BAVA, Eusebio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 7 (1970)

di Piero Pieri

BAVA, Eusebio. - Nacque a Vercelli il 6 ag. 1790; il padre era orologiaio. All'inizio del 1802 entrava nella Scuola militare di St.-Cyr, ma nel 1806, appena sedicenne, la lasciava per partecipare come sottufficiale volontario alla guerra contro la Prussia.

Si segnalava a Jena e poi all'assedio di Danzica, ove rimaneva gravemente ferito. Nel 1808 si recava in Spagna come sottotenente e combatteva contro gl'insorti della Navarra e nell'assedio di Saragozza; quindi passava nel Portogallo e nel 1805 era ferito e fatto prigioniero dagl'lnglesi presso Oporto. Tradotto in Inghilterra, riusciva a fuggire nel dicembre 1810, impadronendosi con alcuni compagni, di notte, d'una goletta e, affrontando una fiera burrasca, giungeva al porto di Fécamp (Senna Inferiore). Tornato in Spagna, assumeva il comando d'una scelta colonna mobile destinata a combattere le guerrillas nelle province basche ed era promosso tenente. Nel maggio 1811 prendeva di sorpresa la cittadina di Lequeitio ed era proposto per la Legion d'onore. Passava, quindi, aiutante maggiore del 310 fanteria leggero, e alla fine dell'anno era promosso capitano. Il B. continuava a combattere nel 1812 e nel 1813 in Spagna e nel Portogallo; nel 1814 partecipava alla campagna dei Pirenei e alla battaglia di Tolosa.

Caduto Napoleone, il B. rientrava nel luglio in Piemonte, con un grosso battaglione di veterani subalpini. Vittorio Ernanuele I accoglieva cordialmente i reduci, conservando a tutti i gradi e facendo di tale reparto il battaglione Cacciatori piemontesi del ricostituendo esercito. L'anno dopo partecipava alle operazioni contro Grenoble ed era decorato dell'Ordine di San Maurizio e Lazzaro, quindi del nuovo Ordine Militare di Savoia.

Nel 1819 era promosso maggiore. Legato sempre più alla monarchia sabauda, non aderì al moto costituzionale, del marzo-aprile 1821, e fu anzi adoperato da Carlo Felice per la ricostituzione in senso nettamente dinastico dell'esercito. Nel 1830 era promosso colonnello e nel 1832, sotto Carlo Alberto, maggior generale. Nel 1838, era posto a capo della divisione di Torino, e due anni dopo diveniva tenente generale. Nel 1844 Carlo Alberto lo faceva barone, e, il 3 apr. 1848, senatore. Dal 27 marzo intanto combatteva contro gli Austriaci, al comando del primo dei due corpi d'armata che costituivano, insieme con la divisione di riserva, l'esercito sabaudo.

Il 9 aprile la sua avanguardia iniziava la campagna col brillante scontro sostenuto sul ponte di Goito. Ma non tardarono a sopraggiungere le amarezze. Il 30 aprile il II corpo del gen. De Sonnaz scacciava gli Austriaci dalla testa di ponte di Pastrengo, sulla destra dell'Adige; dopo di che il I corpo, del B., sostenuto dalla divisione di riserva, avrebbe dovuto respingere, i nemici dalle posizioni avanzate di fronte a Verona e presentarsi in atto di sfida davanti alla piazza, nella speranza che l'esercito nemico uscisse a battaglia e i Veronesi insorgessero alle sue spalle. Il piano del B. fu però notevolmente modificato dal gen. Franzini, ministro a latere, e dallo stesso Carlo Alberto, e il 6 maggio si ebbe la battaglia di Santa Lucia, molto sanguinosa e senza risultato. Alla radice dell'insuccesso era la sottovalutazione, condivisa ugualmente dal re, dal Franzini e dal Bava, della potente sistemazione difensiva avanzata austriaca. Il B., poco disposto a subire le critiche che ben presto circolarono, chiedeva il collocamento a riposo, ma il re riusciva a calmarlo, promettendogli di dargli di fatto il comando dell'esercito appena il Franzini fosse tornato a Torino per i lavori parlamentari.

