CARACCIOLO, Diego Innico

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 19 (1976)

di Giuseppe Pignatelli

CARACCIOLO, Diego Innico. - Nacque a Martina Franca (Taranto) da Francesco, duca di Martina, e da Stefania Pignatelli dei duchi di Monteleone, il 18 luglio 1759. Destinato dalla famiglia alla carriera ecclesiastica, ancora fanciullo fu inviato a Roma per ricevervi un'adeguata istruzione e dal 1767 fu alunno del Collegio Clementino. A vent'anni divenne prelato domestico di S. Santità e, dopo aver conseguito presso l'archiginnasio della Sapienza la laurea in utroque iure, fu nominato referendario delle due Segnature. Dal 1782 il C. fu addetto come prelato alla Congregazione delle Indulgenze e sacre reliquie; frattanto, nel 1786 venne destinato a reggere il governatorato di San Severino, nell'autunno del 1790 fu trasferito con la stessa carica a Iesi e dal 7 maggio 1794 all'ottobre 1795 fu governatore di Fermo. Esercitò questi incarichi dando prova di una rigorosa onestà, ma, mostrandosi sostanzialmente inadatto a ricoprire cariche amministrative di maggior rilievo a causa di una notevole debolezza di carattere. Pio VI, richiamatolo a Roma, ritenne invece opportuno utilizzare la sua esperienza nel cerimoniale, il suo nobile portamento e il suo fervore religioso nell'ufficio di maestro di camera.

Nel febbraio 1798, occupata Roma dalle truppe francesi e proclamata la Repubblica romana, il C. seguì Pio VI nell'esilio, prima a Siena, poi alla Certosa di Firenze, infine in Francia, a Grenoble e a Valence.

Qui, insieme con il gesuita G. Marotti e con mons. Giuseppe Spina, assistette alle ultime ore del papa: fu lui, come maestro di camera, a recitare per il pontefice ormai in coma la professione di fede e poi a compilare, nella sua qualità di protonotario apostolico (lo era dal 1793), il rogito con l'atto di morte, una copia del quale fu inviata a tutti i cardinali (29 ag. 1799).

Ritornato in Italia, fu a Venezia durante il conclave che elesse il 14 marzo 1800 al soglio pontificio Barnaba Chiaramonti con il nome di Pio VII: questi confermò immediatamente il C. nella carica di maestro di camera, poi, giunto a Roma, nel primo concistoro dell'11 ag. 1800, lo elevò alla porpora cardinalizia, soprattutto in considerazione della fedele assistenza da lui prestata a Pio VI. Gli fu assegnato il titolo presbiteriale di S. Agostino e la prefettura della Congregazione delle Indulgenze e sacre reliquie: fu anche membro delle Congregazioni dei Vescovi e regolari, della Residenza dei vescovi, dei Riti, della Consulta e del Buon Governo. Con decreto 27 ott. 1800 Ferdinando IV re di Napoli gli conferì le badie di S. Maria del Patire e di S. Maria di Montelateglia.

Rioccupata Roma dai Francesi nel 1808, il C. fu espulso da Roma e si stabilì per qualche tempo a Fondi. Nel settembre, adducendo come scusa una malattia, rifiutò l'invito di Gioacchino Murat che l'avrebbe voluto a corte. Ritornò in seguito a Napoli, dove fu legato da fraterna amicizia al barnabita, già in fama di santità, Francesco Saverio Bianchi, che divenne suo consigliere e confessore. Privato dal governo murattiano di tutti i beni e le rendite poté ancora nel 1811 per le sue precarie condizioni di salute evitare il viaggio a Parigi, ove, come a tutti gli altri cardinali, gli era stato imposto di andare.

