ENRICO da Susa, detto l'Ostiense

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 42 (1993)

di Kenneth Pennington

ENRICO da Susa, detto l'Ostiense (Hostiensis, Henricus de Segusio o Segusio). - E., che fu il canonista più importante e brillante del secolo XIII, nacque a Susa (od. prov. di Torino) probabilmente intorno al 1200. Non esistono testimonianze contemporanee sulla sua appartenenza alla famiglia "de Bartholomeis", sostenuta da alcuni autori. Dalle citazioni di Virgilio, Orazio, Ovidio, Seneca e Cicerone presenti nelle sue opere possiamo dedurre il suo interesse e la sua conoscenza dei classici. Anche il cronista Salimbene de Adam (morto dopo il 1288) sottolineò la cultura di E. nella letteratura e nella musica (p. 323), mentre Rolandino da Padova (morto nel 1277) lo descrisse come uomo colto in teologia, nelle scienze naturali, nell'Antico e nel Nuovo Testamento, cosicome nel diritto civile e canonico (p. 152). E., tuttavia, scrisse soltanto opere giuridiche, ed infatti rappresentò per Dante la tradizione decretalista (Paradiso, XII, 82-85).

E. studiò legge a Bologna dove, secondo la sua testimonianza, furono suoi maestri nel diritto romano Iacopo Baldovini e Homobonus. Nelle Additiones allo Speculum iuris di Guillaume Durand (Basileae 1574, p. 3) Giovanni d'Andrea afferma che E. aveva ascoltato le lezioni di diritto canonico di Iacopo da Albenga, ma E. stesso non menziona alcun maestro in particolare in questo campo. In seguito E. insegnò diritto canonico "legens Parisiis in decretalibus" o, com'è detto nel manoscritto di Oxford New College, 207, "decretis". Non risulta invece che abbia insegnato a Bologna. Egli stesso afferma in un passo di aver letto le Decretali aParigi. Diversi autori moderni pensano che questo passo sia databile al 1239, ma l'ipotesi non è dimostrabile. Certamente, dopo la sua nomina a vescovo di Sisteron nel 1244, E. ricopri cariche che normalmente non erano compatibili con la carriera dell'insegnamento. Nonostante ciò, i suoi rapporti con le università devono essere stati assai stretti durante tutta la sua vita. Dopo che era divenuto cardinale i maestri bolognesi gli sottoposero una "quaestio" da risolvere. Nel testamento E. si preoccupò di far pervenire alle università di Parigi e di Bologna copie corrette della sua Lectura sulle Decretali. È strano che E. abbia insegnato per cosi poco tempo, visto che fu il canonista più prolifico e creativo del suo tempo. Ma, per ragioni a noi sconosciute, egli non scelse la carriera accademica bensi quella ecclesiastica. Negli anni Trenta, dopo gli studi a Bologna, diventò priore della chiesa cattedrale di Antibes in Provenza, carica nella quale è ricordato per la prima volta nel 1239. Nelle sue opere E. allude più volte a questa regione e al periodo ivi trascorso.

Ben presto però oltrepassò, e di molto, i confini di questa zona. I suoi spostamenti sono difficilmente tracciabili con sicurezza, ma già prima del 1240 aveva acquisito benefici in Inghilterra, era divenuto arcidiacono a Parigi e aveva insegnato diritto canonico per un periodo di tempo indeterminato a Parigi. Aveva anche iniziato a scrivere la sua Summa sulle Decretali: ricorda infatti in un passo della Summa il 1239 come l'anno corrente, e, poiché menziona in una nota esplicativa aggiunta alla Summa che una precedente redazione era stata distrutta dal fuoco, all'epoca egli aveva evidentemente iniziato una seconda stesura.