Alla fine del mese il Radetzky, che poteva ora disporre di un corpo di riserva, tentava una grande manovra avvolgente da Mantova, ma era battuto a Goito dal Bava. Carlo Alberto incaricava quindi quest'ultimo di una grande azione controffensiva per il 4 giugno, andata a vuoto per la ritirata in Mantova del maresciallo; e, in seguito, gli affidava la direzione d'una operazione contro Verona da effettuarsi il 14 giugno, mentre il Radetzky avrebbe dovuto essere ancora impegnato col grosso delle sue forze contro Vicenza, operazione anch'essa tardiva e non più eseguita. Intanto il 7 giugno il B. era stato promosso generale d'armata per merito di guerra; ma proprio ora si levavano lamentele e recriminazioni contro il re, il Franzini e il B., per il mancato sfruttamento della vittoria di Goito e dei giorni in cui il Radetzky era impegnato contro Vicenza. A metà giugno il Franzini si recava a Torino, e il re invitava il B. a sostituirlo e a stabilirsi al Quartier Generale, ma il B. declinava l'offerta; era, tuttavia, spesso interpellato dal re, che accettava la sua proposta del blocco di Mantova e l'incaricava di prepararne il piano.

Abbandonate risolutamente le posizioni di fronte a Verona e all'Adige fino a Rivoli, e messa una nuova divisione di riserva a guardia del Mincio da Peschiera a Goito, l'esercito avrebbe schierato il grosso (quattro divisioni) a semicerchio da Goito a nord di Governolo, dietro il canale della Molinella, mantenendo vari sbocchi offensivi, e due sole divisioni avrebbero bloccato la piazza. Le forze sarebbero restate in gran parte riunite, lontane dalle zone malsane, in vigile attesa per contromanovrare di fronte alle eventuali mosse del Radetzky. Ma ormai erano in corso trattative di pace sulla base della cessione a Carlo Alberto della Lombardia e dei Ducati, e il re, fisso nell'idea dell'uti possidetis, non intendeva abbandonare un palmo del terreno conquistato, pur persistendo nell'idea del blocco di Mantova. Il B., mordendo il freno, doveva stendere un nuovo piano, e l'esercito finiva col trovarsi disseminato lungo un fronte d'oltre 70 chilometri, debole ovunque. Per di più, il desiderio del B. di rintuzzare una puntata austriaca oltre il Po con una propria scorreria, se portò il 3 luglio al brillante scontro, da lui diretto personalmente, di Governolo, valse a prolungare pel momento sempre più lo schieramento piemontese.

Il 22 luglio ebbe inizio la grande offensiva austriaca, dapprima contro la sinistra e il centro della linea piemontese, tenute dal II corpo d'armata. Il B., che non aveva alcuna speciale carica, ma era ormai il solo a godere la piena fiducia del re, si affannava per rimediare a una situazione compromessa in partenza, mostrando energia e chiaroveggenza; cercava di ristabilire il collegamento fra il II e il I corpo e di prendere alle spalle l'esercito austriaco. Ma disponeva di due divisioni anziché di quattro, e al brillante successo di Staffalo del 24 luglio seguì il giorno dopo la rotta di Custoza. Riuscì, tuttavia, a portare le sue truppe in buon ordine a Goito, sperando di poter resistere sulla linea Volta, Cavriana, Solferino; ma il gen. De Sonnaz aveva abbandonato, in base a un'autorizzazione discrezionale del re, rimasta ignota al B., Volta, e i tentativi di riprendere l'importante posizione riuscirono vani. Il 27 l'esercito appariva stremato da quasi sei giorni di lotta e, alla sera, iniziava la ritirata dietro l'Oglio.

Anche ora Carlo Alberto fidava esclusivamente nel B. e pareva volesse affidargli la suprema autorità; ma, in realtà, si rimase in una posizione equivoca. D'altra parte, il B. riteneva ormai la partita perduta, e si preoccupava solo di condurre in salvo l'esercito in Piemonte: quando sul basso Adda il gen. Sommariva abbandonò, al primo apparire del nemico, le sue posizioni e ripiegò colla I divisione sopra Piacenza, il B. si limitò a raccomandargli di ritirarsi "il più lentamente possibile".

Ma il re voleva tentare ancora la sorte delle armi davanti a Milano, e prese sopra di sé, coadiuvato dal capo di Stato Maggiore, gen. Salasco, l'ulteriore direzione delle operazioni. Quivi il B. predispose sì la battaglia, ma non certo nel modo migliore, e nulla fece Poi il 4 agosto per correggere i difetti della cattiva impostazione: sembrava quasi agire di mala voglia, persuaso che fosse ormai inutile prolungare la lotta. Il 5 agosto, saputasi la notizia della convenzione stipulata col Radetzky per la ritirata dell'esercito dietro il Ticino, si ebbero in Milano i dolorosi avvenimenti di palazzo Greppi. Decisa dal re, col parere favorevole del B., di fronte alla violenta manifestazione popolare, la continuazione della lotta, questi riusciva a tornare fra le truppe, a disporre la nuova difesa, anche perché il sovrano non fosse trattenuto dalla folla come ostaggio. Ma, per l'intromissione dell'arcivescovo e del podestà presso il maresciallo, la lotta non era poi ripresa.

