ETRUSCHI

    Enciclopedia Italiana (1932)

di Giacomo DEVOTO , N. Tu. , A. N. M. , Pericle DUCATI , Secondina Lorenzina CESANO

ETRUSCHI. - Nell'antichità furono sostenute due tesi opposte, note entrambe a Dionisio d'Alicarnasso (I, 26,30), sulle origini degli Etruschi, che per l'una tesi, indigena, erano autoctoni d' Italia per l'altra, greca, immigrati dall'oriente egeo. Che la prima tesi, la quale implicava una completa ignoranza sulle origini etrusche e quindi una remota antichità della loro immigrazione nella penisola, sia indigena degli Etruschi è ovvio; e risulta dal confronto coi miti etruschi di Tagete e di Tarchon, e dal computo etrusco dei "secoli". Tagete (il cui nome in lingua etrusca pare suonasse Tarchet) era ritenuto un personaggio divino, nato dalle zolle, ossia autoctono, e datore delle norme aruspicali agli Etruschi: egli da alcune fonti è posto in relazione con Tarchon, il fondatore, oltre che di Tarquinia, di altre città dell'Etruria cisappenninica, come Pisa e Cortona, e della Padana, come Mantova: tutte coeve a Tarquinia. Non è escluso che in origine si trattasse di un'unica figura mitica, considerata autoctona e fondatrice dell'aruspicina e dei centri abitati, e poi sdoppiatasi durante un periodo di egemonia tarquiniese, allorché l'opera di Tagete venne parzialmente a passare, in quanto ecista, all'eroe eponimo Tarchon, il cui nome era omofonico. Dal calcolo dei "secoli" della vita etrusca, che ci è in parte noto, risulta poi che gli eruditi etruschi credevano esistente la loro gente almeno da un periodo che oscilla all'incirca dal 972 al 949 a. C.: tale calcolo, basato certo su genealogie, liste di re e di magistrati e simili, ci spingerebbe a fissare la presenza degli Etruschi nelle zone cisappenniniche almeno dalla prima metà del sec. X a. C.

In conclusione gli Etruschi si credevano indigeni, ignoravano una provenienza recente dall'Oriente, e consideravano all'incirca coevi i loro stanziamenti transappenninici e cisappenninici, risalenti almeno al sec. X a. C.

Di contro, gli eruditi greci inventarono, anche per le origini degli Etruschi, particolari fittizî e discordanti. L'ipotesi più antica, che pare già sostenuta da Ecateo, si fondava sull'omofonia - evidentemente casuale - fra Cortona di Etruria e Gyrtone della Pelasgiotide: essa faceva venire i Pelasgi dalla penisola greca a Cortona, donde, secondo Ellanico (fr. 1 M., in Dion. d'Alic., I, 28), si sarebbero diffusi per tutta l'Etruria. I sostenitori di tale ipotesi, convinti che gli Etruschi, o, come li dissero i Greci da principio, i Tyrseni - più tardi, per assimilazione, i Tyrrheni - fossero la più numerosa propaggine dei Pelasgi, che essi ritenevano abitanti dell'Ellade, finirono per attribuire il nome di Tirreni anche ai loro supposti progenitori o consanguinei Pelasgi, che in epoca più o meno antica avrebbero abitato in varie parti (cfr. per l'Argolide: Sofocle in Dion. d'Al., I, 25; per l'Athos, Lemno, Atene e altre zone: Tucid., IV, 109; per Lemno, la Laconia, Melos e Creta: Eforo fr. 18 e le fonti derivate come Nic. Damasc., fr. 36 M.; Conone, Narr., 36,47; Plut., De mul. virt., 247 a; Quaest. gr., 296 b; Polieno, VII, 49; per Lesbo: Ellanico, fr. 121 M.; per la Caria: Suida s. v. Τερμέρλα κακά, ecc.). Tale generica e arbitraria identificazione di Tirreni e Pelasgi per il mondo egeo pregreco non è anteriore agli scrittori della fine del sec. V a.C., ed è erroneo ritenere che sia già rispecchiata nel tardo inno omerico a Dionisio, che (come Pindaro in Filod., Περὶ εὑσ., p. 48, ed Euripide, Cycl., 18 segg.) considera Dioniso rapito dai Tirreni dell'Occidente. Nessuno degli scrittori antichi sostenne mai la tesi, che ad essi attribuisce qualche scrittore moderno, della provenienza degli Etruschi dall'isola di Lemno; anzi, all'opposto, essi fecero talora provenire i Tirreni (= Pelasgi) delle isole egee dall'Etruria.

Una seconda e diversa ipotesi fu tratta da un'altra omofonia casuale. Gli Etruschi davano a sé stessi il nome di Rasena, ma i Greci li ribattezzarono, dalle loro città elevate o τύρσεις (Dion. d'Al., I, 26,30; scol. a Licofrone, 717), Tyrseni, nome poi ridotto a Tyrrheni. Ora, in Lidia esisteva una città di nome Tyrrha, i cui abitanti, che pare si dicessero Torebi, furono anch'essi chiamati dai Greci, con desinenza greca, Tyrrheni (Τυρρηνοί): ne derivava una fittizia omofonia fra gli Etruschi e quelle genti lidie, che permise a qualche logografo, forse Dionisio di Mileto, di imbastire tutto un racconto novellistico sulla provenienza degli Etruschi dalla Lidia, e sulle cause della loro migrazione. Tale tesi, ch'era ancora pienamente ignota a un famoso logografo, nato in Lidia, Xantho (fr.1, in Dion. d'Al., I, 28), troviamo per la prima volta, contaminata con la tesi pelasgica, in Erodoto (I, 94), il quale distingue, erroneamente, fra Cortonesi ed Etruschi, e considera i primi Pelasgi giunti a Cortona per la via di Spina sull'Adriatico, e i secondi venuti dalla Lidia sulle coste tirreniche. E parecchie altre contaminazioni fra le due tesi, originariamente distinte, ricorrono negli scrittori posteriori al sec. V a. C.

Tali contaminazioni si ritrovano anche nelle notizie relative all'origine di un popolo "etruscoide": quello dei Reti e affini. Livio, che crede alla provenienza lidica degli Etruschi, sostiene (V, 33-35) che essi, in epoca antica, dopo di aver occupato l'Etruria, passarono l'Appennino abitando quasi tutta la zona "inter Appenninos Alpesque". Ché anzi: "Alpinis quoque ea gentibus haud dubie origo [= etrusca] est, maxime Raetis, quos loca ipsa efferarunt, ne quid ex antiquo, praeter sonum linguae, nec eum incorruptum, retinerent". L'etruscità degli abitanti della Padana e di parte della zona alpina avrebbe poi dovuto cedere di fronte alla posteriore immigrazione celtica, che lo storico patavino fa, a buon diritto, iniziare presto, circa il 591 a. C. Invece Plinio (Nat. Hist., V, 50; XX, 133-135) e Giustino (XX, 1, 7; V, 7-9) ritenevano che i Reti fossero Etruschi riparatisi nelle zone alpine solo in seguito alle invasioni celtiche: tesi questa più improbabile, sia perché in tal caso l'etruscità dei Reti avrebbe dovuto essere ancora ai tempi di Livio assai più evidente; sia perché, se è facile capire come genti etrusche potessero ritrarsi di fronte al nemico sulle Alpi, già possedute, non è facile intendere come, vinte dai Galli, potessero toglierle a fiere e ben difese genti preesistenti.

Le tesi dei moderni sulle origini degli Etruschi in qualche maniera rispecchiano e continuano quelle degli antichi; perché gli uni, avvicinandosi alla tesi autoctonista indigena etrusca, credono alla presenza degli Etruschi in Italia da un'età molto antica, e a una loro iniziale penetrazione nella penisola traverso i valichi alpini; e gli altri a un'assai più tarda migrazione dall'Oriente, datata variamente, per via di mare. Contro questa seconda teoria, sia che rispecchi maggiormente l'antica ipotesi pelasgica, sia la lidica, stanno anzitutto ragioni di ordine storico e logico.

Una migrazione recente e in massa, per mare, dall'Oriente - che d'altronde avrebbe richiesto mezzi inauditi, e inaudita potenza marittima dei migranti, in pieno disaccordo con le condizioni dei Lidî - non avrebbe trascurato le spiagge più prossime alla zona di provenienza, che si stendono a sud dell'Etruria; avrebbe dato origine a molti e potenti centri sulle coste tirreniche, mentre le più potenti città etrusche e la sede stessa della loro lega sacrale non sorsero sul mare e le poche città marinare dipesero per lo più dalle interne; avrebbe lasciato un preciso ricordo di sé nell'epica e nella tradizione dei Greci, i cui mari sarebbero stati solcati dai migranti; avrebbe trapiantato nella sua interezza in Etruria la civiltà di una qualche zona egea di una qualche età precisa; avrebbe dato luogo a fiorenti scambî commerciali con la madrepatria, scambî che non si verificarono; e sarebbe stata certo ben presente alla mente degli Etruschi e dei loro supposti progenitori, che invece in epoca classica gli uni e gli altri non ne sapevano nulla. Quanto poi alla supposta provenienza degli Etruschi dai paesi egei, come Lemno, fino a tardi in mano di genti pregreche - i Pelasgi della tradizione -, va notato che l'area, e quindi l'importanza demografica di quelle terre, è del tutto inadeguata a giustificare una migrazione come quella etrusca. D'altra parte nemmeno l'esame degli elementi di fatto, forniti dalle varie discipline, porta a preferire la tesi dell'origine orientale.

Così per i dati linguistici. Per molto tempo si è tentato di avvicinare i testi etruschi direttamente a quelli di qualche lingua, o gruppo di lingue, a noi noto. Ma i risultati di tali ricerche furono tutti così negativi, che i più recenti e serî studiosi si limitano a riconoscere alcuni punti di contatto fra l'etrusco e le lingue, vuoi caucasiche, vuoi anatoliche, vuoi ariane, i quali, se bastano ad assicurare antichissimi rapporti e influssi fra le genti etrusche e quelle di quei gruppi linguistici, con la loro complessità dimostrano che vi fu un lunghissimo periodo di distacco e d'indipendenza tra di esse avanti l'età classica. Sono dunque contatti bastevoli per concepire antichissimi rapporti - non sappiamo in quali sedi primitive - ma inetti a chiarire le ultime tappe degli Etruschi, prima di fissarsi nella terra di Toscana. In specie, la scoperta e la decifrazione recente di testi epigrafici lidici e di altre parlate anatoliche, se ci attesta qualche affinità con l'etrusco, ci attesta pure così profonde divergenze, da rendere impossibile una diretta derivazione degli Etruschi dall'Anatolia in epoca relativamente recente. Quanto ai testi non greci scoperti a Lemno, se veramente si potessero considerare di tipo etruscoide, invece che di tracico, poco direbbero, perché basterebbe pensare che un filone di Etruscoidi durante la migrazione attraverso alla Balcania sia sceso fino alle coste e alle isole dell'Egeo. E come i rapporti caucasici e anatolici ci porterebbero a una prima antichissima tappa nell'est o nel nord-est, e la supposta etruscità della lingua di Lemno ci parlerebbe di una seconda tappa in Balcania, il carattere etruscoide di alcuni dialetti parlati nella zona alpina avanti la conquista celtica, e la presenza di toponomastica etruscoide a nord delle Alpi ci attesterebbero le ultime tappe, prima di scendere nella penisola, degli Etruschi. I quali, avanti di scendere a sud dell'Appennino, occuparono, con gruppi di genti affini, anche parte della Padana.

I dialetti chiamati nord-etruschi, attestati dalle epigrafi dei cosiddetti tipi di Bolzano, Sondrio e Lugano, non sembrano una semplice derivazione della lingua etrusca cisappenninica, trapiantata nella Padana, allorché alcune città dell'Etruria vi estesero il loro dominio, e imbastardita per effetto della migrazione celtica. Di fatto: se epigrafi rispondenti a quelle d'Etruria si rinvennero nella Padana da Busca a Rimini, le iscrizioni nord-etrusche presentano una loro etruscità peculiare per il lessico e la fonetica, e più che agli Etruschi cisappenninici, dominatori della Padana, sembrano da attribuire alle genti etruscoidi, rimaste per gran. tempo lungo la via per cui in antico le orde del loro gruppo erano scese in Italia.

Anche lo studio dei rapporti fra la lingua etrusca e quelle ariane del ceppo italico attesta tanti e così profondi scambî reciproci, da richiedere come spiegazione una lunga, diuturna vicinanza di sedi, nella penisola italiana, fra Italici ed Etruschi, prima dell'età classica. E ciò spiega come, mentre in tutte le altre zone - falische, laziali, umbre, osche, liguri - in cui gli Etruschi penetrarono tardi si conservarono la parlata antica e il ricordo dei primitivi abitanti, ciò non sia avvenuto per l'Etruria, per la media Padana e per la zona retica alpina, dove, tranne che nella toponomastica, non si conserva vera traccia di genti preetrusche nell'età storica.

Analoghe conclusioni derivano dallo studio dell'alfabeto adottato dagli Etruschi. Il quale proviene, per gli Etruschi cisappenninici, non direttamente dal bacino dell'Egeo, ma attraverso le città della Magna Grecia, specialmente calcidesi: il che prova che gli Etruschi vennero in Italia prima dei coloni greci, e non mossero da una zona in cui fossero già diffusi i sistemi scrittorî fenico-ellenici.

Quanto ai testi nord-etruschi, essi attestano, con quelli atestini. l'esistenza, almeno fin dal 700 a. C. (cfr. i segni sugli oggetti della "Fonderia di Bologna"), nella Padana di un alfabeto etruscoide, distinto da quello etrusco, che vi penetrò dal sud, con l'egemonia degli Etruschi cisappenninici. Meno esplicite, ma concordi, sono le conclusioni che si possono trarre dalle ricerche sull'origine della religione e mitologia etrusche. Delle molte divinità, anteriori all'influsso greco, nessuna pare avere una personalità e un nome che ci obblighi a fissare un diretto rapporto con divinità del mondo orientale in genere e anatolico in ispecie, cosa inesplicabile con la vecchia tesi dei logografi greci su una provenienza dalle terre egee e in età abbastanza recente. Il pantheon etrusco, come già affermava a ragione Dionisio d'Alicarnasso (I, 30), è in gran parte peculiare: concepito dagli Etruschi durante le tappe successive delle loro migrazioni; ma, come per la lingua, vi risultano evidenti scambî con gl'Italici, che confermano la vicinanza secolare fra le due genti durante le ultime tappe delle loro migrazioni.

Si è creduto un tempo che le pratiche dell'aruspicina etrusca specie dell'epatoscopia, confermino l'origine orientale, nel senso erodoteo; ma l'epatoscopia fu usata da popoli diversissimi nel tempo e nello spazio, né risultano evidenti i riscontri fra i riti etruschi e quelli anatolici e babilonesi; e se proprio derivazione si credesse d'intravedere, andrebbe intesa come giunta agli Etruschi attraverso il mondo ellenico. I dati antropologici, pochi per genti che usarono su larga scala la cremazione dei cadaveri, non sono ancora così sistematicamente raccolti e studiati, da poterne trarre delle conclusioni solide. Quanto agli usi e ai costumi (per cui lo studio comparativo giova più per intenderne l'essenza che per inferirne rapporti etnici, perché spesso le somiglianze non derivano che da similarità di ambiente), siamo ben lungi dal poter dimostrare che gli Etruschi abbiano tratto dall'Oriente il matriarcato - se pure l'ebbero - i giuochi, gli strumenti musicali, le fogge dei vestiti e di calzari, ecc. I rapporti o non esistono, o esistono anche più evidenti col vicino mondo italico, o sono casuali, o mediati attraverso i Greci.

Ma se i dati di tutte le discipline, la tradizione migliore, e la logica, portano a propendere per una provenienza degli Etruschi per via di terra, dal nord o dal nord-est, in epoca molto antica, cosa ci dicono i trovamenti archeologici? È questo il campo in cui le teorie degli studiosi si conservano più discordanti.

Qualche archeologo, credendo di confermare l'ipotesi erodotea, continua a ricercare le tracce dell'arrivo degli Etruschi in un qualche momento in cui nella zona cisapenninica compaia qualche tipo o sistema, costruttivo o artistico, avvicinabile a tipi o sistemi orientali. Ma poiché tali comparse non si hanno che alcuni secoli dopo il XIII a. C., voluto per la migrazione dalla Lidia da Erodoto, la cronologia erodotea fu abbassata perfino di mezzo millennio; e poiché i varî sistemi ritenuti orientalizzanti per i riti di seppellimento, per la costruzione delle tombe, per la decorazione, ecc. fanno la loro comparsa in diverse età, dal sec. IX al VII, furono sostenute tante cronologie diverse della migrazione, dal sec. IX al VII. E infatti quei dati archeologici, variamente addotti, non sono conciliabili con una qualunque unica datazione. Sicché, tranne per le comuni premesse, le tesi di quegli studiosi sono diversissime e inconciliabili; poiché ogni confronto, addotto dagli uni come dovuto all'importazione dei coloni etruschi al momento della venuta dall'Oriente, viene dagli altri considerato come anteriore o posteriore alla migrazione, e dovuto a semplici influssi commerciali. In difetto di altra possibile conciliazione, si è arrivati a sostenere che la colonizzazione etrusca si è svolta attraverso secoli e che le varie ondate successive di coloni avrebbero portato un po' per volta dall'Oriente gli elementi costitutivi della civiltà etrusca primitiva (Ducati). Altri (p. es. il von Duhn) è addirittura disposto - seguendo Erodoto, ma nel tempo stesso riconoscendo che tutti i sistemi orientalizzanti non si devono a migrazioni di genti in Etruria, sibbene a scambî - ad ammettere che i primi Etruschi, venuti dal civile oriente, fossero rozzi pirati, i quali in un primo momento adottarono la civiltà dei vinti indigeni della zona toscana. Con ciò si viene ad affermare, in sede d'indagine archeologica, una migrazione dall'Oriente, di cui si deve concedere al tempo stesso di non poter dare alcuna prova d'indole archeologica.

Ma, riesaminando i singoli elementi di confronto che si sogliono stabilire con l'Oriente (tombe a camera, riti incineratorî, mura a blocchi poligonali e a mattoni cotti al sole, forma dei templi, delle stele, delle colonne, delle abitazioni, tipi decorativi, fogge di elmi, di spade, di carri da guerra, di morsi per cavalli, ceramica di bucchero, ecc.), è facile constatare come essi siano poco probanti. Per lo più quei raffronti non ci portano precisamente, come dovrebbero, nella Lidia, ma o nel bacino Egeo, o nei più lontani territorî egizî e siriaci. Sono dunque tali da essere spiegati senza far venire gli Etruschi dalla Lidia, tanto più che si ritrovano anche sulle altre coste non etrusche del Tirreno. E devono per la massima parte la loro origine orientale, quando le coincidenze non siano casuali a schiere di navigatori, ellenici e fenici, che servirono da intermediarî.

Di fronte alla vecchia tesi archeologica filo-erodotea (della migrazione dall'Oriente), dinnanzi all'evidenza dei fatti, si va, adagio adagio, facendo strada un'altra tesi, che pare assai più consona ai risultati degli scavi, tesi che diremo degli "autoctonisti", sostenuta con acume da G. De Sanctis e risostenuta, con opportuni ritocchi, da L. Pareti.

Questi studiosi, dopo aver esaminato tutti i vecchi dati di scavo, non meno che quelli nuovi di Populonia, della Marsiliana d'Albegna, di Veio e via dicendo, notano che la civiltà dell'Etruria presenta un'evidente graduale evoluzione dalla prima età del ferro detta villanoviana, fino all'età classica, tale da escludere, o almeno da rendere sommamente improbabile per tutto quel periodo l'immigrazione di nuove genti: poiché dappertutto si presenta una regolare evoluzione, più o meno rapida, con abbondanti elementi di transizione; i centri dell'Etruria abitati nell'età villanoviana sono su per giù gli stessi in cui vissero in epoca classica gli Etruschi, e le loro necropoli formano un'evidente e regolare successione cronologica e topografica. Sicché non pare dubbio che i dati archeologici, d'accordo con le risultanze delle altre discipline, richiedano di predatare l'arrivo degli Etruschi nella zona cisappenninina, facendolo risalire almeno fino all'inizio dell'età del ferro, al 1000 circa, momento in cui vi compare la civiltà di tipo villanoviano.

Ma qui sorge il divario che tiene ancora separati gli autoctonisti in due gruppi. Gli uni e gli altri ammettono che la civiltà dei portatori del ferro in Toscana si sia sovrapposta e fusa con quella delle precedenti genti neo- ed eneolitiche ed enee; ma dei due strati sovrapposti, quale è l'etrusco e quale l'italico?

Da una parte vi è chi pensa (Beloch, Antonielli, Ribezzo, ecc.) che i veri Etruschi siano i discendenti delle locali genti neo- ed eneolitiche, le quali assorbirono la civiltà di successivi migranti, ariano-italici, scesi nelle loro terre all'inizio dell'eta del ferro, portando con sé la civiltà villanoviana. Dall'altra vi sono quelli (Pareti, Devoto, e parzialmente anche il De Sanctis) che pensano che i Villanoviani siano i veri Etruschi, connessi etnicamente coi palafitticoli e coi terramaricoli dell'età del bronzo, della zona Padana, e distinguono per gli ariani-italici dell'Italia media almeno due ondate: una avvenuta dalle Alpi alla Sicilia nella lontana età eneolitica, e l'altra al trapasso dall'età del bronzo a quella del ferro, in una zona che da Pianello per l'Umbria e i monti della Tolfa e di Allumiere scende a Roma, ai Colli Albani, ad Anzio e in parte oltre.

Questo lo stato attuale del problema delle origini etrusche. Compito degli studiosi dovrà essere di saggiare e risolvere il dilemma dianzi proposto. Quale delle due tesi degli autoctonisti è più prossima al vero?

Noi ci limitiamo ad alcune osservazioni: 1. La comparazione linguistica sembra dimostrare che quando gl'Italici si separarono dagli altri Ariani conoscevano già il rame; invece quando i palafitticoli si stanziarono nelle loro prime stazioni lacustri non conoscevano ancora quel metallo: dunque i palafitticoli non sembrano identificabili con gli Ariani. 2. I primi Italici scesi in Italia usavano esclusivamente l'inumazione, come risulta per la Sicilia e per la Magna Grecia, dove il rito perdurò fino all'età classica: invece i palafitticoli e terramaricoli usarono esclusivamente l'incinerazione. 3. Se gl'Italici fossero discendenti dei palafitticoli e affini, avrebbero ereditato direttamente da essi una quantità di usi e riti che la tradizione romana avrebbe dovuto considerare indigeni e autoctoni: invece essa afferma, in modo unanime, il loro passaggio a Roma dall'Etruria: il che torna a dire che i veri discendenti dei palafitticoli sono gli Etruschi e non gl'Italici.

Non pare casuale che le aree nordiche, anche transalpine, con toponomastica etruscoide, corrispondano all'incirca a quelle con relitti palafitticoli; e che esse comprendano i limiti geografici attribuiti dalla tradizione ai Reti etruscoidi e alle genti affini, e quelli entro cui furono rinvenuti testi epigrafici di tipo nord-etrusco, divisibili in due gruppi, che corrispondono all'incirca alle aree dei palafitticoli orientali e occidentali. Studiando i concetti religiosi, i riti funebri, le caratteristiche della vita agricola, commerciale, industriale, politica dei palafitticoli si rintracciano evidenti premesse della vita etrusca: basti ricordare come le palafitte siano già vere e proprie città ben difese, con piano regolatore, con vie rettilinee, col solco primigenio e l'orientazione rituale; e poi ricordare ancora l'uso delle necropoli extra urbem, l'incinerazione, il graduale procedere dall'urna cineraria palafitticola alla villanoviana; la rispondenza di riti; la maestria nella metallurgia, nell'agricoltura, nell'agrimensura; la virtuosità costruttiva e idraulica; i metodi di convivenza sociale, la cura per la persona e la tendenza al lusso, ecc.

