PELLINI, Eugenio

PELLINI, Eugenio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 82 (2015)
di Francesca Franco

PELLINI, Eugenio. – Nacque a Marchirolo, allora in provincia di Como, il 17 novembre 1864 da Carolina e da Andrea Pellini. Seguì la scuola elementare fino al quarto anno. Nel 1878 si trasferì a Milano, presso il fratello Oreste, per iniziare l’apprendistato nella bottega dello scultore Filippo Biganzoli. Nel clima della scapigliatura milanese si inseriscono le sue prime prove: Broncio (1883, gesso, Colombo, 1991, tav. 1), Sull’erba (1884, bronzo, ibid., tav. 2), Di ritorno dalla montagna (1884, bronzo, Eredi Pellini).

Di fede socialista, a questa si ispirò per Sotto l’Arco della Pace (1890, bronzo, Milano, Galleria d’arte moderna), che coglieva l’abbandono nel sonno di un giovane spazzacamino, coniugando denuncia sociale e indagine introspettiva secondo una soluzione vicina alle opere coeve di Medardo Rosso. Iscrittosi nel 1884 all’Accademia di Brera, entrò nella scuola di scultura diretta da Ambrogio Borghi, ottenendo una medaglia di bronzo (1889) e una d’argento (1890). Frutto di questa formazione fu Fanciullo di Nazareth (Monello, 1891, Marchirolo, Gipsoteca), un’opera giocata sull’identificazione tra il figlio del popolo e il figlio di Dio. Vinto il premio triennale Pietro Oggioni (1891), che prevedeva una borsa di studio all’Accademia di belle arti di Roma, si recò a Firenze, a Roma e in Sicilia dove partecipò, nel 1892, all’Esposizione nazionale di Palermo con La piscinina (bronzo, ubicazione ignota), scultura incentrata sul tema del lavoro minorile. Fu quindi a Parigi (1892), dove guardò all’opera di Auguste Rodin.

Nel 1893 partecipò alla XLI Promotrice di Genova con una testa in bronzo, Stanca, poi ripresentata nel 1896 alla I Triennale di Torino. Nel 1894 vinse il concorso per il Monumento ai caduti di Domodossola (bronzo) e ottenne le prime importanti commissioni private realizzando per il cimitero monumentale di Milano la figura stante del Cristo nel Getsemani (1895-1906, tomba Lardera), opera che suscitò una polemica con Leonardo Bistolfi per la somiglianza con il suo Cristo che cammina sulle acque (1899, gesso) per il cimitero cattolico monumentale di Casale Monferrato.

Esempio del maturare nella sua grammatica verista di un gusto simbolista, interpretato in forme più confidenziali che auliche, è il bozzetto presentato nel 1895 al concorso per il Monumento ai Fratelli Cairoli a Pavia (Pavia, Musei civici), così come in opere dalla salda composizione quali Madre (1897, gesso, Milano, Galleria d’arte moderna) con cui si aggiudicò nel 1897 il premio Antonio Tantardini nonché il premio dell’Esposizione universale di Parigi del 1900 e della V Exposición internacional de arte di Barcellona del 1907.

A causa delle repressioni antisocialiste a Milano, dal 1898 al 1900 si rifugiò a Varese dove insegnò alla Scuola superiore di arti applicate. Ottenuto nel 1900 l’insegnamento alla Scuola degli artefici del Castello Sforzesco, tornò a Milano dove nel 1903 conobbe Dina Magnani, modella dell’Accademia di Brera che sposò e che prestò il volto per la seconda versione di Madre (1903, Marchirolo, Gipsoteca); dall’unione nacquero tre figli: Nives (n. 1905), Eros (n. 1909) e Silvana (n. 1911) che divennero i soggetti prediletti delle sue opere.