Finita la campagna, il ministero non ritenne opportuna un'inchiesta, sollecitata dal B., irritato per le recriminazioni, e decise soltanto che ogni comandante di corpo inviasse una relazione, contenente anche considerazioni generali sul funzionamento dell'organismo militare. Il ministero insistette mtanto perché il re lasciasse il comando supremo dell'esercito e si adoperò per trovare in Francìa un generale in capo. Dal canto suo, il re volle che almeno il capo di Stato Maggiore fosse una sua creatura e fece venire a Torino il gen. polacco Chrzanowski. Il 12 ottobre il B. presentò la sua relazione quale comandante del I Corpo d'Armata, corredata di numerosi documenti riservati, confutò le accuse della stampa che facevano di lui il responsabile del cattivo esito della guerra e dimostrò che la brutta piega della campagna era attribuibile alla continua alterazione dei piani del B. ad opera del potere irresponsabile del sovrano. Riuscita vana la ricerca d'un generale in Francia, il 22 ottobre il B. venne nominato "generale in capo del regio esercito", ma con il Chrzanowski quale capo di Stato Maggiore. Per di più la commissione ministeriale, esaminata la sua relazione, gli mosse alcuni appunti, come se fosse stato il responsabile di tutta la condotta della guerra. Il B. allora non seppe più frenarsi e la diede alle stampe coi documenti (5-6 dicembre). Il re ne fu sdegnato. Il ministero Perrone-Pinelli decise di rimuovere dalla altissima carica l'imprudente generale, e il ministero Gioberti, succeduto il 15 dicembre, si mostrò dello stesso avviso, pur decidendo di tener segreta la cosa pel momento.All'approssimarsi della ripresa delle Ostilità, il 7 febbr. 1849, il B. era finalmente esonerato, pur con la nomina a ispettore generale dell'esercito, mentre al suo posto era messo il Chrzanowski, ma non come "generale in capo", bensì come "generale maggiore" al comando dell'esercito "sotto la propria responsabilità, in nome del Re"; appena denunciato l'armistizio, il sovrano sarebbe tornato "alla testa delle truppe". L'equivoco permaneva, tanto più che la decisione di dare al re il comando delle truppe restava segreta, e il Piemonte si privava dell'unico uomo capace, sostituendogli uno straniero, sotto ogni rispetto a lui inferiore. Il 12 febbraio il B. riceveva l'annunzio ufficiale del suo esonero attraverso una lettera del presidente del Consiglio Gioberti, alla quale egli rispondeva ringraziando per la nomina ad ispettore generale, ma respingendo sdegnosamente la accusa di aver provocato con la sua relazione allentamento di disciplina nell'esercito e sfiducia nel capo.

Cinque mesi dopo la disgraziata campagna di Novara Vittorio Emanuele II pregava il B., assente il presidente del Consiglio d'Azeglio, d'accettare il portafoglio della Guerra, e così il 4 sett. 1849 il B. diventava ministro. Ma volle agire per via di decreti reali, passando sopra alla Giunta speciale, nuovo organo consultivo per la riforma dell'esercito, e al presidente del Consiglio, già mal disposto fin dalla pubblicazione della relazione; volle ridurre i bersaglieri per non privare la fanteria dei suoi migliori elementi; quindi si provò a eliminare vari generali. Ne nacque una questione, costituzionale: la Giunta si dimise e il ministero minacciò di fare altrettanto. Il B., invitato, dal re a mostrarsi più cmciliante, preferì rassegnare le dinùssioni, e il 14 ottobre lo sostituiva nella grande opera di riorganizzazione dell'esercito il giovane genetale Alfonso La Marmora. La Camera, tuttavia, lo stesso giorno dichiarava unanime, il B. "benemerito della Patria".

Così egli rientrava definitivamente nell'ombra. Fatiche, amarezze, dolori ne avevano logorato la fortissima fibra. Il 30 apr. 1854 egli si spegneva all'improvviso a 63 anni. Un modesto monumento gli fu eretto in Torino, coll'epigrafe: "Ad Eusebio Bava - vincitore a Goito nel 1848 - l'esercito sardo". Ad onta dei suoi limiti, egli può esser considerato il miglior generale che il Piemonte abbia avuto nel Risorgimento italiano.