Dal 1239 al 1242 E. venne coinvolto in una disputa con il vescovo di Antibes, Bertrando, sulla divisione delle proprietà diocesane tra il vescovo e i canonici. In un accordo raggiunto il 3 sett. 1242 i beni del vescovato vennero divisi in due parti, una sotto il controllo episcopale, l'altra sotto quello dei canonici. Allo stesso tempo Aymar, arcivescovo di Embrun, riorganizzava la diocesi e creava una nuova carica per il rinnovato capitolo cattedrale, quella di prevosto, carica che fu conferita a Enrico. Papa Innocenzo IV completò la riforma nel 1244, quando trasferi la sede episcopale da Antibes a Grasse; E. allora divenne prevosto di Grasse. Il 6 dic. 1244 Bertrando, vescovo di Grasse, emise insieme col suo prevosto nuovi statuti per il governo della diocesi; questi garantivano al prevosto e al capitolo cattedrale più autorità negli affari della diocesi. Nei suoi commenti giuridici E. sottolineò i diritti del capitolo della cattedrale e dei cardinali romani di condividere l'autorità con i rispettivi prelati, cioè i vescovi e il papa. Questi statuti possono quindi essere considerati un'applicazione del suo pensiero al mondo reale del governo ecclesiastico.

Mentre era priore e poi prevosto di Antibes e di Grasse, E. fece numerosi viaggi in Inghilterra. Il Didier (Henri deSuse en Angleterre) ipotizzò che egli avesse compiuto il viaggio con Otto Candido, cardinale diacono di S. Nicola in Carcere, per la legazione del 1237, o si fosse trovato nel gruppo di coloro che accompagnavano Eleonora, figlia del conte Raimondo Berengario V di Provenza, la quale andò sposa a Enrico III d'Inghilterra nel 1236. La prima prova certa dell'arrivo di E. in Inghilterra risale comunque al 1240. Matteo Paris descrisse l'interrogatorio cui E. sottopose a Londra un eretico folle che riteneva che papa Gregorio IX avesse contaminato il mondo: secondo il cronista inglese E. era allora al servizio del legato papale. Sebbene il Didier possa aver ragione di ritenere che E. fosse arrivato precedentemente insieme con l'ambasciatore provenzale, l'unico elemento sicuro a favore della sua ipotesi sono gli stretti legami di E. con il casato di Raimondo Berengario.

E. rimase coinvolto nella disputa tra Enrico III ed i canonici di Winchester circa l'elezione del nuovo vescovo. Il re auspicava l'elezione di Guglielmo di Savoia, mentre i canonici avevano richiesto Ralph Neville, vescovo di Chichester e cancelliere d'Inghilterra. È probabile che E. favorisse la scelta del re, ma, di nuovo, non ci sono prove che egli svolgesse un qualche ruolo nella delegazione mandata dal re a Roma. Papa Gregorio IX sostenne la scelta del re, non approvò la richiesta di Neville e nominò vescovo di Winchester Guglielmo di Savoia, il quale mori poco dopo, nell'ottobre del 1239, in Italia. I canonici chiamarono allora William Raleigh, vescovo di Norwich, loro primo candidato nell'elezione precedente, cui il re si oppose di nuovo, ed inviò E. in missione a Roma nel 1242 per convincere il papa della sue ragioni. Comunque, con probabile imbarazzo di E., Innocenzo IV confermò l'elezione dei canonici e trasferi William da Norwich a Winchester. Dopo il fallimento della sua missione E. non fece più ritorno in Inghilterra.

Durante la vacanza della sede a Winchester Enrico III aveva affidato ad E. la protezione dell'ospedale della S. Croce, appena fuori Winchester. Nel documento E. figura come funzionario regio e il suo stipendio era a carico dell'Erario. Su richiesta del re, Innocenzo IV il 13 nov. 1243 conferi al vescovo di Hereford l'autorità di dispensare E. dalle restrizioni del can. 29 del quarto concilio lateranense, che proibivano l'occupazione di più di un beneficio. Nel 1242 E. fu tra i testimoni dell'accordo matrimoniale tra il fratello del re, Riccardo di Cornovaglia, e Sancia, terza figlia del conte Raimondo Berengario di Provenza.

