BORROMEO, Federico

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 13 (1971)

di Paolo Prodi

BORROMEO, Federico. - Nacque in Milano il 18 ag. 1564 dal conte Giulio Cesare, fratello cadetto di Giberto padre di s. Carlo, e da Margherita, appartenente alla potente e ricca famiglia milanese dei Trivulzio.

Morto il padre, quando il B. era ancora fanciullo, la sua educazione fu posta nelle mani della madre (che egli definì più tardi come una delle poche donne erudite e amanti degli studi) e soprattutto nelle mani di colui che era ormai il maggiore rappresentante del casato Borromeo, il cugino Carlo, arcivescovo di Milano.

S. Carlo aveva posto grandi speranze nel ragazzo che univa a una crescente inclinazione per gli studi e la vita di pietà anche una completa obbedienza alle sue direttive. Inviandolo a quattordici anni, nella primavera del 1579, allo Studio di Bologna, l'arcivescovo di Milano scriveva al cardinale G. Paleotti vescovo di quella città: "È giovanetto che et per la tenerezza dell'età et per la bontà della natura mi pare pasta atta a ricevere con l'aiuto di Dio ogni buona impressione, tanto più che viene risoluto di pender intieramente dalla obedientia mia; così gli ho ordinato che penda affatto dalli consigli, comandamenti et cenni di V. S...." (Doc. circa la vita e le gesta di s. Carlo Borromeo, a cura di A. Sala, III, Milano 1861, p. 685; in questo volume sono pure edite le numerose lettere inviate dal B. al cugino durante il soggiorno bolognese).In Bologna il B. continuò la formazione umanistica sotto la guida dei precettori Galeazzo Capra e Bruto Guarini da Fano e frequentò le pubbliche lezioni di filosofia logica e dialettica di Federico Pendasio e Fiaminio Papazoni. Ma dal punto di vista intellettuale il periodo bolognese non lasciò in lui grandi tracce sia per la giovane età sia perché fu molto breve; essendosi infatti delineata nel ragazzo una vocazione religiosa, Carlo lo richiamò a Milano dopo poco più di un anno. Il Rivola (p. 30) e dopo di lui gli altri biografi parlano, a proposito di quest'episodio, di raggiri e maneggi compiuti da potenti congregazioni religiose per attrarre il giovane conte. In realtà, il B. aveva deciso di entrare fra i gesuiti (che in Bologna godevano di grande influsso nello Studio, avendo fondato un'associazione fra gli scolari) e manifestò nel settembre 1580 questo suo pensiero al cardinal Paleotti, che lo esortò a maturare maggiormente la decisione e informò Carlo. Questi, saputa la cosa, ingiunse al B. di partire immediatamente da Bologna e di raggiungerlo nella campagna bresciana, ove egli era in visita pastorale. L'obbedienza del B. fu anche allora completa e assoluta.

Manifestatasi quindi nel giovane B. l'inclinazione a una vita religiosa, il cugino arcivescovo lo distolse dall'entrare nella Compagnia di Gesù, e lo indirizzò verso il clero secolare e subito dopo il suo ritorno da Bologna lo vestì dell'abito clericale. Per prepararlo poi alla carriera ecclesiastica lo inviò all'università di Pavia presso il collegio Borromeo, che allora muoveva i primi passi, da lui stesso fondato e dotato: quivi il B. soggiornò per circa cinque anni quasi ininterrottamente, dall'ottobre 1580 sino al conseguimento della laurea in teologia nel maggio 1585.

Era già quasi al termine degli studi quando la morte di Carlo, avvenuta il 4 nov. 1584, pose in discussione il suo avvenire: mentre egli si sentiva sempre attratto dalla tranquilla vita degli studi, i suoi familiari e anche molti prelati legati alla memoria del cugino vollero affrettare la sua carriera ecclesiastica e lo indussero a trasferirsi a Roma, dove egli avrebbe potuto contare sulla benevolenza del neoeletto pontefice Sisto V e sull'appoggio dei potenti cardinali congiunti alla sua famiglia (Guido Ferrerio, Alessandro Farnese e Marco Altenips). Durante il primo anno del suo soggiorno a Roma, iniziato nell'ottobre 1586, non mancarono motivi di turbamento. Da un lato Sisto V lo trascurò nelle prime creazioni cardinalizie, dall'altro egli avvertiva più acuto il contrasto tra la propria tendenza alla solitudine e allo studio, a una vita ritirata e rifuggente dalle responsabilità pubbliche, e la vita di corte a cui negli incarichi e nello sfarzo era chiamato a partecipare. Il 18 dic. 1587 venne nominato cardinale diacono con il titolo di S. Maria in Domnica (che muterà successivamente con quello dei SS. Cosma e Damiano, di S. Agata dei Goti, di S. Nicolò in Carcere e, nel 1593, di S. Maria degli Angeli, che tenne sino alla morte). Gradualmente allora raggiunse, sotto la direzione di S. Filippo Neri, che divenne accanto a Carlo il suo secondo maestro di spirito, un nuovo equilibrio nel contemperamento delle attività connesse alla responsabilità cardinalizia con una vita privata dedicata agli studi e all'orazione.

