa, affiancata dalla Francia, dal Belgio, dalla Germania e dall’Italia, che conquistò l’Eritrea nel 1885-90, la Libia nel 1911 e l’Etiopia addirittura alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Il primo grande caso di d. si identifica con la guerra di indipendenza delle colonie inglesi (1776-1783) del Nordamerica, che si concluse con la creazione della federazione repubblicana degli USA. Di d. si deve parlare anche nel caso delle successive acquisizioni da parte degli USA di territori appartenenti ad altre potenze europee e che entrarono a far parte della federazione: nel 1803 la Louisiana venduta da Napoleone, nel 1819 la Florida venduta dalla Spagna, nel 1867 l’Alaska venduta dalla Russia, che l’aveva occupata nel 1784. Tra il 1808 e il 1826 si ebbe, con una genesi autonoma dagli USA, il grandioso processo di emancipazione dell’America Latina guidato militarmente dall’argentino José de San Martin e dal venezuelano Simón Bolivar. Nel giro di pochi anni l’impero coloniale spagnolo d’America fu quasi annientato. Raggiunsero l’indipendenza il Paraguay (1811), l’Argentina, (1816), il Cile (1818), la Colombia (1819), il Perù (1821), l’Ecuador (1822), il Venezuela (1823) e la Bolivia (1825). In America Centrale nel 1821 nacquero i nuovi Stati del Messico, Guatemala, Honduras, San Salvador, Nicaragua e Costarica. In Brasile fu proclamata l’indipendenza dal Portogallo nel 1822. Nel 1898 in seguito alla guerra tra USA e Spagna, cessò la dominazione spagnola su Cuba, Porto Rico e Filippine, che non raggiunsero però l’indipendenza, ma entrarono nella sfera di influenza degli USA. Cuba ebbe nel 1902 il suo primo governo indipendente, ma nella sua Costituzione, in un emendamento abolito solo nel 1934, era formalmente riconosciuto il diritto degli USA a intervenire nei suoi affari interni. L’influenza degli USA su Cuba cessò solo con l’avvento del regime castrista nel 1959. Puerto Rico passò sotto il controllo USA, e solo nel 1952 divenne un’entità politica formalmente autonoma e liberamente associata agli USA.

La decolonizzazione dopo la Prima guerra mondiale. Con la Prima guerra mondiale iniziarono a maturare le condizioni per il cambiamento. Il crollo di imperi multinazionali come quello asburgico, quello russo e quello ottomano favorirono il processo, così come la Rivoluzione d’ottobre, all’indomani della quale la Conferenza di Baku dei popoli coloniali lanciò la parola d’ordine dell’autodeterminazione dei popoli. Anche i principi posti dal presidente statunitense Wilson a base della Società delle nazioni andavano in una direzione simile. Inoltre, durante il conflitto le popolazioni asiatiche e africane si erano schierate con le potenze dell’Intesa acquistando coscienza delle proprie capacità. Al termine della guerra, specie in Asia e nel mondo arabo, furono avanzate richieste di maggiore libertà e autonomia, quasi a compenso del contributo recato alla vittoria, mentre a favore dei neri d’America e d’Africa si levavano dagli USA le voci del movimento panafricanista (➔ panafricanismo), iniziatosi al principio del secolo. Nella Carta della Società delle nazioni si affermò, sia pure con una formula blanda, il principio che i governi coloniali dovessero «assicurare un equo trattamento agli indigeni» (art. 23), mentre l’art. 22 creò l’istituto del mandato, nei cui successivi sviluppi può scorgersi l’inizio concreto del processo di decolonizzazione. Già nel 1932, con la fine del mandato britannico, nacque l’Iraq quale Stato indipendente.