Secondo Matteo Paris, E. sarebbe fuggito con il denaro che Enrico III gli aveva dato per procurarsi il favore di alcuni funzionari della Curia papale a Roma e lo avrebbe adoperato per ottenere un vescovato "nella sua propria terra", cioè quello di Sisteron (Chronica maiora, IV, pp. 286, 353). Il racconto di Matteo non può essere verificato. Tuttavia è anche vero che E. non fu indifferente al denaro. Il 30 maggio 1244 Innocenzo IV accolse la richiesta di Enrico III, della regina e di Riccardo di Cornovaglia di autorizzare E. a tenere un secondo beneficio connesso con la cura delle anime, con un'entrata annuale di 300 sterline. Inoltre E. avrebbe potuto mantenere questi benefici anche se avesse accettato il vescovato di Sisteron. Egli doveva, in ogni modo, nominare vicari meritevoli che fossero di gradimento al vescovo locale.

Alla morte del vescovo di Sisteron, avvenuta nel 1241, segui una lunga disputa sui diritti di elezione. Alla fine, nel 1243, il vescovo di Avignone Zoen Tencararius, canonista e autore di un importante apparato di glosse sulla Compilatio quinta, nominò E. nuovo vescovo di Sisteron. In questo periodo E. divenne inoltre cappellano papale; non sappiamo quando cominciò ad assolvere i suoi doveri a Sisteron ma li rimase fino al 1250, quando venne trasferito all'arcivescovato più grande e ricco di Embrun.

Affari secolari ed ecclesiastici continuavano ad occuparlo anche ora. Accompagnò Ugo di S. Caro in una legazione papale nel 1251-1252 in Germania, dove fu accusato di aver accettato un compenso per adoperarsi per la deposizione dell'arcivescovo di Magonza, accusa che, come quella di Matteo Paris, non può essere provata. Ad Embrun, in seguito ad alcuni contrasti, lanciò l'interdetto sulla città, ma nulla sappiamo delle circostanze che lo determinarono. Fu testimone nel 1257 di un accordo tra re Luigi IX di Francia e suo fratello Carlo d'Angiò, e anche Enrico III d'Inghilterra continuò ad avvalersi di lui per gli affari inglesi (fatto che smentisce quasi certamente le accuse avanzate da Matteo Paris). Nel 1258 andò a Roma per rappresentare il re, e nel 1259 Alessandro IV lo inviò in Italia settentrionale per sostituire il legato pontificio Filippo arcivescovo di Ravenna che era stato catturato dai ghibellini, alleati di re Manfredi di Sicilia.

Quando Jacques de Troyes, che E. conobbe probabilmente durante il suo soggiorno in Germania, divenne papa col nome di Urbano IV lo nominò cardinale vescovo di Ostia nel maggio del 1262. Questo titolo cardinalizio gli valse l'appellativo di "Ostiense", con il quale è denominato dai giuristi posteriori e dagli storici moderni. Sebbene egli appaia abbastanza spesso nei registri di Urbano IV (venticinque volte) e, assai meno frequentemente, in quelli di Clemente IV (quattro volte), non sappiamo molto sul suo ruolo nella Curia papale dopo la nomina a cardinale. Possiamo presumere che i casi dibattuti in Curia cui egli fa riferimento nella seconda recensione della sua Lectura, siano quelli nei quali egli stesso fu coinvolto. La lunga discussione del caso dell'abbazia reale Notre-Dame di Jouarre, per esempio, è probabilmente il risultato della sua partecipazione al processo (Lectura a X 2.22. 10 V. tantum venditio) . Non esiste comunque alcun riferimento al ruolo da lui svolto.