Nel 1905 fu tra gli artisti selezionati per rappresentare la scuola lombarda all’Esposizione internazionale d’arte di Monaco di Baviera (Testa d’adolescente, bronzo, Eredi Pellini) e, nello stesso, con Vox clamantis in deserto (marmo, Eredi Pellini) partecipò alla VI Biennale di Venezia. Sempre al 1905 risalgono i due Telamoni per il balcone di casa Bianchi a Varese progettata da Giulio Macchi, che esplicitano nel torcersi dei nudi il magistero neomichelangiolesco di Rodin; magistero rintracciabile anche in Giuda (Marchirolo, Gipsoteca) e nel Minatore (bronzo, Eredi Pellini), entrambe del 1906 ed esposte, nello stesso anno, alla Mostra nazionale di belle arti di Milano. Ancora al 1906 risale L’idolo (marmo, Bologna, Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro), opera con la quale ottenne la medaglia d’oro del ministero della Pubblica Istruzione e che presentò nel 1907 alla VII Biennale di Venezia e, nel 1909, alla I Esposizione nazionale di belle arti di Rimini (bronzo, Milano, coll. priv.); a quest’ultima manifestazione inviò anche La notte di Caprera (bronzo, Milano, Museo del Risorgimento), raffigurante l’eroe dei due mondi come il Buon Pastore. Al sintetico modellato di quest’opera seguì la calibrata costruzione di Cassandra (o Ritratto della moglie, 1906, marmo, Milano, coll. priv.), esposta alla VIII Biennale veneziana (1909), che anticipò il fare ampio del ritratto di Carlo Marx (1913, marmo, Colombo, 1991, tav. 16).

Prima della Grande Guerra non riuscì ad aggiudicarsi alcun bando pubblico: né quello del 1910 per il Monumento ai Mille di Quarto a Genova né quelli indetti dal Comune di Milano per il Monumento a Giuseppe Verdi in piazza Buonarroti (1911), dove il suo bozzetto (Corbetta, palazzo del Comune) arrivò secondo, né per le porte bronzee laterali del duomo, sulle quali pubblicò due articoli in Arte e artisti (16 dic. 1908 e 16 febbr. 1916). I riconoscimenti maggiori gli vennero, invece, dalla critica e dal collezionismo privato. Nel 1910 Vittorio Pica riprodusse la figura stante Come Narciso su Emporium (n. 189, p. 212) nella sua recensione della IX Biennale veneziana e Alfredo Melani gli dedicò il 15 marzo 1911 un articolo monografico su Varietas (Uno scultore della maternità e dell’infanzia, pp. 77 s.). Rinnovarono invece la querelle con Bistolfi (Marangoni, 1918, p. 282) i bassorilievi realizzati nel 1910 per la cappella Merli Maggi nel cimitero Monumentale di Milano (oggi Curci-Gramitto-Ricci), progettata e pubblicata su L’Architettura italiana (V [1910], 9, pp. 104-107) da Melani, divulgatore delle idee moderniste in Italia (un suo ritratto in bronzo di Pellini è a Pistoia, Museo civico).

Già presente all’Esposizione internazionale di belle arti di Buenos Aires del 1910, nel 1915 fu tra gli artisti selezionati per rappresentare l’Italia all’Esposizione internazionale del Panama e del Pacifico di San Francisco.

Tra i più apprezzati specialisti nel genere funerario e nei busti-ritratto per la committenza borghese, oltre al Monumentale di Milano (per il quale realizzò quarantasei opere; tra queste: L’angelo del dolore, 1904, marmo di Carrara e decorazioni in bronzo, tomba Baj-Macario), lavorò anche per i cimiteri di Varese, Gallarate, Giubiano, Vigevano, Carate Brianza, Barzanò, Gorgonzola. Ritrasse anche personalità eminenti dell’Italia del suo tempo: dal poeta Speri Della Chiesa Jemoli (1902, bronzo, Varese, Civico Museo d’arte moderna e contemporanea) a Luigi Majno (1915, marmo, Milano, Galleria d’arte moderna).

Nel 1913 fu nominato vicepresidente e segretario per la Mostra del quarantennale della Famiglia artistica. Partecipò alle Biennali veneziane del 1912 (Nives, marmo rosa, Santa Maria di Leuca, Museo Vito Mele) e del 1914 (Silvana, marmo, Milano, Galleria d’arte moderna) e, dal 1914 al 1916, alle Mostre della Secessione romana, dove inviò opere di efficace espressività (si ricorda Cerchio, 1910 circa, bronzo, Varese, Civico Museo d’arte moderna e contemporanea).