Nell'attività cardinalizia il B. non assunse posizioni di rilievo dal punto di vista della politica ecclesiastica. Egli fu chiamato a far parte della Congregazione dei Riti sin dalla sua costituzione e fu poi fra i membri più influenti nelle commissioni nominate per la revisione dell'edizione sistina della Vulgata e per la preparazione dell'Editio Romana degli atti dei concili ecumenici. Tutti impegni consoni alla sua vocazione di erudito. Unica responsabilità di politica ecclesiastica è la partecipazione alla nuova Congregazione per gli affari di Germania, istituita da Innocenzo IX nel 1591. La sua posizione in questa commissione e nei conclavi che si susseguirono negli anni 1590-92 può essere definita come filospagnola, specialmente per la sua avversione all'assoluzione di Enrico IV, ma senza un impegno politico prevalente; tutte le testimonianze al contrario sono concordi nel ritenere pieponderante in lui il momento religioso su ogni altra preoccupazione. Non solo per i primi conclavi successivi alla sua nomina, ma anche per quelli posteriori, del 1605, 1621 e 1623, le relazioni annoverano sempre il B. nello sparuto gruppo dei cardinali "spirituali", di coloro cioè che avrebbero votato secondo coscienza per il bene della Chiesa senza essere mossi da motivi politici. Nel conclave del 1623 egli stesso venne proposto come candidato alla tiara e raccolse numerosi voti: sembra però che la sua candidatura fosse stata posta solo come manovra diversiva dai partiti contrastanti per limitare l'influsso dei quali egli aveva già propugnato la riforma dell'elezione pontificia promulgata nel 1622 da Gregorio XV.

Nel campo degli studi il B. fu particolarmente interessato, durante il suo soggiorno romano, alle antichità cristiane e si dedicò con vera passione a una raccolta delle iscrizioni e dei soggetti iconografici delle catacombe, sotto la guida e con la collaborazione di Alfonso Ciacconio. Come egli stesso ricorderà nel De suis studiis commentarius (Mediolani 1627), a Roma egli entrò a far parte di un mondo erudito, unito nell'amore per l'antichità sacra e profana, mondo non solo romano ma italiano ed europeo: fra coloro che erano più legati a lui nell'amicizia, oltre all'oratoriano Baronio furono F. Orsini, G. P. Maffei e G. B. Strozzi mentre stretti vincoli epistolari lo collegavano a umanisti transalpini come Marco Welser e Giusto Lipsio. Ma la maggior parte del tempo libero egli la trascorreva a contatto con s. Filippo Neri e l'ambiente dell'Oratorio della Vallicella. Lì egli trovava una guida sicura verso la tranquillità spirituale, verso quella semplicità interiore che a lui istintivamente, per la sua sensibilità spesso esasperata dagli scrupoli, mancava. Passa ore intere con padre Filippo: è questi che lo rassicura e lo conforta, che lo guida nella sua attività e nelle sue decisioni, che regola la vita sua e del suo palazzo (con una "famiglia" di cinquanta persone) contemperando la modestia con il decoro ritenuto necessario. Il cardinal Ferrerio, suo cugino, aveva resignato in suo favore già prima della nomina cardinalizia l'abbazia di S. Stefano di Prarolo in Vercelli; altre due pingui abbazie ricevette poi in commenda nel 1593 e nel 1595 (una era l'antichissima e celebre abbazia di S. Vincenzo al Volturno presso Monticchio) da un altro congiunto, il cardinale Altemps. È Filippo che lo persuade a non rinunciarvi (altri avrebbero sfruttato allo stesso modo il deprecato istituto della commenda, ma per arricchirsi) e a spendere circa la metà della rendita annuale in elemosina o in elargizioni mecenatistiche.

La posizione spirituale del B. durante questi anni romani nei quali si forma definitivamente la sua personalità è messa bene in luce dal cardinale-letterato Agostino Valier (che già nel 1587 aveva dedicato al B. il suo De occupationibus diacono S. R. E. cardinale dignis) nel suo dialogo Philippus sive de laetitia christiana, in cui il B. è uno degli interlocutori. Nell'impostazione umanistica della discussione sulle fonti della gioia cristiana al B. spetta la difesa della tesi che l'unica radice di questa gioia sta nel disprezzo del mondo, con i suoi onori e i suoi impegni, e nella solitaria contemplazione di Dio e del creato: alla tendenza cristiana verso una vita contemplativa si fondono elementi derivati dall'umanesimo platonizzante e dal neostoicismo rinascente della fine del Cinquecento, fusione che rimarrà sempre una costante nella spiritualità del B. e che sarà sottesa anche alla sua opera successiva di letterato e protettore della cultura in Milano.

Nell'aprile 1595 infatti Clemente VIII lo destinava a occupare la cattedra arcivescovile milanese, che già era stata di Carlo. L'ancor trentenne porporato oppose una viva resistenza alla nomina, sia per il suo temperamento che lo portava a non desiderare una così impegnativa responsabilità di governo pastorale, sia per le difficoltà obiettive che egli sapeva di trovare in Milano, ove, dopo la rigida riforma disciplinare di s. Carlo, si era avuto, durante l'episcopato del successore Gaspare Visconti, un periodo se non di sbandamento almeno di rilassamento, specie nel clero, come testimoniano anche composizioni poetiche popolari edite recentemente. A ciò si univa nella mente del B. il ricordo e più che il ricordo la presenza dell'esempio del cugino non solo come modello di santità e di zelo pastorale, ma anche come ideale irraggiungibile, sproporzionato alle sue forze e alla sua capacità. Per queste ragioni si può capire come le sue insistenze presso Clemente VIII perché non procedesse alla nomina fossero qualcosa di più che non una manifestazione di convenienza o di modestia. Occorse tutto il peso dell'autorità di Filippo Neri per persuaderlo ad accettare, mentre il cardinale Valier cercava di rendere meno drammatica la sua tensione verso l'esempio pastorale del cugino componendo per lui il De cauta imitatione sanctorum.