Dopo la morte di Clemente IV nel 1268 E. partecipò al lungo conclave di Viterbo, ma poi si assentò perché malato. Nella seconda redazione della sua Lectura (X1.9.10 v. humiliter obedire) è contenuta un'estesa discussione sulla facoltà dei cardinali di rinunciare ai propri diritti elettorali, nella quale allude alle sue personali vicissitudini. Sebbene E. non fosse presente quando fu eletto infine papa Gregorio X il 1º sett. 1271, i cardinali richiesero il suo consenso alla loro scelta. Egli allora era già gravemente ammalato: il 29 ott. 1271 fece testamento a Viterbo e mori poco dopo, il 6 o il 7 nov. 1271.

Il testamento di E. (pubbl. da A. Paravicini Bagliani, I testamenti, pp. 133-141) costituisce una preziosa testimonianza dei suoi ultimi desideri e delle sue relazioni personali alla fine della sua vita. Egli voleva essere sepolto, se fosse morto nella Curia romana o nei pressi di essa, nella chiesa domenicana più vicina; se invece la morte lo avesse colto lontano dalla Curia, nella chiesa metropolitana della provincia. Molti storici moderni affermano che mori a Lione e fu sepolto nel convento domenicano del luogo. L'ipotesi non è suffragata da alcun documento, ed è del tutto inverosimile che un uomo in punto di morte intraprendesse un cosi lungo viaggio. La Curia papale inoltre non si trovava a Lione -, Gregorio X seppe della sua elezione mentre stava ad Acri e si diresse direttamente a Viterbo, dove arrivò nel febbraio del 1272. Se pure E. fu sepolto secondo i suoi desideri, non sappiamo dove. Il Diplovataccio afferma che egli fu sepolto nella chiesa cattedrale di S. Lorenzo a Perugia: se cosi fosse, il monumento funebre non deve essere sopravvissuto quando la chiesa romanica fu sostituita dalla struttura attuale (1345-1490). La diocesi di Perugia è soggetta soltanto alla S. Sede e, se E. vi fosse stato effettivamente sepolto, sarebbe morto nel corso del viaggio verso il luogo da lui desiderato, qualunque questo fosse.

Nel testamento E. aveva accuratamente predisposto la sopravvivenza del suo pensiero giuridico nelle scuole e nelle corti. Lasciò copie della seconda stesura della Lectura all'università di Bologna, alla chiesa cattedrale di Embrun, all'università di Parigi, al vicecancelliere della Curia romana e al nuovo papa. Al vicecancelliere e a Parigi destinò inoltre una copia della sua Summa.

La Summa costituisce la prima opera sistematica di E., terminata intorno al 1253, mentre egli era arcivescovo di Embrun. Sebbene gli autori moderni alludano a questo trattato come, alla "Summa aurea", questo nome le fu conferito soltanto a partire dall'edizione romana del 1477 (Hain, n. 8960). I manoscritti invece si riferiscono ad essa come alla "Summa" o alla "Summa copiosa", mentre nel testamento l'autore la chiama semplicemente la "mia Summa". Si tratta di un'esposizione dei titoli delle Decretali di Gregorio IX, ai quali E. ne aggiunse però diversi altri: una cinquantina in tutto. E. aveva cominciato a lavorarvi fin dagli anni '30; in un colophon, infatti, egli scrisse di aver cominciato la Summa in "minori officio" e di averla rifatta in "officio maiori", dopo che era stata distrutta in un incendio (cosi in due manoscritti antichi ed affidabili, conservati nella Staatsbibl. di Monaco di Baviera, Codd. lat. 14006 e 15707, mentre nelle edizioni a stampa il passo appare corrotto).

L'incarico minore cui allude non è necessariamente il priorato di Antibes; l'accenno può anche riferirsi al periodo precedente, quando E. veniva nominato come semplice "clericus" in un documento della corte di Raimondo Berengario che risale molto probabilmente al periodo precedente il 1234- In questo caso i riferimenti contenuti nella Summa all'insegnamento a Parigi e al 1239 come l'anno corrente non sono necessariamente parti della Summa sopravvissuta all'incendio, come sostengono molti studiosi moderni, ma possono anche fare parte della seconda redazione. Questa doveva essere terminata nel 1253 visto che la Summa ècitata nella Lectura di E. alle Novellae di Innocenzo IV e che non vi si fa riferimento a nessuno degli eventi o delle legislazioni successivi al pontificato di questo papa.