Dopo il conflitto mondiale vinse i concorsi per i monumenti ai caduti di Marchirolo (La pace vittoriosa, 1919), Cadegliano (Il granatiere, 1920) e organizzò una serie di personali tra le quali quella nel 1923 alla galleria Pesaro di Milano (con presentazione di Melani).

In quegli anni partecipò anche alle mostre della Federazione artistica lombarda. Nonostante il giudizio negativo di Francesco Sapori (Emporium, LI (1920), 306, p. 273) sulle sculture presentate alla XII Biennale di Venezia (1920), gli inviti alla I Biennale romana (1921, Madre) e alla Fiorentina primaverile del 1922 (Adolescente, marmo rosa; Silhouette d’été, bronzo; Sorelline, marmo) confermarono la sua fama, tanto che un’opera, Piccola Medusa (marmo, Roma, palazzo del Quirinale) fu acquistata alla XV Biennale di Venezia (1926) dal re Vittorio Emanuele III.

Nel 1927-28 partecipò alla LXXV e LXXVI Mostra della Società di belle arti di Genova. Al 1929 risale la sua ultima commissione, il busto-erma di Carlo Canilli (bronzo, liceo Berchet, Milano), compiuta prima che la malattia lo costringesse ad abbandonare sia l’attività artistica, sia la docenza.

Morì a Milano il 28 maggio 1934 nella sua casa-studio di via Curtatone (oggi via Siracusa) senza poter eseguire il Monumento al generale Cadorna per il lungo lungolago di Pallanza.

Il figlio, Eros, studiò con il padre presso la Scuola degli artefici del Castello Sforzesco e poi all’Accademia di Brera con Adolfo Wildt. Apprese da questi una definizione ferma e precisa delle forme, ottenendo nel 1931 il premio Canonica e nel 1936 il premio Tantardini. Nel 1939 fu incaricato di realizzare opere decorative per la basilica di S. Rita a Cascia progettata da Giuseppe Calori e Giuseppe Martinenghi. Dal 1942 insegnò alla Scuola d’arte del Castello Sforzesco e al liceo artistico di Brera e, nel 1970-71, all’Accademia di Brera; in seguito fu direttore del Liceo artistico di Busto Arsizio. Intrecciò dialoghi con i linguaggi degli scultori Vitaliano Marchini, Arturo Martini e Giacomo Manzù. Tra le opere più significative: Le Quattro Stagioni per la fontana di piazza Giulio Cesare a Milano (1953, pietra); la Crocifissione (1956, bronzo) della Galleria d’arte moderna del Vaticano e il busto della Madonna (porfido) in S. Francesco di Sales a Milano (1979).

Morì a Milano l’8 ottobre 1993.

Fonti e Bibl.: Milano, Studio Pellini; G. Marangoni, Artisti contemporanei: E. P., in Emporium, XLVII (1918), 282, pp. 282-299; G. Latronico, Nello studio di E. P., uno scultore della maternità e dell’infanzia, Milano 1920; R. Di Valverde, E. P., l’interprete della grazia e della bontà, estratto da La cultura moderna, XXXIV (1925), 11, pp. 3-14.

R. Taccani, in Mostra postuma degli scultori Ernesto Bazzaro, E. P. (catal.), Milano 1940; R. Bossaglia, E. P., 1864-1934, a cura di V. Terraroli, Milano 1986; S. Colombo, … di padre in figlio (catal.), Varese 1991; F. Buzio Negri, E. P., Eros Pellini, Adriano Bozzolo: Gipsoteca spazio scultura (mostra permanente, Marchirolo), Gavirate 1996; E. Pontiggia - M. Pellini, Eugenio ed Eros Pellini. L’ espressione degli affetti (catal., Milano), Ginevra 2003; La vita condivisa (catal., Milano), a cura di C. De Carli - L. Polo D’Ambrosio - G. Massone, Cinisello Balsamo 2012, pp. 75, 163.

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