Eternìt

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Eternìt

eternìt (o èternit) Nome brevettato di un materiale composto da cemento e fibre di amianto, utilizzato per la fabbricazione di lastre (piane e ondulate) di copertura, tubi per acquedotti, ecc. Brevettato nel 1901 dall'austriaco Ludwig Hatschek, iniziò a essere prodotto nel 1903 da Alais Steinmann, che l'anno precedente ne aveva acquistato la licenza e fondato la Schweizerische Eternitwerke AG (Eternit AG dal 1923) a Niederurnen (Canton Glarona, Svizzera); la gestione del marchio passò nel 1920 alla famiglia Schmidheiny, mentre in Italia la produzione - segnatamente per lo sviluppo di tubazioni - fu avviata nel 1906 da Adolfo Mazza, presidente e amministratore delegato della società Eternit, i cui stabilimenti  avevano sede a Casale Monferrato. Nel periodo antecedente alla seconda guerra mondiale il materiale trovò vastissimo impiego nell'edilizia e in numerosi oggetti di uso quotidiano, ma già a partire dagli anni Settanta del 20° secolo la produzione decrebbe e venne avviato un programma di ricerca volto a produrre fibrocemento esente da amianto a causa della sua comprovata tossicità. Con specifico riferimento all'Italia, dove dal 1992 la produzione e l'utilizzazione dell'amianto sono vietate, il tribunale di Torino nel 2009 ha avviato contro la Eternit AG un processo per disastro ambientale doloso e omissione volontaria di cautele: l'esposizione a fibre di amianto avrebbe infatti provocato la morte di circa 3000 persone per mesoteliomia, asbestosi e tumori polmonari, oltre  a innalzare drasticamente l'incidenza di tali patologie in individui non direttamente impegnati nella filiera industriale (ad es., in familiari di lavoratori addetti ad attività con presenza di amianto o in residenti presso aree interessate a immissioni da stabilimenti produttivi). Dopo la sentenza del febbraio 2012, che condannava i vertici della Eternit AG a sedici anni di reclusione, nel giugno 2013 la Corte d'appello ha innalzato la pena comminata in primo grado a diciotto anni, disponendo inoltre un risarcimento di 20 milioni di euro per la Regione Piemonte e di 30,9 milioni per il comune di Casale Monferrato; nel novembre 2014 la Cassazione ha annullato le precedenti sentenze, dichiarando il reato prescritto.

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