Come modello E. assunse soprattutto la Summa di Goffredo di Trani. Le citazioni rinviano ai giorni dell'insegnamento a Parigi: E. infatti si riferisce ai teologi francesi Ugo di S. Caro, Guglielino di Parigi e Filippo di Aix. Alcuni passi sono desunti inoltre, a volte letteralmente, dalla Summa di Azzone.

Diversamente da molti giuristi suoi contemporanei, E. non revisionò la Summa né scrisse "additiones" dopo il 1253. Dopo la sua nomina a cardinale soddisfece comunque la richiesta pervenutagli da Bologna di chiarire l'affermazione fatta sotto il titolo De sententia excommunicationis sul dovere dell'ecclesiastico di obbedire all'ordine del proprio prelato. Scrisse una "quaestio" in cui discusse il problema per esteso e l'inviò a Bologna e, visto il numero dei manoscritti francesi che la tramandano, probabilmente anche a Parigi. All'inizio gli scriptoria delle università la aggiunsero ai manoscritti della Summa, ma più tardi il testo fu integrato nel titolo sotto il quale la questione era stata discussa all'inizio, e cosi il testo si presenta anche in tutte le edizioni a stampa.

La Summa godette di enorme fortuna: essa infatti ètramandata in almeno cento manoscritti. Come la Summa di Azzone per il diritto romano, quella di E. rimase il testo standard per il diritto canonico fino all'inizio dell'età moderna. Fu stampata a Roma per la prima volta nel 1473 (Hain, n. 8959) e l'edizione venne seguita da molte altre. Due edizioni del secolo XVI sono state ristampate ancora recentemente: quella di Lione (1537) ad Aalen nel 1962 e quella di Venezia (1574) a Torino nel 1963- Sarebbe sbagliato comunque dedurre sulla base dei manoscritti e delle edizioni a stampa che la Summa ebbe maggiore influsso dell'altra grande opera di E., la Lectura sulle Decretali di Gregorio IX. Anche di questa si conservano più di cinquanta manoscritti, come risulta dalla lista compilata da M. Bertram (Handschriften, pp. 182-185). Inoltre non si può valutare l'influenza di un'opera in base al semplice calcolo dei manoscritti superstiti. Ogni scrittore di diritto canonico o romano dopo E. conosceva la sua Summa e la sua Lectura e ne faceva ampio uso.

Poco dopo aver completato la Summa E. scrisse un commento alle Novellae di Innocenzo IV, nel quale tuttavia non esplicò la versione finale delle Novellae, ma quella che il Kessler (Untersuchungen) chiama la "Collezione" di trentasette capitoli, più la Novella 40 e tre extravagantes ("Is qui", "Sane quia" e "Ad perpetuam"). Bertram ha scoperto venticinque manoscritti precedentemente non conosciuti. L'opera pertanto era più diffusa di quanto gli storici ritenessero in precedenza. Se poi si considera che non aveva più senso farla copiare dopo la pubblicazione del Liber sextus, nel quale le Novellae furono inglobate, il commento di E. doveva essere a suo tempo largamente diffuso e adoperato. In due edizioni a stampa (quella di Parigi del 1512 e di Venezia del 1581) gli editori allegarono l'opera al libro quinto della Lectura, che ha lo stesso formato di molti suoi manoscritti.