Non è diffificile seguire i palafitticoli nei loro successivi spostamenti nella Padana, vedere come essi si trasformassero, fuori della zona lacustre, in terramaricoli e constatare la derivazione dei Villanoviani da quei terramaricoli orientali che ebbero occasione di adottare una civiltà più complessa, per rapporti commerciali con le genti balcaniche e per contatto con nuove genti - illiricovenete - migrate in Italia; ed infine intendere come, a sud dell'Appennino, la civiltà villanoviana si trasformasse in nuovo ambiente climatico, agricolo, minerario e commerciale, e, sotto l'influsso degli scambî culturali con Italici, Elleni e Fenici, in quella che chiamiamo civiltà etrusca.

L'obiezione più speciosa, che viene fatta a questa identificazione da parte dei sostenitori della provenienza orientale, è la seguente: la civiltà cosiddetta "della Certosa" importata dagli Etruschi dominatori nella Padana nel sec. VI è troppo diversa da quella locale sulla quale si sovrappone, per poter pensare che così l'una come l'altra fossero in ultima analisi etrusche. Ma che le civiltà, identiche al principio dell'età del ferro, ossia nell'età villanoviana, a nord e a sud dell'Appennino, siano andate gradatamente allontanandosi è più che naturale, già perché le due sezioni del popolo etrusco rimasero divise da una catena montuosa come l'Appennino rimasta in possesso dell'originaria popolazione ligure, che l'occupava ancora, fin sopra Arezzo, ai tempi di Polibio. Per secoli i due gruppi separati condussero vita politicamente e culturalmente distinta, e ognuno sviluppò la sua civiltà in conformità dell'ambiente in cui si trovò a vivere. Cessata poi la reciproca indipendenza, quando dall'Etruria partirono schiere di conquistatori che dominarono sulla Padana, la parte dominatrice di provenienza cisappenninica, che aveva raggiunto, per motivi individuabili, una civiltà più progredita, la impose ai proprî affini transappenninici, ritardatarî.

Bibl.: E. Brizio, La provenienza degli Etruschi, in Atti Deput. st. pat. per le prov. di Romagna, s. 3ª, III (1885), pp. 119-234; A. Della Seta, in Rendic. Lincei, 1919; G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 117 segg.; G. Ghirardini, in Atti Dep. st. pat. per le prov. di Romagna, s. 4ª, IV (1914), pp. 237-84; W. Helbig, die Italiker in der Poebene, Lipsia 1879; G. Körte, Etrusker, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., IV, col. 730 segg.; L. Mariani, in Ann. Univ. toscane, 1901; L. A. Milani, Ital. e Etruschi, 1909; B. Modestow, Introd. à l'hist. rom., II, Pietroburgo 1904; E. Pais, Studi storici, Pisa 1903; L. Pareti, Le origini etrusche, I, Firenze 1926; D. Randall-MacIver, Villanovans and early Etruscans, 1924; F. von Duhn, Italische Gräberkunde, I, Heidelberg 1924; F. Schachermeyr, Etruskische Frühgeschichte, Berlino 1929.

Storia.

Valicato l'Appennino, i Villanoviani-Etruschi si trovarono nell'attuale Toscana, in terra di clima più mite, in buona parte collinosa, adatta alla coltivazione e - tranne per alcune zone delle valli dell'Arno e della Chiana e del litorale - libera da paludi e non minacciata dalle alluvioni; ricca di risorse minerarie nella Catena Metallifera e nel massiccio dell'Amiata e prossima alla ricchissima isola d'Elba; ben fornita di legname nelle allora vaste zone boschive; confinante verso sud e verso est con paesi in cui prosperavano genti ariane del ceppo italico, umbre, falische, sabine, latine; frazionata in molte parti, spesso ben delimitate, dal mare, dai fiumi, dalle catene montuose, dalle selve; lambita dal Mare Tirreno che presto sarebbe stato la via di comunicazione per i mercanti e per le merci provenienti dal mezzogiorno e dall'oriente. Al frazionamento naturale del paese corrispose il frazionamento politico del popolo migrante; alla varietà delle condizioni ambientali la varietà dello sviluppo civile, che, dopo un primo periodo uniforme, di tipo villanoviano, fu più rapido, se pure meno spontaneo, nelle zone del sud-ovest, più prossime ai centri d'irradiazione culturale greca e fenicia. Furono naturalmente le città del sud-ovest - Cere, Tarquinia, Vulci, Vetulonia, ecc. - quelle in cui più precocemente e largamente penetrarono gl'influssi orientali, e che, per i loro commerci con gli stranieri, raggiunsero più presto una notevole floridezza economica (ampiamente testimoniata anche dai dati di scavo) e prime furono in grado, anche per aumento demografico, di tentare conquiste egemoniche e imprese migratorie o coloniali; mentre nell'interno e a settentrione l'orientalizzamento, la floridezza economica, la saturazione demografica e l'aspirazione ad espandersi furono più tardive.

Divisi politicamente in tanti gruppi distinti, retti in origine da monarchi, e più tardi da consorterie aristocratiche di potenti (lucumoni), i migratori etruschi fondarono diversi staterelli indipendenti, la cui popolazione era in parte riunita nei forti centri maggiori che, come le poleis greche, erano sede del governo e rifugio in caso di pericolo, e in parte in numerosi centri minori, disseminati anche in località meno forti, attraverso le zone poste a più intensa cultura. La pluralità di questi piccoli centri, che dovevano essere numerosi nel territorio di ogni stato-città, ci è chiaramente dimostrata, più che dalle fonti letterarie, dagl'itinerarî e dai ritrovamenti archeologici. La popolazione preesistente all'occupazione etrusca fu in parte ridotta a schiavitù della gleba (Dion. d'Al., IX, 4). Le città indipendenti dovettero in origine essere più numerose che nell'età classica, ma poi, pacificamente o no, dall'unione di più staterelli sorsero stati di una qualche maggiore ampiezza: movimento unitario che rimase però sempre assai limitato, facendosi sentire saltuariamente nei momenti di maggior pericolo dall'esterno. La cosiddetta lega dei Dodici popoli, che ai tempi delle guerre con Roma, dal sec. IV a. C. in poi, ebbe il suo centro nel Fanum Voltumnae presso Volsinî, non fu mai, tranne in parte e per breve periodo, ai tempi della terza guerra sannitica, un organismo politico, ma semplicemente una lega sacrale. Sorta in origine, a quanto pare, nell'Etruria più meridionale, fra città in parte etrusche e in parte italiche assoggettate agli Etruschi, man mano che alcune di quelle città caddero in potere di Roma, ed altre più settentrionali vennero a sostituirle, andò estendendosi verso settentrione: né è escluso che in un primo momento il sacrario della lega fosse più a mezzogiorno, e fosse poi trasportato di fronte all'avanzata romana.

L'appartenere a quella lega non significò dunque che i Dodici popoli fossero politicamente uniti o concordi: ché anzi tutta una serie di rivalità e di lotte egemoniche (forse anche per la supremazia nella lega sacrale) fra le città dell'Etruria meridionale, Vulci, Volsinî, Suana, Salpino (?), Clusium [vetus] (che sorgeva fra Saturnia e Vulci), ci è testimoniata. Appunto tale particolarismo politico spiega, fondamentalmente, lo stato di debolezza degli Etruschi contro gli attacchi nemici, sia nella madre-patria sia nelle zone coloniali; la peculiarità degli sviluppi artistici, religiosi, linguistici, etologici, economici, costituzionali e culturali nelle singole zone; e talora anche le caratteristiche della distribuzione demografica, perché la continua necessità di difendersi dalle aggressioni dei nemici obbligò talvolta a trapiantare le città in posizione più forte, a munirle, a costruire fortilizî nei punti strategici dei loro territorî. Le scarse notizie tradizionali si possono in qualche modo arricchire con lo studio delle facies culturali attestate dagli scavi per ogni zona, e della distribuzione demografica e della viabilità che risultano per le varie età (si vedano le carte archeologiche che vengono edite dall'Istituto geografico militare).

E tale particolarismo spiega anche le caratteristiche di quel periodo di massima potenza espansiva e coloniale delle genti etrusche (dal VII al IV sec. a. C.) che si suole chiamare impropriamente dell'egemonia etrusca, e che è la più chiara negazione dell'opinione vulgata, riguardante l'"inerzia" e il deficiente valore militare degli Etruschi. Bande di migratori e di conquistatori, lasciando le loro città - per amore di avventura, per desiderio di fortuna, per mancanza di mezzi conseguente all'accrescersi della popolazione, per malumore derivante da lotte politiche - si spinsero, isolatamente, a conquistare, con le loro sole forze, nuove terre, e il loro dominio (che ebbe sorte varia in rapporto con gli eventi della conquista e con la forza relativa dei dominanti e dei dominati) riuscì talora a imporsi stabilmente assorbendo etnicamente e culturalmente i vinti, come a Veio e a Fidene; talaltra invece fu quasi esclusivamente politico, consentendo alle genti soggette di conservare - sia pure con molti influssi e ibridismi - la loro lingua e cultura, come a Falerî e a Capena, a Roma e in Campania.

La tradizione romana, ove sia liberata da errori e falsificazioni, e completata coi frammenti della tradizione etrusca, tramandati da una serie di dipinti vulcenti (cfr. Fr. Messerschmidt, Nekropolen von Vulci, 1930, p. 137 segg. e tavv. XIV-XXIV) e da un'iscrizione dell'imperatore etruscologo Claudio (Corp. Inscr. Lat., XIII 1668), ci permette d'intravedere, a grandi linee, le vicende di questo temporaneo e talvolta tumultuoso dominio di schiere etrusche, sovrapponentisi, per quanto riguarda Roma: dove a uno dei condottieri provenienti da Tarquinia (i due Tarquinî della tradizione sono certo sdoppiamento di un'unica figura originale) si sovrappose un altro condottiero proveniente dalla zona vulcente-clusina, che la tradizione romana chiamò Servio Tullio. Questo condottiero, che era stato fedele compagno di una coppia di fratelli vulcenti, Aulo e Caele Vibenna, i quali avevano tentato, con finale insuccesso, d'imporre un'egemonia vulcente, lasciata la patria coi suoi compagni migrò a Roma, togliendola ai Tarquinî; e, per aver rivestito la carica suprema di magister praetorum, come si sarebbe detto alla latina, o di purthi macstarna, come pare si dicesse in etrusco, diede origine nella tradizione, per effetto di sdoppiamento, alle due figure di Mastarna e di Porsenna, entrambi impadronitisi di Roma, secondo gli eruditi romani.

Sopravvivenze. - Le tracce dell'etrusco dopo la sua scomparsa dal numero delle lingue vive sono stranamente scarse, questo probabilmente perché la lingua etrusca si era ridotta ad esser parlata nella cerchia di un'aristocrazia sempre più ristretta. Gli elementi etruschi del vocabolario latino non sono sopravvivenze in senso stretto, perché si tratta di parole uscite dall'Etruria propriamente detta e per mezzo dell'emigrazione sottratte alla colonizzazione linguistica latina. Ma, come in Grecia, così anche in Italia appellativi oscuri e nomi di divinità interpretati possono venire legittimamente attribuiti al mondo linguistico preesistente all'invasione indoeuropea e quindi messi in connessione con l'etrusco anche con energia maggiore di quella dimostrata recentemente da A. Ernout. Rientrano nella categoria di queste sopravvivenze più lontane fatti fonetici come anas "anatra" invece di *anes in contrasto con la differenziazione propria del latino e la rinnovazione del valore sillabico di r e di l (per es., ager da agrs) attestata dal colorito e della vocale d'appoggio, colorito diverso da quello dell'r sillabica indoeuropea.

Di fronte a queste sopravvivenze "laziali" sono più facilmente comprensibili quelle "toscane", le sole superstiti effettive su cui recentemente ha di nuovo richiamato l'attenzione C. Merlo. Una è l'aspirazione toscana (la hasa) che si conserva nella Toscana settentrionale dove l'etrusco è rimasto immune da infiltrazioni oscoumbre; l'altra è quella del passaggio v-b attestata dalla trasformazione di Ilva in Elba. A rigore quest'ultimo rappresenta soltanto un'esagerazione della pronuncia etrusca che possedeva la v spirante sonora, quando in latino era ancora sconosciuta, e mentre la forma silua latina si cambiava in silva, in modo più energico si è trasformata in Toscana la spirante in occlusiva.

Bibl.: Rassegne storico-bibliografiche: E. Fiesel, Etruskisch, in Geschichte der indogermanischen Sprachwissenschaft, II, v, 4, Berlino 1931; F. Skutsch, Etrusker, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., VI, coll. 770-806; Skutsch-Pontrandolfi, Gli Etruschi e la loro lingua, Firenze 1909; G. Herbig, Etrusker, in Reallexikon der Vorgeschichte, III, p. 138 segg. - Studî complessivi sulla lingua: K. O. Müller e W. Deecke, Die Etrusker, 2ª ed. Stoccarda 1877; II, p. 328 segg.; A. Trombetti, La lingua etrusca, Firenze 1928; P. Ducati, Etruria antica, I, torino 1925, pp. 60-94. - Raccolta d'iscrizioni: Corpus Inscriptionum Etruscarum, I (Pauli), Lipsia 1893-1902, nn. 1-4918; II, i (Danielsson), 1907-1925, nn. 4918-5326; II, 2, i (Herbig), 1912, nn. 8001-8600, suppl. I (Herbig), Libri lintei... fragmenta. - Ricerche speciali: E. Lattes, Giunte e postille al vol. I del Corpus, Firenze 1904; id., Saggio di un indice fonetico delle iscriz. etrusche, in Rend. dell'Ist. Lomb., XLI segg.; id., Saggio di un indice lessicale etrusco, per finali, in Rend. dell'Ist. Lomb., XLV segg.; id., Saggio di un indice lessicale etrusco, in Mem. dell'Acc. di Napoli, 1908-1911 e in Rend. Acc. dell'Ist. Lombardo, XLV segg.; A. Grenier, L'alphabet de Marsiliana et les or. de l'écriture à Rome, in Mélanges de l'École fr. de Rome, 1924; M. Hammarström, Beiträge zur Lehre des etr. Alphabets; A. Neppi Modona, in Rend. Lincei, 1926, p. 504 segg.; S. P. Cortsen, Lyd og Skrift, Copenaghen 1908; id., Vocabulorum etrusc. interpretatio, Copenaghen 1918; E. Goldmann, Beiträge zur lehre des indogerm. Charakter des Etruskischen, Heidelberg 1929; F. Ribezzo, Metodi e metodo per interpretare l'etrusco, in Riv. indo-greco-it., 1929; E. Fiesel, Das grammatische Geschlecht im Etruskischen, Gottinga 1922; id., Namen des griechischen Mythos im Etruskischen, Gottinga 1928; S. P. Cortsen, Die Standes- und Beamtentitel, Copenaghen 1925; Leifer, Studien zum antiken Ämterwesen, supplemento a Klio, 1930; S. Pieri, Toponomastica della valle dell'Arno, in Rend. Acc. Lincei, 1918; A. Ernout, Les éléments étrusques du vocabulaire latin, in Bull. soc. ling., 1930. Inoltre la rivista Studi Etruschi, sezione II, Firenze 1927 segg.

Religione.

È fino ad oggi impossibile una delineazione sistematica della religione etrusca, non solo per l'incertezza che grava tuttora sul problema delle origini, ma anche per l'impossibilità di utilizzare le iscrizioni e per la difficoltà di sceverare, nelle fonti letterarie o archeologiche, ciò che è specificamente etrusco da ciò che può essere apporto straniero.

Tuttavia gli studî recenti permettono di chiarire alcune posizioni fondamentali, specialmente relative agl'influssi stranieri (l'orientale viene sempre più circoscritto a beneficio di quello greco e italico o preitalico) e di presentare delle credenze e delle pratiche religiose degli Etruschi un profilo meno arido e frammentario che non in passato.

La religiosità degli Etruschi si è preoccupata specialmente dello studio minuzioso dei segni esteriori attraverso i quali si manifesta la volontà degli dei, e che gli autori latini hanno conglobato sotto il nome sintetico di etrusca disciplina (v. sotto) e delle credenze riguardanti la vita d'oltretomba, sulle quali ci offrono largo materiale le tombe disseminate nei luoghi più importanti del territorio etrusco (Cere, Tarquinia, Chiusi, Volterra, Perugia), ricche di pitture, di bassorilievi su urne e sarcofagi, di suppellettile funeraria.

Gli dei; la mitologia. - Gli scrittori latini sono stati colpiti soprattutto dal fatto che gli Etruschi avevano disposto in gerarchia il loro mondo divino. Al vertice del quale sta una triade: Tinia (Giove), Uni (Giunone) e Menrva (Minerva). Secondo la disciplina etrusca non erano ritenute vere città quelle in cui non fossero tre porte e tre templi (o un tempio tripartito) dedicati a quelle tre divinità (Serv., Ad Aen., I, 422). La triade a sua volta entrava a far parte di un'enneade a cui era demandata in modo particolare la mansione di lanciare il fulmine (Plin., Nat. Hist., II, 43, 138). Varrone poi (in Arnob., Adv. nat., II, 40) sa di un consiglio di dodici dei (dei consentes) che dànno parere a Tinia sul lancio del fulmine e di un secondo consiglio di dei, di cui non si conosce né il nome né il numero né la figura (dei involuti, opertanei) che consiglia e concorre nel lancio di fulmini che debbono sortire un effetto distruttore.

Le altre divinità all'infuori della triade si possono raggruppare come segue, secondo la provenienza greca, italica, o schiettamente etrusca. Sono di provenienza greca nel concetto: Fufluns (Dioniso), Sethlans (Efesto), Turms (Hermes), Turan (Afrodite); nel concetto e nel nome Aplu (Apollo), Artume (Artemide), Hercle (Eracle), Aita (Ade), Phersipnei (Persefone). Sono di provenienza italica: Maris (Marte), Nethuns (Nettuno), Menrva (Minerva), Usil (Sole), Vesuna; e più specialmente latina: Uni (Giunone), Ani (Giano), Selvans (Silvano), Satre (Saturno), Vetis (Veiove), Mae (Maio). Sono etruschi e di sconosciuta interpretazione: Cilens, Cvlalp, Ethauôva, Letham, Tecum, Thufltha, Tluscv. Questi nomi insieme con quelli precedenti si trovano registrati sul fegato bronzeo di Piacenza. Le raffigurazioni degli specchi ci dànno nomi di dee secondarie che sembrano riportarsi al tipo di Turan e sono Alpan, Achvizr, Evan, Mean, Rescial, Snenath, Zipanu. Sempre sugli specchi accanto a rappresentazioni di Eros si trovano i nomi di Aminth e Svutaf. V'è poi un dio dal nome latinizzato: Vertumnus (Volturnus) che Varrone (De ling. lat., V, 46) proclama deus Etruriae princeps e di cui Voltumna è quasi certamente la grafia etrusca. Egli era il dio federale dell'Etruria meridionale, nel cui santuario (Fanum Voltumnae) si radunavano annualmente i confederati in una solennità che era insieme politica e religiosa e che seguitò a celebrarsi anche quando gli Etruschi ebbero perduto la libertà politica (Liv., IV, 23, 25, 61, ecc.; Diod., XX, 44, 9); la sua statua collocata a Volsinî fu trasportata a Roma nel 265 dopo la vittoria sugli Etruschi e collocata nel Vicus Tuscus del Foro dove la vide Properzio che interpreta (V, 2) il nome del dio nel senso di "trasmutatore" applicato all'evoluzione del fiume (cfr. le Volturnali), alle vicende delle stagioni (annum vertens) e perciò alla maturazione delle spighe e dell'uva, per cui fu assimilato a Dioniso; e infine ad altre metamorfosi, non esclusa quella del sesso (cfr. Ov., Met., XIV, 684, 760). Ad ogni modo questo principato di Vertumno, che può essere dovuto a contingenze storiche (anche in Babilonia Marduk era divenuto princeps, facendo obliterare la triade suprema), non va inteso in senso assoluto, perché nella gerarchia delle divinità etrusche il primo luogo spetta a Tinia in quanto è una divinità del cielo, maneggiatore del fulmine e perciò giustamente assimilato al dio supremo degl'indoeuropei e rappresentato in figura di Zeus. La potenza fulminatrice di Tinia è documentata da Servio e Marziano Capella. Delle sedici regioni in cui gli Etruschi dividevano il cielo Tinia ne possiede in proprio tre, dalle quali può lanciare il fulmine suo speciale che è di colore rosso sanguigno, ma può fulminare anche da qualunque altra. Egli ha anche le funzioni di Iuppiter terminus, cioè di guardiano dei confini ed è il tutore della proprietà agricola, che punisce gli eversori di termini. Altra divinità etrusca latinizzata è Nortia proveniente da Volsinî, considerata come una dea del destino e perciò assimilata alla Fortuna dei Romani (Liv., VII, 37; Iuv., X, 74). Entro il suo tempio volsiniese v'era l'uso di fissare ogni anno un chiodo, con significato iniziale d'inchiodare il malefizio, poi di fissare irrevocabilmente la sorte e infine di computare il numero degli anni (v. chiodo, X, p. 131).

Se queste divinità siano state messe dagli Etruschi in relazione naturistica tra loro o etiologica con la vita del popolo, non possiamo sapere perché tutte le rappresentazioni dei monumenti figurati (pitture tombali, specchi, bassorilievi) ci riportano alla mitologia greca. Possiamo tuttavia considerare come etrusche la raffigurazione di Maris (Marte) fanciullo tra le braccia di Minerva che in presenza di altre divinità lo bagna (forse come rito di passaggio al pantheon etrusco?); le figurazioni di demonî che accompagnano l'uomo nel mondo d'oltretomba; la leggenda di Tagete, fanciullo di anni ma vecchio di senno, che esce dal solco arato per erudire gli Etruschi sulla loro "disciplina"; e infine, almeno mediatamente, il computo dei secoli, con la relativa credenza cosmogonica ed escatologica. Tutto sommato, ben povere cose.

I riti e il sacerdozio. - Livio (V, 1) dice gli Etruschi gens ante omnes alias eo magis dedita religionibus quod excelleret arte colendi eas. La minuziosità delle prescrizioni e la scrupolosa osservanza delle pratiche rituali furono la caratteristica che più colpì i Romani venuti a contatto con il popolo etrusco. Queste prescrizioni erano contenute in appositi libri divisi nelle seguenti sezioni principali: Libri haruspicini o Tagetici (di Tagete), Libri fulgurales o de fulguratura (v. divinazione; extispicio) e Libri rituales. Il fulmine (manubiae) è scagliato dalle divinità che si dividono le 16 sezioni del cielo: cioè Tinia lo scaglia da tre regioni; Giunone, Minerva, Saturno, Marte e altre quattro divinità incerte da una regione ciascuna. Restano cinque regioni, il fulmine scagliato dalle quali appartiene anch'esso a Tinia. E poiché per gli Etruschi la collisione delle nubi non è causa del fulmine, ma effetto dovuto al volere degli dei (Sen., Nat. quaest., II, 32) importa sopra ogni cosa saper interpretare il linguaggio fulgurale. Dei tre fulmini di cui dispone, Tinia scaglia il primo di sua iniziativa per ammonire, il secondo dietro consiglio dei dodici dei consentes per atterrire; il terzo dietro consiglio degli dei involuti per devastare e punire. Una volta caduto il fulmine, le cose da esso toccate e la pietra in cui si riteneva pietrificato (ceraunia) si sotterravano nel luogo dove il fulmine era caduto (fulguritum) e attorno vi si alzava un recinto (puteal). Chiudeva il rito il sacrificio espiatorio d'una pecora (bidens) che poi ha fornito il nome alla località colpita dal fulmine (bidental).

