GRANDI, Dino

GRANDI, Dino

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 58 (2002)
di Paolo Nello

GRANDI, Dino. - Nacque a Mordano, presso Imola, il 4 giugno 1895, da Lino e Domenica Gentilini.

Il padre era un piccolo imprenditore agricolo fattosi da sé; la madre una maestra elementare. In famiglia il G. respirò un'aria di robusto patriottismo, alimentata da memorie risorgimentali ancora fresche; e si appassionò presto alla politica in un clima caratterizzato dalle lotte contadine della Valle Padana. In casa poté conoscere A. Costa, amico dei suoi; ed ebbe, come insegnanti elementari, un socialista e un repubblicano, protagonisti di accese discussioni col padre, liberale e monarchico, ma con un debole per la passione nazionale di G. Mazzini.

Al liceo classico Ariosto di Ferrara il G. incontrò Italo Balbo, fervente repubblicano; e si accostò a Pagine libere, rivista di un sindacalismo rivoluzionario attivissimo nella città estense. Nel pensionato cattolico, dove viveva, il G. fu introdotto alle idee della Lega democratica nazionale postmurriana, per la quale inizialmente simpatizzò. Innamoratosi delle opere di A. Oriani, seguì con passione le riviste allora dette d'avanguardia, con particolare interesse per La Voce di G. Prezzolini. Si formò, così, nell'atmosfera severamente contestatrice del giolittismo in nome del nazionalismo e del radicalismo nazionale in politica e del neoidealismo e delle "filosofie della vita" sul piano della lotta al positivismo in campo culturale.

Iscrittosi, nel 1913, a giurisprudenza nell'ateneo bolognese, il G. si scoprì vocato alla professione giornalistica. Decisivo fu l'incontro con N. Quilici e, tramite lui, con M. Missiroli, direttore de Il Resto del carlino.

Il primo lo avviò al praticantato, portandoselo dietro, fra l'altro, sia a Vienna alla vigilia dell'attentato di Sarajevo, sia a Roma, dove il G. fece il "pastonista" parlamentare, timidamente accostandosi agli ambienti del grande giornalismo dell'epoca (conobbe anche personalmente Prezzolini). Il secondo gli fece da maestro; e in specie la sua opera Monarchia socialista rafforzò nel G. la convinzione che la questione sociale dovesse trovare la sua soluzione in un rinnovamento e potenziamento della funzione dirigente del liberalismo senza cedimenti alla controcultura socialista. Solo così il movimento di ascesa dei ceti popolari avrebbe potuto servire la causa del compimento dello Stato risorgimentale, eliminando la frattura tra paese legale e paese reale con la nazionalizzazione delle masse; mentre G. Giolitti era accusato di indebolire lo Stato, "infeudandone" pezzi alle organizzazioni extraistituzionali e internazionalistiche del socialismo. Non stupisce che il G., spintovi dallo stesso Quilici, abbia più che simpatizzato, in questo periodo, per il "giovane liberalismo" di G. Borelli, e poi per i gruppi nazional-liberali, staccatisi dall'Associazione nazionalista italiana dopo la sua svolta antiliberale del 1914. Tanto da operare, il G., nel 1915, quale segretario di redazione del neonato settimanale L'Azione, fondato e diretto da P. Arcari e A. Caroncini (allievo di V. Pareto e M. Pantaleoni e professore a Bologna).

Inviato dal Resto del carlino a raccogliere notizie sulla famosa riunione della direzione socialista che espulse B. Mussolini, nel novembre 1914, il G. volle, tuttavia, manifestare subito per iscritto la sua ammirazione per il "convertito" all'interventismo. Le cui ragioni finì per condividere assai più di quelle di A. Salandra, tanto da essere protagonista, insieme con S. Panunzio, del grande comizio studentesco per la guerra, organizzato all'Università di Ferrara, nell'aprile 1915, dal Fascio rivoluzionario estense.

Entrata l'Italia nel conflitto nel maggio successivo, il G. presentò invano domanda di arruolamento volontario. Richiamato alle armi con la sua classe, fu ufficiale degli alpini, guadagnandosi sul campo la promozione a capitano, oltre a una medaglia d'argento e a una di bronzo.

Partì con la camicia rossa sotto quella di ordinanza e con l'entusiasmo tipico della sua generazione educata alla scuola "carducciana"; convinto, come tanti coetanei, di andare a compiere il Risorgimento con una guerra di popolo, che avrebbe "educato" e "riformato" la nazione, costituendola in unità morale e proiettandola da protagonista sul proscenio europeo. La lunga e dura realtà del conflitto di trincea, così poco romanticamente garibaldino e così tanto anonimo nella sua natura di estenuante cozzo di logoramento di mezzi e di masse, lo restituì al dopoguerra voglioso, soprattutto, di normalità privata.

