ROHMER, Eric

ROHMER, Eric

Enciclopedia del Cinema (2004)
di Paolo Marocco

Rohmer, Eric

Nome d'arte di Jean-Marie Maurice Schérer, regista, sceneggiatore, montatore e critico cinematografico francese, nato a Tulle (Corrèze) il 21 marzo 1920. Personalità tra le più ricche e originali del cinema francese del dopoguerra, fu protagonista della stagione della Nouvelle vague, dapprima come critico dei "Cahiers du cinéma", rivista che diresse dal 1957 al 1963, poi come regista. Autore nel senso pieno della parola ha scritto, sceneggiato, diretto e coprodotto pressoché tutti i suoi film sostenendo un'indipendenza realizzativa e rifiutando compromessi di natura commerciale. Le regole creative di R. hanno coinciso con metodologie calibrate tanto sulla coscienza del dispositivo cinematografico inteso come veicolo d'arte sottoposto a leggi economiche, quanto su una cifra visiva perfettamente omogenea a uno stile, a un rigore etico, a una limpidezza del segno linguistico. In questo senso R. ha operato due scelte fondamentali: la prima è stata quella di privilegiare la semplicità del quotidiano, elaborando paradigmi di passioni tratti dalla memoria letteraria e filosofica, ma sovente nascosti nello studio dei comportamenti riconducibili alla psicologia adolescenziale o femminile (Comédies et proverbes), oppure esibiti in discussioni dal tono leggero (Six contes moraux). La seconda scelta è stata quella di realizzare lavori di alta qualità con budget ridottissimi: nessuna ripresa in studio, sonoro in presa diretta, attori sconosciuti ma in grado di esprimere una gestualità spontanea e quasi da film de famille. Riscoprendo in senso moderno l'icasticità dei moralisti (B. Pascal è uno dei suoi autori preferiti), l'ironia dei libertini del Settecento francese, la leggerezza maliconica dei dialoghi di P.C. de Marivaux o della musica di W.A. Mozart, R. filtra il presente nel vissuto dei personaggi attraverso una verosimiglianza che resta elegantemente sospesa e aliena da quanto di corrivo percorre l'attualità che li circonda. Premiato in varie occasioni, con La collectionneuse (1967; La collezionista) ha vinto il Premio speciale della giuria al Festival di Berlino; con La marquise d'O (1976; La marchesa von…) il Gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes; nuovamente a Berlino l'Orso d'argento con Pauline à la plage (1983; Pauline alla spiaggia) e infine il Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia con Le rayon vert (1986; Il raggio verde).

Di formazione cattolica, dopo la laurea in lettere dal 1942 al 1950 insegnò in un liceo di Nancy e poi a Parigi in un liceo di periferia. Nel 1946 pubblicò il suo primo e unico romanzo, Elisabeth, e nel 1950 iniziò a collaborare come critico cinematografico a "La gazette du cinéma", dove conobbe Jean-Luc Godard, Jacques Rivette e altri giovani intellettuali che sarebbero poi confluiti nei "Cahiers du cinéma". Insieme a Claude Chabrol pubblicò nel 1957 un innovativo saggio su Alfred Hitchcock che segnò il passaggio dall'interpretazione del regista inglese come abile artigiano a quella di autore capace di esprimere uno stile personale.

Dopo alcuni corti, R. esordì come regista di lungometraggi con Le signe du lion (Il segno del leone), realizzato nel 1959, uscito nel 1962 e accolto negativamente da critica e pubblico per il suo intellettualismo rarefatto e la lentezza del montaggio. Le difficoltà iniziali dovute a questo insuccesso furono però foriere di un rapido cambiamento stilistico e di un rapporto nuovo con gli attori colti nella loro spontanea verità, preparando così il terreno alla successiva fortuna di R., basata sull'intuizione di affrontare il cinema con l'intento di realizzare una raccolta seriale di opere, ordinate come variazioni rispetto a una costante tematica, sul modello di costruzioni letterarie o musicali.

Nei primi anni Sessanta riuscì a girare due cortometraggi con un budget quasi amatoriale, La boulangère de Monceau (1962; La fornaia di Monceau) e La carrière de Suzanne (1963; La carriera di Susanna), prime opere di un vasto progetto, poi definito Six contes moraux, del quale negli anni Settanta sarebbe stata pubblicata anche una trascrizione narrativa. Nel 1967 R. riuscì a ritornare nel circuito commerciale con un nuovo lungometraggio, La collectionneuse, con cui inaugurò la collaborazione con Nestor Almendros, direttore della fotografia dei suoi film negli anni Sessanta e Settanta, continuando la serie dei Contes moraux, poi proseguita con Ma nuit chez Maud (1969; La mia notte con Maud), con Jean-Louis Trintignant, Le genou de Claire (1970; Il ginocchio di Claire), con Jean-Claude Brialy, e L'amour l'après-midi (1972; L'amore, il pomeriggio). Tutte opere in cui la tensione morale e la riflessione sulla passione amorosa risultano calate nella naturalezza assoluta dei comportamenti e nella scansione geometrica dei gesti e degli spazi. Nella seconda metà degli anni Settanta realizzò due soli film, entrambi in costume, La marquise d'O, fedele adattamento del testo di H. von Kleist, e Perceval le gallois (1978; Perceval), nonché il video della sua regia teatrale di una pièce ancora di von Kleist (Catherine de Heilbronn, 1979). In La marquise d'O il regista si ispira alle forme e alla luce della pittura romantica per ricostruire un'epoca, restituendo il pathos della novella senza sentimentalismi, ma raffreddandolo mediante un rigoroso décor neoclassico. In quel periodo si dedicò prevalentemente alla televisione come curatore di trasmissioni culturali e realizzatore di documentari, e conseguì alla Sorbonne un dottorato grazie a un'attenta e colta analisi sullo spazio scenico del Faust (1926) di Friedrich W. Murnau. Del resto in R. è sempre risultata centrale l'attenzione per la messinscena dello spazio filmico, soprattutto per le sue connessioni con la spazialità pittorica, come dimostrano i riferimenti alla figuratività trecentesca e quattrocentesca con cui è trattato il tema medievale della 'ricerca del Graal' in Perceval le gallois (sulle riflessioni di R. sul rapporto tra pittura e cinema v. anche pittura).