I Libri rituales si dividevano a loro volta in tre sottosezioni: i libri rituales propriamente detti, che comprendevano le norme della fondazione delle città, della consacrazione delle are e dei templi, della distribuzione della cittadinanza, della costituzione e ordinamento degli eserciti e insieme l'interpretazione di prodigi (ostenta) di vario genere: terremoti, mostruosità, cataclismi varî, ecc.; Libri fatales, intorno alla vita degli uomini e degli stati; Libri acheruntici intorno alla morte e alla vita ultramondana. In essi, secondo l'informazione di Arnobio (Adv. nat., II, 62), si prometteva alle anime l'apoteosi mediante il sacrifizio di certi animali offerti a determinate divinità. Uno di tali testi acheruntici potrebbe essere quello contenuto nelle bende della mummia di Zagabria.

Questa scienza e questa tecnica religiosa stavano nelle mani di un sacerdozio che si reclutava tra le famiglie nobili del paese (Tac., Ann., XI, 15) ed era gerarchicamente organizzato sotto un sommo sacerdote, eletto annualmente nella grande festa federale al Fanum Voltumnae. Grande era l'importanza politica di questo sacerdozio che solo sapeva interpretare i segni del cielo come manifestazioni della volontà degli dei; e si spiega quindi come i giovani delle nobili famiglie romane venissero inviati in Etruria ad apprendere l'etrusca disciplina, come norma per la direzione dello stato.

A questo sacerdozio era affidata la compilazione del calendario che in Etruria era lunare e che pare abbia influito sulla compilazione del calendario romano, se è vero che idi sia una parola etrusca (Itis, Itus; Varr., De ling. lat., VI, 4, 28; Macr., Sat., I, 5) e che le nundinae fossero presso gli Etruschi giorni di udienza reale e di mercato (Macr., Sat., I, 15); e che per responso dell'aruspice Lucio Aquilio al Senato i giorni postriduani fossero dichiarati di malo augurio. Certo gli Etruschi avevano elaborato una divisione del tempo (Libri fatales) applicabile alla vita degl'individui e dello stato. La vita dell'uomo si svolge in dodici settimane di anni. Fino ai 70 anni egli può, mediante i riti della religione, deprecare il suo fato, ma dopo quell'anno egli non può né domandare né ottenere nulla dagli dei a quello scopo (Cens., XIV, 6). La vita dello stato si deve concludere entro l'ambito di dieci secoli e fino al decimo è sempre possibile allo stato, mediante la celebrazione di apposite cerimonie, deprecare quei prodigi (ostenta saecularia) con cui gli dei avvertono della fine del secolo (Cens., XVII, 6). Di un ciclo di 12.000 anni, certo in corrispondenza dei dodici segni zodiacali, di cui i primi 6000 trascorsi nella formazione del mondo, gli altri riservati alla storia dell'uomo, parla Suida (s. v. Τυρρενία), ma evidentemente sotto l'influsso della cosmogonia biblica.

L'oltretomba. - Le pitture tombali, i bassorilievi funerarî e in minor misura le rappresentazioni sui vasi e sugli specchi sono l'unica fonte che c'informi sulla concezione dell'oltretomba: concezione specificamente etrusca, che si differenzia dalla visione calma e serena dei Greci come da quella austera ma non paurosa dei Romani.

Occorre però distinguere. Nelle tombe più antiche, fino al secolo V a. C., gli Etruschi hanno raffigurata la vita oltremondana come una prosecuzione delle gioie e delle occupazioni della vita terrena (conviti, danze, giochi, scene di caccia e di pesca). Dal sec. IV in poi hanno dato la preferenza ad elementi mitici greci ma di carattere crudele (sacrificio d'Ifigenia, fratricidio di Eteocle e Polinice, Teseo e Piritoo, morti di Ippolito, di Atteone, di Enomao) insieme con elementi relativi alla vita infera del defunto (viaggio verso l'Ade, figure demoniche che vi sono associate, giudizio degli dei infernali). Non già che nuove credenze siano venute a cambiare la visione etrusca dell'oltretomba, giacché certe rappresentazioni dell'epoca ellenistica non mancano nemmeno in quella arcaica (van Essen); ma col tempo si mutarono le preoccupazioni e i punti di vista, accentuandosi il carattere nazionale, forse in contrapposto all'assorbimento politico e culturale di Roma.

Dopo la morte il cadavere veniva steso sul letto e attorno a esso avveniva il rito della conclamatio o richiamo dell'anima del defunto, mentre le lamentatrici levavano il compianto (Tarquinia: Tomba del letto funebre, Tomba del morto). Al momento del trapasso l'anima è attesa da due gruppi di demonî, l'uno ostile capitanato da Charun (Caronte), l'altro pietoso con a capo la dea Vanth: questo contrasto è stato interpretato in senso morale, come di una lotta tra gli spiriti del bene e del male (Zielinski). Queste scene di contrasto si trovano entro raffigurazioni mitologiche nelle quali è adombrata la sorte del defunto: Achille uccide un prigioniero troiano (Tomba François a Vulci, ora nel museo Torlonia in Roma), Admeto e Alcesti si separano davanti a due demonî, Charun e Tuchulcha (cratere da Vulci, ora a Parigi).

Una volta in possesso dei demonî il defunto procede verso la dimora infernale, talora a piedi, scortato, raramente da uno, più spesso da due demonî, uno dei quali lo precede o lo tiene per mano, l'altro lo segue. Questi demonî hanno gesto minaccioso e talora sono addirittura in atteggiamento di percuotere. Talora il defunto va a cavallo, ma non nell'atteggiamento baldo del morto eroizzato, bensì come di chi deve sottostare al suo fato. È preceduto da demonî, uno o più, ed è seguito dal servo e dai congiunti. Talora infine procede sul carro che guida egli stesso, stipato dal solito corteggio. Rare sono le raffigurazioni del punto di arrivo, adombrato da una porta innanzi alla quale sta Cerbero, il cane tricipite. Nella dimora infernale regna la coppia Ade (Aita, Eita; Vetis, fegato di Piacenza; Mantus, Serv., Ad Aen., X, 198) e Persefone (Phersipnei; Mania, Varr., De ling. lat., IX, 61). La Tomba dell'Orco (Tarquinia) raffigura Ade barbato con elmo a testa di lupo, con un serpente nella sinistra, mentre con la testa accenna al gigante Gerione tricipite (Kelun). Persefone è in piedi con la chioma irta di serpentelli.

Le principali figure demoniche che dominano nell'inferno etrusco sono Charun e Tuchulcha. Charu o Charun è il Caronte greco ma riconcepito all'etrusca: è alato con la faccia barbuta e arcigna, occhio minaccioso, bocca a rostro e orecchie aguzze; lo contraddistingue un enorme martello (che non ha nulla a che fare con la bipenne) con il quale colpisce e arresta la vita dell'uomo. Tuchulcha è ancora più orrido: occhi feroci, orecchie asinine, bocca a rostro, enormi ali aperte, due serpenti sul capo e un grosso serpente, che è il suo distintivo, attorcigliato al braccio.

Non mancano nell'Ade etrusco demonî femminili: le Lase, in aspetto giovanile nelle figurazioni più antiche, in aspetto senile e severo nelle più recenti. Nel sarcofago chiusino di Hasti (museo di Palermo) sono rappresentate in numero di tre, pari alle Parche, di cui due nominate: Vanth, appoggiata a una grossa chiave, e Culsu con una fiaccola nella sinistra e le forbici nella destra.

Influenza della religione etrusca sulla romana. - L'innegabile influenza che gli Etruschi hanno esercitata sui primordî della storia di Roma si è fatta sentire anche sulla religione. Sono infatti di provenienza etrusca, mediata o immediata, non solo l'installazione sul Campidoglio della triade Giove, Giunone, Minerva entro un tempio tripartito, dovuta a Tarquinio il Superbo (Liv., I, 55-56) e il banchetto (epulum Iovis) cui le tre divinità partecipavano in effigie il 13 settembre per la dedicazione del tempio (Val. Max., II, 12; Plin., Nat. Hist., XXXVIII, 111) e la cerimonia del trionfo (Serv., Ad Ecl., X, 27), ma anche l'introduzione o almeno la valorizzazione in Roma da parte dell'etrusco Servio Tullio del culto della dea Fortuna assimilata all'etrusca Nortia, l'imitazione del rito della fissazione del chiodo sacro, nel tempio di Giove Capitolino, e ancora l'introduzione dei libri sibillini per iniziativa dell'etrusco Tarquinio Prisco, dei misteri di Bacco e infine dell'aruspicina.

Etrusca disciplina. - È così detta, latinamente, nel suo insieme, la dottrina aruspicale etrusca, che Cicerone chiama ora Etruscorum disciplina, ora haruspicina, ora haruspicinae disciplina. La tradizione leggendaria vuole che essa fosse stata rivelata, nella sua parte sostanziale, agli Etruschi, accorsi da ogni parte, da Tagete - fanciullo d'aspetto, ma di saggezza senile (in alcune fonti detto figlio del Genio e nipote di Giove) - balzato improvvisamente da un solco tracciato dall'aratro nel terreno vicino a Tarquinia.

I suoi insegnamenti furono raccolti da Tarconte (che in una versione della leggenda è sostituito addirittura a Tagete), scritti in appositi libri sacri, variamente denominati dagli antichi autori, e conservati gelosamente dai lucumoni delle singole città. Altre parti dell'etrusca disciplina, e specialmente la scienza dei fulmini e quella dei confini agresti, si ascrivono invece alla rivelazione fatta da una ninfa Vegoe o Begoe (Vego[n]ia) ad Arunte Veltimno. In realtà, il complesso delle norme rituali che costituiscono l'etrusca disciplina nella sua forma più completa è il frutto delle esperienze e delle osservazioni fatte via via dai varî popoli dell'Etruria, e il sorgere delle leggende su ricordate può attribuirsi al contributo maggiore offerto dalle città di Tarquinia, il cui mitico eponimo è Tarconte, e di Chiusi, nella quale è attestata la gente Vecu, con cui è da porre in relazione Vegoe (Corpus Inscr. Etr., I, 1494 seg.) e donde provengono molte iscrizioni di aruspici. Veio contribuì con rivelazioni di fata, cioè di miracoli operati dal destino.

Si è pensato che l'epatoscopia, uno dei principali riti della etrusca disciplina, sia stata trasmessa agli Etruschi dai Babilonesi, per il tramite degli Hittiti, e dai Lidî, e quindi essa costituirebbe una delle maggiori prove per la loro provenienza orientale, almeno di un certo nucleo. Ma siccome tali analogie possono essere in parte casuali, in parte tarde e dovute all'accoglimento di riti estranei, è necessario usare molta cautela nell'avvalorarle e nel basarvisi per il problema delle origini (cfr. R. Pettazzoni, in Studi Etruschi, I, p. 195 segg.; L. Pareti, Le origini etrusche, I, Firenze 1926, pagina 182 segg.; G. Furlani, in Atti I Congr. Etrusco, Firenze 1928, p. 122 segg.). E inoltre alcuni elementi potrebbero forse anche ricercarsi in substrati italici, preetruschi (cfr. Schachermeyr, Etr. Frühgeschichte, Berlino 1929, p. 295 segg. e H. J. Rose, in Atti cit., p. 147 segg.).

Altra parte fondamentale dell'etrusca disciplina è data dalla dottrina sui secoli etruschi, la cui redazione è fatta risalire da Varrone al sec. VIII etrusco, corrispondente al sec. II a. C., datazione che può ammettersi anche per la compilazione scritta delle rimanenti parti dell'etrusca disciplina. Gli scritti contenenti l'etrusca disciplina vengono spesso detti nell'insieme senz'altro "libri etruschi" (Etrusci libri, o simili) o Tagetici. Lucrezio (VI, 381) li chiama "carmi Tirreni" (Tyrrhena carmina). Si dividono in libri aruspicini e rituali (v. sotto), e fulgurali (v. divinazione). Al tempo di Plinio il Vecchio ve ne era un'edizione illustrata.

Le norme dell'etrusca disciplina regolavano ogni atto importante della vita pubblica e privata, sia in pace sia in guerra, costituendo pertanto un vero e proprio codice di carattere legale. La sua caratteristica principale consisteva nell'essere un genere divinatorio, da Cicerone definito artificioso, che cioè ricercava in elementi del tutto esterni, in base all'applicazione meticolosa di speciali atti e all'osservazione di determinati fenomeni, il responso soprannaturale per il caso contingente. La volontà divina poteva essere indagata soprattutto nei fulmini, nel volo degli uccelli, in eventi straordinarî d'ogni sorta, celesti e terrestri, nel fegato degli animali immolati: l'aruspicina costituiva, come si è detto, la parte fondamentale dell'etrusca disciplina, e da essa era chiamato aruspice il sacerdote, cui era affidato tutto il rituale: il corrispondente termine etrusco sembra sia trutnvt, che ricorre in un'iscrizione bilingue di Pesaro (Corpus Inscr. Lat., XI, 11, 6363; I, 2ª ed., 11, 2127), riferibile a un aruspice forse proveniente da Tarquinia, dove fronta (c) pare corrisponda a fulguriator, il sacerdote esperto nella scienza dei fulmini, e netôvis potrebbe essere un altro termine, forse indigeno, per aruspice. Compito precipuo dell'aruspicina era appunto l'extispicio (v.), ossia l'esame delle viscere degli animali e specie del fegato (soprattutto di pecora), di cui esistevano, per l'insegnamento di tale dottrina, dei modelli, uno dei quali, bronzeo, è conservato nel Museo civico di Piacenza (v. divinazione, XIII, p. 60, fig.).

Sul preciso valore e significato di questo oggetto (scoperto nel 1877), che fu anche ritenuto un amuleto magico, molto si discute tuttora, ma secondo l'interpretazione generalmente accettata, esso si riferirebbe a una speciale epatoscopia che potrebbe dirsi "astrologica" (cfr. Furlani, loc. cit.): infatti la ripartizione della superficie piana in sedici caselle marginali, in ciascuna delle quali è inciso il nome, sembra, d'una divinità, sarebbe da porre in rapporto con la suddivisione in egual numero di settori della vòlta celeste, in ognuno dei quali domina un nume diverso, il cui volere si manifesta per mezzo dei fulmini: ufficio dell'aruspice è appunto quello di stabilire da qual punto preciso del cielo provengono le folgori (manubiae), per interpretare il volere divino. Si vedono inoltre su questo lato anteriore altri nomi internamente entro ripartizioni di varia forma, per le quali sono state avanzate complicate ipotesi, e tre sollevamenti - uno piramidale, uno conico, uno globulare - nei quali si è voluto vedere, rispettivamente, la corrispondenza col cielo, col sole e con la terra. Nella parte posteriore, convessa, si leggono due soli nomi: usils "del sole" e tivs "della luna". Il bronzo piacentino può anche chiamarsi templum augurale, in quanto raffigura il cielo, e mundus, in quanto dà l'immagine dell'universo. L'interpretazione suddetta è stata aiutata da un passo, assai curioso e variamente inteso, di Marziano Capella, che nel De nuptiis Mercurii et Philologiae ripartisce appunto il cielo fra 16 divinità, i cui nomi trovano qualche corrispondenza con quelli etruschi del bronzo. Pare dunque fondata l'ipotesi ch'esso raffiguri un microcosmo riflettente l'immagine del macrocosmo, dandoci la rappresentazione visiva del complicato sistema divino e dell'ordine dell'universo. Il bronzo non può datarsi peraltro anteriormente al sec. III a. C., rappresenta quindi in ogni caso uno stadio molto avanzato dello speciale ramo dell'etrusca disciplina.

Molto interessante è poi la scena raffigurata su uno specchio bronzeo da Tuscania (Viterbo) del sec. III a. C., conservato nel Museo archeologico di Firenze, nella quale si vede il barbuto Tarconte che con la moglie, o piuttosto con una dea o ninfa generica, assiste all'esame di un fegato, compiuto da un aruspice, nel quale può vedersi lo stesso Tagete, alla presenza di Vertumno, il dio principe etrusco (a destra) e di un altro genio o essere divino, equivalente forse ad Apollo (a sinistra). È stato giustamente supposto che la scena, dichiarata da iscrizioni etrusche, alluda al rito prescritto dall'etrusca disciplina per la fondazione di Tarquinia (cfr. P. Ducati, Etruria Antica, Torino 1925 p. 134) ovvero al momento in cui Tarconte è iniziato nella disciplina etrusca (M. Pallottino, in Rend. Lincei, sc. mor., VI, 1930, p. 49 segg.).

Specialmente ai principes etruschi era affidata la trasmissione gelosa dell'etrusca disciplina, nella quale anche le donne potevano essere addestrate, e lo stesso Senato romano nel sec. II a. C. ordinò che dieci figli loro (sembra infatti che così vada letto, piuttosto che sei, anche nel passo ciceroniano De divin., I, 41, 92) in ogni città principale ne fossero istruiti. Gli aruspici venivano chiamati sovente a Roma in caso di prodigi straordinarî per dare il loro responso. Essi sono nominati per la prima volta sotto Tarquinio il Superbo, ma solo dall'epoca della seconda guerra punica assumono una posizione importante nella vita religiosa di Roma.

Un'iscrizione della fine della repubblica e varie di epoca imperiale ci attestano l'esistenza di un ordo LX haruspicum, già costituito dunque al tempo di Augusto. Claudio, preoccupato della decadenza dell'aruspicina ufficiale, cercò di promuoverne lo studio in Etruria. Troviamo nominato un haruspex summus in Cicerone e più tardi un magister publicus haruspicum, un haruspex maximus o primarius in varie iscrizioni. Ma in genere l'ascendente degli aruspici e la loro importanza non furono nel periodo imperiale superiori al precedente, anche per via dell'influsso esercitato in Roma, sia pur nascostamente, dagli astrologi caldei.

La prima traduzione latina dei testi relativi all'etrusca disciplina, specialmente per quel che riguarda gli ostenta, cioè le apparizioni naturali, è attribuita a Tarquitio Prisco (le cui opere Virgilio dice di avere studiate), forse nativo di Veio, che scrisse molto sull'argomento, anche in versi, e può fissarsi alla metà circa dell'ultimo secolo della repubblica; da lui prendono poi nome i libri dell'etrusca disciplina (Tarquitiani libri). Sembra vada riferito a una statua o a un busto eretto in suo onore un frammento epigrafico tarquiniese, ora perduto (Corpus Inscr. Lat., XI, 1, 3370), cui va ravvicinato un analogo frammento (Corpus Inscr. Lat., XI, 11, 2, 7566; cfr. Bormann, in Jahreshefte Österr. Arch. Inst., II, Vienna 1899, p. 129 segg.) riferibile all'effigie di un altro scrittore di etrusca disciplina.

Di studiosi che se ne occuparono in Roma ne conosciamo diversi: è anzitutto da menzionare A. Cecina, il volterrano nemico di Cesare, figlio del cliente di Cicerone, che aveva una competenza eccezionale, essendo stato istruito dal padre nell'etrusca disciplina. Egli si occupò principalmente, e forse esclusivamente, della scienza dei fulmini. Della sua opera ci ha conservato frammenti Seneca, e da essi si apprende che egli cercò di dare alle teorie dell'etrusca disciplina un fondamento scientifico, servendosi delle dottrine stoiche. Da lui attinsero Verrio (e forse anche un Granio), Flacco e lo stesso Cicerone, forse anche Plinio. Sono poi, in genere, da porre in rilievo i legami tra la filosofia stoica e la teologia etrusca. Ricordiamo ancora Giulio Aquila, forse il liberto di Mecenate, che scrisse su fulmini e visceri, e Clodio Tusco, i quali, al tempo di Augusto, tradussero e commentarono alcune parti più importanti; P. Nigidio Figulo, amico di Cicerone, dottissimo, autore, fra l'altro, di un trattato sulla divinazione, di uno de extis, e di uno ancora de dis, e forse di un diario fulgurale - probabile fonte, per le dottrine etrusche (oltre a Varrone e a Labeone) di Marziano Capella (sec. V d. C.), per il De nuptiis (v. sopra) - cui si devono con ogni probabilità i primi contatti fra l'etrusca disciplina e le teorie neopitagoriche, delle quali, come delle gnostiche, troviamo accenno, insieme con le etrusche, in Luttazio Placido, scoliasta di Stazio; M. Terenzio Varrone; lo stoico Attalo, maestro di Seneca, che introdusse nella scuola l'arte fulgurale degli aruspici; Seneca, che tenne in considerazione l'etrusca disciplina nelle sue ricerche di storia naturale; e se ne mostrano edotti il poeta Lucano nella parsaglia e Columella. E inoltre: Umbricio Melior, aruspice di corte di Galba, autore di un'opera illustrata; Sinnio (?) Capitone; un Vicellio, posteriore certo a Tolomeo, un Fonteio, che attinse forse, in epoca imperiale imprecisabile, da Varrone; Cornelio (?) Labeone, che ne trattò in 15 libri (forse tradotti dall'etrusco), conciliandone le teorie con quelle del neoplatonismo, di cui egli era seguace; un suo contemporaneo Cesio, probabilmente di famiglia etrusca volsiniese (forse Tiberio Cesio, scolaro di Servio Sulpicio); Amelio Gentiliano Tusco, scolaro di Plotino, intorno alla metà del sec. III d. C., cui forse appartiene un frammento conservato in Suida, s. v. Τυρρενία, commisto di dottrine etrusche e caldaiche; Apuleio; Ammiano Marcellino (sec. IV d. C.), che dimostra di conoscere le varie parti dell'etrusca disciplina; e altri ancora, su molti dei quali siamo informati (sebbene vi sia assai da diffidare) da Giovanni Lorenzo Lido (sec. VI d. C.).

L'impulso alla propagazione in Roma dell'etrusca disciplina e all'attività letteraria intorno a essa fu dato certamente dagli etruschi Mecenate sotto Augusto e Seiano sotto Tiberio, mentre lo stesso Claudio se ne occupò senza dubbio largamente nella sua storia dei Tirreni, in 20 libri. Gli aruspici erano tenuti in altissima considerazione anche nelle provincie, e la loro importanza non cessò del tutto neppure dopo le disposizioni restrittive di Costantino (editti del 319) e di Teodosio. L'etrusca disciplina (sia pure con le molte introduzioni e contaminazioni successive di riti che certo non possono riannodarsi agli originarî e che potevano talvolta anche essere in contrasto con quelli), continuò così a esercitare la sua influenza se pure non ufficialmente, anche in mezzo al cristianesimo vittorioso. Ai sacerdoti etruschi si faceva pur sempre ricorso da ogni parte in occasione di prodigi di disastri imminenti: come, secondo Zosimo (V, 41), per poco non si fece ancora quando Roma era assediata da Alarico nel 409. In quella stessa epoca, Claudiano invitava i sapienti etruschi e gli aruspici (che sono in questa tarda antichità detti più spesso "matematici") a indagare coi loro riti le cause delle presenti calamità. E ancora nel sec. VI sotto il regno di Atalarico, nell'imminenza dell'invasione di Narsete, Procopio ci attesta, a proposito di un episodio avvenuto nel Foro, che i Toscani erano tuttora dediti alla divinazione.

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Sul fegato di Piacenza: W. v. Bartels, Die Etruskische Bronzeleber von Piacenza in ihrer symbolischer Bedeutung, Berlino 1910; id., Die etruskische Bronzeleber von Piacenza in ihren Beziehungen zu den acht Kwa der Chinesen, Berlino 1912; W. Deecke, Das Templum von Piacenza, in Etruskische Forschungen, IV, Stoccarda 1880; id., Nachtrag zum "Templum" von Piacenza (Die Leber ein Templum), in Etruskische Forschungen und Studien, II, Stoccarda 1882, p. 65 segg.; G. Koerte, Die Bronzeleber von Piacenza, in Römische Mitteilungen, XX (1905), p. 348 segg.; N. Terzaghi, La più recente interpretazione del Mundus-Templum di Piacenza, Firenze 1906; C. O. Thulin, Die Götter des Martianus Capella und der Bronzeleber von Piacenza, in Religionsgesch. Versuche u. Vorarbeiten, III, Giessen 1906, p. 1; A. Biedl, Dìe Himmelsteilung nach der Disciplina Etrusca, in Philologus, n. s., XL (1931), p. 199 segg.