Approfittando delle speciali provvidenze per gli studenti ex combattenti, tra la fine del 1919 e i primi del 1920 il G. si laureò e conseguì il diploma di procuratore legale. La sua tesi in economia politica, per la quale chiese lumi anche a Pareto, G. Salvemini e F. Turati, e di cui fu relatore F. Flora, rivelava fin dal titolo una fede liberista: "La Società delle Nazioni e il libero scambio", visto, quest'ultimo, quale unica soluzione per impedire una nuova "lotta di classe internazionale" fra nazioni "proletarie" e nazioni "plutocratiche".

Il G. continuava, infatti, a proclamarsi liberale, come attestato dalla sua assidua collaborazione a La Libertà economica di A. Giovannini; ma coniugava tale idea con categorie desunte dal nazionalismo, dagli eretici della sinistra, da certe sintesi operate nel crogiolo interventista. Fu, pertanto, convinto assertore della tesi dei due pesi e delle due misure adottate dagli ex alleati in materia di giustizia internazionale, con conseguente "mutilazione" della vittoria italiana; avversò duramente il "bolscevismo" nostrano, ma sperò in una conversione al liberalismo e alla nazione del socialismo riformista; considerò positivamente il leninismo quale atto di ribellione di una nuova Russia nazionalrivoluzionaria alle "prepotenze" degli occidentali, equiparando il significato di tale rivoluzione a quello, per l'Italia, dell'impresa fiumana di G. D'Annunzio.

Deluso dagli esiti di un dopoguerra così diverso dai sogni del "maggio radioso", e ormai rassegnato alla resa dello Stato liberale, la cui classe dirigente gli appariva incapace di rinnovarsi, il G. si sarebbe probabilmente dedicato solo all'avvocatura o al giornalismo, se non fosse stato fatto oggetto, a Imola, di un attentato da parte di elementi dell'estrema sinistra nell'ottobre 1920. Subito dopo i tragici fatti di palazzo d'Accursio (21 novembre), il G. si iscrisse al Fascio di combattimento di Bologna, dove assunse immediatamente un ruolo di primo piano, come direttore dell'organo L'Assalto, per divenire in seguito segretario politico regionale dei fasci emiliano-romagnoli.

Inizialmente il G. attribuì al fascismo una semplice funzione "reattiva", di restaurazione della legalità, tanto da cercare un dialogo con i socialisti per convincerli a schierarsi su posizioni turatiane. Ma poi il solco scavato dalle violenze, l'entusiasmo per le vittorie conseguite dallo squadrismo, la nuova realtà dei sindacati nazionali edificati sulle macerie delle brutalizzate organizzazioni della sinistra, persuasero il G. del contrario. E cioè che il fascismo, pur rimanendo, alla lunga, un fenomeno transitorio, rappresentasse in toto la nazione, e che, dunque, da esso sarebbero dovuti nascere nuovi partiti e sindacati in sostituzione di quelli vecchi, giudicati o antinazionali o nazionalmente inadeguati.

Eletto deputato nella lista del Blocco nazionale nel maggio 1921 (ma dichiarato decaduto, perché sotto i trent'anni, nel giugno 1922), il G. si oppose al patto di pacificazione (voluto da Mussolini nell'estate di quello stesso anno) per non privare i sindacati nazionali della Valle Padana dell'indispensabile ombrello dello squadrismo.

La contestazione dei fascisti padani fu, allora, durissima, al punto da causare quasi la spaccatura del movimento; e proprio il G., con Balbo, venne inviato a visitare D'Annunzio a Gardone per offrirgli la guida dello squadrismo ribelle. La deludente risposta del "vate", la constatazione che per il fascismo Mussolini rimaneva un leader insostituibile, l'esperienza del congresso romano dell'Augusteo - tenutosi, nel novembre successivo, al chiuso d'un teatro e in un clima quasi di "assedio" -, così inusitata per capi e capetti abituati a spadroneggiare in periferia, convinsero il G. della bontà di molte delle ragioni del contestato. Perciò, una volta ottenuti il sacrificio del patto e il riconoscimento del peso del fascismo padano in un movimento non più solo "milanese", il G. fu il primo, fra i "signori" della rivolta, a rendersi conto della necessità di assecondare la linea politico-parlamentare di Mussolini, giudicando assolutamente velleitaria, e quindi suicida, l'opposta attitudine "rivoluzionaria" dei ras di provincia.

Durante la marcia su Roma il G. - capo di stato maggiore del quadrumvirato fascista - fu persino più moderato di Mussolini: tanto da dover subire l'accusa di tentata "mutilazione" della vittoria per essersi dichiarato favorevole a una soluzione V.E. Orlando o Salandra. Sottoposto a un periodo di "quarantena" politica, nel corso del quale rifiutò di fatto l'offerta mussoliniana del vicecommissariato generale per l'emigrazione, il G. fu poi eletto deputato nell'aprile 1924, e ricoprì la carica di vicepresidente della Camera. Durante la crisi seguita all'assassinio di G. Matteotti il G. sostenne intransigentemente Mussolini, da cui fu nominato sottosegretario all'Interno nel luglio 1924 (ministro L. Federzoni).