La decolonizzazione dopo il 1945. All’indomani della Seconda guerra mondiale il processo di d., con tempi e modalità differenziate, riguardò tutti gli Stati colonizzatori senza alcuna eccezione, divenne generale e irreversibile. Durante il conflitto – il cui svolgimento nell’Africa orientale, con la resa delle forze italiane, restituì l’indipendenza all’Etiopia (1941) – la stessa propaganda di guerra, esaltando i valori della democrazia e della libertà, nel cui nome gli Alleati combattevano, e la dichiarazione della Carta atlantica (1941), affermando il diritto dei popoli all’autodeterminazione, avevano suscitato le speranze delle popolazioni coloniali la cui partecipazione al conflitto, con notevole contributo di uomini e di mezzi, accentuò le conseguenze psicologiche già avutesi con la Prima guerra mondiale, rinnovando l’aspirazione a un compenso sul piano politico. Negli incontri preparatori dell’assetto politico internazionale postbellico, le istanze decolonizzatrici furono sostenute, con motivazioni e prospettive diverse, dalle due massime potenze mondiali, USA e URSS, e trovarono espressione nella Carta dell’ONU (1945). Il cap. XI fissava i principi direttivi e alcuni precisi obblighi cui dovevano attenersi i governi che amministravano «territori non autonomi»; i capp. XII e XIII creavano l’istituto dell’«amministrazione fiduciaria», il cui scopo era esplicitamente indicato nell’autogoverno o nell’indipendenza e la cui applicazione era prevista per i territori già sotto mandato, ed eventualmente per quelli sottratti agli Stati vinti e per quelli che le potenze responsabili volessero liberamente sottoporre al nuovo regime. Un’ulteriore spinta alla d. successiva alla Seconda guerra mondiale si era formata all’interno degli Stati coloniali in seguito all’azione per il loro sviluppo economico intrapresa dagli stessi governi coloniali (anche se diretta all’interesse metropolitano). Quasi ovunque era stato stimolato un profondo mutamento delle strutture sociali tradizionali, promuovendo la formazione di élite culturalmente evolute che ora però divenivano l’elemento propulsore delle rivendicazioni di autonomia politica. Tali élite formatesi negli Stati coloniali assunsero come propri gli ideali e i metodi politici occidentali, ma allo stesso tempo rivendicarono, con particolare vigore nel mondo arabo e in Asia, le proprie tradizioni, facendosi interpreti presso e contro i governi coloniali delle aspirazioni all’indipendenza dei loro popoli e promuovendo la creazione di movimenti che variamente contribuirono a dare progressiva diffusione nelle masse agli ideali indipendentistici. Alla pressione esercitata dalle élite colte si era affiancata ben presto l’azione di movimenti, partiti e altre organizzazioni all’interno degli Stati coloniali, tra i quali nel dopoguerra assunsero un ruolo particolarmente attivo quelli di ispirazione marxista-leninista. La lotta per l’indipendenza venne attuata talora attraverso manifestazioni organizzate di resistenza passiva o non cooperazione (Gandhi), a volte attraverso disordini, tumulti, sollevazioni popolari violente fino a vere e proprie guerre di liberazione nazionale (Indocina e Algeria ne furono gli esempi più drammatici). La d. diede luogo alla nascita di Stati formalmente indipendenti e sovrani, ma ancora condizionati dal passato coloniale. Essi, specie in Africa, ereditarono i confini delle antiche colonie, che spesso non tenevano conto degli elementi geografici, sia fisici sia umani. Sono così risultati politicamente divisi territori unitari per motivi naturali o etnici, determinando coabitazioni forzate di gruppi umani diversi e rivali o un frazionamento di gruppi legati da storia e cultura comune e da economie complementari. In taluni casi le risorse hanno continuato a essere utilizzate dagli antichi dominatori o da altri Paesi che si sono a essi sostituiti (neocolonialismo). Vari tentativi di rinnovamento (per es., l’abbandono di colture agrarie di tipo speculativo o i cambiamenti di sede delle capitali) hanno rivelato la tendenza a una nuova organizzazione territoriale che rifletta la reale indipendenza dei Paesi. L’ingresso nell’ONU dei Paesi di nuova formazione sancì la fine del predominio numerico degli Stati occidentali, l’acquisto della maggioranza nell’organo plenario dei Paesi in via di sviluppo e l’esigenza di garantire una più equa rappresentanza degli Stati appartenenti alle differenti aree geografiche. Sulla spinta del processo di d. si formarono inoltre nuove aggregazioni, quali il movimento dei Paesi non allineati e il gruppo dei 77 Paesi in via di sviluppo, basate su fattori di carattere politico ed economico. Per parte loro, al crollo dei rispettivi imperi coloniali, i Paesi europei reagirono in maniera differente: mentre il Regno Unito mantenne stretti legami economici con i Paesi decolonizzati attraverso il Commonwealth, altri Paesi (Francia, Olanda e Belgio) tentarono di impedire il distacco delle colonie ricorrendo a repressioni militari.