L'11 giugno 1595 il B. fu consacrato vescovo nella sua basilica cardinalizia di S. Maria degli Angeli e poco dopo si incamminò verso Milano ove, il 27 agosto, fece solennissimo ingresso ricevendo onori trionfali dalla cittadinanza e dai rappresentanti del governo spagnolo. Sin dai primi inizi la sua azione di governo risulta chiaramente ispirata al modello di Carlo secondo direttive che rimarranno costanti durante i trentasei anni di episcopato: costituzione intorno al vescovo di un forte nucleo di collaboratori, molti dei quali forestieri (la sua "famiglia" viene accresciuta a circa cento persone), visite pastorali personali alla diocesi, sinodi frequenti, restituzione agli oblati delle responsabilità diocesane che erano loro state parzialmente tolte, rivitalizzazione delle strutture ecclesiastiche periferiche (dei vicariati in particolare), ampliamento dei seminari esistenti e nuove fondazioni per la formazione culturale e religiosa del clero, conferimento degli ordini sacri e dei benefici ecclesiastici secondo un rigido criterio di merito, creazione di una rete di associazioni religiose laiche per l'istruzione catechistica, la vita di pietà, l'assistenza pubblica. In realtà tale programma non poté attuarsi che in modo molto parziale: le controversie giurisdizionali con il governo spagnolo infatti condizionarono e per alcuni anni paralizzarono completamente la sua attività pastorale. In seguito ad esse il B. abbandonò Milano dopo poco più di un anno di episcopato per recarsi a difendere personalmente la sua causa a Roma; di qui ritornò alla sua residenza solo cinque anni più tardi, nell'autunno del 1601.

Le contese tra arcivescovo e governo civile sulla sfera di esercizio della giurisdizione ecclesiastica erano state, com'è noto, molto violente durante l'episcopato di Carlo, ma erano state superate durante gli ultimi anni, dopo il 1580, non con la loro risoluzione dal punto di vista giuridico e formale, ma perché il primo Borromeo con la sua forte personalità aveva saputo scavalcarle per raggiungere una stabile collaborazione di fatto con le autorità spagnole. Il B., pur muovendo dalla stessa rigidità di principi, non aveva ereditato da Carlo la grande capacità, anche politica, di guardare direttamente alla sostanza religiosa dei problemi e di coordinare unicamente in funzione di essa le proprie azioni, comprendendo, sia pur senza condividerle, le esigenze dello Stato moderno: non fu capace di cercare al di là delle controversie un accordo di fatto e si lasciò trascinare, anche contro il parere di consiglieri pur influenti come Carlo Bascapè vescovo di Novara (il quale avrebbe voluto un comportamento più elastico e più preoccupato della sostanza dell'azione religiosa), sul piano improduttivo del formalismo giuridico, delle manovre diplomatiche e delle rappresaglie. Il contrasto incominciò con una questione di puro cerimoniale sul posto che il governatore Juan Fernández de Velasco avrebbe dovuto occupare in duomo durante le funzioni solenni; si ampliò poi con il rifiuto da parte dell'autorità ecclesiastica di far sottostare i fittavoli da essa dipendenti alle disposizioni igieniche sulla coltivazione del riso emanate dall'autorità laica; si riaprì infine la contesa centrale sull'ambito e i poteri del foro ecclesiastico. I compromessi tentati in Milano, particolarmente a opera dei Bascapè, fallirono di fronte alla rigidità delle due parti: la vita cittadina venne divisa in due fronti opposti con conseguenze facilmente immaginabili sia in campo religioso che civile. Per questo Filippo II, sempre preoccupato della stabilità del suo dominio, accettò che la questione fosse sottoposta al pontefice, non sotto forma di giudizio ma di arbitrato amichevole. Per seguire l'istruzione di questo procedimento e per sottrarsi alla atmosfera milanese, il B. si recò a Roma nell'aprile del 1597. La sua venuta non fu particolarmente gradita, sembra, a Clemente VIII, il quale riteneva pur egli (come si era espresso in un breve diretto allo stesso B.) che si dovesse cercare di ristabilire lo stato di rapporti in vigore durante gli ultimi anni di Carlo e che la giurisdizione ecclesiastica in Milano era ben più solida e ampia che in altri domini: questa insoddisfazione fu certo reciproca perché il B. si lamentò in seguito di non essere stato difeso sino in fondo dal pontefice. In realtà un nuovo compromesso elaborato da una commissione cardinalizia e proposto da Clemente VIII nel 1598 a Ferrara, presenti e consenzienti il B. e il Velasco, venne respinto dai giuristi delle due parti in Milano, ove la situazione si aggravava sempre più, arrivandosi, da un lato, alla pubblicazione di monitori e scomuniche e, dall'altro, a esecuzioni forzate e anche a irruzioni armate nel palazzo arcivescovile. L'incendio divampò ancor più quando venne a conoscenza delle autorità cittadine e diffuso un memoriale inviato dal B. al governo di Madrid, memoriale in cui impoliticamente la situazione milanese era dipinta con le più fosche tinte della corruzione e del vizio.

Il ritorno del B. a Milano, nell'autunno 1601, seguiva la nomina del nuovo governatore Pedro Enriquez de Azevedo. conte di Fuentes, il quale, sia per le prevalenti preoccupazioni militari, sia per le istruzioni ricevute da Filippo III, favorì di fatto un modus vivendi mentre la controversia giuridica continuava a ingrossare, superata solo in alcuni anni dai clamori del conflitto veneto dell'interdetto. Solamente nel 1615, dopo lunghissime discussioni e innumerevoli riunioni della commissione cardinalizia, fu sottoscritta dal B. e dal nuovo governatore Pedro de Toledo Osorio la Concordia iurisdictionalis inter forum ecclesiasticum et forum saeculare Mediolani, ratificata poi da Paolo V e da Filippo III nel 1617 e pubblicata a Milano nel 1618. La Concordia è stata definita un capolavoro di sottigliezza giuridica: nei suoi quindici articoli è continuo il tentativo di comporre, con concessioni teoriche intrecciate a pratiche ritrattazioni, le due posizioni opposte alle quali le parti non avevano rinunciato. Essa ammetteva la competenza del foro ecclesiastico in tutte le cause miste - con vittoria quindi della tesi ecclesiastica -, ma questa competenza non veniva configurata come esclusiva bensì in concorrenza con quella statale, con la determinazione di una complicata casistica pratica che lascerà adito a numerosi conflitti, sia pure di portata più limitata, nei decenni successivi.