Archeologia ed arte.

Lo studio della civiltà e dell'arte degli Etruschi muove dal tempo in cui nella regione tra l'Arno e il Tevere si cominciano a scorgere i primi documenti dell'esistenza di quel popolo, e va sino alla piena romanizzazione dell'Etruria. Si dovrebbe perciò iniziare tale studio dalle più recenti tombe del tipo di Villanova (v. villanoviana, civiltà) della prima età del ferro, cioè della seconda metà del sec. VIII a. C., per arrivare sino agli anni della dittatura di Silla (82-79), feroce repressore degli ultimi guizzi del nazionalismo etrusco. Naturalmente questo lungo ciclo di più di sei secoli può essere diviso in due grandi periodi. Il primo comprende gli albori della vita etrusca, come elemento etnico ben distinto dagli altri in Italia, l'espansione degli Etruschi, la loro potenza, i sintomi di un irreparabile decadimento: è il periodo dell'arcaismo, che dalla seconda metà del sec. VIII va sin verso la fine del sec. V a. C. Il secondo periodo, che abbraccia i secoli IV, III, II e i primi decennî del I, è quello dell'arte evoluta e della decadenza. Quattro fasi si possono proporre nel primo periodo: le origini, l'arte orientalizzante, l'arte ionicizzante e arcaicizzante (sec. VI e primi tempi del V a. C.), l'arte dell'arcaismo in ritardo (sino verso la fine del secolo V a. C.). In tre fasi si potrebbe suddividere il secondo periodo: sec. IV o rinascimento dell'arte etrusca; sec. III o influsso dell'ellenismo; sec. II e primi del sec. I a. C. o fine della civiltà e dell'arte etrusca.

Si può dare notizia dei varî monumenti etruschi ripartendoli nelle varie categorie, e dichiarandone per ciascuna indipendentemente lo sviluppo; ma ciò per ragioni ovvie è tutt'altro che agevole per le prime due fasi del primo periodo, ove più che di arte si tratta di archeologia. E nella trattazione dei varî generi artistici è opportuno far noto che talora si adducono monumenti usciti da località non etrusche, ma soggette all'influsso etrusco, influsso che fu forte, penetrante, dominatore nel centro dell'Italia anche su Roma, sulla quale la corrente etrusca agì prima di quella ellenica e in modo assai vigoroso.

Le origini. - Comprendono all'incirca il secondo cinquantennio del sec. VIII a. C., cioè gli ultimi tempi della civiltà tipo Villanova. La presenza di elementi culturali nuovi si avverte nei sepolcreti villanoviani sia nella forma di alcune tombe (tombe a fossa, a cassone; tomba primitiva a piccola tholos del Poggio delle Granate a Populonia; i ripostigli stranieri e le tombe a circolo interrotto del territorio di Vetulonia), sia nella grande espansione della metallotecnica, cioè del bronzo laminato e lavorato a sbalzo e a bulino, sia in alcuni tipi di oggetti e utensili, sia infine nell'ulteriore svolgimento di alcuni tipi di oggetti e di utensili di carattere italico o preetrusco.

Per la metallotecnica e per questo ulteriore sviluppo di elementi culturali italici dobbiamo far menzione prima di tutto dell'ossuario tipico villanoviano, il quale talora non è più plasmato nell'argilla, ma è foggiato in bronzo, ed è qualche volta, come a Tarquinia, non più usato come ossuario, ma come vaso accessorio in tombe a fossa. E vi sono altri e numerosi tipi di recipienti: tazze, caldaie, il cosiddetto incensiere, la fiaschetta derivata da modelli esotici di argilla smaltata. È interessante anche la decorazione, di tipo geometrico, in cui a poco a poco s'infiltrano elementi geometrizzati desunti dall'Oriente.

Per i tipi di oggetti e di utensili di nuovo carattere dobbiamo notare gli askoi, otri fittili modellati, gli elmi, un tipo di spada o daga, un tipo di recipiente (la situla). Due sono le forme di elmi, quella a calotta a punta sormontata da una doppia cresta, e quella a semplice calotta, talora sormontata da un bottone; per lo più questi elmi, specialmente nelle necropoli di Tarquinia e di Veio, servono di copertura a ossuarî biconici. La loro origine dal bacino dell'Egeo è generalmente ammessa. Nelle daghe o pugnali a impugnatura ad antenne sembra di dover riconoscere un'origine più vetusta, settentrionale, mentre nelle altre armi a impugnatura a pomello e ad elsa appiattita sarebbe da riconoscere un'origine più recente dal bacino dell'Egeo. Così per la situla, per cui si ha una prova di una derivazione preellenica in monumenti come il sarcofago dipinto di Haghia Triada in Creta. Per lo svolgimento ulteriore di tipi di oggetti di carattere italico preetrusco possiamo addurre i cinturoni a losanga e le fibule di vario aspetto, in cui talora alla fine di questa fase delle origini possiamo scorgere influssi esotici, quale è quello della riproduzione della figura scimmiesca sull'arco.

Appaiono adunque qua e là innestati nel rude patrimonio culturale degli antichi Italici della civiltà villanoviana elementi nuovi di probabile provenienza orientale. Fra tali elementi è da notare l'introduzione del sistema geometrico decorativo che doveva essere diffuso nel bacino dell'Egeo. Repertorio di meandri, di croci uncinate, di fasce o fregi, di rettangoli o metope, con la preferenza, nella riproduzione di forme animali, dei palmipedi e degli equini; euritmia cosciente e ben ponderata nella sintassi di questi elementi decorativi: sembra in realtà il geometrico greco trasportato in ambiente diverso e applicato ad oggetti e ad utensili proprî di questo ambiente. E vi sono i primi tentativi di pittura e di scultura, quest'ultima nell'argilla e nel bronzo.

Per la pittura abbiamo prodotti ceramici, nei quali alla decorazione scalfita o rilevata si sostituisce quella a colore di puro tipo geometrico: sono vasi delle regioni tarquiniese, veiente, volsiniese, falisca, in una parola, adunque, dell'Etruria meridionale. Ma la decorazione non si restringe al puro repertorio geometrico; vi è, talora, la figura umana, come nella olla dal sepolcreto visentino delle Bucacce del Museo di Firenze, con la gaia intonazione di rosso e nero su bianco, e con la scena di una danza di esseri muliebri, espressi con severa formula geometrica, in atto di tenersi per mano. Per la scultura si hanno, p. es., le figurine del cinerario di argilla di Montescudaio nel Volterrano, del Museo di Firenze, o la statuetta bronzea di guerriero da una tomba a pozzo vetuloniese, pure del Museo di Firenze, informi pupazzi sia in argilla sia in bronzo, in cui tuttavia, per il vigore espressivo, sono in germe le qualità che si esplicheranno esimie nell'arte etrusca della coroplastica e della scultura in bronzo. Nelle ultime tombe di questa prima fase, o delle origini, dobbiamo rilevare la presenza, talora, di oggetti aurei lavorati già a sbalzo o alla filigrana; così, p. es., nella tomba visentina che ha dato l'olla dipinta sopra citata. Appaiono anche scarabei egizio-fenici, figurine di smalto pure di fabbrica fenicia, ma di ispirazione egizia, paste vitree, ecc., tutta minutaglia che dimostra i già avviati commerci con l'oltremare, non solo coi Greci, ma anche coi Fenici.

Come dobbiamo immaginare che fossero i templi e le dimore civili in questa fase delle origini? Le urne a capanna, che sono comuni col Lazio e che sono state rinvenute a Tarquinia, a Vetulonia, a Bisenzio e a Populonia, dimostrano l'esistenza di costruzioni circolari od ovoidali. Così dovevano essere anche gli edifizî sacri; se ne ha una prova indiretta, nel passo di Ovidio (Fasti, VI, v. 262) relativo al tempio di Vesta e nel passo di Varrone (De lingua latina, V, 45-54) concernente i tuguria degli Argei. Ma che già la forma dell'abitazione e del tempio si avvicinasse al rettangolo o al quadrato, pare provato da un'urna a capanna da Tarquinia, lavorata all'esterno a stralucido, con ricca ornamentazione geometrica, e già arieggiante la sagoma rettangolare.

Osservando dunque il materiale delle necropoli tarde villanoviane in Etruria e gli accenni al passaggio dalla rude e modesta cultura villanoviana a quella raffinata e lussureggiante degli influssi orientali, scorgiamo come vi sia, nella seconda metà del sec. VIII a. C., un fiotto di civiltà che dalle sedi vicine al mare, Cerveteri, Tarquinia, Vetulonia, Populonia, si espande nel retroterra. Queste sedi tirreniche sono, per così dire, all'avanguardia nel mutamento di cultura e nella formazione di un'arte; procedendo nell'interno si ha un carattere ritardatario. Tutto ciò parlerebbe in favore della teoria che fa dei Protoetruschi una gente di oltremare, approdata sulle coste del Tirreno e affermatasi non già col numero, ma con la forza disciplinata e con la superiorità culturale.

La fase orientalizzante. - Comprende il sec. VII a. C. e i primi tempi del sec. VI. Anche per questa fase, come per la precedente, la documentazione ci è offerta in modo esclusivo dai sepolcreti. Secondo le varie località vi sono aspetti varî di tombe. Vi sono le tombe a fossa, le quali vanno trasformandosi gradatamente in tombe a camera: se la lunghezza prevale assai sulla larghezza, si hanno più propriamente le tombe a corridoio. A Tarquinia queste prime tombe a corridoio o a camera hanno assunto il nome di depositi egizî, in causa degli oggetti soliti a rinvenirvisi, dovuti al commercio fenicio. Dapprima le tombe a camera sono di piccole dimensioni. A Cerveteri predominano i grandiosi tumuli a cupola, racchiudenti talora più camere e più corridoi. Celebre è il tumulo Regolini-Galassi, del diametro di 48 metri, con muro perimetrale a doppia gola; esso contiene cinque corridoi convergenti verso il centro; quivi si allunga un sesto ambiente a corridoio, composto di due parti con rivestimento a filari di blocchi aggettanti gli uni sugli altri, sì da costituire un soffitto a schiena. È da notare che tale tipo di tumulo a corridoi è rappresentato anche più a nord da quello di Castellina in Chianti, alto circa 40 metri, con quattro grandiosi ipogei allungati, costituiti da camerette penetranti a croce nel tumulo, e costruite con lo stesso sistema della tomba Regolini-Galassi. Grandiosi tumuli s'innalzano in altre località dell'Etruria, e sono celebri nel paesaggio di necropoli etrusche: il Mausoleo nella contrada Monterozzi e i tumuli della Doganaccia a Tarquinia, il Poggio a Gaiella, con intricato labirinto di ambienti, a nord di Chiusi, e soprattutto la Cuccumella (v.) di Vulci. Nei territorî di Saturnia (Marsiliana) e di Vetulonia, dopo i cosiddetti ripostigli stranieri, abbiamo le tombe a circolo interrotto e poi le tombe a circolo continuo. Talora dentro un circolo, come nella tomba del Duce, sono le fosse sepolcrali per contenere il corredo funebre di un solo defunto, talora invece vi sono più fosse da identificare con altrettante tombe distinte. In origine queste tombe a circolo erano a tumulo, cui sormontava, come segnacolo, una grossa pietra conica; in alcuni casi le pietre sono due.

A Vetulonia appare anche la tomba a tholos o a camera conica, che è frequente nella necropoli populoniese: celebre è a Vetulonia il tumulo della Pietrera con ipogeo a tholos preceduto da dromos; la tholos è a pianta quadrata sormontata da cupola, e rivestita da lastre di pietra bianca o di sasso vivo. Anche a Populonia la tholos è a pianta quadrata con passaggio alla cupola per mezzo di quattro pennacchi angolari. In una tomba a tholos populoniese del sepolcreto di San Cerbone è interessante la crepidine o rivestimento della parte inferiore del tumulo; vi è un piano lastricato di alberese un po' inclinato, il muro con massi squadrati di panchina e la grondaia sporgente in lastre di alberese. Altre due tholoi interessanti sono quella di Casal Marittimo nel volterrano e quella detta La Mula nel fiesolano. Quella, piccola, del diametro di m. 3,30, e alta m. 2,10, è a massi tufacei regolari aggettanti, con pilastro mediano in funzione statica. Questa, con un lungo dromos in pendio, ha una tholos irregolare, ma in cui non occorreva il pilastro di sostegno.

A Cortona, così nel Melone del Sodo come nel Melone di Camucia, si hanno forme complicate di ambienti in cui tuttavia si riconosce, sviluppato, il sistema longitudinale dell'ipogeo Regolini-Galassi di Cerveteri e di Castellina del Chianti; il metodo costruttivo è il medesimo, a piccoli massi o a lastre. Nel Melone del Sodo appare la porta ad arco acuto. Abbiamo i primi esempî, preceduti dalle forme preannunziatrici della vòlta dell'ipogeo Regolini-Galassi, dell'archivolto, il quale ci è offerto anche da tombe veienti, sia nella tomba a tumulo di Monte Aguzzo presso Formello, sia nella tomba Campana, che è uno dei primi esempî, insieme con altre due tombe di Cerveteri, di una tomba a camera dipinta.

Tra i varî centri etruschi è da notare Chiusi, dove alle tombe a pozzo si sostituiscono le tombe a ziro, sempre a cremazione, con l'ossuario e il corredo funebre contenuti in una grande giarra o dolio. L'ossuario è per lo più a forma canopica, cioè con il coperchio a forma di testa umana e con le anse imitanti le braccia; di solito il canopo poggia su un sedile fittile o di bronzo laminato, a poltrona tondeggiante. Vistose e grandiose sono le tombe in questa fase orientalizzante; parecchie sono veri e proprî mausolei gentilizî. Tutto ciò è indice di benessere economico e di potenza politica e militare. E a tali forme ed aspetti di tombe corrispondono i corredi funerarî, veramente cospicui. Sono le tombe dette degli ori, per l'abbondante quantità del prezioso metallo profuso di solito in esse e sottratto in tal modo alla vita. Appunto da questa profusione di oro nelle case dei morti si può indurre quale floridezza magnifica di vita dovesse essere presso gli Etruschi del sec. VII a. C., del secolo che segna per essi il tempo del vigoroso, audace espandersi non solo nelle terre fra Arno e Tevere, ma anche a sud del Tevere, nel Lazio.

Diamo l'elenco delle tombe di maggiore importanza di questa fase orientalizzante, in ordine cronologico, comprendendo in esse le tombe di Praeneste (Palestrina) nel Lazio, soggetto, prima che politicamente, culturalmente all'Etruria. Tomba del guerriero di Tarquinia (Museo di Berlino), alcune tombe di Vetulonia, tra cui il circolo di Bes e il circolo del Tridente (Museo di Firenze), tomba a camera di Bocchoris (Museo di Tarquinia), tomba dei Lebeti di Vetulonia (Museo di Firenze), circolo della Fibula di Marsiliana d'Albegna (Museo di Firenze), circolo degli Avorî di Marsiliana d'Albegna (Museo di Firenze), circolo delle Sfingi di Vetulonia (Museo di Firenze), tomba del Duce di Vetulonia (Museo di Firenze), tombe prenestine Bernardini (Museo preistorico di Roma), Barberini (Museo di Villa Giulia di Roma), Castellani (Museo del Palazzo dei Conservatori di Roma), tomba Regolini-Galassi di Cerveteri (Museo etrusco-gregoriano nella Città del Vaticano), tomba del Littore di Vetulonia (Museo di Firenze), tumulo della Pietrera di Vetulonia (Museo di Firenze), tomba populoniese di San Cerbone (Museo di Firenze), circolo di Perazzeta a Marsiliana d'Albegna (Museo di Firenze), tumulo di Castellina del Chianti (Museo di Firenze), tumulo della Pania presso Chiusi (Museo di Firenze), tomba d'Iside a Vulci (British Museum a Londra), grotta Campana dipinta a Veio.

Da un'arte, in cui sono tuttora appariscenti i caratteri del rigido geometrico, si perviene a un'arte, in cui già la figura umana signoreggia in varie scene e in cui già si manifesta il mito ellenico. È un fulgore di manifestazioni artistiche in materiale nobile, oro, argento, avorio, o in materiale meno prezioso, bronzo, argilla, pietra.

Il repertorio decorativo di quest'arte orientalizzante, quando si affievolisce il retaggio delle forme geometriche e quando ancora non si afferma come dominatrice la figura umana, è dato da fasce di figure bestiali e mostruose con stilizzate forme vegetali; nelle figure mostruose (belve alate, grifi, chimere, sfingi, sirene o arpie, centauri) come nelle semplici figure bestiali (animali domestici e selvaggi) si riflette quanto contemporaneamente effigiava l'arte dei Greci, i quali, avendo desunto questo repertorio figurativo dal precedente mondo miceneo, ormai tramontato, e dalla vieta arte geometrica e infine dalle arti microasiatiche, mesopotamica, egizia, attraverso la bastarda produzione dei Fenici, lo sottoposero a una forte rielaborazione, ad un continuo, lento perfezionamento. Gli Etruschi alla loro volta desunsero dai Greci gli aspetti degli schemi e dei motivi zoomorfi e teratomorfi appoggiandosi sia ai modelli greci, sia agli esemplari fenicio-ciprioti. Nelle tombe degli ori degli Etruschi s'incontrano oggetti d'importazione dapprima essenzialmente egizî (situla di argilla smaltata di Bocchoris da Tarquinia, scarabei) o fenicio-ciprioti (idoletti smaltati di tipo egizio, recipienti d'argento dorato con scene figurate, intagli di avorio), poi prevalentemente greci (lebeti bronzei di Vetulonia, alabastra, ceramica prima protocorinzia, poi corinzia e rodia).

Ma attraverso gran parte del sec. VII a. C. rimangono tenaci alcuni elementi dell'arte geometrica, mentre in seguito comincia a infiltrarsi la figura umana in sagoma ormai corporea, in movimenti sciolti e vivaci (l'eroe tra due leoni, la dea alata signora delle belve, la Melissa). Tutto ciò è nella pura arte orientalizzante, ma nella seconda meta del sec. VII, e piuttosto verso la fine di esso, nelle tombe, a partire dal tumulo della Pietrera di Vetulonia, comincia la figura umana ad uscire dalla sua posizione modesta e subordinata; nelle ultime tombe degli ori vi sono scene o di carattere realistico (cortei militari e processioni religiose, scene di sacrificio, ecc.) o mitiche; il mito è greco, anche se qualche volta elementi accessorî intorbidino la pura fonte. Ma nelle tombe degli ori appunto le oreficerie costituiscono l'attrattiva più grande.

Varie sono le forme degli oggetti: brattee da cucire sulle vesti, pettorali, schienali, fermagli, cinturoni, spilloni, spirali e nastri per capelli, frontali, orecchini, collane, bulle, pendagli, armille, anelli e fibule. Fibule specialmente: questo oggetto di ornamento, che aveva assunto tante varietà nella fase delle origini e che in Grecia era andato in disuso, mantiene, sia pure modificate, le antiche forme e si adorna di elementi orientalizzanti.

Nei primissimi tempi l'anima della fibula è di bronzo e il rivestimento è di lamina o di filo aureo, ma in seguito tutta la fibula è aurea e talora con aspetti capricciosi assume dimensioni assai grandi, come p. es. il fibulone della tomba Regolini-Galassi lungo cm. 32. Varie sono le tecniche. Vi è la tecnica a sottili lamine adorne a graffito, a sbalzo, a stampiglia; talora le laminette riunite insieme dànno luogo a minuscole figurine di volatili, di belve, di mostri. Meravigliosa è la tecnica a granulazione, che si esplica in modo esimio specialmente nelle oreficerie di Vetulonia; in qualche esemplare piuttosto che di tecnica a granulazione si può parlare di tecnica a pulviscolo. Vi è infine la tecnica a filigrana o a trina, di cui esempî sono in alcune oreficerie della fine della fase delle origini. Questa tecnica ha un carattere spiccatamente etrusco. Le oreficerie etrusche in questo sec. VII, che per l'Etruria segna l'apice dell'arte dell'orafo, si possono distribuire in due gruppi: quello con centro a Vetulonia e quello con centro a Cerveteri, con propaggine a Palestrina. Per la tecnica tutte queste oreficerie sono superiori a quelle greche, a cui però sono inferiori per l'arte, essendo prive per lo più dello squisito senso di euritmia proprio dei prodotti greci, e dimostrando invece una decorazione affastellata e incongruente.

Oltre alle oreficerie, le argenterie; tralasciando il vasellame d'argento, per lo più dorato, di fabbrica fenicio-cipriota, abbiamo prodotti locali, non molto numerosi. Nel secchiello di Chiusi, nel Museo di Firenze, vi è un'imitazione del vasellame fenicio-cipriota con scene d'intonazione locale; si aggiungono, come ulteriori esempî, l'arca della tomba vetuloniese del Duce e la cista della tomba prenestina Castellani. Più abbondanti sono gli avorî; si hanno prodotti squisiti, in cui è difficile discernere ciò che è d'importazione da ciò che è di fabbrica locale. Il circolo degli avorî di Marsiliana d'Albegna e il sepolcro prenestino Barberini sono stati in particolar modo feraci di questi oggetti eburnei intagliati o a rilievo o a tutto tondo (pissidi, pettini, bracci, cimase configurate di cofanetti, pendagli, ecc.; v. avorio). Al repertorio zoomorfo e teratomorfo si sostituiscono in gran parte scene con figure umane, negli avorî più recenti: si vedano le due pissidi della Pania presso Chiusi.

Cospicua è la quantità dei bronzi. Sono essi o recipienti (vasi biconici di derivazione villanoviana a Vetulonia, cinerarî globulari a Vetulonia e a Chiusi, incensieri, urne rettangolari, vasetti per profumi, lebeti con protomi mostruose o belluine, coppe a sbalzo) e utensili grandiosi (troni, sedili, scudi di parata, lamine a sbalzo che rivestivano carri). Si aggiungano gli oggetti minuti, specialmente fibule di vario tipo, tra cui predominano quelle serpeggianti a lunga staffa.

Le ceramiche sono anch'esse assai numerose e, a partire dalla tomba del Duce di Vetulonia, o anche prima, osserviamo la presenza del protocorinzio geometrico. Ma già nella tomba tarquiniese del Guerriero constatiamo l'apparizione di prodotti dipinti locali, cioè della ceramica italo-geometrica che, rampollata dalla ceramica cumana, propaggine alla sua volta della produzione protocorinzia, si sarebbe sviluppata in due regioni, in Campania e in Etruria. È una ceramica che si estende dalla fine del sec. VIII sino all'inizio del VI a. C.: sono per lo più brocche, ma non mancano altre forme di vasi, e la decorazione è a vernice bruna carica sul fondo dell'argilla con particolari in bianco; gli ornati sono geometrici, ma vi sono anche rappresentati esseri animati, specialmente pesci e uccelli, e non manca la figura umana.

Caratteristico è il bucchero (v.); dapprima è il bucchero italico, poi il vero bucchero di tecnica raffinata; ma talora l'antica produzione continua, pure essendo in voga il bucchero sottile, con il peculiare ornato punteggiato a ventaglio; da ultimo è il bucchero stampigliato. Di bucchero sono fatte anche figurine umane, specialmente muliebri.

Cerveteri sembra essere stata uno dei centri maggiori della produzione ceramica di giarre e di piatti rossastri con decorazione stampigliata a fascia; mentre proprî dell'agro falisco sono i vasi brunastri con decorazione incavata riempita di bianco, a figure di carattere barbarico. Dai territorî falisco e veiente provengono pure i grandi recipienti con sostegni, decorati a pittura, con figure bestiali e mostruose.

