FALSI ALTERATI

    La grammatica italiana (2012)

FALSI ALTERATI

I cosiddetti falsi alterati (o alterati lessicalizzati) sono parole che presentano i suffissi tipici dell’➔alterazione, ma hanno un significato proprio, del tutto autonomo e diverso da quello di un alterato. Perciò nel vocabolario sono registrate come voci a parte

fattore ▶ fattorino (‘commesso’)

rosa ▶ rosone (‘motivo decorativo di una chiesa’)

tino ▶ tinello (‘ambiente adiacente alla cucina’)

fumo ▶ fumetto (‘storia disegnata’)

In casi come questi, l’originario rapporto di alterazione tra le due parole si è ormai perso (il fattorino non è un piccolo fattore, il rosone non è una grande rosa che possiamo chiedere al fioraio ecc.), trasformandosi piuttosto in un rapporto di derivazione (➔derivate, parole). Un rapporto che spesso non è più evidente per la maggioranza dei parlanti (quanti riconducono gli spaghetti allo spago?), ma che comunque è possibile ricostruire per via etimologica.

Casi del tutto diversi sono quelli di bullo / bullone, pulce / pulcino, merlo / merluzzo, naso / nasello in cui le due parole hanno un’origine completamente diversa e solo casualmente la seconda parola della coppia termina come se avesse un ➔suffisso alterativo.

STORIA

In questi casi, come si è accennato, c’è più che altro un rapporto di derivazione con la parola originaria:

fattorino è un lavoratore (nell’accezione etimologica di fattore, dal latino factorem ‘che fa’, ma anche, ad esempio in Catone, ‘lavoratore al frantoio’) di basso rango (si veda anche il francese facteur de lettres ‘commesso postale’);

rosone, termine tecnico di ambito architettonico già attestato in Giorgio Vasari nel XVI secolo, rievoca la forma di una rosa circolare;

fumetto indica innanzitutto la nuvola di fumo (in inglese balloon) che contiene le parole pronunciate dai vari personaggi, e poi per estensione è passato a indicare l’intera forma espressiva;

spaghetti sono un tipo di pasta sottile, non bucata, simile a tutti gli effetti allo spago;

– meno immediato il caso di tinello, parola già presente in Pietro Bembo: da tino ‘botte di vino’, probabilmente perché era la stanza dei servitori in cui si conservavano appunto i tini (senza dimenticare che il latino tinum indicava anche la cantina).

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