Alla conclusione delle controversie giurisdizionali il B. calcolava con rammarico l'enorme costo finanziario: 105.000 scudi per le spese sostenute dalla sola parte ecclesiastica. Ma ben più profonde furono le conseguenze, non così esattamente calcolabili, sul piano più propriamente religioso: difficile è valutare il danno derivato alla diocesi dalla lunga assenza del B., dalla paralisi e dall'inceppamento della vita ecclesiastica e soprattutto dal sovvertimento dei valori che in essa si operò per una simile impostazione puramente giuridicistica.

Chiara è nel B. la volontà di imitare il governo pastorale del cugino, di ricalcare le sue orme senza scostarsi se non in particolari secondari. Basta pensare alla pubblicazione nel 1599 della prima raccolta degli atti e decreti pastorali di Carlo, raccolta riedita poi innumerevoli volte e destinata ad avere grande influsso in tutta la cattolicità (Acta Ecclesiae Mediolanensis a Carolo... archiepiscopo condita, Mediolani 1599); basta confrontare i decreti emanati dal B. nei quattordici sinodi diocesani da lui tenuti dal 1596 al 1627 e nel concilio provinciale del 1609 con la precedente legislazione del primo Borromeo per notare come le differenze, le novità siano veramente poche e non significative. Dopo la canonizzazione di s. Carlo, avvenuta nel 1610 e per la quale il B. aveva impegnato se stesso e i vescovi comprovinciali nel concilio dell'anno precedente, l'imitazione è elevata a devozione, a preghiera di intercessione. L'imponente statua fatta eseguire dal B. in Arona (il cosiddetto "s. Carlone", alto 23 metri su un basamento di 12, costruito nel 1624 ed eretto poi nel 1698) è forse la testimonianza più visibile e manifesta della presenza di Carlo nell'episcopato di Federico. In realtà, però, nonostante la volontà d'imitazione e le analogie della legislazione, tutto era cambiato e diverso, sia nella persona del vescovo sia nella realtà storica. Ed è proprio per cogliere queste diversità che sarebbe necessaria un'analisi della concreta attività riformatrice del B., analisi che allo stato attuale degli studi è impossibile anche dal solo punto di vista quantitativo. I numerosi volumi della visite pastorali da lui condotte giacciono ancora inesplorati nell'Archivio della Curia arcivescovile di Milano. I biografi scrivono che egli visitò "più di una volta" l'immensa diocesi e raccontano particolari edificanti del suo sprezzo per le fatiche, della sua vita penitente e devota, del suo ardore e zelo mitigati da calda umanità e da imitezza: l'eco di queste visite è rimasto realmente nei secoli successivi in terra lombarda ed è stato ben registrato dal Manzoni nel XXII capitolo dei Promessi sposi. Ma tutte queste notizie, questi elementi sono troppo pochi per valutare analiticamente l'attività di un episcopato durato trentasei anni. La fonte più importante che ora possediamo per un esame della sua impostazione pastorale è costituita dai ponderosi tomi dei suoi Sacri ragionamenti, della raccolta cioè, da lui ordinata, anche se edita postuma, dei discorsi tenuti nelle varie circostanze del suo episcopato (Milano 1632-46, dieci volumi in quattro tomi).

Già il titolo (Sacri ragionamenti), scelto dallo stesso B. esplicitamente a esclusione di altri come "omelie" o "sermoni", può essere indicativo di un nuovo metodo seguito nella predicazione e nella pastorale: solo raramente vengono affrontati nella loro globalità i grandi temi del messaggio evangelico e i problemi relativi alla conversione interiore; quasi sempre vengono affrontati problemi particolari di pastorale, di morale e di devozione, in uno stile semplice, ma anche pesante e intessuto di dialettica e di erudizione. Particolarmente importanti sono i quarantadue discorsi tenuti nei sinodi diocesani e nel concilio provinciale sullo stato sacerdotale, sulle qualità necessarie nei sacerdoti, sui vizi diffusi nel clero. Colpisce il fatto che essi sono diretti non tanto a una evangelizzazione della società e a un'opera di penetrazione e di cristianizzazione del mondo quanto alla conservazione o al ristabilimento di un ordine preesistente, secondo una impostazione che si può senza dubbio chiamare controriformistica non tanto per una reazione alla penetrazione ereticale (che non costituì certo grave problema negli anni dell'episcopato del B.) quanto per la preoccupazione restauratrice che in essa prevale sull'interesse verso i problemi della società del tempo. Numerosi discorsi sinodali sono dedicati, ad esempio, al problema della necessaria separazione tra il clero e i laici ("conserviamo tutti la propria dignità col comparir di rado in pubblico, e con lo star lontano dagli altri..."): se il punto di partenza era stato nella riforma cattolica la legittima preoccupazione di garantire dalla prevalenza del profano la vita religiosa del clero (punto questo fondamentale della pastorale di S. Carlo), il punto di arrivo è molto diverso, con l'insistenza prevalente sulla "dignità" e sul "decoro" dello stato ecclesiastico come elemento di distinzione e di separazione tra i due ceti della società cristiana (lo stesso B. compose una specie di galateo per ecclesiastici, Cypria sacra,sive de honestate et decoro ecclesiastici moris, Mediolani 1628). Nel discorso tenuto nel concilio provinciale del 1609 egli pose il problema ai vescovi comprovinciali parlando Dello stato della Chiesa metropolitana e della provincia di Milano senza poter indicare una soluzione: da una parte le ottime leggi, i molti ministri, le magnifiche chiese frutto dell'opera di Carlo, dall'altra l'aumento della negligenza del clero, dei vizi, della corruzione e della irreligiosità del popolo. È certo un riconoscimento anche se non vi è piena coscienza, del tramonto della riforma cattolica nella sua spinta positiva e della sua trasformazione in movimento restauratore. Nello stesso discorso egli ha un inciso che può essere molto significativo per cogliere il suo spirito pastorale. Esaminandole risposte evasive che potevano essere date al problema, egli conclude: "Tali risposte non sono nel vero degne d'un christiano filosofo, cioè d'un vescovo". L'accostamento cristiano filosofo-vescovo non sarebbe stato pensabile per il primo Borromeo e non dipende solo dalle tendenze, dal carattere del B. e dalla sua formazione culturale. Oltre che da fattori personali esso è determinato dal momento storico che segue, almeno in Italia, il fallimento di una riforma religiosa intesa come creazione di una nuova società cristiana. Il binomio contemplazione-azione che era tipico del moto cattolico di riforma sembra spezzato a favore del primo termine con una tendenza, culturalmente impregnata di platonismo e di neostoicismo, che negli spiriti più sensibili sembra essere più un ripiegamento che non una conquista.