Verso gli ultimi tempi di questa fase orientalizzante si ha l'inizio della scultura e della pittura: della scultura a partire dalla tomba vetuloniese della Pietrera, della pittura a partire dalla grotta Campana di Veio. Ma di questi incunabuli dell'arte scultoria e pittorica è meglio far cenno nei due paragrafi destinati alla scultura e alla pittura degli Etruschi. Certo è che sino da questa fase orientalizzante si avverte un distacco nella produzione artistica degli Etruschi tra ciò che è acquisito dalla Fenicia e, specialmente, dalla Grecia, e ciò che è espressione pura dello spirito etrusco. La rude vigoria, lo spregiudicato realismo degli Etruschi si esplica nelle maschere bronzee e fittili e nelle teste dei canopi chiusini, in lavori come la statuetta fittile, forse ceretana, del Museo del Palazzo dei Conservatori, o come il bustum della tomba vulcente d'Iside. La tendenza ritrattistica propria degli Etruschi dà qui i suoi primi saggi. Aggiungiamo che ormai i templi e le dimore degli Etruschi dovevano avere assunto la forma rettangolare. Ciò possiamo dedurre, per esempio, dall'arca argentea della tomba vetuloniese del Duce; ciò possiamo constatare negli avanzi di abitazioni etrusche di pianta rettangolare recentemente scoperte a Veio e risalenti al sec. VII a. C., in parte tagliate nella roccia, in parte costruite a blocchi di tufo. Dalle tombe degli ori scaturisce infine la visione di una Etruria superiore d'assai ai circonvicini popoli italici, rozzi e grossolani. Gli Etruschi del sec. VII dovevano condurre una vita assai raffinata, con frequenti, anzi diuturni rapporti con l'Oriente.

Architettura. - Le città etrusche erano di solito fondate in luoghi forti per natura, su altipiani rocciosi circondati da precipiti incavi, nel cui fondo scorrevano i torrenti; perciò, talora, la fortificazione del luogo era naturale, e, talora, servivano nelle parti meno valide della cinta un terrapieno e un fossato. Ma di vere cinte murali di città etrusche alcune sono pervenute a noi nella loro interezza o in alcune parti; dalle mura poligonali di Ansedonia (l'antica Cosa) si perviene a grado a grado ad alcuni tratti delle mura di Fiesole a blocchi squadrati. Cosicché vi sono cinte di mura poligonali, dette ciclopiche o pelasgiche per il confronto con analoghe cinte di mura di età più remota, cioè preelleniche (Cosa, Saturnia, Santa Severa); vi sono cinte di mura di passaggio alla costruzione quadrangolare (Roselle, Cortona, Volterra, Vetulonia, Populonia), vi è infine l'esempio delle mura fiesolane costruite a massi squadrati (muri pseudo-isodomi e isodomi). Non corrisponde a tale varietà di struttura una differenza di età; tutto dipendeva dalle circostanze locali.

Né queste cinte di mura debbono essere tutte riportate a età molto vetusta; ce lo vieta lo studio delle mura cosiddette serviane a Roma, non anteriori alla metà del sec. IV; si aggiungano gli scavi dell'altipiano della Guerruccia a Volterra, che hanno dimostrato per le mura volterrane un'età non anteriore al sec. V a. C. Tuttavia, dato l'impulso all'architettura funeraria nel sec. VII con le tombe a camera, impulso di cui si è fatto cenno nel precedente paragrafo, è del tutto logico ammettere che di pari passo vi sia stato uno sviluppo analogo nell'architettura civile e militare. In età recente della vita etrusca le mura si sono fabbricate anche di laterizio: abbiamo l'esempio delle mura di Arezzo menzionate da Plinio (Nat. Hist., XXXV, 173) e di cui tracce si sono rinvenute in scavi recenti: si è constatato che i mattoni di leggiera cottura posavano direttamente sul suolo. Il mattone usato (esempî ulteriori ci sono pervenuti da Vetulonia, da Marzabotto e da Poggio Castiglione), era del tipo chiamato da Plinio (Nat. Hist., XXXV, 171) lidio, assai lungo e grosso.

Un passo di Servio (Ad Aen., I, 422) riferisce che, secondo la etrusca disciplina, una città per essere chiamata tale doveva avere almeno i templi di Giove, di Giunone e di Minerva (il cosiddetto Capitolium) e tre porte. Ma noi possiamo constatare in possenti città lucumoniche un numero di porte superiore a tre. Le porte di città etrusche a noi pervenute sono d'età posteriore al sec. V.

La più insigne, anche per vetustà (forse del sec. IV a. C.), è la porta all'Arco di volterra (v. arco, IV, tav. XXI), con due aperture arcuate, ove si constata la perfetta adozione dell'arco, di cui gli stadî precursori si sono veduti in costruzioni sepolcrali della fase orientalizzante. Si aggiungano le tre porte della cinta della nuova Falerî del 241 a. C., e le due insigni porte perugine dei tardi tempi etruschi, cioè la Marzia, ora incorporata nel muraglione della fortificazione di Sangallo il Giovane, con fregio a finta galleria sull'arco, e la porta di Augusto con fregi a triglifi e metope. L'uso dell'arco è anche in uno dei più celebri monumenti di Roma antica attribuito ai Tarquinî, cioè nella Cloaca massima, e altresì nella cosiddetta cloaca di Porto Clementino, cioè di Graviscae, costruita nel 181 a. C. L'uso dell'arco appare anche nelle tombe. Dopo i primi tentativi della fase orientalizzante, abbiamo la Tanella di Pitagora presso Cortona (v. arco, IV, p. 104, fig. 21), con una vòlta precorritrice di quella a botte, che si osserva in varî sepolcri dei secoli III e II a. C., sia nel territorio chiusino (deposito del Granduca, deposito di Vigna Grande, tomba dei Tlesnei, tomba di Vaiano) sia nel perugino (tempio di S. Manno, tomba di Bettona; v. arco, IV, p. 106, fig. 23). Mentre la vòlta a crociera appare nella tomba di Frasso Sabino. Si aggiunga l'uso della vòlta nei ponti, dove tuttavia può dubitarsi se si tratti di costruzione etrusca o etrusco-romana. Sono i ponti presso il Bulicame di Viterbo (ponte Camillario) e nelle vicinanze di Bieda, e quello dell'Abbadia presso Vulci; residui di ponti sono sul Cremera a Veio. A proposito di queste opere connesse con i corsi d'acqua è d'uopo far cenno della perizia degli Etruschi nell'idraulica, perizia attestata sia dal Ponte Sodo a Veio, ampia galleria, opera della natura ed egregiamente adattata dall'uomo per incanalarvi le acque del Cremera, sia dalla Tagliata etrusca presso Cosa, emissario dello stagno di Burano nel mare.

Per la conoscenza di una città etrusca, il materiale di studio è tutt'altro che abbondante ed è piuttosto tardo. Abbiamo i residui di abitati a Vetulonia e a Marzabotto; ma in ambedue i luoghi quella che si è scoperta è la parte della città in cui abitava la plebe, la cittadinanza di grado inferiore e però più numerosa. Non ci sono invece pervenute le case degli ottimati, corrispondenti alle domus romane. Tuttavia l'atrium tuscanicum passato ai Romani, con l'apertura quadrangolare in mezzo al soffitto (compluvium) e il bacino sottoposto (impluvium), e l'altra forma di atrium con displuvium, cioè coi quattro lati del tetto pendenti verso l'esterno, ci sono attestati da forme di camere funerarie di Tarquinia e di Cerveteri. Anzi, per avere un'idea dell'aspetto sia esterno sia interno d'una domus etrusca dei ceti più abbienti, dobbiamo ricorrere a tombe a camera che riproducono nella pianta edifizî privati, ad urne, a cippi e a tombe rupestri.

Già nella tomba Campana a Veio della fine del sec. VI a. C. si osserva l'esistenza di un ambiente centrale (atrium), a cui segue un ambiente minore (tablinum); ma in tombe assai più tarde vi è complessità maggiore di ambienti; si veda, p. es., la tomba vulcente François (2ª metà del secolo IV a. C.) e la tomba dei Volumnî presso Perugia (sec. II a. C.), pur sempre col principio dell'atrium e del tablinum in posizione centrale. Si aggiungano le urne: sono tre tipi di urne, la prima con il displuvium, la seconda con il loggiato esterno, la terza, in cui pare di riconoscere quasi il precedente del palazzo fiorentino del rinascimento coi bugnati, le porte ad arco, il loggiato a tetto. Si aggiungano le tombe rupestri di Sovana e del territorio viterbese (specialmente Castel d'Asso, Bieda, S. Giuliano presso Barbarano), che ci dànno un'idea degli edifizî a terrazzo e con prospetto architettonico anche a porticato, come nella tomba Ildebranda di Sovana. Questi edifizî avevano l'ossatura lignea con rivestimento fittile; ma non è da escludere talora l'uso della pietra da taglio.

Accanto alle città dei vivi erano le città dei morti, cioè i sepolcreti che, come per esempio ci appaiono a Cerveteri e ad Orvieto, erano talora disposti con reticolati di strade e di vere insulae di tombe; talora invece le tombe, come a Vulci e nel viterbese, erano disposte lungo i torrenti e scavate nella roccia precipite, sì da produrre l'impressione di un seguito di edifizî.

Ma nell'architettura etrusca ha una spiccata importanza il tempio. Del tempio tuscanico o etrusco-italico abbiamo la descrizione in un noto passo di Vitruvio (De architectura, IV, 7, 1), passo assai dibattuto e che concerne un tempio a triplice cella, forse il tempio di Cerere, Libero e Libera a Roma. Il tempio a triplice cella è peculiare degli Etruschi, e forse è in esso conservata la tradizione cretese-micenea; passa questo tempio ai Romani sia col tempio dedicato alla triade celeste, Giove, Giunone e Minerva, cioè col Capitolium, sia col tempio dedicato alla triade terrestre, cioè a Cerere, Libero e Libera; dai Romani il Capitolium viene propagato nelle città dell'Impero. Il tempio tuscanico ha una lunghezza rispetto alla larghezza come da sei a cinque; esso si divide in due parti eguali, la postica, contenente le tre celle dei numi, e l'antica con un porticato; su dieci porzioni la cella centrale ne occupa quattro, tre ciascuna delle celle minori. Nella parte antica sono collocate due file di quattro colonne molto distanti tra loro (onde il nome di aerostili ai templi etruschi); le colonne sono eguali in altezza alla terza parte di tutta la larghezza del tempio; il diametro inferiore della colonna, che serve da modulo, è eguale a 1/7 dell'altezza totale. La colonna ha la base e il capitello di tipo dorico (colonna tuscanica). Sull'epistilio sono quattro grandi travi longitudinali, e sopra s'innalza il tetto a doppio spiovente con grande sporgenza. Naturalmente l'ossatura del tempio etrusco-italico, il quale era pesante e tozzo, era di legno con rivestimento fittile. Tale rivestimento aveva una decorazione a sgargianti colori: acroterî, antefisse, figure anche sui lati del frontone, fregi figurati. I frontoni non hanno composizione figurata a rilievo o con statue se non a partire dalla metà all'incirca del sec. IV a. C., e non sempre; in mezzo al frontone sporge la testata del trave principale, cioè del columen, adorno di un antepagmentum a rilievo e sul piano del frontone sono le testate delle travi pure adorne a rilievo. Naturalmente le fondamenta dei templi erano di pietra, e, talora, di pietra erano anche le pareti.

Allo stato attuale delle ricerche archeologiche si conoscono resti dei seguenti templi a triplice cella: di Veio, di Orvieto, di Celle a Civita Castellana (il supposto tempio di Giunone Curite), di Fiesole, di Firenze, di Marzabotto (templi c ed e) e, nel Lazio, di Lanuvio e di Segni. Ma si ha notizia di altri templi a semplice cella, e si ha una grande congerie di materiale di rivestimento e di ornamento, per cui la decorazione fittile del tempio etrusco-italico si è potuta dividere in due periodi di sviluppo: il primo, arcaico, con due fasi (la 1ª dal 580 o 570 sino alla fine del sec. VI, la 2ª comprendente la prima metà del sec. V); il secondo periodo va dalla metà circa del sec. IV sino alla piena romanizzazione della Etruria. Mentre nel periodo arcaico prevale la pittura, e sul fregio della trabeazione a linee verticali e orizzontali stanno talora figure o gruppi in schemi assai agitati, nel periodo evoluto e di decadenza sulla trabeazione, con ornati assai mossi, sono figure irrigidite.

Della colonna esistono varî tipi. Quello più frequente è il tuscanico, dato dalla colonna dorica non scanalata e poggiante su una base. Tale colonna, che è un residuo arcaico nell'architettura ellenica, si mantiene assai a lungo: essa appare, p. es., nelle facciate rupestri di Norchia, le quali hanno talora l'aspetto di templi. Vi è anche nel periodo arcaico la colonna di tipo dorico, grossa e pesante, scanalata e sfaccettata (tomba delle Colonne doriche a Cerveteri); vi è la colonna col capitello di carattere cipriota, cioè a duplice fila sovrapposta di doppie volute (tomba dei Capitelli di Cerveteri). Poi, in età più tarda, vi è la colonna ionica con le volute sorgenti da alti canali (pilastri della tomba dei Rilievi di Cerveteri), la vera colonna ionica, e, finalmente, negli ultimi tempi dell'arte etrusca, le colonne con capitelli a fogliami, da cui sporgono teste umane, come negli esemplari della grotta Ildebranda di Sovana e della tomba Campanari di Vulci.

Scultura.- Negli ultimi tempi del sec. VII a. C., precisamente come in Grecia, si hanno i primi esempî di grande scultura in Etruria. Essi sono offerti, per la scultura a tutto tondo, dai frammenti di morbida arenaria del tumulo della Pietrera a Vetulonia, con la rigida tecnica a forti incisioni, a bruschi passaggi, sì da ricordare la lavorazione in legno, come negl'incunabuli della scultura dei Greci. Si aggiungano i bronzetti del deposito di Brolio in Val di Chiana (Museo di Firenze), sia i tre guerrieri, sia la figura di donna di forme esilissime dai duri atteggiamenti. Vi è nella conformazione del volto qualche cosa di energico e brutale, che è comune ad alcune prime manifestazioni dell'arte scultoria greca, ma che nella scultura etrusca si mantiene più a lungo. Grossolanità che è disforme dall'idealismo a cui tende l'arte dei Greci, ma è conforme all'indole realistica dell'arte degli Etruschi. Tale grossolanità appare in due sculture della tomba vulcente d'Iside, cioè nella statuetta muliebre tufacea e nel busto di lamina bronzea rappresentante una defunta. Si aggiunga il centauro di nenfro di Vulci (Roma, Museo di Villa Giulia: cfr. centauro, IX, p. 746), che con la sua calotta cranica manchevole e piatta, con gli enormi occhi sgranati, col naso grosso, con le labbra tumide a linea diritta, con l'ossatura facciale sviluppata, ricorda il torso calcareo di Eleutherna del Museo di Candia; eppure la scultura vulcente è un prodotto di età più tarda rispetto alla scultura cretese.

I primi documenti del rilievo in pietra si hanno in graffiti rudemente incisi in due stele funerarie, quella di Aule Pheluske di Vetulonia e quella di Monte Qualandro del Museo di Perugia: sono espressioni parallele alle stele primitive della patéla di Priniá in Creta. In questi primi passi della scultura etrusca parecchio richiama la Grecia, ma, per quanto concerne il ritratto e la coroplastica, vi è la tendenza naturalistica o realistica degli Etruschi fortemente spiccata: si osservi invero la serie dei canopi chiusini, e si osservino inoltre due lavori in materiale diverso, la già citata statuetta fittile, forse ceretana, del Museo del palazzo dei Conservatori a Roma e il busto di lamina bronzea della tomba vulcente di Iside del Museo Britannico. Dopo l'influsso cretesepeloponnesiaco, l'influsso ionico. Nella pietra abbiamo, per esempio, la testa del guerriero del Museo di Orvieto, animata dal solito sorriso arcaico, e, per quanto concerne il rilievo, la stele di Larth Atharnie di Pomarance nel Volterrano (Museo di Firenze), e i rilievi di nenfro tarquiniesi provenienti da tombe a camera, in cui si può seguire uno sviluppo di forme dai tipi tuttora orientalizzanti, come nel disco del Museo di Firenze, sino agli esemplari della fine del secolo VI a. C., con scene mitiche o realistiche, talora assai spregiudicate.

Si esplica l'attività plastica degli Etruschi specialmente nell'argilla e nel bronzo. Nell'argilla si ha una congerie pregevolissima di monumenti che costituivano la decorazione di edifizi sacri.

Dapprima nelle lastre fittili a figure o a scene figurate, che decoravano le linee ascendenti del frontone e la trabeazione, vi sono forme primitive, o troppo snelle e stecchite o troppo tozze; così in una lastra di Pitigliano, ora nel Museo delle arti minori a Monaco, con cervi o grifi, così nelle lastre di Vignanello e di Roma con cavalieri, che ricordano il fregio del tempio A di Priniá (Creta). A una serie più progredita appartengono lastre fittili di Pitigliano, di Tuscania, di Cerveteri, di Roma, di Palestrina, di Velletri, con processioni di carri e di guerrieri a piedi di evidente carattere religioso.

La coroplastica nei templi si esplica anche negli acroterî (v.): vediamo che, mentre l'acroterio ceretano del museo di Berlino con Eos trasportante Cefalo ci offre una documentazione di quest'arte tuttora soggetta agl'influssi dell'arte greca della prima metà del secolo VI a. C. l'agitatissimo gruppo dei due combattenti raffigurato nell'acroterio del tempio di Mercurio di Civita Castellana (Museo di Villa Giulia) nella sua audacia espressiva è un'opera d'arte in cui si sente ormai l'influsso dell'Atene degl'inizî del sec. V a. C. Più arcaici al confronto sono i guerrieri già adornanti il fastigio di un tempio ceretano, ora nella Glittoteca Ny-Carlsberg a Copenaghen. Si aggiungano le antefisse del tempio più antico di contrada Vignale e quelle del tempio dei Sassi Caduti a Civita Castellana: nell'uno e nell'altro tempio sono teste alternantisi di Sileni e di Menadi; ma nel primo tempio le teste dei Sileni sono di tipo ionico con l'ampia barba a ventaglio, nell'altro sono invece di tipo atticizzante con l'espressione senile e nervosa.

Nel tempio di Conca, l'antica Satricum, tra i Volsci, ove è innegabile l'impronta dell'arte etrusca, sono degne di attenzione le antefisse a tutto tondo con gruppi di Sileni e Menadi, pieni di saporoso umorismo ed espressi con raffinato stile. Pure da Conca, il cui materiale è raccolto nel museo di Villa Giulia a Roma, proviene una magnifica testa barbuta, che nella sua imponenza ha l'aspetto di un Giove.

Passando dalla coroplastica a ornamento dei templi ad altri lavori plastici, è d'uopo far menzione dei finissimi sarcofagi ceretani, in cui su ricchi letti sono sdraiate coppie maritali di defunti, plasmati con eleganza raffinata propria dell'arte ionica, ma anche un vigoroso senso realistico: ambedue qualità specifiche di quest'arte etrusca. Alla coroplastica etrusca deve aver dato un forte impulso la Grecia; ciò si può dedurre anche dalle tradizioni raccolte da Plinio (Nat. Hist., XXXV, 43, 152 e 45, 154) sia dei coroplasti Euchiro, Diopo, Eugrammo, che accompagnano in Etruria Demarato corinzio, sia dei Greci Damofilo e Gorgaso, decoratori in Roma del tempio di Cerere, Libero, Libera. Ma gli artisti greci dovettero far scuola, e dovettero perciò rampollare ed emergere artisti etruschi, che lavoravano, è vero, nella scia dell'arte greca, ma con caratteri particolari di verismo, nel ritratto, talora brutale, di corporeità talora troppo accentuata, di movimento talora scomposto. Tali caratteri, che si sviluppano nella scuola della spregiudicata e sbrigliata arte della Ionia, rimangono più o meno palesi lungo il corso di tutta la scultura degli Etruschi.

E in Etruria, e precisamente a Veio, fiorisce una scuola di coroplasti, di cui noi conosciamo il maestro, cioè Vulca (Plinio, Nat. Hist., XXXV, 45, 157), l'esecutore della statua di Giove per il tempio Capitolino e di una statua di Ercole pure per Roma. Per fortuna, di questa scuola veiente ci sono pervenuti alcuni documenti: prima di tutto le antefisse di un tempio, forse di Apollo, con l'orrido viso della Gorgone, di una forza espressiva nel mostruoso e nello spaventevole superiore a tutti i gorgoneia ellenici (v. antefissa, tav. a colori). Poi il celebre Apollo del Museo di Villa Giulia, parte di un gruppo rappresentante la lotta del dio con Ercole per la cerva rapita dall'eroe. Il giovane nume, di terracotta policroma, ha, pur seguendo i modelli ellenici, una vigoria che si esplica nell'agitazione delle pieghe del vestito, nella soda e accentuata muscolatura delle gambe, nel volto dall'arcuato profilo e dai tratti poderosi, pur nel sorriso arcaico, che qui diventa beffardo, infine nel movimento smodato della persona. Forse alla stessa Veio appartiene un bronzo famoso, la magra, incisiva, digrignante lupa capitolina, ora nel palazzo dei Conservatori a Roma. Vi è la stessa corrente di arte nella coroplastica e nel bronzo; in questo, oltre alla lupa, e oltre, forse, alla celebre Chimera di Arezzo del Museo di Firenze, si hanno squisiti bronzetti, i cosiddetti tyrrhena sigilla, di cui tanto si compiacevano i raffinati romani dell'età augustea (vedi Orazio, Epist., II, 2, v. 180).

Specialmente la stipe votiva trovata nello stagno di Ciliegeto sul monte Falterona ha fornito squisiti esemplari di questi bronzetti: l'ignudo giovinetto sorridente e muscoloso del Museo del Louvre, la cosiddetta Artemide del Museo Britannico, in atto di deciso movimento laterale come l'Apollo di Veio, ecc. Ma sono da addurre anche il devoto di Isola di Fano del Museo di Firenze, in cui la mollezza ionica acquista un sapore del tutto provinciale, la Minerva di Perugia del Museo del Louvre, salda e impavida, quella di Modena irruente nella mossa, il barbuto convitante sdraiato del Museo Britannico, simbolo del voluttuoso materialismo etrusco, i due bronzetti di Monteguragazza del Museo Civico di Bologna, arieggianti le figure di kouroi e di korai elleniche, il mirabile Aiace suicida di Populonia del Museo di Firenze, che sembra di fattura eginetica. E altri bronzetti attestano la maestria della scultura bronzea etrusca, maestria che è inferiore nella scultura nelle rocce locali, mancando agli Etruschi l'uso del nobile marmo.

Sono in roccia le sculture chiusine. Preminente è la Sfinge di arenaria del Museo di Chiusi, saldamente accosciata, con stilizzazione nelle zampe posteriori e nelle ali (v. chiusi, X, tav. XXXIV); scultura che dimostra un attardamento nell'arte di Chiusi, perché, mentre con ogni verosimiglianza esce da uno strato archeologico dell'inizio del sec. V, dimostra caratteri specifici proprî dell'arte della metà del sec. VI a. C. Nei cippi e nelle arche di Chiusi di fine arenaria (localmente detta pietra fetida), e perciò di rilievo piatto, s'ha un genere di produzione artistica fine, aristocratica, in cui si può constatare la sostituzione dell'influsso attico a quello ionico. È una produzione che non può scendere più in giù della metà del secolo V al massimo.

Un'altra serie di monumenti a sé è costituita dalle stele e dai cippi del territorio fiesolano. Tra le stele è preminente quella di Larth Aninie del Museo Archeologico di Firenze, con la figura di guerriero dalla grassa mollezza ionica, ma che reca il suggello dello stile etrusco nella sciatteria disinvolta dell'assieme e dei particolari.