Dal punto di vista giuridico l'opera più importante di E. è la Lectura sulle Decretali di Gregorio IX o, se adottiamo il titolo con cui egli vi fece riferimento nel suo testamento, il Commentum super decretalibus, che elaborò a lungo, portandolo a compimento soltanto alla fine della sua vita. Ne scrisse due versioni. La prima, tramandata da un solo manoscritto, fu completata qualche tempo prima del pontificato di papa Clemente IV eletto nel 1265, che E. non nomina. Il testo è conservato quasi integralmente come glossa marginale ad Oxford (New College 207). In questo manoscritto manca però il commento al titolo "Rex pacificus" che, come risulta da rinvii successivi nel testo, faceva parte dell'originale.

Nella versione oxoniana E. accenna a diversi eventi che permettono di stabilire, anche se soltanto approssimativamente, un terminus a quo: ricorda che Innocenzo IV era morto e che egli al momento ricopriva l'incarico di arcivescovo di Embrun. Nel discutere l'indizione di una determinata clausola, scelse come esempio il 1262, verosimilmente l'anno di composizione del passo, e di conseguenza sembra che questa prima versione della Lectura sia stata portata a termine tra il 1262 e il 1265. Il fatto che E. si preoccupasse, nel suo testamento, di far inviare a Bologna e a Parigi copie della sua versione definitiva indica che egli voleva assicurarsi che esse sostituissero quella primitiva.

Nella redazione definitiva, terminata verso la fine della sua vita, E. ampliò considerevolmente il testo del manoscritto di Oxford. Non eliminò alcun materiale contenuto in quest'ultimo, ma apportò numerose aggiunte, consistenti sia in frasi e periodi inseriti nelle glosse precedenti, sia in glosse del tutto nuove (qualche volta duplicando alcuni lemmi) a parole delle Decretali che egli non aveva precedentemente commentato.

La redazione del manoscritto oxoniano è di valore inestimabile, in quanto permette di tracciare gli sviluppi del pensiero di E. nel tempo intercorso tra la prima e la seconda redazione. I suoi punti di vista sulla legittimità del dominium degli infedeli sono stati dibattuti dai giuristi successivi ed hanno attratto anche l'attenzione degli storici moderni. Sembra comunque che alla fine E. si sia convinto che gli infedeli non detenessero un dominium legittimo: questa posizione era forse un riflesso dell'entusiasmo suscitato dalla crociata del 1270. Nella prima redazione aveva invece sostenuto, in una giossa al X 1.2.1. (Oxford, New College 205, f. 4r), che il papa poteva imporre le sue leggi soltanto ai sudditi e che i pagani e gli infedeli non erano soggetti al papa. A sostegno di questa tesi aveva rinviato alla decretale Gaudemus di Innocenzo III, dove si affermava che gli infedeli rimanevano sottoposti alla propria legge anche dopo essere divenuti cristiani, perfino se la loro legge violava precetti canonici. Nella seconda redazione invece compilò una lunga glossa al X 3.34.8. ("Quod super iis" v. pro defensione), nella quale sosteneva che il papa aveva giurisdizione, de iure, su tutti gli infedeli, perché al momento della nascita di Cristo ogni "honor, principatus, dominium, et iurisdictio" era stato trasferito ai cristiani. Quando revisionò il commento, non modificò le sue considerazioni su X 1.2.1. per accordarle con quelle su X 3.34.7. I più antichi manoscritti della seconda redazione di X 1.2.1. (Monaco di Baviera, Staatsbibl., Cod. lat. 28152, f. 4r; Parigi, Bibl. nat., Fonds latin 3999, f. 4v e 8927, f. 4v) corrispondono infatti al testo del manoscritto di Oxford. I giuristi notarono però la discrepanza, e nei manoscritti posteriori e nelle edizioni a stampa il passo relativo a X 1.2.1. fu rivisto' per adattarlo alle opinioni espresse nel commento a X 3.34.7. Si sosteneva che i pagani e gli infedeli non erano soggetti "spiritualiter", bensi "temporaliter" (Pennington, Earlier recension, pp. 84-85).