Al ritorno di Pio VII raggiunse di nuovo Roma, ottenendo il 26 sett. 1814 il titolo vescovile di Palestrina ritenendo in commenda quello di S. Agostino. Caduto il governo murattiano, il C. poté rientrare a Napoli nel giugno 1815, incaricato dal papa di recare a Ferdinando IV le sue felicitazioni per il recupero del Regno. Tale ufficio fu gradito al re, il quale con decreto del 17 giugno 1815 stabilì che gli fossero restituiti tutti i beni confiscati dal precedente regime e, nel luglio successivo, proponendo al governo pontificio l'inizio di trattative per un nuovo concordato, chiese che la S. Sede fosse rappresentata dal Caracciolo. Roma accettò le proposte napoletane; ma il Consalvi, conoscendo bene le limitate capacità del C., ritenne opportuno farlo assistere da un esperto teologo, che fu scelto nella persona di mons. Filippo Guidi, consultore della Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, il quale fu inviato a Napoli soltanto il 21 ott. 1815, avendo dovuto attendere la stesura delle "istruzioni segrete".

Queste erano molto rigide e non prevedevano alcuna autonomia per il C., che avrebbe dovuto informare minuziosamente sullo sviluppo delle trattative la segreteria di Stato, alla quale era riservata ogni decisione. Una nuova pausa prima dell'inizio dei negoziati fu determinata dalla richiesta napoletana che al C. e al Guidi fosse attribuita la qualità di plenipotenziario. Dopo l'arrivo da Roma delle plenipotenze (14 novembre) e la nomina dei plenipotenziari napoletani Circello, Medici e Tommasi (2 dicembre) finalmente poterono iniziare il 10 dicembre gli incontri tra le due parti.

Nelle sei conferenze del 10, 11, 17 e 30 dic. 1815 e 5 e 15 genn. 1816, benché nessuna delle due parti sperasse in una prossima conclusione delle trattative, si cercò di porre le basi per una riorganizzazione della Chiesa nel Regno senza affrontare le questioni di principio. In sostanza prevalsero le richieste napoletane, mentre il C. e il Guidi si limitarono ad un'opera di moderazione.

Questi erano in sintesi i punti principali concordati: si sarebbe effettuata una nuova circoscrizione delle diocesi tenendo conto dell'importanza civile delle città e del numero degli abitanti; ogni diocesi avrebbe dovuto avere una rendita non inferiore ai 3.000 ducati annui e un solo seminario; per la collazione dei vescovadi, rimanendo fermi quelli di patronato regio, al re sarebbe stato inviato un indulto papale che lo autorizzasse al loro conferimento (a questo proposito rimase il dissenso fra i plenipotenziari pontifici, che avevano chiesto che da parte regia fosse presentata al papa una terna, e i rappresentanti napoletani, che volevano un diritto di nomina sciolto da tale condizione); gli arcivescovi e i vescovi avrebbero fatto un piano di nuova delimitazione delle parrocchie; le ordinazioni sacerdotali sarebbero state libere da vincoli fino al rapporto di sette per mille abitanti, mentre per superare tale indice sarebbe stato necessario il permesso regio; venivano riconosciute valide le alienazioni dei beni ecclesiastici già effettuate ai privati, ma quelli ancora in possesso del demanio, per cui si calcolò una rendita annua di 900.000 ducati, dovevano servire per dotare gli istituti ecclesiastici privi di beni sufficienti; rimanevano in vigore le leggi di ammortizzazione; le immunità ecclesiastiche reali e personali venivano abolite, mentre l'immunità locale era ristretta li alle chiese cattedrali per i soli delitti civi in materia di censura la Chiesa poteva chiedere al governo il divieto di stampa e d'introduzione dei libri; infine, la comunicazione dei vescovi con il papa era libera quando non produceva effetti nel foro esterno.

Prontamente informato dal C. sull'andamento degli incontri, il Consalvi non ne fu per nulla soddisfatto e non esitò ad esprimere la sua disapprovazione. Di fronte al risentimento del C., che desiderava ricevere da Roma "maggior sollecitudine, più istruzione e se fosse possibile meno rimproveri, avendo anche riguardo che il fine comune e principalmente il nostro è diretto al decoro della Chiesa e al vantaggio spirituale di questo Regno" (dispaccio del 24 febbr. 1816, in Pásztor, p. 227 n. 43), il segretario di Stato rimise nel marzo l'esame della situazione a una congregazione composta dai cardinali Mattei, Di Pietro, Pacca e Fontana (il Lambruschini fungeva da segretario e relatore).