Al Viminale il G. si distinse per il totale allineamento con le posizioni di Mussolini: avverso, ovviamente, all'antifascismo, contrastò anche l'"illegalismo" del radicalismo fascista, predicando l'assoluta necessità della "normalizzazione" del Partito nazionale fascista (PNF) e della sua stretta subordinazione allo Stato. Agli uni oppose il principio dell'irreversibilità della conquista fascista del potere; agli altri il dovere per il fascismo, ottenuto il governo, di farsi Stato, risolvendo la rivoluzione in una nuova legalità, con inevitabile sacrificio della "santa canaglia" estremista, da lui giudicata sempre dannosa una volta finito il tempo delle barricate. Non a caso, quando a Firenze, il 31 dic. 1924, a tre giorni dal famoso discorso mussoliniano alla Camera del gennaio 1925, le camicie nere di T. Tamburini si presentarono in forze davanti al carcere delle Murate per liberare i camerati reclusi, il G. ordinò personalmente ai carabinieri di sparare sui fascisti in caso di attacco.

Nel maggio 1925 il duce volle il G. sottosegretario agli Esteri (ministro Mussolini) con l'esplicito incarico di fascistizzare un dicastero quasi nemmeno lambito dai nuovi venuti. Sulle prime il G. non apprezzò affatto questo suo allontanamento dalla politica interna e di partito (a vantaggio di L. Arpinati a Bologna), e giudicò la decisione un ingrato cedimento alle richieste del segretario del PNF, R. Farinacci (cogliendo in parte nel segno). Ben presto, tuttavia, la scelta mussoliniana si dimostrò azzeccata e lo stesso G. arrivò a definire gli Esteri la vera vocazione della sua vita.

L'opera del G. consistette essenzialmente nella massiccia immissione, mediante concorso, di elementi fascisti nei ruoli ministeriali, nell'assunzione in proprio delle funzioni di segretario generale (cioè di capo della "carriera"), nella ristrutturazione del dicastero e nella riforma dell'intero ordinamento diplomatico e consolare.

Nel settembre 1929 il G. fu promosso ministro con l'incarico di rendere unitaria, organica e autonoma la politica estera italiana.

Ormai pressoché risolto il problema della stabilizzazione del regime, e parzialmente rimessasi in movimento la situazione internazionale, il duce intendeva dinamicizzare la diplomazia fascista, fin lì subalternizzata alle esigenze prioritarie della politica interna. Di qui la decisione di "delegare" a un altro la conduzione del ministero, anche per poter eventualmente usare il G. come capro espiatorio in caso di insuccesso. La scelta dimostrava, poi, quanto Mussolini apprezzasse il lavoro di un uomo che identificava ormai il fascismo nella dittatura "di salute pubblica" del duce e concepiva il rapporto tra quest'ultimo e i gerarchi nei termini di quello tra Napoleone e i suoi marescialli.

La consegna ricevuta dal "capo" prevedeva che l'Italia approfittasse del rinnovato attrito franco-tedesco, dopo la fase distensiva di A. Briand e G. Stresemann, per costringere Parigi a soddisfare le richieste di Roma, ottenendone in cambio la collaborazione per la difesa dell'ordine europeo.

Pur consapevoli che la questione dell'indipendenza austriaca avrebbe continuato a dividere Italia e Germania, Mussolini e il G. intendevano esibire una politica di "fredda equidistanza" tra Parigi e Berlino per convincere la prima a saldare il "debito" contratto con gli Italiani nel 1919 a Versailles. In tale ottica sarebbe stato necessario conseguire l'obiettivo dell'intesa con la Francia prima che la Germania costituisse una minaccia reale per tutti; impresa, questa, per nulla facile, visto che Parigi riteneva di avere con Roma il coltello austriaco dalla parte del manico, e che l'Italia pretendeva di essere riconosciuta dalla Francia come grande potenza a livello paritario in Europa e nel Mediterraneo.

Per premere sulla controparte il G. finì per giudicare non sufficienti né le iniziative antifrancesi nell'area danubiano-balcanica (satellizzazione dell'Albania, nonché sostegno al revisionismo ungherese e ai separatismi macedone e croato), né i segnali distensivi lanciati alla Germania. Decise, allora, di mutare atteggiamento nei confronti della Società delle Nazioni, trasformandola nel polmone della sua azione diplomatica. E ciò non per un improvviso amore per l'istituzione tanto invisa al fascismo quanto per l'opinione che Ginevra fosse comunque la sede di dibattimento delle grandi questioni europee e potesse costituire un ottimo campo di manovra per una potenza mirante a ottenere per via diplomatica un rango superiore a quello corrispondente alla sua effettiva forza economica e militare. Occorreva, in sostanza, mostrarsi sostenitori della Società delle Nazioni al solo scopo di servirsene in funzione dei programmi italiani.