Tra le opere edite (tutte stampate in Milano) che riguardano più direttamente i problemi dello spirito si possono ancora ricordare: De ecstaticis mulieribus et illusis (1616). De acquirendo contemplationis habitu; De assidua oratione; De materia assiduae orationis; De naturali ecstasi; De vario revelationum et illusionum genere (1617). De vita Catharinae Senensis monacae conversae (1618). Tractatus habiti ad sacras virgines (due volumi, 1620 e 1623). De actione contemplationis; De vera et occulta sanctitate (1621). Philagios sive de amore virtutis (1623). De cognitionibus quas habent daemones; De Providentia Dei et Illius permissione cum malignis spiritibus; Parallela cosmographica de sede et apparitione daemonum; Canticorum explanatio iuxta literalem sensum (1624). I tre libri de' piaceri della mente cristiana (1625). Il libro intitolato "L'idiota,ovvero la felicità dell'orare" (1626). De laudibus divinis; De linguis,nominibus et numero angelorum (1628). De insanis quibusdam tentationibus (1629). De vita contemplativa sive de valetudine ascetica (1630). De christianae mentis iucunditate (edito postumo nel 1632).

L'attenzione dominante è per il fenomeno contemplativo e mistico, mentre in secondo piano è posto lo sforzo ascetico che tanta parte aveva avuto nella letteratura spirituale del secolo precedente. Traspare poi in reazione alla visione aristotelico-razionalista una cosmogonia animata dal soprannaturale, un universo che, attraverso le presenze angeliche, le unioni mistiche e le illusioni dei demoni, è campo di svolgimento di fenomeni soprannaturali e d'altro canto un mondo soprannaturale immaginato sotto i colori e le sembianze di quello terreno.

Questa visione del mondo e della soprannatura lo portò a prendere le note posizioni (oggetto di polemica tra coloro che si sono accostati alla sua figura) circa le streghe da una parte e le monache visionarie dall'altra. Non ci soffermiamo nella discussione sulle responsabilità del B. nei processi alle streghe, particolarmente frequenti durante il suo episcopato (dal 1599 al 1631 vi furono ben nove roghi di rei di stregoneria), responsabilità del resto indivisibili da quelle delle autorità civili e condizionate dalla comune credenza che permeava le stesse vittime. Non si può neppure entrare in un esame particolare dei suoi rapporti con le monache estatiche e visionarie da lui dirette spiritualmente.

La polemica si è aperta su questo punto con la pubblicazione a cura di P. Misciatelli delle lettere dirette al B. dalla monaca senese Caterina Vannini (Caterina Vannini. Una cortigiana convertita senese e il card. F. B. alla luce di un epistolario, Milano 1932). Contro interpretazioni tendenziose del Misciatelli entrava in campo l'anno successivo A. Saba con l'edizione critica delle lettere dagli originali e l'inserzione del problema nel quadro generale dei rapporti del B. con i mistici del suo tempo (F. B.e i mistici del suo tempo. Con la vita e la corrispondenza inedita di Caterina Vannini da Siena, Firenze 1933). Effettivamente molte espressioni contenute in queste lettere non possono non colpire, sia nelle descrizioni minuziose e colorite delle visioni avute nelle sue estasi ("rari erano quei giorni, che non fosse favorita da simil grazia", scrive lo stesso B. nella Vita della suora da lui composta), sia per certe manifestazioni di gelosa tenerezza. Lasciando da parte ogni argomento scandalistico, che deve per forza cedere in chiunque abbia conoscenza del mondo spirituale del Seicento, è certo che il B. fu particolarmente sensibile al misticismo femminile e credulo nei fenomeni soprannaturali, nonostante nelle sue opere teoriche egli si sforzasse di distinguere con regole sicure le mistificazioni o i fenomeni puramente naturali. La diffidenza che aveva il suo antico padre spirituale Filippo Neri verso estatici e visionari e specialmente verso il misticismo femminile pare nel B. scomparsa.