Le decisioni, comunicate al C., raccomandavano di ottenere una sostanziale modifica degli articoli convenuti nelle sei conferenze, sulla base del concordato del 1741: imperativo era l'ordine che "venga rispettata, e osservata l'immunità ecclesiastica Dei ordinatione,et canonicis sanctionibus constitutam" (Consalvi al C., 27 apr. 1816, in Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato, a. 1827, rubr. 252, b. 460, fasc. 1); altrimenti il C. e il Guidi avrebbero dovuto interrompere le trattative e tornare a Roma.

Ma, ancora una volta, il C. tenne in poco conto le istruzioni del Consalvi: nel frattempo, infatti, il Guidi aveva redatto un progetto di concordato che accoglieva quasi del tutto i risultati delle precedenti conferenze, e il C. ne inviò copia a Roma per ottenere l'autorizzazione a sottoscriverlo (6 maggio). Poi, mentre la congregazione cardinalizia respingeva il documento del Guidi, e il Lambruschini, aiutato dal Mauri, compilava sotto la supervisione del segretario di Stato un controprogetto, il 31 maggio il C., cedendo alle pressioni dei plenipotenziari napoletani, si piegò all'immediata firma del progetto, pur subordinandone la validità all'approvazione del papa. Il Consalvi il 6 giugno, inviandogli il controprogetto, sconfessava l'operato del C. con termini aspri ("Io non posso dissimulare a Vostra Eminenza la viva amarezza provata dalla Santità di Nostro Signore alla stessa prima lettura de' nuovi articoli spediti in Roma, e distesi non più dalle penne dei Ministri della Corte, ma dalla stessa Delegazione Apostolica. Il Santo Padre non sa comprendere come siansi potuti distendere articoli tali, dopo che, in seguito anche dei lumi suggeriti da una Congregazione di alcuni signori Cardinali, aveva Sua Santità sì apertamente, e sì solennemente disapprovati, e ricusati quelli delle note sei conferenze, de' quali questi in sostanza non sono che una copia"; Ibid., fasc. 2) e il 14 giugno gli intimava di tenerlo come base delle future trattative. I tentativi fatti in tal senso dal C. con i plenipotenziari napoletani non ebbero successo: il Circello il 7 luglio comunicò un netto rifiuto e i negoziati vennero sospesi per molti mesi. Soltanto il 18 apr. 1817, dopo che Ferdinando I aveva deciso la nomina di trentotto vescovi e il trasferimento di altri tre, il Consalvi autorizzò il C. a riprendere le trattative tenendo come base il testo del 31 maggio 1816, a condizione però di "strettamente attenersi alle istruzioni contenute nei Fogli, che le verranno ricapitati" (Ibid.). Il C. era pressoché esautorato: alcuni nuovi incontri nel maggio e nel giugno non portarono ad alcun risultato. Ormai del tutto privo di fiducia nelle capacità del C., il Consalvi, sopraggiunta nel luglio la morte del Guidi, il 1º agosto propose formalmente il trasferimento delle trattative a Roma e, in seguito al decreto napoletano del 2 sett. 1817 sul Liceat scribere e sul R. Exequatur con cui si rinnovava il divieto ai vescovi ed ecclesiastici di ricorrere al papa e di pubblicarne le decisioni, al C. fu ingiunto "di non far più uso dei poteri a lui conceduti per le trattative con quella Reale Corte" (Maturi, p. 99). Dopo un nuovo scambio di note tra il Circello e il Consalvi, avvenuto tramite il C. tra l'ottobre e il 19 dicembre, il governo napoletano, preoccupato di risolvere la questione dei vescovi neoeletti, cui Roma rifiutava l'istituzione canonica, e soggetto alle pressioni del sovrano, ammorbidì la sua linea; il 26 dicembre fu lo stesso Circello a chiedere al Consalvi un incontro diretto per porre le basi di un accordo: questa proposta fu accettata e il concordato fu concluso rapidamente a Terracina fra il 6 e il 16 febbr. 1818, dal ministro Medici e dal segretario di Stato pontificio, sulla base del progetto del Guidi ma con notevoli rimaneggiamenti in gran parte favorevoli alla S. Sede.

