FARINI, Domenico

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 45 (1995)

di Fiorella Bartoccini

FARINI, Domenico. - Figlio di Luigi Carlo e di Genovieffa Cassani, nacque il 2 luglio 1834 a Montescudolo (oggi Montescudo, in prov. di Forlì), dove il padre, medico condotto, era stato trasferito da Russi per motivi politici. Trascorsi alcuni anni a Ravenna nel collegio dei nobili, nel 1843 seguì il padre in esilio in Toscana, con la madre e i fratelli, proseguendo gli studi nell'Istituto dei padri di famiglia di Firenze; lo seguì anche ad Osimo dove aveva assunto la condotta medica fruendo dell'amnistia di Pio IX, e poi a Roma, scena principale della politica riformista di Pio IX. Insieme ripresero, dopo l'assassinio di P. Rossi, la strada dell'esilio ("dovrà essere il mio amico più che figlio, e quindi deve presto avvezzarsi al mondo e a' suoi mali" aveva scritto il padre: Epistolario, I, p. 160), prima in Toscana, poi in Piemonte, dove il gruppo degli esuli, in un terreno in cui si intrecciavano esperienze ed aspettative politiche, dava programma e vita a uno schieramento "italiano".

Nel 1850 il F. entrò nell'Accademia militare di Torino, da cui uscì sottotenente del genio nel 1855; capitano, era al comando di una compagnia di zappatori nel conflitto del 1859. Raggiunse poi a Modena il padre, che aveva assunto poteri dittatoriali nella rivolta dell'Italia centrale, e passò nelle regie truppe dell'Emilia, addetto al gabinetto per gli affari militari. Dava inizio anche a un impegno politico: deputato di Russi nell'Assemblea delle Romagne, votò la decadenza del potere temporale. Ufficiale addetto allo stato maggiore del quartier generale di M. Fanti, consegnò il 10 sett. 1860 l'ultimatum al comandante delle truppe pontificie, gen. C.-C.-L. Juchault de Lamoricière; prese parte all'assedio di Ancona (ebbe una medaglia d'argento) e Gaeta (croci di cavaliere dell'Ordine militare di Savoia e dell'Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro).

A fianco del padre, luogotenente del re a Napoli, ne condivise problemi e amarezze; tornato a Torino, fu segretario della commissione di scrutinio per gli ufficiali dell'esercito meridionale, che doveva affrontare il problema della fusione delle truppe garibaldine in quelle regolari (stigmatizzerà nel 1865, in Parlamento, i mancati riconoscimenti ai volontari della spedizione). Inserito nello stato maggiore dell'esercito nazionale, connetteva ai doveri militari impegni politici, come addetto al gabinetto dei ministri della Guerra nei governi Rattazzi, Farini-Minghetti. In questi anni dovette affrontare, anche in chiave politica, i gravi problemi della malattia e della morte del padre.

Nel 1864, in ballottaggio con il repubblicano V. Caldesi, con un'etichetta politica moderata, vinse le elezioni al secondo collegio di Ravenna; qui venne rieletto fino alla XV legislatura.

Mantenne sempre, attraverso un gruppo di amici, continui e stretti rapporti con il collegio e con la terra di origine, e fu relatore in Parlamento dei suoi problemi: dazi, zolfi, ferrovie, casse di risparmio. Nel 1868 si oppose agli interventi straordinari di ordine pubblico richiesti da G. Finzi. giudicando non pericolose le nuove organizzazioni politiche, eredità di un governo clericale arbitrario e violento, che aveva indirettamente favorito forme di reazione contro ogni autorità costituita, tendendo a trasferire la responsabilità su operazioni sbagliate della Pubblica Sicurezza, insistendo sulla necessaria opera di una commissione d'inchiesta. Sullo scorcio del secolo, con l'affermazione in Romagna di una Sinistra estrema, sarà osservatore più attento, sempre imputando alla tradizione la radicalizzazione delle scelte politiche locali.