Autorizzato da Mussolini all'impiego del "più spudorato linguaggio della menzogna", il G. inaugurò una stagione del tutto anomala nella politica estera fascista, caratterizzata da una linea apparentemente societaria, locarnista, persino disarmista e pacifista. Tutto ciò al fine di accreditare gli Italiani presso gli Inglesi (e, al di fuori della Società delle Nazioni, presso gli Americani) quali soci più affidabili dei Francesi in materia di stabilizzazione europea, "nevrastenizzando" al contempo Parigi con l'attraversare sistematicamente i suoi piani, col patrocinare la causa della pari dignità tedesca, con l'avanzare proposte miranti a far ricadere sulla Francia la responsabilità dell'eventuale fallimento delle trattative in corso sul disarmo (a proposito delle quali basterà ricordare la Conferenza navale di Londra del 1930 e quella generale di Ginevra del 1932).

L'azione del G. valse, indubbiamente, ad accrescere il prestigio internazionale dell'Italia fascista, che ebbe ottimi rapporti con Londra e con Washington. Ma - a parte un'avance di P. Laval nel luglio 1931, lasciata cadere da Roma, perché giudicata prematura, nonostante un esplicito riferimento all'Etiopia - essa non recò il frutto di un decisivo ammorbidimento francese, né quello di una significativa pressione britannica su Parigi a beneficio del punto di vista italiano. Al contrario, l'aggravarsi della crisi economica e politica europea sfociò in un rafforzamento dell'intesa anglo-francese, manifestatosi alla Conferenza di Losanna sui debiti e le riparazioni di guerra, nel luglio 1932. Già sottoposto a frequenti e pesanti critiche all'interno per una politica giudicata contraria all'ideologia fascista, il G. scontò l'insuccesso con il licenziamento, svolgendo la funzione preventivata di capro espiatorio di una linea voluta, in realtà, da Mussolini; anche se il G. aveva finito per distinguervisi per fervore societario.

Fu Balbo, da tempo ai ferri corti con l'ex amico per rivalità personale e per dissidio politico, a rendersi clamorosamente portavoce, su Il Popolo d'Italia del 31 luglio, del malcontento fascista e della volontà di uno stile più "littorio" in diplomazia. Ma che il duce non fosse così insoddisfatto del proprio collaboratore fu dimostrato dalla successiva destinazione del G.: la strategica ambasciata di Londra. La Gran Bretagna avrebbe dovuto svolgere un ruolo centrale nel progetto mussoliniano di patto a quattro, ovvero di "direttorio" europeo, con Roma e Londra a elementi arbitrali dell'attrito franco-tedesco, negli auspici così foriero di una vantaggiosa, per l'Italia, intesa italo-francese.

Il G. si era già attirato molte simpatie in terra d'Albione e pareva l'uomo giusto per trattare con gli Inglesi; e, in effetti, divenne un anglofilo sincero e adottò persino un certo stile britannico. Non solo: come ambasciatore si dimostrò abilissimo nello sfruttare l'arma dell'amicizia personale, comunque cruciale con gli Anglosassoni. E non mancò di suscitare l'ammirazione di diplomatici e politici operanti a Londra, abbellendo la sede di Grosvenor square con opere d'arte prelevate dai magazzini dei nostri musei, dove esse giacevano inutilizzate. Riorganizzò, poi, tutta la "macchina" dell'ambasciata, adeguandola, a modo suo, alle esigenze del regime cui apparteneva. Grosvenor square divenne, pertanto, il centro di una molteplice attività organizzativa e propagandistica, rivolta non solo alla comunità italiana, ma anche agli interlocutori britannici, e che tornò assai utile nei momenti di maggior contrasto tra Roma e Londra, a cominciare dall'affaire abissino. Freddo nei confronti dell'"universalfascismo" e ostile all'interferenza ideologica nella politica estera, il G. sostenne le camicie nere di O. Mosley più per dovere (cioè per obbedienza a Roma) che non per convinzione. Salvo una prima, breve illusione, egli non credette mai alla possibilità di una "fascistizzazione" del sistema politico inglese; e dunque giudicò più conveniente operare sui tradizionali partiti britannici, senza escludere i laburisti, almeno fino alla crisi etiopica. Con i conservatori, infatti, il G. giocò la carta del Mussolini anticomunista e "disciplinatore" del popolo italiano; con i laburisti quella del Mussolini riformatore sociale, grazie al corporativismo; con entrambi valorizzò la ben diversa moderazione del duce rispetto ad A. Hitler sulle questioni europee. Particolare fu la cura dedicata dal G. ai rapporti con la stampa britannica; e in ciò gli giovò assai l'amicizia acquisita con lord W. Beaverbrook e lord H. Rothermere, proprietari di importanti testate.