Più interessante per cogliere la sua spiritualità sarebbe un esame dei discorsi da lui tenuti nei monasteri milanesi e in particolare dei Ragionamenti spirituali fatti alle monache di S. Marta (editi postumi nel 1673). Essi rappresentano una guida delle anime attraverso i vari gradi sino all'"orazione continua", della quale vengono poi distinte due specie "cioè due immersioni dell'anima in Dio" (cap. XIII), la prima in cui l'anima si perde in Dio come in un immenso mare, la seconda quando l'anima stessa si sente tutta piena, invasa da Dio. È difficile non avvicinare certe affermazioni e certe espressioni che affiorano nelle sue opere spirituali a una posizione quietista, anche se il B. non formula conclusioni teoriche o definizioni teologiche. Non consta che alcuno studioso sino ad ora abbia accennato a questo collegamento. Qui basta porre il problema accennando solo al sospetto - non suffragato dai documenti ora noti - che fra i motivi che condussero alla sospensione del processo di beatificazione del B. non vi sia stata l'ombra di un suo rapporto con le correnti di spiritualità quietista, avendo avuto luogo la sospensione proprio verso la fine del Seicento, nel momento in cui la lotta antiquietista da parte dell'autorità ecclesiastica aveva raggiunto il suo culmine.

Le opere di pastorale e di spiritualità non sono che una parte della produzione letteraria del B. che è molto estesa anche se cominciò a scrivere solo dopo aver oltrepassato i quaranta anni, come egli stesso affermava nell'introdurre i Meditamenta litteraria (1619, riediti nel 1633), scritto che è come la guida, tracciata dallo stesso autore, per comprendere il fine e il metodo delle varie opere in progetto, in gestazione o edite. Già F. Argelati (Bibl. Script. Mediolanensium, I, 2, Mediolani 1745, pp. 197 ss.) enumerava oltre cento opere delle quali sessantanove stampate. Gli elenchi posti in appendice al recente Indice delle lettere a lui dirette conservate all'Ambrosiana (Milano 1960) contengono i titoli di duecentotrentatré manoscritti e di centoventisette opere a stampa. È impossibile tuttavia stabilire numeri precisi: molte volte si tratta solo di raccolte di appunti, di stesure preliminari o di rifacimenti dello stesso tema, oppure di riedizioni o di raccolte di decreti e discorsi particolari. L'insieme della sua produzione letteraria è imponente sia dal punto di vista quantitativo sia per l'erudizione, la molteplicità degli interessi e per la versatilità nello scrivere: nonostante ciò nessuna delle sue opere è entrata a far parte viva della storia della letteratura e della cultura italiana. Certamente la maggioranza delle sue opere sono solo di compilazione erudita, quasi che esse siano nate "anonime", senza il vigore di una rielaborazione personale. Così si può dire sia per i suoi scritti filologico-letterari, sia per quelli che si avvicinano a problemi matematici (per la sua propensione a queste indagini, vedi in Meditamenta litteraria, p. 63, l'introduzione all'opera progettata De nova sphera), sia per l'unica sua opera di argomento politico, il De gratia principum (Mediolani 1625: nel 1632 fu stampata l'edizione volgare Il libro intitolato "la gratia de' principi") che non è che un trattato di morale cortigiana. Tranne alcune delle opere di pastorale e di spiritualità, ben poco è degno di nota se non negli scritti in cui egli ripercorre la propria vita con indagine autobiografica, esponendo con fine senso psicologico ricordi ed esperienze. Particolarmente interessante a questo proposito è il De suis studiis commentarius (Mediolani 1627) non solo per la conoscenza della formazione del B. ma per quella dell'intero ambiente culturale italiano della fine del Cinquecento. Altre informazioni interessanti a questo scopo sono contenute anche in opere non autobiografiche, come De fugienda ostentatione; De delectu ingeniorum; De non vulgari existimatione et fama; De Villa Gregoriana sive de contemptu deliciarum (tutte edite a Milano nel 1623); De sacris nostrorum temporum oratoribus (Mediolani 1632).

Scorrendo l'epistolario, si passa dal problema della cultura personale del B. a quello della sua "politica culturale", non potendosi fare rientrare nel semplice mecenatismo le istituzioni da lui create e facenti capo alla Biblioteca Ambrosiana. Fondata nel 1607 dopo una lunga gestazione del progetto, questa fu definitivamente aperta al pubblico - fra le prime nella storia della nostra civiltà - l'8 dic. 1609. Per costruirla e ancor più per dotarla di libri a stampa e manoscritti il B. profuse senza risparmio alcuno le proprie rendite e le proprie energie facendone uno degli impegni fondamentali della sua attività di uomo e di ecclesiastico. Inviò suoi collaboratori a perlustrare archivi e biblioteche delle varie regioni d'Italia (G. M. Grazi e G. Cavalcanti), di Francia e di Germania (A. Olgiati e P. M. Bidelli), di Spagna (F. B. Ferrari), dell'arcipelago greco (A. Salmazia e D. Gerosolimitano), del vicino Oriente (Michele Maronita). Si venne quindi a formare accanto alle opere a stampa (circa 30.000) una raccolta di codici (12.000 all'inizio) in gran parte orientali (ebraici, arabi, siriaci, etiopici, persiani) o risalenti all'antichità greca e romana, biblici, patristici e classici. Queste raccolte, come è noto, continuarono ad ampliarsi sia durante l'episcopato del B. sia dopo la sua morte e fanno ancor oggi della Biblioteca Ambrosiana uno dei maggiori centri mondiali della cultura umanistica. Essa, però, secondo il progetto del B., non doveva essere solo una biblioteca: al suo interno un collegio di "dottori" specializzati secondo le varie discipline (notevole per l'epoca appare la direttiva espressa dal fondatore nel motto "singuli singula") doveva condurre avanti la ricerca scientifica in contatto con i dotti di tutta Europa. Essa doveva in sostanza, secondo le Constitutiones Collegii ac Bibliothecae Ambrosianae (Mediolani s.d.), essere uno strumento di tipo nuovo per risollevare la cultura, particolarmente anche se non unicamente degli ecclesiastici, nella constatata decadenza delle università e delle accademie di tipo tradizionale. Un collegio trilingue doveva diffondere tra i giovani la conoscenza delle lingue antiche e della lingua volgare, mentre era fondata anche una stamperia specializzata nelle lingue orientali: a queste istituzioni è legato il primo progresso in Italia degli studi linguistico-grammaticali delle lingue araba e armena.