Gli anni Ottanta hanno consacrato R. al successo internazionale con otto film, sei dei quali compongono la sua seconda raccolta Comédies et proverbes: La femme de l'aviateur (1981; La moglie dell'aviatore), Le beau mariage (1982; Il bel matrimonio), Pauline à la plage, Les nuits de la pleine Lune (1984; Le notti della Luna piena), Le rayon vert (inaspettato record di incassi nelle sale, girato in 16 mm e a basso budget) e L'ami de mon amie (1987; L'amico della mia amica). In questa seconda 'serie' le stesse dizioni di 'commedia' e di 'proverbio' sottolineano un'atmosfera che mentre conserva la leggerezza ambigua dei film precedenti mostra un ritmo più svagato e ironico nel fraseggio dialogico e nelle immagini che raggiungono una totale e trasparente naturalezza. Il riuscito equilibrio tra sviluppo verbale del testo e sviluppo visivo del paesaggio e dell'ambientazione cittadina o di campagna (il cinema di R. è innanzitutto geografico e itinerante per tutto il territorio francese) appare dimostrazione della particolare dimensione in cui si colloca l'opera del regista. Essa da un lato coglie il modo istintivo e innocente dell'uomo di porsi di fronte a una natura che lo trascende, secondo la lezione del cinema didattico e morale, successivo alla fase del Neorealismo, di Roberto Rossellini e dell'intera opera di Jean Renoir, e dall'altro è in grado di creare un'efficace suspense e di proporre un uso geometrico degli spazi facendo propria l'impostazione di un altro autore da lui amato, ossia Hitchcock, dal quale risulta però paradossalmente molto distante sul piano stilistico.

Nel 1987 oltre L'ami de mon amie, ha diretto Quatre aventures de Reinette et Mirabelle (Reinette e Mirabelle) e ha scritto una commedia, Le trio en mi bémol. Negli anni Novanta ha realizzato opere come L'arbre, le maire et la médiathèque (1993; L'albero, il sindaco e la mediateca) e Les rendez-vous de Paris (1995; Incontri a Parigi), e ha portato a termine il terzo grande progetto: i Contes des quatre saisons, sorta di fusione delle due raccolte precedenti, costruita sulla forza del dialogo e su frequenti riferimenti letterari e pittorici. Il primo film della nuova serie, Conte de printemps (1990; Racconto di primavera), in cui una ragazza cerca di favorire una storia d'amore tra il padre e una sua amica, risulta imperniato sul gioco dei sentimenti. Nel successivo, Conte d'hiver (1992; Racconto d'inverno), la protagonista resta incinta dopo un amore estivo, ma per un disguido finirà per perdere i contatti con l'uomo, ritrovandolo casualmente solo dopo cinque anni. Del 1995 è invece il Conte d'été (Un ragazzo, tre ragazze), ambientato su una spiaggia della Bretagna, dove Gaspard, in attesa della fidanzata, ha un flirt con altre due ragazze, assai diverse tra loro, e non sa più quale scegliere. A conclusione della tetralogia, in Conte d'automne (1998; Racconto d'autunno) R. riprende con leggerezza di tocco il tema del gioco e della paura dei sentimenti, raccontando la vicenda di una vedova quarantacinquenne, di professione viticultrice, a cui sia un'amica sia la fidanzata del figlio cercano di trovare un marito.

Dopo aver pubblicato un saggio di musicologia, De Mozart en Beethoven: essai sur la notion de profondeur en musique (1996), R. all'età di ottant'anni ha avuto la capacità di rinnovarsi, realizzando nel 2001 L'anglaise et le duc (La nobildonna e il duca), un'opera in costume ambientata durante la Rivoluzione francese, nel periodo del Terrore, che adotta le nuove tecnologie digitali: circa 20 minuti di pellicola contengono inquadrature con effetti e scene completamente ricreate al computer. Dopo avere illustrato per decenni (anche se con una vena di irrequietezza) la vita pulita e ben ordinata della piccola e media borghesia parigina, appagata, estranea all'impegno politico, tormentata solo da rancori o privazioni sentimentali, il regista in questo film lascia spazio agli incubi del Terrore per dimostrare l'impossibilità di un equilibrio basato su libertà e giustizia, cosicché il racconto delle paure e delle gioie d'amore diventa lo spunto per una lettura della società e della storia condotta con uno stile cinematografico che ne fa emergere tutta la drammaticità. bibliografia

M. Mancini, Eric Rohmer, Scandicci 1988.

P. Bonitzer, Eric Rohmer, Paris 1991.

P. Marocco, Eric Rohmer, Recco 1996.

Eric Rohmer: la parola vista, a cura di F. Vergerio, G. Zappoli, Bergamo 1996.

G. Zappoli, Eric Rohmer, Milano 1998.

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