Fermo alla concezione della transitorietà del fascismo (che, a suo parere, in quanto regime a partito unico, non sarebbe sopravvissuto a Mussolini) e a quella della sua esclusiva funzione di strumento dell'imperialismo italiano, il G. non ebbe mai alcuna debolezza per il nazionalsocialismo, se non come spauracchio da agitare davanti alla Francia per costringerla a patti con l'Italia. Fu, dunque, favorevole all'uso della carta tedesca a scopo tattico, ma nella inalterata convinzione che gli interessi strategici di Roma e Berlino rimanessero opposti. Persuaso, al pari di Mussolini, che i tempi del revanscismo germanico sarebbero stati più lenti di quanto poi, invece, avvenne, il G. giudicò raggiunti gli obiettivi italiani con l'intesa Mussolini-Laval del gennaio 1935 e con il "fronte di Stresa" dell'aprile successivo. Intransigente sul "diritto" italiano a "marciare" in Etiopia, il G. arrivò ad "annacquare" i rapporti inviati a Roma sull'ostilità inglese alla campagna abissina, pur di spingere il duce a trarre il dado nel momento della sua incertezza sull'attitudine britannica; e contribuì a combinare un pasticcio, come dimostrato dall'invio della Home Fleet nel Mediterraneo, in settembre, e dalle sanzioni della Società delle Nazioni, in novembre. Capita l'antifona, il G. usò lo stesso metodo per comporre quanto prima il dissidio anglo-italiano e impedire un eccessivo avvicinamento italo-tedesco.

Il G. e R. Vansittart, sottosegretario permanente al Foreign Office, negoziarono di fatto il piano Laval-Hoare, che andò a un passo dalla composizione diplomatica del conflitto già nel dicembre 1935; e fu il G., disobbedendo a Mussolini, a votare con Londra e Parigi contro Berlino, in sede di Consiglio della Società delle Nazioni, sulla questione della rimilitarizzazione della Renania (marzo 1936). Pure decisiva risultò, naturalmente, la mediazione del G., a impresa etiopica conclusa, per il ritiro della Home Fleet dal Mediterraneo e la revoca delle sanzioni nel luglio 1936, tanto che il Daily Express arrivò a definire l'ambasciatore italiano "the winner". Solo l'inizio della guerra civile spagnola indusse un irritatissimo Mussolini a non trasferire il G. a Rodi o Buenos Aires, come suggerito dal geloso neoministro degli Esteri, G. Ciano, entrato in carica nel mese precedente.

Gli anni seguenti furono assai difficili per il G., preoccupato per le conseguenze negative sulle relazioni italo-britanniche dell'intervento italiano in Spagna e dell'Asse Roma-Berlino. Fervido sostenitore di F. Franco in funzione anticomunista e antisovietica, il G. fece di tutto per convincere gli Inglesi che l'Italia non aveva mira alcuna sulla penisola iberica e che avrebbe ritirato i propri "volontari" appena garantita la vittoria ai "nazionali" spagnoli. Al contempo si adoperò per un'intesa paritaria fra i due Imperi, quale unico mezzo per impedire un epilogo matrimoniale del "fidanzamento" italo-tedesco, previa anche pressione britannica sui Francesi perché abbandonassero la linea degli intransigenti "jamais" opposti alle ulteriori richieste italiane. Su questo cammino il G. individuò tre ostacoli: A. Eden, J. von Ribbentrop, G. Ciano.

Del primo ebbe ragione nel febbraio 1938, quando N. Chamberlain sostituì al Foreign Office Eden con lord E. Halifax, pure per effetto dei rapporti diretti instaurati con il G. grazie anche allo spregiudicato uso, da parte del G., di ogni mezzo per convincere il premier, inclusa l'invenzione di inesistenti messaggi personali di Mussolini al primo ministro britannico. Verso il secondo nutrì un'avversione permanente, nata nel periodo in cui, fra l'ottobre 1936 e il febbraio 1938, Ribbentrop fu ambasciatore tedesco a Londra ed esecutore del "doppio gioco" germanico mirante a usare la minaccia italiana per invogliare gli Inglesi a un'intesa con Berlino. Del terzo il G. diffidava assai, non ritenendolo capace di "moderare" Mussolini, di padroneggiare con equilibrio una situazione delicatissima, di vincere la propria ambizione protagonistica, che lo induceva, anzi, a un'attitudine "eccitatrice" del duce in Spagna, con Hitler e nelle aree di tensione con l'Impero britannico (a cominciare dal mondo arabo). Ma più di tutti lo preoccupava Mussolini, che il G. giudicava sempre meno il Realpolitiker e il "cancelliere" del passato, in quanto sempre più posseduto dal "demone" ideologico e cesaristico, e quindi dalle sirene della solidarietà totalitaria con il Führer e del mito, dal duce stesso creato, della propria infallibilità e dell'invincibilità del fascismo.