Vi sono i cippi a pigna (per es. quello di Settimello; v. cippo, X, p. 388) e quelli coi quattro lati a decorazione figurata a rilievo. Alle stele e ai cippi funerarî si riattaccano le pietre funerarie felsinee, cioè dell'odierna Bologna, le quali discendono, con caratteri di arcaismo in ritardo, giù giù sino ai primi decennî del secolo IV a. C.: motivo preminente in queste stele scalpellate nell'arenaria è il viaggio del defunto agl'inferi su cocchio.

Varia, numerosa e importante è la produzione etrusca attraverso tutto il secolo VI e il primo venticinquennio del secolo V a. C.; dopo, i prodotti si rarefanno, e non si avverte in essi se non una trita ripetizione di formule artistiche del passato, una modificazione lenta di tali formule rispetto allo sviluppo, che in certi momenti può dirsi quasi febbrile, che assume contemporaneamente in Grecia l'arte in generale, la scultura in particolare.

Mancano le opere di coroplastica; ormai i santuarî dei varî centri etruschi sono innalzati con le loro arcaiche decorazioni figurate, e bisogna aspettare la metà del secolo IV per vedere iniziarsi o il rifacimento di alcuni di questi templi o la costruzione di templi nuovi.

Scarsi sono i bronzetti: si possono citare il guerriero del Monte Falterona, nel Museo Britannico, di schema assai legato, e lo squisito Sileno di Vetulonia del Museo Archeologico di Firenze, in cui si avverte l'eco del Marsia di Mirone.

Poco numerose sono pure le sculture in pietra, e tutte chiusine: l'urna bisoma di alabastro proveniente da Città della Pieve, dalle forme piatte, dalla sciatta esecuzione, dall'insipida espressione; il gruppo funerario di Chianciano, ove è quasi un riflesso della sdegnosa mestizia delle opere greche di transizione tra lo stile severo e lo stile di Fidia; il gruppo, pure di Chianciano, della madre col bimbo in grembo, figura rigida, nel cui volto tuttavia traspare l'indirizzo iconografico non mai cancellato nell'arte degli Etruschi.

Col sec. IV a. C. riprende la produzione di opere di scultura. Uno dei primi monumenti è il Marte di Todi, del Museo Etrusco Gregoriano (v. armi, IV, p. 478). Questo bronzo, che non può risalire più in su dei primi decennî del sec. IV, per la sua ponderazione, per la stilizzazione dei capelli si riconnette a sculture greche della seconda metà del sec. V; mentre le forme piene del viso fanno ricordare quelle dell'Atena Parthenos di Fidia; ma le narici e la bocca si avvicinano alla sfera realistica propria degli Etruschi. Attorno al Marte di Todi sono la testa bronzea di Cagli, del Museo di Villa Giulia, anch'essa traduzione etrusca di un originale greco, e poi i bronzetti, quali il gruppetto di un guerriero e della sua donna di Marzabotto, l'aratore di Arezzo (v. aratro, III, p. 966), il giovinetto che trattiene un cavallo del Museo di Firenze, il cosiddetto Apollo di Ferrara. E riprende la corrente ritrattistica con grande vigore, vigore che permane sino agli ultimi tempi della scultura etrusca. Esso si avverte, per esempio, in un sarcofago chiusino di pietra fetida del Museo del Louvre, e precisamente nella figura del defunto, attorno alla quale sono cinque figure demoniche. E si avverte in un gruppo non numeroso di sarcofagi, di peperino o di travertino o di nenfro, di Cerveteri, di Tarquinia, di Vulci; nel coperchio sono completamente sdraiate figure espresse a rilievo, con tratti individuali, di defunti isolati o a coppia; su tre o su tutti e quattro i lati sono scene di contenuto funebre o rappresentanti scene realistiche.

Chiude la serie dei sarcofagi del sec. IV quello di Torre S. Severo del Museo di Orvieto, in cui si ha il tipo di sarcofago a schema di edificio, cioè col coperchio fatto a tetto; i rilievi policromi che adornano i quattro lati di questo sarcofago sono di contenuto mitico e con la loro pesante banalità sembrano inaugurare la serie numerosa di urne e di sarcofagi che si ha nel secolo III.

Più pregevole dal punto di vista artistico è senza dubbio la produzione della coroplastica del secolo IV.

Alle correnti di arte greca del sec. V si riattaccano le teste di Sileni bonarî e di Menadi fredde delle antefisse del tempio maggiore di Vignale a Civita Castellana. Le terrecotte di due templi orvietani, di via S. Leonardo e del Belvedere, hanno questa intonazione ellenica, che è più spiccata nelle terrecotte di via San Leonardo, di augusta serenità nei volti gravi, mentre nelle terrecotte del Belvedere vi è irruenza e anche deformità, che ricordano l'arte di alcune metope con centauromachia che si ammirano nel Partenone. Si hanno qui i primi esempî di frontoni figurati etruschi.

Altre terrecotte, che pare discendano alla fine del sec. IV, hanno invece i vividi riflessi e dimostrano il diretto influsso dell'arte di Scopa, di Prassitele e di Leocare; sono le terrecotte del tempio di Apollo o dello Scasato a Civita Castellana, nel Museo di Villa Giulia; preminente è il torso splendido di Apollo intonso, che sembra di esecuzione attica (vedi apollo, III, tav. CXLVI). Forse artisti ellenici trasmigrati in Etruria vi fecero scuola. Invece il franco realismo etrusco appare in alcune maschere demoniche orvietane, in cui tutto è anellenico; sono apparizioni diaboliche, dal mefistofelico ghigno, e sono da annoverare tra le manifestazioni più originali dell'arte etrusca.

Dall'inizio del sec. III a. C. sino alla fine dell'etruschismo si ha una produzione abbondante; molto vi è di mediocre, specialmente nella scultura in pietra, ma vi sono tuttavia opere esimie specialmente nella coroplastica e nel ritratto. Certo è che il distacco dalla raffinatissima arte ellenistica, che ha tonalità così diverse e sempre degne di ammirazione anche se la fonte purissima dell'arte dei secoli V e IV è intorbidata, non è lieve.

Per quanto riguarda la coroplastica, nella docile argilla si manifesta tuttora la speciale abilità dell'artefice etrusco. Orvieto, Vulci, Vetulonia, Bolsena, Talamone, Civita Castellana hanno offerto documenti, talora notevolissimi, di quest'arte; più tardi le terrecotte frontonali di Luni (accolta di divinità, strage dei figli di Niobe), in cui è l'accento passionale, l'intonazione tragica dei prodotti della scuola di Pergamo; le belle teste fittili di un tempio aretino di puro carattere ellenistico, le terrecotte di Civita Alba del Museo di Bologna, e quelle di via S. Gregorio a Roma del Museo del Palazzo dei Conservatori, curiosa testimonianza di un'arte etrusco-italica nella Roma del sec. I a. C., ormai soggetta alla corrente dell'ellenismo. Nella coroplastica si hanno notevoli espressioni del ritratto, sì da precorrere a distanza di oltre un millennio e mezzo la ritrattistica fittile toscana di Donatello e del Rossellino. Emergono i due sposi del coperchio di sarcofago di Volterra, di crudo realismo, in cui tutto si accentra nel volto, mentre i corpi sono rappresentati atrofizzati; vi sono la Lartia Seianti e la Thanunia Seianti dei due sarcofagi chiusini del Museo di Firenze e del Museo Britannico, vi è una serie di teste di doni votivi, specialmente di Veio, pure di spiccato realismo (Museo Etrusco Gregoriano). Nella pietra vi è inferiorità rispetto all'argilla, ma non sempre, ché se all'inizio di questa fase di arte dobbiamo collocare la bella testa muliebre di calcare da Bolsena (Museo Barracco a Roma), in cui è il vivido riflesso dell'arte di Scopa, alla fine dobbiamo addurre le urne in travertino della tomba perugina dei Volumnî, siano le due Lase dell'urna di Arunte Volumnio, dalla vibrata passionalità della scuola rodia, siano le figure dei defunti dalla romana dignità composta e severa. E in questa fase l'esplicazione più ampia delle urne funerarie, o di alabastro o di travertino o di terracotta, dei territorî di Volterra, di Perugia, di Chiusi, di quelle urne stucchevoli, che tuttavia hanno importanza sia per la rappresentazione a tutto tondo della figura del defunto, coi caratteri individualistici del ritratto e col particolare risalto dato alla testa, mentre il corpo è atrofizzato, sia per la rappresentazione a rilievo, specialmente nel lato anteriore della cassetta, con scene o d'indole funeraria o di carattere locale, ma più frequentemente con scene desunte, spesso con intrusioni arbitrarie e con interpretazioni errate, dal repertorio del mito ellenico, in special modo dai cicli tebano e troiano. Si aggiungano i sarcofagi: ai sarcofagi del sec. IV di tipo architettonico succedono i sarcofagi (tarquiniesi e chiusini) del tipo a letto; le figure del defunto o della defunta si sollevano un po' dalla loro posizione sdraiata, in atto, per lo più, di tendere la tazza. Anche qui sono importanti i ritratti; singolare è l'obesus etruscus del Museo di Firenze. Non priva d' interesse è pure la rappresentazione a rilievo sulla parete anteriore della cassa; per lo più sono scene di combattimento, specialmente di Etruschi o Greci contro Galli, ma sono talora anche scene infernali, come nel sarcofago chiusino del Museo di Palermo di Hasti di Afuna, ove si avverte ormai nelle figure il suggello della vigoria romana. Più rari sono i bronzi, che pure dovevano essere numerosi nell'arte etrusca. Dalla sola Volsinii, espugnata nel 265 a. C., i Romani presero ben duemila statue (Plinio, Nat. Hist., XXXIV, 7); è presumibile che molte di esse fossero di bronzo. Ma naturalmente le statue di bronzo, più di quelle di pietra e di terracotta, dovettero essere soggette a distruzione. Oltre alle tre figure idilliache di fanciulli, del lago Trasimeno, di Tarquinia nel Museo Etrusco Gregoriano e di Cortona nel Museo di Leida, quest'ultima di più fine esecuzione, si debbono menzionare due insigni opere, che sono da collocare alla fine dell'arte etrusca, cioè il cosiddetto "Arringatore", o statua di Aulo Metello in atto di parlare, del lago Trasimeno (Museo Archeologico di Firenze), saldo e dignitoso, e il pensieroso "Bruto" che si trova nel museo del Palazzo dei Conservatori. In questi due bronzi, come in altre opere scultorie della fine dell'etruschismo, è ormai l'impronta della forza di Roma.

Pittura. - I primi documenti di pittura etrusca, tralasciando la ceramica, si hanno nella fase orientalizzante, alla fine circa del sec. VII a. C.

Oltre ad alcune tombe di Cosa, di Magliano e di Poggio Renzo presso Chiusi, di cui purtroppo ben poco sappiamo, vi sono due tombe a Cerveteri (tomba dei Leoni e tomba degli Animali dipinti) e la tomba Campana di Veio, nelle cui camere sono decorazioni a pittura. Queste decorazioni sono di tipo orientalizzante, con belve e mostri, ma anche con la figura umana: infatti nel riquadro superiore a destra è una scena di caccia. Tre cose sono da osservare specialmente nella pittura della tomba Campana: l'assenza di proporzioni, con forme allungate nei quadrupedi, massicce nelle figure umane, sì da richiamarci a prodotti di ceramica greca del sec. VII, quali le anfore melie, e a sculture greche primitive, come il fregio del tempio A di Priniá a Creta; la rappresentazione convenzionale delle piante, usate più che altro come riempitivo; l'uso dei colori nel senso non naturalistico, ma decorativo. Da queste tombe dipinte primitive si deve passare ad altre, ove è ormai piena la prevalenza dell'indirizzo ionico. E si deve passare a Tarquinia. La necropoli di questo centro etrusco è quella che ha fornito il maggiore numero di documenti di pittura parietale, sicché vi si può seguire l'intiero sviluppo della pittura etrusca, dalla prima metà del sec. VI sino alla fine del secolo II. Oltre che a Tarquinia si hanno esempî di tombe dipinte a Cerveteri, Bieda, Bomarzo, Vulci e specialmente a Orvieto e Chiusi; ma, complessivamente, le tombe dipinte rinvenute in queste località, aggiunte alle sei tombe già ricordate con pitture di stile orientalizzante, costituiscono una serie assai meno numerosa di quella fornitaci dalla necropoli tarquiniese.

La serie di tombe dipinte di Tarquinia è aperta dalla tomba dei Tori, in cui vi è un carattere quasi di arazzo, la scena espressa tra le due porte di fondo. È una scena mitica: l'agguato di Achille al giovinetto Troilo; in essa le forme del cavallo appaiono tuttora allungate, mentre sono massicce quelle di Achille e di Troilo, la vegetazione ha ancora aspetti di maniera, e convenzionale è l'uso del colore. Convenzionalismo codesto che durerà a lungo, perché per tutto lo sviluppo della pittura etrusca persiste il distacco tra le carni di figure maschili in scuro e quelle di figure femminili in chiaro. Con la tomba dei Tori siamo ancora nella prima metà del secolo VI a. C.

Altre pitture funerarie sono da ascrivere alla metà del secolo stesso o agli anni immediatamente successivi. L'arte ionico-asiatica, forse focese, si appalesa nei suoi riflessi vividi in queste pitture: le tombe delle Leonesse, degli Auguri, della Caccia e Pesca a Tarquinia, le lastre fittili dipinte, già adornanti le pareti di tombe ceretane, ora al Museo Britannico e al Museo del Louvre. In tutte queste opere si espande l'arte ionico-asiatica in ambiente etrusco, e perciò talora con particolari etruschi di contenuto, con schemi e motivi pieni di vivacità, talora spregiudicata, con forme molli e pesanti, con caratteri naturalistici e con la cura della riproduzione dell'ambiente; questo in principal modo nella tomba della Caccia e Pesca, ove il paesaggio ha una parte non indifferente, anzi preponderante.

Temi soliti sono quelli dei consueti godimenti terreni: giuochi atletici, gli spettacoli, talora crudeli, come quello, che si vede nella tomba degli Auguri, del supplizio di un uomo che con la testa nel sacco è addentato da un cane feroce, la caccia, la pesca e soprattutto il banchetto e la danza. Talora fa capolino l'idea della morte, come nella tomba degli Auguri, dove è rappresentato il compianto di due personaggi ai lati di una porta. Nelle lastre ceretane del Louvre abbiamo addirittura la rappresentazione di una cerimonia funebre.

All'influsso ionico-asiatico subentra a questo punto l'influsso ionico delle isole.

È un altro manipolo di tombe tarquiniesi: la tomba dei Vasi Dipinti, col gustoso, placido quadro della gioia familiare, cioè della coppia di nobili sposi etruschi sdraiati sul letto, e coi due figli, un maschio e una femmina, seduti accanto; la tomba del vecchio, quella dei Baccanti. E poi, con un grado più accentuato di sviluppo, le tombe del Pulcinella, del Barone, delle Iscrizioni, Tarantola, del Morto, del Morente. I nomi dati a queste due ultime tombe indicano che nella pittura non è più la licenziosa, la gaia, oppure la serena vita etrusca, ma è la tristezza del crudele distacco da una persona cara. Tra queste tombe spicca quella del Barone per l'intonazione aristocratica delle sue pitture; il carattere signorile delle figure ritratte, membri di una famiglia certamente di grado elevato, è appariscente nell'abbigliamento, nelle movenze, nei gesti. Osservando questa pittura della tomba del Barone, con cui siamo allo scorcio del sec. VI, abbiamo subito l'idea dell'Etruria all'apice della potenza civile e politica.

Con l'inizio del secolo successivo, col più accentuato, anzi esclusivo influsso dell'arte di Atene, specialmente per la produzione ceramica a figure rosse si avverte il riflesso del radicale mutamento avvenuto nella pittura ateniese. Per effetto infatti di essa le figure appaiono non più come nere ombre opache su di un fondo chiaro, ma nella chiarezza del loro aspetto naturalistico sul fondo scuro.

La pittura della tomba tarquiniese delle Bighe, o Stackelberg, ci dà una prova luminosa del riflesso sull'arte etrusca di questo mutamento nella produzione ceramica.

Infatti in tre pareti della tomba suddetta sono due fregi pittorici: il superiore, ristretto (centimetri 36), con una scena di giuochi ginnastici, in cui si deve ammirare talora lo scorcio, quello scorcio che Cimone di Cleone (v.) introdusse o meglio sviluppò nella pittura ateniese tra il sec. VI e il V (Plinio, Nat. Hist., XXXV, 53); ha piccole figure su fondo chiaro. Il fregio inferiore, più alto (90 cm.), ha variopinte figure di danza con intonazioni chiare su fondo rosso purpureo. In questo fregio, in cui è già la separazione netta tra figura e figura per mezzo di arboscelli, che diviene, per così dire, stereotipata nelle pitture tarquiniesi, è evidente l'imitazione dai vasi attici a figure rosse.

È questo un tentativo che rimane isolato, perché non adatto era il fondo purpureo scuro nelle pareti degl'ipogei funebri; ma è un tentativo dovuto ad artista etrusco, perché un greco non avrebbe mantenuto la differenza convenzionale tra le carni dei maschi in rosso e quelle delle femmine in bianco.

Dopo è un gruppo magnifico di tombe, pure tarquiniesi, di stile severo, con sfrenatezza gioiosa negli agitatissimi, ma ancora un po' duri, movimenti dei danzanti dalle forme agili e nervose, con la festosità del banchetto allietato dal canto e dal suono. È il gruppo delle tombe del Triclinio, dei Leopardi, del Citaredo e Francesca Giustiniani. Siamo ormai in pieno sec. V e vi è, nella pittura tarquiniese, l'irrigidimento delle viete forme: esso è ormai palese nella tomba della Pulcella. Ma nella tomba, pure tarquiniese, del Letto Funebre, forse degli ultimi tempi dello stesso secolo, sembra potersi cogliere un'eco della grande arte di Fidia nella figura del giovinetto che palpa la cervice del cavallo e che ricorda gli efebi cavalieri del fregio del Partenone. Tuttavia una strana permanenza di arcaismo è nella riproduzione dell'occhio di prospetto nella testa di profilo: questo è reso più gentile dalla brevità del mento, dalla dolce curva della calotta cranica. Ed è in questo medesimo secolo l'apparizione di un gruppo di tombe chiusine: sono sei di numero, e tra esse sono preminenti quella della Scimmia e la Casuccini.

Nelle tombe chiusine solo una stretta fascia, che gira superiormente attorno alla camera, è occupata dalla pittura con scene relative a cerimonie funebri, a giuochi ginnastici, a corse di carri o a banchetti. Disinvolti sono gli schemi delle figure, in cui si avverte una certa scioltezza dai legami dell'arcaismo; l'esecuzione è rapida, di effetto.

In tutte queste tombe del secolo V rimane immutato lo spirito delle pitture precedenti, dalla metà del sec. VI in poi: è la vita etrusca che si riflette nelle pareti degl'ipogei, sia nei suoi aspetti piacevoli e sereni, sia in quelli dolorosi.

Altri concetti invece prevalgono nelle pitture delle tombe posteriori, espressi con forme nuove, ove nulla più vi è dello schematismo arcaico, pure essendovi qua e là il residuo di qualche durezza. Tipica è la presenza di demoni deformi e mostruosi, sicché la scena passa dal mondo dei viventi a quello dei morti, e anche quando è rappresentato qualche fatto del mito s'introducono in questo esseri demonici. Inoltre, per quanto concerne il disegno, che è talora audace nel cimentarsi in motivi di scorcio e di prospetto, con perfetta adesione a quanto aveva saputo esprimere la pittura ceramica nell'ultimo trentennio del sec. V, si deve notare l'uso del chiaroscuro che nella pittura greca fu applicato regolarmente da Apollodoro ateniese, detto l'Ombreggiatore, alla fine del sec. V a. C.

Sono prima di tutto tre tombe orvietane: quella Golini, quella delle due Bighe e quella degli Hescana o di Poggio Rubello. La scena di queste tre tombe è posta nell'Averno: Lase e demoni si alternano a defunti, mentre nella prima sono gli dei stessi dell'Averno, Aita e Phersipnei, e un essere demonico, spaventevole per la sua deformità e mostruosità. Ma più orrido è il contenuto delle pitture della tomba dell'Orco a Tarquinia; vi è anzi contrasto tra le figure della famiglia Velcha, sdraiate a banchetto sotto un pergolato di vite, le figure di giovani demoni di benevolo aspetto nella loro bellezza ignuda da un lato, e dall'altro le figure di paurosi demoni, tra cui Tuculca, e della coppia infernale di Aita e Phersipnei. Le figure dei servi nella tomba Golini, o quelle dei giovinetti demoni nella tomba dell'Orco, o la testa della giovine Velcha, d'impeccabile, mesta bellezza, in questa stessa tomba, sono documenti di alta potenza artistica; ma anche in queste opere pittoriche v'è la tendenza realistica più o meno palese in tutta l'arte etrusca; talvolta, come nella tomba Golini, si cade nella volgarità della rappresentazione di una cucina e di una dispensa.

Accanto a questo gruppo di pitture tombali si può collocare quanto è rimasto di quelle che adornavano le pareti del tempio di Celle a Civita Castellana con figure stanti, solenni, forse riproducenti divinità. Sono questi frammenti una documentazione di quell'uso di rivestire le pareti interne dei templi con pitture, per cui abbiamo la notizia di Plinio (Nat. Hist., XXXV, 17), che menziona le pitture antichissime di templi a Cerveteri, a Lanuvio e ad Ardea, e il passo di Quintiliano (Instit. orat., I, 4, 96) accennante a pitture parietali di templi con scene mitiche, in cui i varî personaggi avevano ciascuno il nome scritto accanto, con scrittura e lingua latina arcaica. E un altro monumento del sec. IV a. C. deve essere menzionato, cioè il famoso sarcofago tarquiniese in alabastro del Museo di Firenze, con la rappresentazione a encausto di una zuffa furiosa tra Greci e Amazzoni. Qui è evidente la dipendenza dai modelli attici polignotei; ma vi è quell'accento di brutale realismo che è proprio dell'arte etrusca. Una tomba vulcente chiude la serie delle tombe dipinte del sec. IV: è la celebre tomba François, i cui dipinti sono ora conservati nel Museo Torlonia a Roma. Qui il contenuto è mitico: accanto a figure e ad una scena dell'epos omerico, cioè al crudele olocausto di prigionieri troiani all'ombra di Patroclo, è una movimentata scena di battaglia a cui partecipano i due amici Caile Vipinas e Mstarna della leggenda etrusca che trapela attraverso fonti storiche latine. La scena omerica è etruschizzata con la presenza della dea della morte (Vanth) e di Caronte (Charu) col martello, e tutte le figure hanno una vigoria e grandiosità di espressione e di esecuzione che fa ricordare la mano di affreschisti toscani, tra cui specialmente Andrea del Castagno. Ma subito dopo si avverte il decadimento; si avverte a partire dal sec. III e se ne hanno i primi indizî nella tomba tarquiniese degli Scudi. È lecito addurre per questa discesa dell'arte in Tarquinia un avvenimento storico, cioè la pace che la già possente città dovette stringere con Roma nel 308 a. C., e per cui essa ebbe diminuita di assai la sua forza e la sua indipendenza.

Nelle figure dei banchettanti nella tomba degli Scudi si hanno o forme magre, emaciate, o forme grasse, rigonfie. Vi è un irrigidirsi di forme, un istupidirsi di espressione nella riproduzione stereotipata di modelli usati e abusati, ma vi è anche uno spregiudicato realismo nei tratti finissimi delle singole figure, corrispondente del tutto a quanto si osserva nelle figure dei sarcofagi e delle urne contemporanee.

Singolare è un'altra tomba tarquiniese, quella del Cardinale, con gli stretti fregi attorno alle pareti e a due dei quattro pilastri dell'ipogeo: fregi a piccole figure dalle mosse vivaci, ma dall'apparenza di semplici schizzi. È ripreso perciò il metodo decorativo della tomba Stackelberg e delle tombe chiusine, ma con noncuranza assai disinvolta di esecuzione. Notevole è il contrasto: un trapasso di anime, scene allegoriche mortuarie, combattimenti furiosissimi.