Alla Biblioteca il B. affiancò alcuni anni più tardi, nel 1618, la Pinacoteca Ambrosiana donando a essa la sua "quadreria", la già vasta raccolta d'arte figurativa da lui posseduta e arricchita poi continuamente di nuove opere. Di queste egli compose poi l'inventario erudito nel suo scritto Musaeun Bibliothecae Ambrosianae (Mediolani 1625: traduzione italiana, Milano 1909). Anche per le arti il B. non si fermò a una pura raccolta, ma volle incidere sul mondo del suo tempo fondando nel 1620 l'Accademia di pittura, scultura e architettura, intorno alla quale radunò i migliori artisti milanesi sotto la presidenza di G. B. Crespi (detto il Cerano). Essa era concepita non solo in funzione della Pinacoteca ma anche come scuola per giovani artisti, per rendere più stabile e fecondo il loro rapporto con i maestri riconosciuti. L'interesse del B. per l'arte era interiore e vivo. Nel 1593 egli era stato uno dei fondatori dell'Accademia romana di S. Luca; febbrile fu durante il suo episcopato l'attività per la costruzione, il restauro, l'abbellimento di chiese, conventi, seminari, con la costituzione di un apposito fondo patrimoniale diocesano. Egli stesso compose un trattato De pictura sacra (Mediolani 1624: nuova edizione con traduzione italiana, a cura di C. Castiglioni, e con introduzione di Q. Nicodemi, Sora 1932).

Già il Manzoni si poneva la domanda relativa agli effetti di queste istituzioni sulla "coltura pubblica" e rispondeva ambiguamente che potevano essere date le risposte piu opposte "che furono miracolosi, o che non furono niente". In realtà, sotto l'aspetto dell'erudizione, della raccolta di materiali preziosi, della loro conservazione ed esplorazione i risultati si possono vedere tutt'ora nella loro fecondità di oltre tre secoli; quanto all'espansione della vita culturale, allo sviluppo delle scienze profane e della teologia positiva - il cui inizio era stato uno dei frutti principali della riforma cattolica - i risultati furono abbastanza poveri. Già alla morte di Federico sia l'Accademia sia il collegio dei dottori appaiono in decadenza per la mancanza di idee propulsive e di un humus religioso e culturale in cui esse potessero svilupparsi; questo proprio nei decenni nei quali oltr'Alpe le scienze profane e la teologia positiva entrano in piena fioritura.

Non è necessario estendersi sugli avvenimenti troppo noti che dominarono gli ultimi anni della vita del B.: la carestia del 1628-29 e la peste del 1630. Troppo noti per le polemiche sulla parte in essi avuta dal B., esaltato da alcuni, criticato da altri. Da quanto sino ad ora risulta è confermato che l'arcivescovo milanese elargì ai poveri e agli affamati gran parte delle rendite ecclesiastiche, convertendo in elemosine anche le somme destinate precedentemente al mecenatismo e agli edifici, accentuando ancor più le norme penitenziali che regolavano la sua vita. In occasione della peste cercò di organizzare in tutti i modi forme di assistenza spirituale e materiale agli appestati, sia tramite il clero secolare e regolare sia con la continua presenza personale, imitando anche in quelle ore terribili lo zelo pastorale di s. Carlo nella peste del 1576. È certamente falsa e tardiva la leggenda che egli si sia allontanato da Milano nei giorni più gravi del contagio, mentre rimane vero che, compiendo le sue visite nei luoghi più colpiti della città e nel lazzaretto, egli prendeva rigide precauzioni per evitare il contagio, come ad esempio - secondo una fonte attendibile - andando "in lettiga serrata d'ogn'intorno con vetri". Così è pur vero che il B. condivise le incertezze e le idee aberranti di gran parte della classe dirigente milanese sul flagello, non credendo in un primo tempo nella contagiosità della peste, condividendo poi la credulità nelle "unzioni" pestifere sia pur con la riserva che molto vi fosse di inventato, come egli stesso scrive nel suo interessante trattatello De pestilentia (edito a cura di A. Saba, Sora 1932, p. 10). Certo egli era proclive a vedere in ogni avvenimento, tanto più nella peste, un intervento diretto delle potenze delle tenebre e della luce, una lotta tra il demonio e gli spinti di Dio. Questa visione cosmogonica si innesta nella visione tradizionale cristiana della peste come flagello di Dio, castigo per i peccati e la corruzione del mondo. Nessuna meraviglia quindi per il fatto che egli, pur riconoscendo l'efficacia delle prescrizioni prese per l'igiene e l'isolamento, stimasse ragione maggiore indire pubbliche preghiere e processioni come quella famosa dell'11 giugno, che portò una gran folla dietro il corpo di s. Carlo nelle principali contrade della città e che ebbe come conseguenza nei giorni successivi una grave recrudescenza del morbo.

Mentre era ancora intento a ricostruire i quadri della vita ecclesiastica distrutti dal contagio (la peste aveva ucciso i due terzi del clero secolare di Milano) moriva a sessantasette anni, dopo breve malattia, il 21 sett. 1631.