Il lavoro del G. - svolto non di rado indipendentemente dalle istruzioni di Roma, e, talora, addirittura in contrasto con esse - contribuì alla firma sia del gentlemen's agreement, nel gennaio 1937, sia, soprattutto, degli "accordi di Pasqua" (aprile 1938), con cui Londra riconobbe formalmente l'Impero italiano, con mutua garanzia dello status quo mediterraneo. Creato conte di Mordano nel giugno 1938, il G. riuscì anche a spingere Chamberlain a rivolgere un appello personale a Mussolini, nel settembre successivo, per esortarlo a convincere Hitler al negoziato sulla questione dei Sudeti, aprendo così la strada alla conferenza di Monaco. Ma non riuscì ovviamente, il G., né a persuadere gli Inglesi a privilegiare l'amicizia italiana rispetto a quella francese, né, tanto meno, a impedire il Patto d'acciaio (maggio 1939), che fu all'origine del suo stesso richiamo da Londra (luglio successivo), con sincero dolore di quei britannici favorevoli a una distensione definitiva con l'Italia.

Analogamente a quanto accaduto nel 1925, anche nel 1939 Mussolini impose al G. un radicale cambiamento d'attività, affidandogli, tuttavia, un incarico difficilmente interpretabile nell'ottica del siluramento: ministro di Grazia e Giustizia per il completamento, fra l'altro, della riforma dei codici. Il ritorno al governo di un fascista del tipo del G. fu volutamente un messaggio rivolto agli interlocutori esteri e agli stessi elementi radicali del partito. Di fatto il G. si oppose a ogni interferenza del PNF nel funzionamento della giustizia e nella stesura dei codici civile, di procedura civile e navale (entrati in vigore il 21 apr. 1942), valendosi anzi, nel relativo "cantiere", della collaborazione di giuristi antifascisti, come P. Calamandrei, ed ebrei, come C. Vivante.

Inoltre il G. puntò sempre, persino in piena guerra, a sottolineare e valorizzare la diversa natura del diritto fascista e di quello nazionalsocialista, da lui definiti specchio di due identità nazionali irriducibili l'una all'altra. Infine egli si dichiarò fermo sostenitore della continuità dello Stato dal Risorgimento al fascismo, e, in qualità di guardasigilli, cioè di "coscienza del re", si atteggiò a difensore dei meccanismi "costituzionali", a cominciare, in epoca di vicenda "diarchica", dalle prerogative della Corona. E ciò, in realtà, per significare la propria avversione al totalitarismo "integrale" così di moda nel fascismo di fine anni Trenta, che giudicava troppo incline all'imitazione dei camerati del Führer.

Scoppiata la guerra, nel settembre 1939, il G. sarebbe stato favorevole alla denuncia del Patto d'acciaio per inadempienza tedesca, invece che alla semplice "non belligeranza" filogermanica. In ogni caso, il comune atteggiamento ostile all'intervento italiano spinse G. Ciano a chiedere, dopo la morte del padre Costanzo, che fosse il G. a prenderne il posto, alla fine di novembre del 1939, alla presidenza della Camera dei fasci e delle corporazioni.

Vivamente preoccupato dal possibile effetto sul duce dell'attacco hitleriano a Ovest nell'aprile 1940, il 21 dello stesso mese il G., unico fra i gerarchi, scrisse un'inutile lettera a Mussolini, esortandolo a non entrare in un conflitto tutt'altro che deciso e che, piuttosto, imponeva all'Italia di fortificarsi e di riarmare per fronteggiare in piena libertà qualsiasi futuro.

Entrata l'Italia in guerra, il 10 giugno seguente, il G. si adeguò al motto inglese "right or wrong, my country", e sperò naturalmente, finché lo ritenne possibile, nella vittoria delle armi italiane. Il disastroso esito della campagna di Grecia, cui egli partecipò, inviato al fronte con gli altri gerarchi, da tenente colonnello degli alpini, lo convinse della necessità di una pace separata, onde evitare agli Italiani la satellizzazione alla Germania. Per questo il G. rifiutò la carica di governatore civile di un'Ellade piegata e occupata solo grazie all'aiuto tedesco, senza, tuttavia, poter fare alcunché, a Roma, per modificare il corso degli eventi. Anzi, dimesso da ministro nell'ambito del "cambio della guardia" governativo del febbraio 1943 (che costò il posto anche a Ciano e a G. Bottai), ma, ricevuto il collare dell'Ordine dell'Annunziata nel marzo successivo, il G. provò a convincere il re a licenziare Mussolini, trovandolo, però, assai refrattario, e comunque disponibile a muoversi esclusivamente nel caso di un voto di sfiducia al duce da parte di un organo costituzionale.