La decolonizzazione in Asia. Nell’Asia mediterranea già parte dell’impero ottomano, la Siria e il Libano conseguirono l’indipendenza nel 1946. Nello stesso anno cessò il mandato britannico sulla parte della Palestina eretta nel 1923 in regno di Trans giordania; l’altra parte fu divisa nel 1948 fra il nascente Stato di Israele e la Transgiordania (dal 1949 Giordania). Nel 1967 la Gran Bretagna si ritirò da Aden e fu proclamata l’indipendenza dello Yemen del Sud (unificatosi nel 1990 con lo Yemen del Nord nella Repubblica dello Yemen). Nell’Asia orientale pervennero all’indipendenza nel 1946 le Filippine, sebbene le ultime truppe USA lasciarono il Paese solo nel 1992. L’India cessò di essere britannica nel 1947 con la nascita (15 agosto) dell’Unione Indiana a prevalenza indù, e del Pakistan, a prevalenza musulmana, Ceylon (Sri Lanka) e Birmania (Myanmar) dal 1948. Attraverso aspri contrasti e fasi di conflitto armato acquistò l’indipendenza nel 1949 l’Indonesia olandese. Ancora più drammatico il processo della d. nell’Indocina francese, dove solo dopo un aspro conflitto contro la Francia si giunse agli accordi di Ginevra (1954) che sancirono l’indipendenza di Cambogia, Laos e Vietnam, quest’ultimo diviso fino al 1975 in due Stati a diverso regime politico. Attraverso un graduale processo evolutivo acquistò l’indipendenza nel 1957 la Federazione malese, che dal 1963 con lo Stato di Singapore (poi erettosi in Stato indipendente, 1965) e i territori del Borneo settentrionale Sabah e Sarawak, formò la Malaysia. L’ammissione all’ONU nel 1971 del Bhutan segnò la completa indipendenza di questo Stato, le cui relazioni internazionali erano state curate prima dalla Gran Bretagna e poi dall’India; nel 1971, proclamarono l’indipendenza anche il Bahrein, l’emirato del Qaṭar, la federazione degli Emirati arabi uniti, nel 1984 il Brunei. Rispettivamente del 1997 e del 1999 è il ritorno alla sovranità cinese di Hong Kong, già colonia britannica, e di Macao, ex colonia portoghese. Timor Est, ex colonia portoghese annessa nel 1975 dall’Indonesia, ha acquistato l’indipendenza nel 2002.