Alla Camera, di cui fu segretario nella X, XI e XII legislatura, si schierò con il gruppo di centrosinistra: spiegava a G. Finali che non poteva perdonare agli uomini della Destra l'abbandono del padre sul terreno della luogotenenza napoletana e degli ultimi impegni di governo. Capo di stato maggiore nella divisione "Cosenz" durante il conflitto del 1866, polemico verso le scelte strategiche del gen. A. Lamarmora, si dimise alla fine del conflitto; ma, come parlamentare, segretario della Camera dei deputati, membro di varie commissioni, continuò sempre ad occuparsi del bilancio del ministero della Guerra, di amministrazione e di ordinamento militari.

Nel 1865 aveva presentato una relazione per l'abolizione del privilegio di esenzione dei chierici; nel febbraio del 1866, nel clima del vicino conflitto con l'Austria, aveva criticato il bilancio presentato dal ministro della Guerra I. Pettinengo, che giudicava insufficiente alle necessità di un esercito posto a difesa della nazione e della unità. 1 suoi interventi più unportanti passarono poi dal terreno finanziario ai problemi strutturali: era contrario alla riduzione dei quadri e al reclutamento regionale, che avrebbe indebolito la coesione nazionale. Sostenne anche la necessità di nuove navi per un rafforzamento della Marina. Era attento non solo a garantire presenza e prestigio all'esercito sulla scena nazionale, ma - divenuto ammiratore di quello prussiano - anche a sostenere la necessità di una forte presenza nell'Europa dei blocchi militari.

Dopo l'avvento al potere della Sinistra rifiutò funzioni politiche, incarichi governativi e diplomatici, prefetture, accettando solo missioni temporanee, come quelle che lo portarono in Francia e in Inghilterra a illustrare la politica depretisiana e a comunicare a Bucarest l'assunzione al trono di Umberto I (più tardi criticherà il "lavoro infausto di Depretis, che distrusse e mescolò i partiti": Diario, 21 luglio 1896). Vicepresidente della Camera dal 10 marzo 1878, ne divenne presidente il 27, succedendo a B. Cairoli, e rimase nella carica fino all'11 marzo 1884, quando si dimise per una questione procedurale. Sembrò ritirarsi dalla vita politica, nel rifugio familiare di Saluggia, in Piemonte, ma il 7 giugno 1886 fu nominato senatore e nel novembre 1887 presidente del Senato, riconfermato nel 1894.

Cominciò allora a stendere il Diario, specchio di eventi, di incontri, di riflessioni, in una immediatezza quotidiana, e talora quindi discontimia, di contatti e di impressioni, colti in un difficile momento di transizione della vita politica italiana. "Unità, Monarchia, Parlamento": sono punti fermi e fermamente difesi della sua visione che affondavale radici nella tradizione risorgimentale e respingeva trasformismo politico e decentramento amministrativo, che gli sembravano negazione dell'Unità, difesa di interessi individuali e locali, stravolgimento delle funzioni costituzionali, base di intrighi politici. In stretto rapporto con il sovrano e la corte, in un reciproco scambio di informazioni e consigli, cercò di mantenere il carattere del Senato su un terreno di alte presenze e di equilibri tradizionali, che venne sconvolto dalle nomine fatte da Giolitti e da Crispi (le "infornate" dei nuovi senatori) e dalle nuove funzioni politiche assunte dall'istituzione. Lamentava nel Diario il mutamento, l'assimiliazione del Senato all'altra Camera, con le stesse passioni, intenti, metodi e linguaggi. Cercando sempre di mostrarsi al di fuori e al di sopra delle parti, egli si manteneva personalmente fedele a una Sinistra costituzionale moderata, che si riallacciava ad antiche premesse politiche risorgimentali e non fece mancare - con spunti di indipendente giudizio sul terreno delle alleanze - un appoggio, diretto o indiretto, a Crispi.