Unicamente nel corso delle drammatiche vicende del luglio 1943, seguite al vittorioso sbarco angloamericano in Sicilia, si presentò al G. l'occasione per tentare di attuare i propri propositi, grazie, paradossalmente, a un "pronunciamento" di gerarchi guidati da C. Scorza e Farinacci, che "estorse" a Mussolini la convocazione del Gran Consiglio. Fu allora che il G., sostenuto soprattutto da Federzoni e, con qualche equivoco, da Bottai, concepì il noto ordine del giorno (comunicato pure al "capo" nel corso di un lungo colloquio svoltosi a palazzo Venezia il 22), che provocò, il 25 luglio, la caduta del duce, al termine di una drammatica seduta in cui si dimostrarono decisive l'energia e la risolutezza dello stesso G. ma anche l'impossibilità, per Mussolini, di accettare l'opposta linea radical-assista di Scorza e Farinacci.

Il programma del G. prevedeva la restituzione al re dei suoi poteri politici e militari, la formazione di un governo di unità nazionale aperto all'antifascismo monarchico e cattolico, nonché privo di gerarchi, un immediato rovesciamento del fronte per trattare con gli ex nemici già da alleati di fatto. Ciò al fine di evitare la resa a discrezione e di tentare il traghettamento del paese dal fascismo al postfascismo, invece che all'antifascismo (cioè, secondo il G., al comunismo), salvando la monarchia e il "meglio" del fascismo stesso: un sistema politico costituzional-autoritario, l'ordinamento corporativo, la nazionalizzazione delle masse, una, sia pur ridotta, dimensione di potenza per l'Italia.

Il governo di P. Badoglio (cui il G. avrebbe preferito di gran lunga E. Caviglia, perché di Badoglio non si fidava) prese un'altra strada e, del resto, gli Angloamericani, per ragioni diverse, non avevano alcuna intenzione di usare la manica larga con gli Italiani. Il G. non approvò affatto né la natura non politica del ministero (di militari e funzionari), né l'arresto di Mussolini, né la decisione di proseguire la guerra al fianco della Germania, né le successive misure contro i gerarchi con aperture all'antifascismo. Solo il 18 ag. 1943 ottenne di essere inviato a trattare con gli Inglesi, che egli s'illudeva di poter ammorbidire; ma non giocò alcun ruolo nelle trattative armistiziali, se non quello di contribuire, con il suo viaggio in Spagna e Portogallo, a depistare i Tedeschi. Sempre fedele al re (nonostante le critiche per la gestione della crisi, ufficialmente rivolte al capo del governo e al ministro della Real Casa, P. Acquarone) e sottoposto a un'occhiuta vigilanza da parte dei "servizi" della Repubblica sociale italiana (RSI; i relativi rapporti da Estoril, sulla costa lusitana, nuova residenza del G., furono sempre visionati e vistati personalmente da Mussolini) e dei nazisti (che provarono anche a rapirlo), il G. fu naturalmente condannato a morte in contumacia al processo di Verona del gennaio 1944 ed ebbe i beni posti sotto sequestro dalla RSI (gli furono in buona parte restituiti nel dopoguerra, previo concordato).

La sua carriera politica ebbe termine definitivo quando F.D. Roosevelt pose il veto, alla fine di settembre del 1943, a un suo reimpiego in incarichi di governo, probabilmente quale nuovo ministro degli Esteri dopo la liberazione di Roma, secondo il desiderio manifestato da Vittorio Emanuele III a uno scettico Badoglio. Ai guai giudiziari con i fascisti, seguirono quelli con gli antifascisti.

Non potendo ottenere l'estradizione del G. dal Portogallo, in quanto la convenzione del 1878 non prevedeva il caso del reato politico, nel periodo del governo di F. Parri l'alto commissario per le sanzioni contro il fascismo, P. Nenni, tentò la via della traduzione del G. davanti alla corte alleata per i crimini di guerra; ma ne fu impedito con sdegno dagli Inglesi, Eden in testa.

Giudicandosi un "vinto" e un "sopravvissuto" nel mondo politico del dopoguerra, temendo l'avvento del comunismo in Italia e mirando a rifarsi un'esistenza esclusivamente privata, il G. non approfittò della sentenza di assoluzione, emessa nel 1947 dalla corte d'assise speciale di Roma al termine del processo intentatogli quale ex gerarca fascista, per rientrare subito in patria. Dal Portogallo, dove aveva condotto vita assai modesta, si spostò a San Paolo del Brasile, iniziandovi una nuova fortunata carriera nel campo delle professioni e degli affari.