Questo esempio fa vedere che un completo apprezzamento del pensiero di E. non è possibile finché non sarà chiarita la relazione tra i due commenti. E. diede inizio alla revisione della Lectura durante il pontificato di Clemente IV. Sono presenti nell'ultima redazione molti riferimenti a casi e a decisioni della Curia pontificia assenti nella prima. Il famoso passo nel quale egli discusse il diritto del cardinale a rinunciare alla partecipazione al conclave, alludendo alle proprie difficoltà a Viterbo, costituisce forse un'aggiunta all'opera già portata a termine. Un manoscritto di Monaco di Baviera (Staatsbibl., Cod. lat. 28152, f. 56rv) intitola l'intero testo "additio". Sebbene il testo della Lectura sia conservato in numerosi manoscritti, rimangono soltanto tre edizioni a stampa: Parigi 1512, Strasburgo 1512 e Venezia 1581 (rist. a Torino nel 1965).

Tre opere minori possono venire attribuite inoltre ad E., due delle quali con certezza. Il Wretschko scopri un trattato con glosse nel manoscritto Cod. lat. 4111 della Staatsbibl. di Monaco di Baviera (ff. 40r-45), relativo alla procedura da usare nell'elezione episcopale. Le glosse sono firmate "Henricus Hostiensis". Lo stesso autore rilevò che E. citava la Summa, ma non si accorse che veniva citata anche la Lectura (f. 42v). Si tratta di un passo presente nella prima e nella seconda redazione della Lectura, ma la citazione appartiene più verosimilmente alla prima. E. scrisse queste glosse probabilmente dopo il 1262, visto che riportano il suo titolo cardinalizio.

E. preparò anche un'"abbreviatio" della Lectura, che intitolò Diamargariton. Lo Helssig identificò quest'opera nel manoscritto 993 della Universitätsbibl. di Lipsia, che contiene alcuni excerpta tratti dalla Summa e dalla Lectura. L'opera non è di grande interesse giuridico e lo Helssig non ha rilevato diversità dottrinali nel contenuto di essa. Sebbene il prologo permetta di stabilirne con sufficiente certezza la paternità, si rende ancora necessario un esame del testo per determinare se l'opera contenga passi tratti dalla seconda redazione della Lectura. Se cosi fosse, l'attribuzione a E. diventerebbe problematica perché è poco probabile che egli abbia compilato un'"abbreviatio" della Lectura nel poco tempo rimastogli dopo aver portato a termine quest'ultima.

Non sappiamo se E. fosse presente al primo concilio di Lione del 1245. Il suo nome non conipare nelle liste dei partecipanti né in alcuna delle fonti documentarie. La sua presenza è comunque verosimile. Il Watt ha sostenuto che una breve nota scritta durante il concilio per aderire alla deposizione dell'imperatore Federico II potrebbe essere di sua mano.

Gli storici moderni hanno individuato due campi nei quali E. ha contribuito in modo rilevante al pensiero giuridico: si tratta delle dottrine sull'autorità papale e su quella episcopale. Fu il primo ad applicare il termine "potestas absoluta" al papa. Pur nell'esaltazione del potere papale si avvalse della teoria collegiale per sostenere il diritto dei vescovi e dei cardinali a partecipare al governo della Chiesa. La sua dottrina è un complesso tessuto di pensiero autoritario e di pensiero costituzionale in cui entrambe le tendenze raggiungono un equilibrio. Il Diplovataccio scrisse che Baldo accusò E. di favorire i vescovi e quindi di aver una cattiva coscienza ed una ancor peggiore dottrina; quest'accusa è stata ripetuta anche da storici successivi. Un'analisi del "consilitim" in questione rivela, però, che Baldo non intendeva dare in questo passo un giudizio generale sul pensiero di E., ma esprimeva soltanto il suo dissenso in un caso particolare che egli stava discutendo. L'ecclesiologia elaborata da E. nelle sue opere fu complessa, ricca e varia.

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Approfondimenti

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