La produzione pittorica funeraria, l'unica che ci è nota per questi ultimi tempi dell'etruschismo, si fa sempre più rara. Per il sec. II si possono addurre tre tombe dipinte: quella vulcente Campanari, ora perduta, e le due tarquiniesi del Tifone e Bruschi. Comune a tutti e tre questi monumenti è il contenuto del mesto, ma pomposo corteo di anime con la presenza, nelle due tombe tarquiniesi, di esseri demonici spaventevoli. Vi è stanchezza di espressione e di esecuzione, ben lontana dalla vivacità spregiudicata, dalla vigoria pulsante delle tombe del sec. IV; tutto è piatto, ed è talora, come nella tomba Bruschi, insignificante. I due mostri demonici adornanti nella tomba del Tifone i due lati del pilastro, alati e anguipedi, dimostrano, nell'accentuato rendimento delle parti anatomiche e nel patetico del volto, l'influsso, sia pure mediato, della commossa arte pergamena.

Siamo alla fine della pittura etrusca; nella tomba dei Festoni di Tarquinia e nella tomba di Tassinaia presso Chiusi la decorazione è ridotta a ben poca cosa. Nella tomba dei Festoni il retaggio del passato è appariscente nella figura sulla parete a lato della porta: è il Caronte etrusco col martello. Ma semplici festoni sono attorno alle pareti con sopra scudi rotondi, e festoni sono pure nella tomba chiusina, sovrastanti a due figure insignificanti, una muliebre, l'altra maschile ammantata. Nella tomba tarquiniese si constata la promiscuità d'iscrizioni funerarie etrusche e latine. Ormai queste tardissime manifestazioni di arte etrusca, decadute di assai dall'alto valore di un tempo, possono essere collocate accanto a tombe dipinte campane, che scendono sino all'età imperiale romana.

Metallotecnica etrusca. - Nella fase orientalizzante dell'arte etrusca pare che il primato delle arti industriali spetti all'oreficeria e all'intaglio dell'avorio; dal sec. VI in poi tale primato passa alla lavorazione del bronzo. Sembra anzi che nel detto secolo e nel successivo gli oggetti bronzei dell'Etruria avessero grande diffusione e fama, sia presso gli altri popoli italici più arretrati e presso i popoli transalpini (e le prove sono date dai rinvenimenti), sia anche nella stessa Grecia. Ciò è documentato da due passi di Ateneo (Deipnosophistai): il primo (I, 28, b, cap. 50) risale a Crizia, della seconda metà del sec. V, ed elogia il vasellame bronzeo etrusco; il secondo (XV, 700, c, cap. 60) risale al poeta comico Ferecrate, contemporaneo di Aristofane, e fa parola dei lampadarî etruschi. La maestria a cui durante i secoli VI e V pervennero gli Etruschi è attestata da una congerie di monumenti: carri, elmi, vasi, candelabri, lampade, tripodi, specchi, utensili varî. Sono monumenti in cui quasi costantemente s'innesta l'arte figurata, o con statuette o con rilievi o con incisioni di pura corrente ionica prima, poi di espressione specificamente etrusca sotto gl'influssi ionico e attico.

Arte ionica è nei rilievi sbalzati delle lamine ritrovate a Castello San Mariano presso Perugia, e ora divise tra il Museo di Perugia, il Museo Britannico e la Gliptoteca di Monaco, e nel mirabile carro di Monteleone di Spoleto (v. biga, VI, tav. CCXXXII), capolavoro di toreutica, del Museo Metropolitano di New York; forse si tratta di lavori di artefici ionici immigrati o di artisti etruschi interamente, per così dire, ionicizzati. Ionismo è anche nei tripodi chiamati vulcenti. A Vulci sono stati rivendicati non solo i tripodi, che ebbero larga diffusione sin nella valle del Reno (un esemplare proviene da Dürckheim nel Palatinato renano), ma altri monumenti bronzei, lampadarî e vasi. I tripodi vulcenti, derivazione e sviluppo di tipi di tripodi ellenici, di cui un esempio è offerto dal tripode di Metaponto del Museo di Berlino, sono costituiti da tre fasce di verghette che salgono da tre piedi leonini, con gruppetti figurati terminali a tutto tondo. Tutto ha un'impronta ionico-asiatica nella vivacità liberissima, nel movimento scomposto dei gruppi delle figure umane e sileniche di proporzioni tozze, nello slancio dei gruppi di bestie, nell'eleganza dei ricchi ornati vegetali. Tutti questi caratteri sono comuni a un insieme di bronzi i quali sono stati perciò ascritti a Vulci. Esecuzione raffinata è nel vasellame non più laminato, ma fuso. In questi recipienti, mentre nel corpo è la fine ornamentazione a rilievo o a bulino, figure accosciate o distese sono per lo più in funzione di anse o di peducci; tutto ciò dà movimento e nobiltà agli utensili.

Più numeroso è nel secolo V a. C. il repertorio delle forme dei vasi bronzei: sono olle, dalle maniglie saldamente impostate, e con laminette di attacco adorne in modo leggiadro, sono ciste, brocche a bocca trilobata o rotonda, attingitoi e colatoi per il vino, nappi, ecc. Nei corredi tombali, specialmente per questo sec. V, di Vulci, di Civita Castellana, di Bologna, appaiono i candelabri costituiti da un alto e sottile fusto che poggia su tre zampe feline ripiegate, e sostiene, al disopra di complicate modanature, quattro porta-candele, con una cimasa a figura o a gruppo figurato. Ma il lavoro metallico più insigne che ci sia pervenuto dal sec. V è certo il lampadario di Cortona (v. cortona, XI, p. 557); provvisto di ben sedici cavità minori per i lucignoli intorno a una grande cavità mediana. Questo lampadario è riccamente decorato a rilievo col volto della Gorgone in mezzo, con una fascia intorno a belve e grifoni in lotta, e con una fascia a onde marine con delfini e figure accosciate di Sirene e di Sileni. A partire dal sec. IV scompaiono i candelabri, e vengono in uso i porta-lampade in cui, sempre sul basamento di tre zampe feline, poggia una leggiadra figura, per lo più ignuda, reggente il fusto con lo scodellino, motivo che già in precedenza era applicato ai porta-lampade del sec. V a. C. (es., porta-lampade della Boncia presso Chiusi). La vivificazione dell'utensile, da cui emana la luce, si accentua con le due graziose figurine sul fusto, del gatto che insegue un gallinaceo. Altri tipi di utensili bronzei sono: il secchiello cuoriforme, la situla, sia di forma conico-cilindrica, sia rigonfia alle spalle con stretto collo o senza, la teglia, la patera ombelicata, la brocca, sia ad orifizio rotondo sia a profilo angoloso, a cui serve di manico una figurina di personaggio ignudo, talora di Sileno, o con la targhetta saldata all'impostatura del manico, lo specchio fisso, non mobile, saldamente appoggiato su una figurina, le fiaschette, i balsamarî da appendere, a forma di testa per lo più muliebre. Dovunque è l'abbellimento, la vivificazione del vaso o dell'utensile con ornati graffiti o a rilievi, con figurine o con semplici teste. Così, per esempio, anche le teglie hanno le maniglie costituite da due corpi umani ripiegati in schema di lotta.

Per i due generi di oggetti che per importanza di sviluppo e numero di esemplari sovrastano a tutti gli altri, lo specchio e la cista, v. alle voci corrispondenti.

Ceramica. - Si è visto che nella fase orientalizzante era già in uso il bucchero (v.), il quale verso la fine della stessa fase era già del tipo a fasce strette stampigliate. Nel secolo VI la produzione del bucchero si concentra a Chiusi e si ha il bucchero a rilievo, che assume l'epiteto di pesante. Esso degenera vieppiù durante il secolo V a. C., in forme ed in aspetti di decadimento, si esaurisce, scompare. Un genere di ceramica dipinta era stato florido in Etruria nella fase orientalizzante: l'italo-geometrico. Nel secolo VI si hanno imitazioni di prodotti greci e prodotti greci eseguiti in Etruria, cioè le idrie ceretane e le anfore pontiche di Vulci. Ma qui ci interessano le imitazioni della produzione corinzia, per lo più brocche panciute a rotelline, verniciate in nero, con decorazione a fasce con figure di belve e di mostri in color rosso e bianco e a graffito. Poi sono alcuni vasi di Cerveteri, specialmente lebeti, di forma cilindrica su tre o quattro peducci: recano dipinte o figure di belve e di mostri o scene figurate a colori chiari sul fondo rosso-scuro. Se il più antico esemplare è quello proveniente dalla tomba Regolini Galassi, altri esemplari, tra cui uno a Parigi nel Museo del Louvre in cui è figurata la nascita di Minerva e la caccia al cignale di Calidone, appartengono certamente al pieno sec. VI a. C.

Alla ceramica ionica a figure nere si riconnette invece la produzione di vasi che di frequente si trovano in tombe di Vulci: anfore, idrie, stamnoi, brocche, nappi, e anche tazze e patere ombelicate. Spesso vi sono figure di esseri demonici alati, sempre in atteggiamenti pieni di briosa vivacità; si aggiungano figure di Sileni e figure umane, imberbi o barbute, in movimento, recanti nelle mani enormi foglie di edera; vi sono mostri, belve, e singolari figure di cavalli alati. È in questi vasi scorrevolezza di disegno; man mano che si discende nell'età, per lo stile più sciolto avvertiamo in questi vasi etruschi a figure nere non più l'influsso ionico, ma l'influsso attico della ceramica a figure nere. L'imitazione diventa allora più sciatta e più scialba: vi è negligenza stilistica, vi è inferiorità tecnica per l'uso di una vernice nero-opaca e non già nerolucente come nei modelli attici.

Della ceramica attica a figure rosse di stile severo le imitazioni in Etruria sono assai scarse: si possono citare due stamnoi di Campagnano, nel Museo di Villa Giulia, ove le figure di danzatori non sono già risparmiate, come nei modelli attici, sul fondo giallorossastro dell'argilla, ma sono sovrappinte in rosso dopo la cottura. Certo di fronte al possente afflusso di sì meravigliosi prodotti ceramici attici non sorse se non sporadicamente il desiderio dell'imitazione, che sarebbe stata certamente di gran lunga inferiore agli originali.

Dopo, per la ceramica dipinta etrusca bisogna saltare al secolo IV a. C. Dapprima i modelli attici della seconda metà del secolo V sono imitati con nobiltà e decoro, pur essendovi caratteri etruschi nell'accentuata vigoria delle figure e nel loro realismo. Sono dapprima alcune tazze, il cui centro di fabbricazione pare fosse a Chiusi, adorne di figure muliebri o dionisiache; le analogie con incisioni su specchi sono appariscenti. Poi altre fabbriche si devono addurre: quelle di Vulci, di Perugia, di Volterra, che rappresentano un grado di degenerazione rispetto alle tazze ricordate; infine le fabbriche di Orvieto, in piena decadenza e della fine ormai della pittura vascolare.

Propria di Perugia e di Volterra sembra la forma del cratere a colonnette o celebe, di derivazione attica, ma con il collo esageratamente allungato e il corpo non molto panciuto. Nelle celebe volterrane, frequenti sono le figure di pigmei eseguite con potenza espressiva che si compiace del grottesco e dell'umoristico.

Sono in tutti questi vasi scene di carattere generico e anche episodî del mito ellenico; ma quasi sempre vi sono rappresentati demoni, che, nella loro mostruosità, fanno da riscontro perfetto alle figure demoniche delle pitture funerarie tarquiniesi e orvietane. Anzi in alcuni vasi il contenuto delle pitture è esclusivamente funerario, infernale. La stranezza delle sagome nei vasi si accentua nei prodotti orvietani, tra i quali sono note specialmente le tre anfore della collezione Faina, che rappresentano scene dell'Averno popolate di defunti, di demoni, di Lase, e in cui si ha la tecnica a vernice sovrappinta e uno stile sciatto e trasandato.

Dalla serie di vasi puramente etruschi bisogna separare i vasi fabbricati e dipinti nel territorio falisco, territorio che subì sin dal sec. VII a. C. un radicale processo di etruschizzazione. Nei migliori prodotti di ceramica falisca del sec. IV sono caratteri di nobiltà e di decoro, per cui essi non sono molto discosti dai modelli attici della fine del sec. V a. C. Anzi tali esimie qualità dei primi vasi falisci quasi ci fanno supporre l'immigrazione di ceramisti ateniesi, fenomeno codesto che dobbiamo pure ammettere agl'inizî della ceramica dipinta dell'Italia meridionale. Ma poi la maniera falisca s'irrigidisce in schemi stereotipati sino agli esemplari che appartengono agli ultimi tempi di Falerii Veteres, distrutta dai Romani nel 241 a. C. Certo è che il parallelismo è pieno tra la ceramica dipinta falisca e le ciste e gli specchi figurati latini o, per delimitare meglio il centro di rinvenimento principale, prenestini. Sarebbero adunque tutti questi monumenti manifestazioni in gran parte sincrone di un'arte latina con centro principale a Roma? A ogni modo tutti questi prodotti ceramici e metallici appaiono propaggini dirette dell'arte etrusca e rientrano pertanto nella trattazione di quest'arte. Come in Grecia, così in Etruria alla ceramica dipinta succede la ceramica a rilievo. Sono per tale rispetto da addurre i prodotti volsiniesi, in origine colorati o argentati, a imitazione dei mirabili prodotti della toreutica ellenistica. Ed ellenistici sono invero gli schemi ornamentali e figurati che decorano questi vasi volsiniesi.

Oreficeria, intaglio nell'avorio, glittica. - Il punto più alto nell'oreficeria fu raggiunto dagli Etruschi nel sec. VII, durante la fase orientalizzante, con gl'insigni prodotti di Vetulonia, di Vulci, di Cerveteri, di Palestrina.

Splendide oreficerie abbiamo tuttavia nella fase arcaica, sebbene non così numerose come in precedenza. Vi sono anelli con castone aureo, in cui dapprima il campo è diviso in zone con simboli o con belve, poi è occupato da una scena figurata, nella quale, date le dimensioni allungate del castone, frequente è la rappresentazione del carro in corsa tratto da cavalli alati. È in questa serie di anelli la medesima intonazione ionico-asiatica che si osserva nei vasi contemporanei di mano ionica o di mano etrusca sotto influsso ionico. Sono inoltre borchie, orecchini, di forma prevalentemente a baule, collane a pendenti o a globetti; rare diventano le fibule, che nella fase orientalizzante costituiscono la parte migliore dei lavori in oro. Nel sec. V comincia ad apparire l'orecchino a laminetta ellissoidale con scudetto a sbalzo, e frequente è l'orecchino ad anello con testa leonina. La tecnica è essenzialmente a sbalzo e a granulazione, tuttavia non più con quella mirabile finezza che scorgiamo specialmente nelle oreficerie vetuloniesi del sec. VII a. C. Posteriormente il tipo dell'orecchino a lamina ellissoidale si complica con globuli grossi, per lo più disposti a triangolo. Negli anelli vi è il tipo a castone aureo con fine figurazione, di carattere atticizzante; ma, oltre al solito tipo a sottile verga, attorno a cui s'impernia la gemma, cioè lo scarabeo, vi sono gli anelli a verga ingrossata e quelli con apertura ovale, ove è incastonata la gemma o la pasta vitrea. Nelle collane appare il tipo a catenella con appese le bullae. E comincia ad apparire la corona aurea mortuaria, ricingente, secondo un uso comune ai Greci, la testa del defunto: queste corone sono a strati di foglie sottilissime di edera, di ulivo, di alloro, senza gli steli; sono le cosiddette coronae sutiles menzionate da Ovidio (Fasti, V, v. 335).

Alla fine del secolo IV appare l'oreficeria da parata, di cui menavano vanto le signore etrusche dal gusto grossolano, quelle dame etrusche che in modo sì stucchevole vediamo sdraiate in pose pretensiose su urne e sarcofagi. E un'oreficeria pesante ed esuberante; siamo ben lontani dalla raffinatezza squisita, dall'abile virtuosismo degli ori del sec. VII; non è più la granulazione, ma è il trionfo della facile tecnica a stampigliatura. Negli orecchini abbiamo forme complicate; l'antico orecchino ad anello si espande a lamina ripiegata, con pendagli a forma di testa umana e a pera. Oppure si ha la forma a rosetta con appeso un vasetto, o quella a disco con piramidetta. Questi due tipi di orecchini sono comuni alla Grecia, sicché per certi rispetti la produzione di gioielli aurei in Etruria si confonde, per identità o per comunanza di tipi, con la produzione ellenistica. Vi sono i braccialetti serpentiformi, i torqui, le borchie, le collane con bullae lenticolari di grandi dimensioni a figurazione stampigliata. La bulla (v.) è elemento frequentissimo dei nobili etruschi, da cui passa nel mondo romano.

Dopo la magnifica fioritura di avorî lavorati nella fase orientalizzante, si ha una diminuzione assai forte di tal genere d'arte industriale. Per il sec. VI e per i primi tempi del sec. V a. C. si possono citare le laminette eburnee che formavano il rivestimento di cofanetti, e che sono adorne di figure a finissimo rilievo, il quale negli esemplari migliori (i più noti sono quattro tarquiniesi del Museo del Louvre) ha un pretto carattere ionico-asiatico, con le consuete forme grosse e molli e coi movimenti pieni di esuberante agitazione. Questo rilievo va negli esemplari più recenti avvilendosi vieppiù in un piatto schematismo, con decorazione prettamente animale, per lo più a palmipedi. Altri documenti dell'intaglio dell'avorio mancano in età posteriore, e bisogna pervenire alle laminette ossee del secolo IV provenienti da Palestrina, nel museo di Villa Giulia, le quali, a quattro a quattro le più piccole, a due a due le più grandi, costituivano il rivestimento di cofanetti. Erano in origine policrome, e sono adorne a rilievo di figure pesanti con particolari resi sommariamente, sicché offrono un parallelismo stilistico con le figure espresse sul sarcofago di Torre S. Severo del Museo di Orvieto.

Nella glittica, comunissima è la forma dello scarabeo (v.). Gli Etruschi la desunsero dall'Egitto per il tramite del commercio fenicio; infatti in tombe della fase orientalizzante appaiono non di rado scarabei egizî, o originali o imitati dai Fenici. Ma nella stessa fase orientalizzante si avverte l'imitazione etrusca: gli esempî più antichi sono uno scaraboide bronzeo, da una tomba a camera populoniese, con due figure di cavalli rampanti, e uno scarabeo di alabastro, dalla tomba vetuloniese dei Lebeti, con le figure di una Chimera e di un uccello. L'emancipazione dai modelli egizî o egittizzanti per quanto concerne la decorazione è già avvenuta. Terzo documento di glittica, più recente, è una corniola, da una tomba a ziro chiusina, con la figurazione di un'Arpia che rapisce l'anima di un defunto. Ma non molto numerosi sono i prodotti di glittica, e tali si mantengono per gran parte del sec. VI sino ai primi decennî del successivo, in cui, pur conservandosi il tipo dello scarabeo, all'influsso ionico si sostituisce nella figurazione l'influsso attico. E, mentre negli scarabei del sec. VI sono in maggioranza effigiate singole divinità (Menrva, Fufluns e Turms), in quelli del sec. V di stile severo atticizzante sono figure del mito, specialmente del ciclo troiano. È in essi la finezza espressiva che possiamo scorgere, contemporaneamente, in altri monumenti: si può citare l'acroterio del tempio di Mercurio di Civita Castellana. Dopo si profila subito per la glittica il decadimento. Vi sono dapprima esemplari di stile severo, tuttora accurati, ma con affievolita forza espressiva, poi scarabei di mediocre esecuzione con le parti del corpo umano ignude rese con carnosità accentuata.

Altri scarabei dimostrano l'influsso polignoteo, altri infine, della fine del sec. V a. C., lo stile libero fidiaco. La corrente grandiosa fidiaca pare inoltrarsi fino nel sec. IV, e sembra che mediatrice tra l'Etruria e la Grecia sia stata la Magna Grecia.

Ma verso la fine del sec. IV il decadimento è piuttosto rapido; dozzinale è quasi sempre la fattura, all'infuori di rare eccezioni. All'elemento eroico nelle figure effigiate subentra l'elemento muliebre, afrodisiaco o erotico; i rapporti di contenuto e di stile con altri prodotti etruschi, specie con gli specchi, sono evidenti.

Uniformità di carattere è tra questi prodotti della fine del secolo IV e quelli del sec. III. È una produzione dozzinale, frettolosa, senza alcuna pretesa artistica; appaiono ora gli scarabei cosiddetti a globo rotondo o a globolo. I luoghi più feraci di rinvenimenti di questi scarabei, che rappresentano una degenerazione della glittica, sono Chiusi, Vulci, Tarquinia; questo per l'Etruria; ma in realtà tale produzione è comune ad altre regioni d'Italia, al Sannio e all'Apulia. In questi scarabei a globolo, la cui produzione spetta innegabilmente in parte all'Etruria, è appariscente il lavorio del trapano, condotto con sciatteria facile e sommaria, sicché le figure assumono l'aspetto della riunione di tanti globetti più o meno minuscoli; frequenti sono le rappresentazioni riferibili a Ercole e ai Sileni. Del tutto mediocre fu presso gli Etruschi l'arte della monetazione (v. appresso).

L'arte etrusca a Roma. - Alcuni elementi dell'arte etrusca affluita a Roma rimangono anche quando Roma, diventata capitale di un vasto impero, accentra in sé la lussureggiante civiltà ellenistica. Prima di tutto nell'architettura possiamo avvertire tale permanenza di etruschismo. Osserviamo l'uso dell'arco (v.), il quale è applicato con sì grande favore nelle costruzioni romane. Non è da escludere l'ipotesi che dalla porta ad arco siano derivati gli archi trionfali romani; per esempio, l'arco di Augusto a Rimini, innalzato nel 27 a. C., ha in sé alcuni caratteri (pilastri, archivolto a cunei, teste scolpite per ornamento), per cui deve essere avvicinato a porte di città del tardo etruschismo. Così un carattere etrusco è nell'uso della galleria della Porta Palatina di Torino. Il tempio tripartito o Capitolium ha pure, come si è visto, un'origine etrusca; così l'alto podio dei templi romani è una particolarità che sembra risalire all'Etruria. Un elemento di permanenza etrusca in Roma, e perciò nelle costruzioni romane dell'impero, è la cosiddetta colonna tuscanica. La limitazione a cardini e a decumani non solo negli accampamenti militari, ma anche nelle città di nuova fondazione dell'impero, è evidentemente derivata dall'etrusca disciplina. E dagli Etruschi i Romani derivarono la grande perizia idraulica, che essi usarono in varie applicazioni: negli emissarî di laghi e di stagni, negli scoli di acque, negli acquedotti. Infine nelle costruzioni funerarie a tumulo, delle quali si hanno esempî di colossali proporzioni nelle tombe di Augusto e di Adriano, si deve riconoscere un indubbio ricordo dell'architettura funeraria etrusca, grandiosa e solenne sin dal secolo VII a. C.