Prima aprì uno studio di avvocato internazionale, decollato grazie all'incarico di consulenza legale ricevuto da J.P. Kennedy, che era stato per un periodo suo collega in quanto ambasciatore statunitense a Londra. Poi fondò, in Brasile, una società per la vendita di trattori agricoli della FIAT, riuscendo a rompere il monopolio dei Rockefeller. Infine diventò vicepresidente della Techint di A. Rocca.

Tornato in Italia a fine anni Cinquanta, il G. creò ad Albareto (Modena) un'azienda agricola modello. Nonostante alcune sollecitazioni di parte monarchica, egli non volle più svolgere alcun ruolo politico, salvo intervenire discretamente, quando richiesto, in difesa di interessi italiani presso ambienti statunitensi e inglesi, sempre molto disponibili con lui, rimasto assai legato anche a W. Churchill. Grande amico dell'ambasciatrice statunitense in Italia dal 1953 al 1956, Clara Boothe Luce, consorte del proprietario di Time-Life, il G. esercitò pure opera mediatrice tra l'Ente nazionale idrocarburi (ENI) di E. Mattei (personaggio dal G. stimato) e le compagnie petrolifere statunitensi.

Salvo qualche intervento giornalistico (in particolare la riflessione Ecco Mussolini, pubblicata su Epoca il 18 apr. 1965), solo negli anni Ottanta il G., definendosi né nostalgico né pentito, ritenne che vi fossero le condizioni per fornire la sua versione dei fatti. Videro, così, la luce volumi in cantiere da gran tempo, come quelli sul 25 luglio e sulla politica estera italiana tra il 1929 e il 1932, nonché quello delle memorie, in cui il G. cercò soprattutto di spiegare il suo particolare "mussolinismo", controverso rapporto di "fedeltà disubbidiente" con il duce, nel tentativo di dimostrare di non aver mai tradito il proprio paese, e nemmeno, al di là delle apparenze, il proprio capo.

Il G. morì a Bologna il 21 maggio 1988.

Le principali opere del G. sono: Le origini e la missione del fascismo, Bologna 1922; L'Italia fascista nella politica internazionale, prefaz. di A. Mussolini, Roma 1930; Giovani, Bologna 1941; La guerra di Spagna nel Comitato di Londra (luglio 1936 - aprile 1939), I, Milano 1943; Pagine di diario del 1943, in Storia contemporanea, XIV (1983), pp. 1037-1075; 25 luglio. Quarant'anni dopo, con introd. e a cura di R. De Felice, Bologna 1983; D. G. racconta l'evitabile "Asse", memorie raccolte e presentate da G. Bianchi, Milano 1984; Il mio paese. Ricordi autobiografici, a cura di R. De Felice, Bologna 1985; La politica estera dell'Italia dal 1929 al 1932, con introd. e a cura di P. Nello, I-II, Roma 1985.

Fonti e Bibl.: Non potendosi dar conto delle numerosissime fonti archivistiche e documentarie, italiane ed estere, utili per lo studio del G. si ricorda almeno il ricchissimo fondo delle Carte D. Grandi conservato a Roma presso l'Archivio storico-diplomatico del Ministero degli Affari esteri. Si veda poi: F.W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino 1963, ad indicem; G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo. 25 luglio crollo di un regime, Milano 1970, ad indicem; R. De Felice, Mussolini il duce, I, Gli anni del consenso 1929-1936, Torino 1974; II, Lo Stato totalitario 1936-1940, ibid. 1981, ad indices; Id., Mussolini l'alleato, I, L'Italia in guerra 1940-1943, ibid. 1990, ad indicem; G.G. Migone, Gli Stati Uniti e il fascismo. Alle origini dell'egemonia americana in Italia, Milano 1980, ad indicem; R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino. La politica estera fascista dal 1930 al 1940, Roma 1980, ad indicem; R. De Felice, G. D., in Historical Dictionary of Fascist Italy, a cura di P.V. Cannistraro, Westport, CT, 1982, pp. 254-260; F. Lefebvre D'Ovidio, L'intesa italo-francese del 1935 nella politica estera di Mussolini, Roma 1984, passim, ma specie pp. 229-313; L. Offeddu, La sfida dell'acciaio. Vita di Agostino Rocca, Venezia 1984, ad indicem; P. Nello, D. G.: la formazione di un leader fascista, Bologna 1987; Id., D. G., in Il Parlamento italiano 1861-1988, XII, 2, Milano 1990, pp. 347-367; F. Perfetti, La Camera dei fasci e delle corporazioni, Roma 1991, ad indicem; P. Nello, Un fedele disubbidiente. D. G. da palazzo Chigi al 25 luglio, Bologna 1993; E. Ortona, Diplomazia di guerra. Diari 1937-1943, Bologna 1993, ad indicem; P. Nello, Dal nostro agente a Lisbona. L'occhio di Salò su D. G. in Portogallo (1943-1945), in Nuova Storia contemporanea, III (1999), 2, pp. 109-136.

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