Bibl.: Manca un adeguato lavoro d'insieme. Vedi tuttavia: C. Mariani, Della vita e delle imprese del generale barone E. B., Torino 1854; T. Mariotti, E. B., in L. Carpi, Il Risorgimento italiano, Milano 1888, IV, pp. 610-16, cui seguono degli Appunti biografici dello stesso B., riportati anche in: Comando del Corpo di Stato Maggiore, Relazioni e rapporti finali sulla campagna del 1848 nell'Alta Italia, Roma 1908, I, pp. 115-119; A. Cavaciocchi, Il generale E. B., in Riv. d'Artigl. e Genio, III(1909), pp. 11-40; P. Pieri, Il generale E. B. nelle sue carte inedite del 1848-49, in Studi di storia medievale e moderna in onore di Ettore Rota, Bari 1956, pp. 497-548. Da vedersi inoltre: C. Fabris, Gli avvenimenti militari del 1848 e 1849. Parte prima. Il 1848, Torino 1898 e 1904, 3 voll., passim; Comando del Corpo di Stato Maggiore, La campagna del 1849 nell'Alta Italia, Roma 1928, pp. 53-55, 57-63; P. Pieri, La guerra regia nella pianura padana, in Il 1848 nella storta italiana ed europea, a cura di Ettore Rota, Milano 1948, I, pp. 169-468, e in particolare per la genesi del piano di S. Lucia, pp. 238-244, 260-70; per Goito e i suoi antecedenti, pp. 270-291; per l'inazione successiva, pp. 295-305; per il blocco di Mantova, pp. 313-320; per l'azione del B. a Custoza, pp. 343-46, 368-78; per il B. nella ritirata, pp. 417 s., 444-46; per l'opera del B. il 4 agosto, p. 469. Per il B. nella ritirata vedi pure: F. Sardagna, La battaglia di Milano, Modena 1932. Vedi poi: P. Pieri, L'esercito Piemontese e la campagna del 1849, Torino 1949, pp. 13, 22 s., 32-35. E vedi anche C. Pischodda, L'azione di Carlo Alberto nelle campagne del 1848-49, in Nuova riv. stor., XXXI(1947), pp. 125-154; Id., L'esercito piemontese: aspetti politici e sociali, in Problemi dell'unific. ital., Modena 1963, pp. 1728; P. Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino 1962, ad Indicem. Da vedersi inoltre la Relazione delle operazioni militari dirette dal generale B. comandante il primo corpo d'armatain Lombardia nel 1848. Con documenti e piani, Torino 1848, p. 127 e 6 tavole; nuova ediz., senza i documenti e i piani, in Comando del Corpo di Stato Maggiore, Relazioni e rapporti finali..., I, pp. 27-119.

Approfondimenti

BAVA, Eusebio > Enciclopedia Italiana (1930)

BAVA, Eusebio. - Generale dell'esercito sardo, nato a Vercelli nel 1790. Dopo aver compiuto i primi studî militari in Francia nella scuola di Saint-Cyr, entrò nell'esercito imperiale, in cui rimase per dieci anni, fino alla caduta di Napoleone, quasi... Leggi

Argomenti correlati

Salasco, Carlo Canera di

Salasco, Carlo Canera di. - Generale piemontese (Torino 1796 - Vercelli 1866). Dal 1838 appartenente allo stato maggiore generale, il 29 marzo 1848, nel corso della prima guerra di indipendenza, assunse la carica di capo di Stato Maggiore dell'armata

Carlo Albèrto re di Sardegna

Carlo Albèrto re di Sardegna. - Figlio (Torino 1798 - Oporto 1849) di Carlo Emanuele principe di Carignano e di Maria Cristina di Sassonia-Curlandia, ebbe genitori di tendenze apertamente liberali e, educato a Parigi e a Ginevra, fu sottotenente dei

Ramorino, Gerolamo

Ramorino, Gerolamo. - Generale (Genova 1792 - Torino 1849). Partecipò giovanissimo alle campagne napoleoniche d'Austria (1809) e di Russia (1812); durante i Cento giorni fu ufficiale d'ordinanza di Napoleone. Tornato in Piemonte, partecipò ai moti de

Vittòrio Emanuèle II ultimo re di Sardegna, primo re d'Italia

Vittòrio Emanuèle II ultimo re di Sardegna, primo re d'Italia. - Figlio (Torino 1820 - Roma 1878) di Carlo Alberto e di Maria Teresa degli Asburgo-Lorena di Toscana. Duca di Savoia (1831), sposò (1842) Maria Adelaide, figlia dell

Invia articolo Chiudi