Nell'arte figurata dei Romani sono riconoscibili tendenze che già ebbero vigore in Etruria: la tendenza iconografica e il realismo. Come nell'Arringatore o nel Bruto si ha quasi l'innesto dello spirito romano sul vetusto tronco etrusco, così nella serie foltissima dei ritratti romani dobbiamo riconoscere quasi la continuazione della forza e della crudezza che non indulge dell'arte ritrattistica etrusca. Come nel ritratto etrusco, così in quello romano si mira alla rappresentazione dell'individuo nella sua perfetta realtà; prevale in una parola la personalità di colui che è rappresentato, non, come nel ritratto greco anche dei tempi ellenistici, più complicati e più raffinati, il tipo. Così il rilievo storico e civile dell'impero ha un'essenza che contrasta con la corrente idealizzatrice greca; è in esso quel franco verismo, del resto pieno di gravità e di solennità, che si scorge, sia pure più casalingo e più rispondente alla banale vita quotidiana, in rilievi e in pitture dell'Etruria, specialmente dal sec. IV a. C. in poi. Nel tipo di sarcofago a letto che vediamo in Roma specialmente all'età dei Severi è lecito riconoscere una reminiscenza, dopo lungo intervallo, di etruschismo, soprattutto per quanto concerne la rappresentazione della persona defunta o della coppia di defunti sul coperchio. Elementi etruschi nell'arte figurata romana si constatano più assai nel campo della scultura che in quello della pittura. E ciò è ovvio, dato il grado di esaurimento a cui era pervenuta l'arte pittorica degli Etruschi negli ultimi tempi di vita di questo popolo. Ma in sei affreschi del sec. I a. C. di una casa romana dell'Esquilino, ora nella Biblioteca Vaticana, nelle figurine che si muovono in mezzo a un ampio paesaggio con atteggiamenti vivaci, briosi e con una tecnica sommaria, impressionistica, sembrerà legittimo riconoscere una diretta discendenza dall'indirizzo pittorico che noi troviamo documentato dalle pitture della tomba tarquiniese del Cardinale. Infine la suppellettile bronzea romana, che è a noi nota principalmente dai rinvenimenti di Pompei, palesa qua e là, nella sagoma e nei particolari, per esempio di candelabri e di situle, un certo grado di analogia con utensili e vasi di bronzo etruschi.

Cenno storico sulla ricerca archeologica etrusca. - Il primo valido impulso alla ricerca archeologica in Etruria fu dato dalla pubblicazione dell'opera postuma di Tomaso Dempster, De Etruria regali libri septem, edita negli anni 1723-24. Già in precedenza vi erano stati rinvenimenti di opere d'arte etrusche (l'ipogeo di Castellina del Chianti nel 1507; l'Arringatore nel 1566; le tombe tarquiniesi Tartaglia e del Cardinale nel 1699); ma l'opera del Dempster produsse un ardore di ricerca per le cose etrusche, la cosiddetta etruscheria, di cui i maggiori rappresentanti furono Anton Francesco Gori, Gian Battista Passeri e Mario Guarnacci; si costituirono inoltre l'Accademia etrusca cortonese (1726), col relativo museo, e la Società Colombaria di Firenze (1735), s' iniziarono scavi a Volterra (tomba dei Cecina nel 1739) e si fondò il Museo volterrano. Una particolare attenzione nella seconda metà del settecento viene data alle pitture funerarie tarquiniesi, con le esplorazioni e le descrizioni di Gian Nicola Forlivesi e con i disegni di Giacomo Byres e di G. B. Piranesi. Agli albori dell'Ottocento si costituisce una collezione etrusca presso la Galleria degli Uffizî a Firenze; benemeriti sono a tal proposito Luigi Lanzi e G. B. Zannoni; nel 1812 viene inaugurato il Museo etrusco-romano di Perugia per impulso di G. B. Vermiglioli. Oltre al Vermiglioli (bronzi e lamine argentee di Castello S. Mariano presso Perugia, anno 1813, tomba dei Volumnî presso Perugia, anno 1840), altri due Italiani primeggiano nello studio dell'archeologia etrusca; il livornese Giuseppe Micali e il volterrano Francesco Inghirami. E s'iniziano le grandi esplorazioni di cospicui centri etruschi. Dapprima Tarquinia con una serie di tombe a camera dipinte (anno 1827 e seguenti); poi Vulci, specialmente con gli scavi di Luciano Bonaparte, principe di Canino, feraci di una enorme congerie di opere d'arte greca (vasi dipinti) ed etrusca (oreficerie di Ponte Sodo, tomba dipinta Campanari, tomba d'Iside); quindi Orvieto, Cerveteri (tomba Regolini-Galassi, anno 1836), Chiusi (tombe dipinte e ipogeo di Poggio Gaiella), Veio (tomba Campana), Castel d'Asso e Norchia. Il 21 aprile 1829 veniva fondato l'Istituto di corrispondenza archeologica, e nei primi anni una gran parte dell'attività dell'Istituto fu diretta all'investigazione e allo studio dell'Etruria; specialmente si distinse in questo Edoardo Gerhard, il quale, a partire dal 1841, cominciò a pubblicare l'opera Etruskische Spiegel. Cospicui rinvenimenti si facevano in altre località oltre a quelle sopra menzionate: e cioè la stipe sacra del monte Falterona (1838), il lampadario di Cortona (1840), le terrecotte figurate di Luni (1842), la tomba della Scimmia a Chiusi (1846). Quest'ultima tomba fu scoperta da un infaticabile scavatore del suolo etrusco, Alessandro François, il cui nome è legato a un vaso celebre del Museo di Firenze, che egli rinvenne a Chiusi nel 1844, e a un ipogeo vulcente con magnifici dipinti (1857). Giorgio Dennis esplorava intanto con grande accuratezza tutta l'Etruria e G. P. Campana a partire dal 1850 scavava a Cerveteri, raccogliendo immensa quantità di monumenti etruschi e scoprendo nuovi ipogei (tomba dei Rilievi); al Campana negli scavi ceretani succedeva Augusto Castellani. I più importanti rinvenimenti sino ai grandi scavi governativi, sino cioè agli ultimi due decennî del secolo XIX, sono: scavi di casa Barberini a Palestrina (1855 segg.), scavi di G. Gozzadini a Marzabotto (1862 segg.), scoperta da parte di D. Golini delle tombe dipinte a Sette Camini presso Orvieto (1863), stipe votiva arcaica di Brolio in Val di Chiana (1864), tombe dipinte a Tarquinia (dei Vasi Dipinti, del Vecchio, Bruschi nel 1864, dell'Orco del 1868), sarcofago dipinto delle Amazzoni e tomba del Guerriero a Tarquinia (1869), terrecotte di tempio arcaico a Cerveteri (1869), scavi della Certosa di Bologna con A. Zannoni (1869 segg.), tombe dipinte di Tarquinia (1870 segg.), scavi di R. Mancini nella necropoli del Crocefisso del Tufo a Orvieto (1874 segg.), tomba Bernardini di Palestrina (1876), tombe dipinte degli Auguri e delle Leonesse a Tarquinia (1877), tomba di Poggio alla Sala presso Chiusi (1877), sarcofago chiusino di Larthia Seianti (1877). Nel 1879 inizia la sua opera presso il R. Museo Archeologico di Firenze Luigi Adriano Milani, indefesso ricercatore e studioso di antichità etrusche. Dal 1881 in poi si hanno le vaste esplorazioni in varî centri etruschi. La necropoli di Tarquinia è investigata da G. Ghirardini (1881 segg.), da Angelo Pasqui, da L. Pernier (1904-06) e, recentemente, da G. Cultrera. Per Saturnia si hanno gli scavi di Angelo Pasqui (1882), per Arezzo quelli di G. F. Gamurrini e di A. Pasqui (1883) e, recentemente, quelli di L. Pernier (1918). Nel 1884 si inizia il lavoro di ricupero della necropoli ricchissima e vastissima di Vetulonia per opera d'Isidoro Falchi, a cui succede L. Pernier, poi gli scavi della Cannicella presso Orvieto e in Orvieto stessa i rinvenimenti di templi (1922-23) per opera di L. Pernier e di Antonio Minto. Angelo Pasqui scava la necropoli di Bisenzio; gli subentra in anni più a noi vicini Edoardo Galli; del 1886 e seguenti sono gli ampî scavi di Felice Barnabei e A. Pasqui a Civita Castellana prima, a Narce poi; del 1888 e seguenti è lo scavo di Edoardo Brizio a Marzabotto, pure del 1888 e seguenti lo scavo di L. A. Milani e di G. Sordini a Telamone; nel 1889 St. Gsell scava a Vulci, in una località ove, a distanza notevolissima di tempo, si riprendono gli scavi con Goffredo Bendinelli prima, con Ugo Ferraguti poi. Anche a Veio, dopo lo scavo del 1889 per cura dell'imperatrice del Brasile, si riprendono nel 1913 le esplorazioni del sottosuolo con G. Angelo Colini, con Giulio Quirino Giglioli e ora con Enrico Stefani. Nel 1893 il principe Tomaso Corsini inizia la ricerca archeologica di Marsiliana di Albegna; degli anni 1894 e seguenti sono i rinvenimenti di R. Mancinelli e di Giuseppe Pellegrini nel sepolcreto di Poggio Buco, del 1896 è lo scavo della Scuola Francese del tempio della Mater Matuta a Conca e dello stesso anno è quello di G. Ghirardini del sepolcreto di Volterra, mentre nel 1898 si rinviene l'ipogeo arcaico di Casal Marittimo. E menzioniamo altre località: Fiesole col tempio tripartito (1899-900), Monteleone di Spoleto con la biga bronzea istoriata (1902), il sepolcreto etrusco di Sovana esplorato da G. Pellegrini (1902-03) e poi studiato in questi ultimi tempi da Gino Rosi e da Ranuccio Bianchi Bandinelli, Poggio Montano presso Vetralla con un sepolcreto arcaico illustrato da G. A. Colini (1903), Civitella S. Paolo con un sepolcreto falisco arcaico scavato e studiato da Roberto Paribeni (1904), il Pozzarello presso Bolsena con le due favisse votive della dea Nortia illustrate da Ettore Gabrici (1905), Populonia con la sua vasta necropoli scavata dapprima da L. A. Milani e da A. Pasqui (1908) e poi da A. Minto (1914 e segg.), Vignanello con il sepolcreto esplorato da G. Q. Giglioli (1913 e seguenti), Lanuvio col suo tempio tripartito arcaico (1914-15), Cerveteri infine con la sua vasta, suggestiva necropoli, novellamente e metodicamente investigata da Raniero Mengarelli (1911 e seguenti).

Musei. - Emerge per importanza di cimelî e di raccolte e per numero di monumenti, il R. Museo Archeologico di Firenze, iniziato nel 1872, ampliato col Museo Topografico dell'Etruria (1897) e ora in via di riorganizzazione e di riordinamento per impulso di Antonio Minto. Immediatamente segue il Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma, inaugurato nel 1889, ma che ha assunto in questi ultimi anni un rapido, notevolissimo incremento. Poi è il Museo Etrusco Gregoriano nella Città del Vaticano, fondato nel 1836. Quarto per importanza è il Museo Civico di Bologna, inaugurato nel 1831, e quinto il Museo Etrusco-romano di Perugia, la cui nascita è del 1812. Musei locali, per ordine d'importanza, sono: il Museo Nazionale Tarquiniense a Tarquinia (iniziato come raccolta comunale nel 1879), il Museo Guarnacci a Volterra (anno 1739), il Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto, il Museo Civico di Chiusi (1902), il Museo Faina a Orvieto, il Museo della Pia Fraternita dei I. aici ad Arezzo, il Museo Etrusco dell'Accademia Cortonese (anno 1750), il Museo di Fiesole (anno 1878), il Museo Chigi Zondadari a Siena. Serie di monumenti etruschi sono a Roma, sia nel Museo del Palazzo dei Conservatori, sia nel Museo Torlonia alla Lungara; una cospicua collezione di monumenti chiusini, la collezione Casuccini, è nel Museo Nazionale di Palermo. All'estero abbiamo ricche raccolte etrusche nel Museo Britannico a Londra, nel Museo del Louvre a Parigi, nell'Antiquarium di Berlino. Si aggiungano, per la Germania, le raccolte del Museo delle Arti minori antiche di Monaco e del Museo di Karlsruhe, per la Francia i monumenti etruschi nel Gabinetto delle Medaglie a Parigi, per l'Olanda il R. Museo di Leida, per la Danimarca la Glittoteca Ny-Carlsberg a Copenaghen, per la Russia l'Eremitaggio di Leningrado. In America è specialmente cospicuo per cimelî etruschi il Museo Metropolitano di New York.

Bibl.: H. Brunn e G. Körte, I rilievi delle urne etrusche, I, Berlino 1870; II, 1896; III, 1916; L. Canina, L'antica Etruria marittima compresa nella dizione pontificia, I, Roma 1846; II, 1851; A. Della Seta, Museo di Villa Giulia, I, Roma 1918; G. Dennis, The cities and cemeteries of Etruria, I-II, 3ª ed., Londra 1883; P. Ducati, Storia dell'arte etrusca, Firenze 1927, I e II; E. Douglas Van Buren, Figurative terra-cotta revetments in Etruria and Latium, Londra 1921; J. Durm, Die Baukunst der Etrusker und der Römer, Stoccarda 1905; A. Furtwängler, Die antiken Gemmen, III, Lipsia e Berlino 1900, p. 170 segg.; E. Gerhard, Etruskische Spiegel, I-IV, Berlino 1841-62; G. Karo, Le oreficerie di Vetulonia, in Studi e Materiali di archeologia e numismatica, I, Firenze 1899, p. 233 segg.; II, 1902, p. 97 segg.; A. Kluegmann e G. Körte, Etruskische Spiegel, V, Berlino 1896; J. Martha, L'art étrusque, Parigi 1889; L. A. Milani, Il R. Museo Archeologico di Firenze, I e II, Firenze 1912; O. Montelius, La civilisation primitive en Italie depuis l'introduction des métaux, II, Stoccolma 1904; H. Mühlestein, Die Kunst der Etrusker, Die Ursprünge, Berlino 1929; G. Pinza, Materiali per l'etnologia antica etrusco-laziale, I, Roma 1914; F. Poulsen, Der Orient und die frühgriechische Kunst, Berlino 1912; id., Etruscan Tomb Paintings, Oxford 1922; D. Randall Mac Iver, Villanovians and early Etruscans, Oxford 1924; Studi Etruschi, Firenze 1927 segg.; F. Weege, Etruskische Malerei, Halle 1921; T. Wiegand, Le temple étrusque d'après Vitruve, in P. Arndt, La glyptothèque Ny-Carlsberg, Monaco 1904, ecc.

Numismatica.

Le monete etrusche costituiscono un complesso gruppo di pezzi, individuati da numerose caratteristiche tipologiche, stilistiche, tecniche, metrologiche, che imprimono loro una particolare fisionomia, onde si differenziano da ogni altra serie monetale antica. Tutti i metalli monetati nell'antichità e tutte le tecniche note vi sono rappresentati: infatti, fanno parte del gruppo monete d'oro, d'elettro, d'argento e di bronzo; monete fuse (v. aes grave) e coniate; monete a rovescio liscio, a rovescio in rilievo, a rovescio incuso. Riguardo ai caratteri estrinseci (leggende, tipi) si distinguono esemplari anepigrafi e iscritti, con e senza il segno del valore, coi più varî tipi. Siffatta complessità e varietà di elementi per un gruppo numericamente esiguo di pezzi e di emissioni, fra i quali pochi sottogruppi emergono, ha sino a oggi impedito una sicura identificazione delle serie, delle zecche, delle basi metrologiche, e impedito una precisa classificazione cronologica. L'ordinamento che qui si prospetta, riguardante solo il materiale coniato, viene desunto dai più recenti studî dell'Evans, del Haeberlin, del Giesecke, i quali in varia misura hanno contribuito a rischiarare, se pur non a risolvere definitivamente, il problema di una monetazione che racchiude in sé tanti riflessi dell'enigma del popolo che l'ha prodotta.

Si distinguono anzitutto due gruppi principali di pezzi, da attribuirsi a due zone distinte del territorio etrusco, l'Etruria meridionale e l'Etruria settentrionale; ciascun gruppo si scinde inoltre in emissioni varie, le une di zecca incerta, perché anepigrafi o con iscrizione oscura, le altre di zecche individuate dalla leggenda.

I. Etruria Meridionale. - 1. Zecca incerta. - Pare che qui prenda inizio la monetazione etrusca, che si fa risalire alla metà del sec. V a. C., con una serie eterogenea e scarsa di emissioni, costituita di pochi nominali di argento promiscui, anepigrafi e iscritti (Thezi), con rovescio liscio e in rilievo, con e senza il segno del valore. Alla base del gruppo è stata identificata la litra pesante siciliana di gr. 1,16, del sistema delle colonie euboiche della Sicilia, Zancle, Messana, Nasso, ecc. I nominali riconosciuti sarebbero i seguenti: da 20 litre (XX; gr. 23,28): anfora e polipo; da 10 litre (X; gr. 11,64): anfora e polipo, mostro marino, gorgone in corsa; da 5 litre (gr. 5,82): sfinge, cavallo marino e cerbero; da 2 litre e mezzo (gr. 2,91): ippocampo e delfino; da 1 litra (gr. 1,16): polipo, testa leonina; da mezza litra (gr. o,58): maschera.

2. Volsinii. - È questa l'unica zecca individuabile nella zona meridionale, la cui attività si data però soltanto al principio del sec. III a. C., poco prima della distruzione della città. A Volsinii spetterebbero i due pezzi d'oro iscritti (Velsu, Velpapi), con rovescio in rilievo e con segni del valore: cioè il pezzo da XX litre (testa di Apollo, toro, astro, gr. 4,67) e il pezzo da ≿ (5) litre (testa femminile, cane, gr. 1,15). A questo oro si vuole corrisponda l'esemplare in argento del valore di 5 doppie litre (≿; gr. 11,60) con la testa maschile laureata e con rovescio liscio risultando da tale accostamento, per questo tardo periodo, un rapporto tra i due metalli monetati di 1 : 10, che appare ovvio nei confronti con la contemporanea monetazione della penisola.

II. Etruria Settentrionale. - Si appongono a questa zona serie numerose e complesse, da attribuirsi le une a zecca incerta, le altre a Populonia. A base di tutta questa monetazione si riconosce la litra leggiera di gr. 0,87, del sistema attico-siculo delle colonie doriche siciliane.

1. Zecca incerta. - Sarebbe la più antica serie della regione, risalendo alla prima metà del sec. IV a. C.; essa è composta di oro e di argento anepigrafi e a rovescio liscio. Per l'oro abbiamo un gruppo omogeneo di tre nominali, da ↑ (cinquanta) litre (gr. 2,83), da XXV (gr. 1,48) e da XII> (gr. 0,76), col tipo della testa leonina stilizzata. La serie dell'argento è costituita di quattro nominali, senza segni del valore, identificati come pezzi da venti litre (gr. 16,50): chimera, cignale; da cinque litre (gr. 3,85): testa leonina; da una litra (gr. 0,83): ruota; da mezza litra (gr. 0,30): ruota. Fra i due metalli risulterebbe una relazione di valore di 1 : 15.

2. Idem. - Anche a una zecca incerta dell'Etruria Settentrionale, ma della seconda metà del sec. IV, si appone oggi la magnifica serie enea, anepigrafa, con segni del valore, che presenta il particolare dei tipi del rovescio incusi, e che per questo soprattutto si distingue da ogni altra serie etrusca, e da tutte le serie antiche, greche e romane, riaccostandosi solo alle ben note serie arcaiche delle colonie achee della Magna Grecia. Il gruppo omogeneo è costituito da dieci nomanali del valore di ??? (100), ↑ (50), XXX, XXV, XX, XII>, X, V, ‹II, I unità, e con al dritto dodici tipi varî (testa maschile laureata, diademata, coperta di spoglie di cignale, di lupo, di delfino, testa di Minerva), cui al rovescio si accoppiano i tipi incusi dell'ippocampo, aquila, aquila e serpente, testa asinina, gallo, serpente, pesce, croce, astro. Per il pezzo da cento risulta un peso medio di gr. 39,89, laddove per il suo centesimo il peso è di gr. 0,50, donde la maggiore incertezza nel determinare la base.

3. Populonia. - È la sola zecca identificabile dalla leggenda di alcune emissioni, zecca attiva per il periodo circa 340-300 a. C.: essa ha quindi coniato più a lungo di ogni altra e un buon numero di emissioni nei varî metalli, e vi si riconosce agevolmente l'effettuazione di una riforma monetaria che ha alterato i primitivi valori monetarî. Una prima serie infatti è costituita di pezzi di oro, di argento e di bronzo, donde risulta una relazione fra i metalli monetati di 1: 15 : 80. Sono in oro: i pezzi anepigrafi di XXV e di X litre, del peso rispettivo di gr. 1,42 e gr. 0,58, con testina maschile o femminile, e con rovescio liscio. In argento: la ricca serie dei tre nominali anepigrafi a rovescio liscio, col gorgoneion, del valore di X litre (gr. 8,42), cinque litre (gr. 4,14), II‹ litre (gr. 2,07). In bronzo: trienti (gr. 23,75) e sestanti (gr. 10,77) con i tipi di Minerva e di Ercole, con rovescio in rilievo; recano la leggenda Pupluna.

La seconda serie comprova la riduzione avvenuta, essendo composta di un pezzo di elettro (gr. 2,86, gorgoneion e rovescio liscio), di varî nominali di argento, da XX litre (7,99-8,10, gorgoneion; testa di Ercole e di Atena di fronte; rovescio liscio o tipi male impressi); da X litre (gr. 4,05); da V litre (gr. 2,00; testa giovanile laureata, rovescio liscio o tipi varî); da due litre e mezzo, e da una litra (tipi varî); e da un nominale di bronzo (triente, con testa di Vulcano). Resta fuori serie alquanto materiale di argento d'incerta attribuzione.

È ormai un fatto assodato, anche e soprattutto dallo studio stilistico e tipologico, che la moneta etrusca appartiene in massima misura al secolo IV a. C., risalendo poche emissioni agli ultimi decennî del V; essa quindi è meno antica di quanto si soleva ammettere sino a oggi dagli storici che fondavano le loro teorie sull'apparente arcaismo dei tipi e della tecnica. Pochissime sono le zecche identificate con sicurezza dalle leggende: Volsinii al sud, Populonia al nord. I pezzi e le serie anepigrafi lasciano adito alle più varie ipotesi, poiché non servono all'identificazione i moltissimi tipi. Questi paiono scelti quasi costantemente dal repertorio di mostri e di belve che si ritrovano sugli acroterî, sui frontoni dei templi, sui sarcofagi, e, mentre si riaccostano a tipi affini di altre zecche elleniche, appaiono però adattati e trasformati per tradurre un nuovo concetto simbolico. Nei singoli caratteri artistici poi mostrano di rispecchiare quella fase caratterizzata dalla commistione di due correnti, l'ellenistica e l'arcaicizzante, rivelata dai monumenti coevi. Tali tipi adombrano chiaramente lo specifico atteggiamento mentale asservito a una concezione che investe la vita terrena e la vita di oltretomba, ne costituisce l'incombente diuturna preoccupazione, e cerca nell'apotropaion la più sicura difesa. La moneta etrusca infine, di tarda creazione, di breve durata, di limitata circolazione, nella varietà grande di ogni suo elemento, nel persistente occultamento della zecca che l'ha prodotta e dell'autorità da cui emana, nella completa assenza di elementi allusivi alle contemporanee fasi storiche e politiche, rispecchia un'altra caratteristica del popolo che l'ha prodotta, cioè la deficiente omogeneità della razza, la debole forza di coesione e anche l'assenza di un potere e di un'autorità statali accentratori.

Bibl.: R. Garrucci, Le monete dell'Italia antica, Roma 1885, II, Monete coniate, p. 43 e segg., tav. LXXI segg.; B. V. Head, Historia Num., 2ª ed., Oxford 1911, p. 11 e segg.; P. Gardner, A History of ancient coinage, Oxford 1918, p. 398 e segg.; S. L. Cesano, Tipi monetali etruschi, Roma 1926, passim; W. Giesecke, Italia numismatica, Lipsia 1928, p. 20 e segg.; A. Segrè, Metrologia, Bologna 1928, p. 308 segg.

V. tavv. LXXIX-C e tavv. a colori.

Approfondimenti

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ETRUSCHI (XIV, p. 510; App. II, 1, p. 882; III, 1, p. 581). - Le scoperte archeologiche (v. lazio; toscana, in questa App.) e la ricerca scientifica dell'ultimo quindicennio hanno trasformato il quadro degli studi etruscologici, dal panorama della si... Leggi

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