La decolonizzazione in Africa. Nel continente africano la d. prese avvio con la decisione dell’Assemblea generale dell’ONU sulla sorte delle ex colonie italiane: la Libia divenne indipendente nel 1951 quale Regno federale; l’Eritrea fu unita nel 1952 all’Etiopia in forma federativa, ma poi privata di qualunque autonomia (avrebbe acquistato l’indipendenza nel 1993). Marocco, Tunisia e Sudan ottennero l’indipendenza nel 1956. Il primo territorio dell’Africa nera in cui giunse a compimento il processo di d. fu la colonia britannica della Costa d’Oro, che assunse il nome di Ghana (1957); con esso si fuse il Togo britannico. Nell’Africa nera francese la strada verso l’indipendenza fu aperta dalla costituzione della Comunità francese (1958), cui non aderì la sola Guinea; gli altri territori ebbero lo status di repubbliche autonome, ma poi, nel corso del 1960, ottennero l’indipendenza Senegal, Mali, Madagascar, Dahomey (attuale Benin), Niger, Alto Volta (attuale Burkina Faso), Costa d’Avorio, Ciad, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Mauritania. Nello stesso 1960, che fu detto «anno dell’Africa», conseguirono l’indipendenza la parte di Camerun meridionale amministrato dalla Francia, cui si unì nel 1961 quella amministrata dal Regno Unito; il Togo; il Congo belga, denominato Zaire (attuale Repubblica democratica del Congo); la Somalia, cui si unì il Somaliland britannico; la Nigeria (cui si unì, 1961, il lembo settentrionale del Camerun). Dei territori britannici pervennero all’indipendenza nel 1961 la Sierra Leone e il Tanganica (dal 1964, unito a Zanzibar e Pemba, indipendenti dal 1963, Tanzania), e nel 1962 l’Uganda. Nel 1962, dal territorio del Ruanda-Urundi amministrato dal Belgio, nacquero i due Stati indipendenti del Ruanda e del Burundi. L’Algeria conquistò l’indipendenza con più lunga e drammatica lotta, protrattasi dal 1954 al 1962, quando la Francia ne riconobbe l’indipendenza. Anche in alcuni territori britannici la presenza di collettività europee restie a ogni concessione rese più contrastato il processo di d.: così il Kenya, dove il malcontento della popolazione africana si espresse nella sanguinosa rivolta dei Mau Mau, giunse all’indipendenza nel 1963. Ancor più tormentata l’evoluzione dell’Africa centrale, i cui territori nel 1953 erano stati riuniti in una Federazione, strumento della supremazia della popolazione di origine europea; nel 1964 si resero indipendenti il Nyasaland (con il nome di Malawi) e la Rhodesia del Nord (con il nome di Zambia); in Rhodesia del Sud la minoranza bianca proclamò unilateralmente l’indipendenza nel 1965 e solo nel 1980 poté nascere lo Zimbabwe. Il processo di d. nell’Africa britannica si completò con l’indipendenza di Gambia (1965), Bechuanaland (1966, col nome di Botswana), Basutoland (1966, col nome di Lesotho), Swaziland (1968). Nel 1968 pervennero all’indipendenza anche la colonia britannica di Maurizio e la Guinea Equatoriale. Nel corso degli anni Settanta si compì la cosiddetta seconda indipendenza dell’Africa, conquistata dai territori già portoghesi con la lotta armata: nel 1974, Guinea Bissau, nel 1975 Mozambico, arcipelago di Capo Verde, São Tomé e Principe, Angola. Negli stessi anni ottennero l’indipendenza anche le isole Comore (1975; a eccezione di Mayotte, rimasta legata alla Francia), le Seychelles (1976) e la Repubblica di Gibuti (1977). Nel 1990, raggiunse l’indipendenza, dopo una lunga lotta, anche la Namibia (ex Africa del Sud-Ovest, colonia tedesca).

La decolonizzazione in America e Oceania. In America e Oceania, la d. ha riguardato territori con superfici ed entità demografiche esigue e solo in alcuni casi con importanza strategica o economica. Nell’America Centrale e Meridionale sono giunti all’indipendenza: nel 1962, Giamaica e isole Trinidad e Tobago; nel 1966, Guiana già Britannica e Barbados; nel 1973, Bahama; nel 1974, Grenada; nel 1975, Suriname (ex Guiana Olandese); nel 1978, Dominica; nel 1979, Saint Lucia, Saint Vincent; nel 1981, Belize (ex Honduras Britannico), Antigua e Barbuda; nel 1983, Saint Kitts e Nevis. Nell’Oceano Indiano: nel 1965, sultanato delle Maldive (Repubblica dal 1968). Nell’Oceania: nel 1962, Samoa occidentali; nel 1968, Nauru, ex amministrazione fiduciaria dell’Australia; nel 1970, Tonga, Figi; nel 1975, Papua-Nuova Guinea; nel 1978, isole Salomone, già britanniche, isole Tuvalu, staccatesi (1975) dalle Gilbert, indipendenti dal 1979 con il nome di Kiribati; nel 1980, Nuove Ebridi, con il nome di Vanuatu.

Le colonie ancora esistenti. Dei vasti domini coloniali di un tempo resta ben poco, ove si prescinda dai territori antartici, che, per il fatto di essere pressoché disabitati, non possono essere considerati alla stregua degli altri possedimenti. La Gran Bretagna amministra una dozzina di colonie (alcune con autonomia interna); la Francia amministra 9 tra dipartimenti e territori d’oltremare. Ai Paesi Bassi rimangono le Antille Olandesi (nel 1986 se ne distaccò Aruba). La Spagna conserva sulla costa del Marocco Ceuta e Melilla. Gli Stati Uniti amministrano 12.000 km2 di isole dell’America Centrale e dell’Oceania di cui quasi il 90% concentrato nello «Stato associato» di Puerto Rico. 

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