Il C. fu informato degli incontri di Terracina soltanto il 6 febbraio da parte del marchese di Circello (lo stesso giorno era partito da Roma un dispaccio del Consalvi), quando già il Medici s'era messo in viaggio: e fu quest'ultimo, il 17 febbraio, a riferirgli brevemente per incarico del Consalvi sul risultato positivo delle trattative. In seguito al veto napoletano alla nomina di Luigi Ruffo di Scilla, arcivescovo di Napoli, a delegato apostolico per l'esecuzione del concordato e per la nuova circoscrizione delle diocesi (Maturi, p. 119), tali incarichi vennero affidati al C., cui fu però affiancato come coadiutore mons. Alessandro Giustiniani. Ma in realtà fu quest'ultimo, che diverrà più tardi, dal 22 apr. 1822, nunzio a Napoli dopo oltre quarant'anni di interruzione di ufficiali relazioni diplomatiche, ad esercitare di fatto queste funzioni, tanto che il C., benché "uomo buono ed ingenuo" (Giustiniani a Consalvi, 13 ott. 1818, in Maturi, p. 341, capì la situazione e avvertì il Consalvi di ritenere più opportuno che i dispacci relativi all'esecuzione del concordato venissero redatti e firmati dal Giustiniani stesso (lettera del 2 ott. 1818: Arch. Segr. Vat., Esteri, busta 460, fasc. 4).

Nel 1818 il C. ebbe, come ricompensa per la sua paziente attività al servizio della Curia romana, la nomina a prefetto della Segnatura di giustizia, ma non lasciò Napoli, ove lo colse la morte il 24 genn. 1820. Fu sepolto nella cattedrale di Napoli, nella tomba degli arcivescovi.

Fonti e Bibl.: Arch. Segr. Vat., Segr.di Stato,Lettere di vescovi e di prelati, 313, f. 310; 314, f. 263; 315, ff. 256-259; 316, f. 184; 320, f. 310; 321, ff. 130, 179-197, 277-285; 322, f. 64; Ibid., Segr. di Stato, a. 1827, rubr. 252, Esteri 458-462 (trattative per il Concordato); Notizie per l'anno1783, Roma 1783, p. 65; 1787, p. 281; 1791, p. 290; 1794, pp. 183; 1795, pp. 143, 184; 1796, pp. 162, 169; 1818, pp. 37 s.; 1819, pp. 20 s.; L. V. Cassitto, Orazione ne' funerali dell'e.mocard. D. I. C. vescovo di Palestrina, Napoli 1820; P. Cavedoni, Biogr. del cardinale I. D. C., in Continuazione delle Memorie di relig. di moralee di letteratura, VI, Modena 1837, pp. 251-260; P. Baldassari, Relaz. delle avversità e patimentidel glorioso papa Pio VI negli ultimi tre anni delsuo pontificato, Modena 1842, passim (l'autore era segretario del C. durante l'esilio); R. De Minicis, Serie cronol. degli antichi signori de' podestà e rettori di Fermo..., Fermo 1855, p. 63; W. Maturi, Il concordato del 1818 tra la Santa Sede e leDue Sicilie, Firenze 1929, passim; L. von Pastor, Storia dei papi, XVI, 3, Roma 1955, ad Indicem; L. Pásztor, La Congregazione degli Affari eccles. straordinari dal 1814, al 1850, in Arch. hist. pont., VI (1968), pp. 227-231, 238; F. Fabris, La genealogia della fam. Caracciolo, a cura di A. Caracciolo, Napoli 1966, tav. XXV bis; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica..., VII, Patavii 1962, pp. 3, 5, 6, 38,40, 50.

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