La questione romana era ancora centrale nella sua posizione, fortemente anticlericale nella continuità di una ferma adesione massonica, diffidente della nuova e forte presenza di uno schieramento cattolico nella vita del paese, contraria alla conciliazione con la Chiesa in una prospettiva di cammini divergenti: senza accordi e senza scontri. L'ostilità verso la Francia, protettrice del Vaticano, contribuì a una scelta di politica estera che lo vedeva schierato m favore della Triplice, attento sempre ai problemi connessi al reclutamento militare (era fermamente contrario al proposto sistema territoriale), al rafforzamento e alla modernizzazione dell'esercito e della flotta. Ostile all'impresa africana, dopo la sconfitta di Adua divenne attivo difensore dell'onore nazionale e militare, diffidente dell'intervento pontificio, fautore della riscossa.I nuovi interessi economici e finanziari del paese, con le implicazioni politiche e morali, la forza e la funzione di un nuovo potere, quello della stampa ("una gheldria di mascalzoni... ha in Roma il monopolio del giornalismo" confidava al Diario), lo colsero impreparato, critico verso le espressioni di una società che a lui sembrava disgregarsi pericolosamente, sommergere idealità politiche e morali sotto gli interessi materiali ("l'anarchia dei cervelli": Diario, I, p. 35). Ripiegato sul passato, incapace di cogliere il processo storico delle trasformazioni in atto, tendeva ora a vedere in ambito politico solo scetticismo, decadenza, intrigo. Contrario a una riforma dello statuto, affrontò, con la crisi di fine secolo, i tumulti del '98 proponendo di far succedere al governo del Di Rudini un gabinetto di senatori. Fu designato L. G. Pelloux, da lui inizialmente appoggiato.

Era stato colpito da una grave forma di tumore. Ritiratosi dalla carica ("ho la coscienza di aver reso al Re, il che significa alla Patria, non inutili servigi. Non ho forse un amico politico": Diario), fu sostituito da G. Saracco, che avrebbe rovesciato la sua linea politica. Morì a Roma il 18 genn. 1900, senza lasciare figli. Aveva sposato nel 1884 Antonietta Faraggiana.

Fonti e Bibl.: Le carte del F. sono depositate al Museo centrale del Risorgimento: le ha illustrate E. Morelli nella Rass. stor. del Risorg., XXVIII (1941), pp. 385 ss. (rist. in I fondi archivistici del Museo centrale dei Risorgimento, Roma 1993, pp. 65-69). Sotto gli auspici del Senato, a cura di E. Morelli, è stato pubblicato il Diario di fine secolo, 2 voll., Roma 1962; la presentazione della curatrice in Rass. stor. del Risorg., XLIX (1962), pp. 217-236. Negli Atti parlamentari (Camera e Senato) è documentato l'impegno politico e legislativo del F; alcuni interventi di carattere militare sono stati pubblicati in estratto, a Firenze e a Roma, fra il 1871 e il 1877. Dalle sue carte: M. Menghini, Studi stor. per le nozze di N. Cortese, Napoli 1931, pp. 41-48; Id., in Accad. e bibl. d'Italia, XV (1940-41), pp. 264-279; C. Spellanzon, Appunti dal diario inedito di D. F., in Rass. storica toscana, II (1956), pp. 327-335; A. Foschini-P. Farini, Lettere a D. F. La crisi edil. di Roma capitale, a cura di M. Isnardi Parente, Ravenna 1992; M. Isnardi Parente, Epaminonda Farini a D. F...., in Rass. stor. del Risorg., LXXXI (1994), pp. 34-43. Per i giudizi dei contemporanei: G. Finali, D. F., in Nuova Antol., 1º febbr. 1900, pp. 475 ss.; D. Zanichelli, D. F., ibid., 16 apr. 1905, pp. 636 ss.; S. Barzilai, Vita parlamentare..., Roma 1912, pp. 85-88. Studi: G. Trevisonno, D. F. nel Parlamento italiano, Roma 1904-1905 (si ferma al 1873); R. Colapietra, D. F. deputato di Ravenna, in Critica storica, IV (1965), pp. 599-654; Id., D. F. presidente della Camera, ibid., V (1966), pp. 639-676; Id., D. F. presidente del Senato, ibid., VI (1967), pp. 321-358; E. Morelli, La posiz. polit. di D. F. agli inizi della sua vita parlamentare, in Studi romagnoli, XVII (1966), pp. 93-96; G. Maraldi, D. F. e i ravennati emigrati in Ostia..., in La Piè, XLVI (1977), pp. 11-14; T. Sarti, Il Parlam. subalpino e naz., Roma 1896, pp. 444 s.; Diz. del Risorg. naz., III, p. 40; Enc. militare, III, p. 665.

Approfondimenti

FARINI, Domenico > Enciclopedia Italiana (1932)

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