Fonti e Bibl.: La Biblioteca Ambrosiana è stata la naturale depositaria del materiale documentario relativo alla vita e all'attività del suo fondatore: in essa sono conservate tutte le sue opere manoscritte e a stampa (queste ultime molte volte con annotazioni e postille autografe), le lettere a lui dirette (circa 30.000), migliaia di lettere missive in minuta o copia (vedi Indice delle lettere..., Milano 1960). La documentazione relativa all'attività pastorale (specialmente visite pastorali e corrispondenza) è conservata nell'Archivio della Curia arcivescovile di Milano: gli atti delle visite pastorali condotte dal B. non sono riuniti insieme, ma dispersi in centinaia di cartoni, suddivisi secondo le varie parrocchie e pievi. Da indagini compiute dall'archivista arcivescovile attuale, A. Palestra, gentilmente comunicate, sembra doversi concludere che il B. visitò personalmente quasi tutte le chiese della diocesi una volta, mentre alcuni luoghi risultano da lui visitati due volte. Nello stesso Archivio, sezione Congregazione dei Riti, sono contenuti gli atti dell'iniziato e interrotto processo di beatificazione del Borromeo. Gli originali delle lettere del B. sono sparsi in vari archivi e biblioteche, italiani e stranieri.

Alcune notizie biografiche e bibliografiche sono contenute nelle voci di enciclopedie e dizionari: Encicl. Ital., VII, pp. 512-13; Dict. d'Hist. et de Géogr. Eccl., IX, coll. 1281-83; Dict. de Spiritualité, I, pp. 1871-72; Encicl. Catt., II, coll. 1927-30. La più moderna sintesi biografica è quella inserita da M. Bendiscioli nella Storia di Milano, X, Milano 1957, pp. 303-350: ad essa rinviamo, particolarmente per l'esame del governo pastorale (cfr. anche P. Prodi, Nel IV centenario della nascita di F. B. Note biografiche e bibliografiche, in Convivium, XXXIII [1965], pp. 337-359).

Fra le più antiche biografie ricordiamo: C. Bascapè, De Federico archiepiscopo et cardinale, in Docc. spettanti alla storia della Chiesa milanese, a cura di C. Annoni, Como 1836, pp. 43-111 (Questa prima biografia comprende solo i primi diciotto anni di episcopato del B. essendo il Bascapè a lui premorto nel 1615); Milano, Bibl. Ambrosiana, B. Guenzati, Vita di F. B. (ms.); F. Rivola, Vita di F. B., Milano 1656. Da quest'ultima dipendono quasi completamente le biografie più recenti: C. Quesnel-A. Piedagnel, Le cardinalF. B., Lille 1890; F. Bellezza, F. B. nella vita,nell'opera,negli scritti, Milano 1931; C. Castiglioni, Il cardinale F. B., Torino 1931 (nuova ediz. Roma 1964, con aggiornamento bibl. di M. Cogliati).

Per gli studi presso l'università di Pavia, cfr.: R. Maiocchi-A. Moiraghi, F. Borromeo studente e gli inizi del collegio, Pavia 1916; M.Marcocchi,Il collegio Borromeo nel quadro della riforma di S. Carlo, in IV Centenario del collegio Borromeo di Pavia 1561-1961, Milano 1961, pp. 39-55. Sul soggiorno romano: G. Gabrielli, F. B. a Roma, in Arch. della Soc. romana di storia patria, LVI-LVII (1933-1934), pp. 157-217. Sui suoi rapporti con s. Filippo Neri: L. Ponnelle-L. Bordet, S. FilippoNeri e la società romana del suo tempo, Firenze 1931; Il primo processo per san Filippo Neri, a cura di G. Incisa Della Rocchetta e N. Vian, Città del Vaticano 1957-63, ad Indicem (per la interessante deposizione del B. sulla santità del suo maestro spirituale, III, pp. 420-25); N. Vian, Biglietto del cardinal Federico a san Filippo, in Vita e Pensiero, XLVII (1964), pp. 188-94. Sulla sua presidenza della commissione per l'edizione del concili ecumenici: V. Peri, Il numero dei concili ecumenici nella tradizione cattolica moderna, in Aevum, XXXVII (1964), particolarmente alle pp. 455-56. Sulla sua attività cardinalizia, vedi L. von Pastor, Storia dei Papi, X-XIII, Roma 1928-31, ad Indices. Per la candidatura del B. alla tiara nel conclave del 1623: G. V. Borromeo, F.B. ed il conclave del 1623, in Nuova Antologia, agosto 1962, pp. 525-44; C. Martora, Il card. F. B. ed i conclavi, in Memorie stor. della diocesi di Milano, XI (1964), pp. 61-99. Sulla deplorevole amministrazione commendataria dell'abbazia di S. Vincenzo al Volturno: G. Fortunato, La badia di Monticchio, Trani 1904, p. 225.

Sulla nomina ad arcivescovo di Milano: C. Marcora, Un diario sulla morte dell'arciv. Gaspare Visconti (n.1584-1595) e sulla nomina del card. Federico, in Mem. stor. della diocesi di Milano, II (1955), pp. 135-47. I decreti emanati dal B. durante il suo episcopato sono in Acta Ecclesiae Mediolanensis, a cura di A. Ratti, IV, Mediolani 1897, coll. 285-804. Sul suo governo pastorale, oltre al saggio già citato in Storia di Milano, X, v., dello stesso M. Bendiscioli, Penetrazione protestante e repressione controriformistica in Lombardia all'epoca di Carlo e F. B., in Festgabe J. Lortz, I, Baden-Baden 1958, pp. 369-404. Sulle istituzioni ecclesiastiche milanesi: E. Cattaneo, La religione a Milano dall'età della Controriforma, in Storia di Milano, XI, Milano 1958, pp. 283-331. Per le controversie giurisdizionali ottima impostazione giuridica e ampia bibliografia in L. Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico dello Stato di Milano dall'inizio della signoria viscontea al periodo tridentino, Milano 1941, pp. 318-24. A proposito della conclusione delle controversie durante gli ultimi anni di s. Carlo: P. Prodi, S.Carlo Borromeo e le trattative tra Gregorio XIII e Filippo II nella giurisdiz. eccles., in Riv.di storia della Chiesa in Italia, XI (1957), pp. 195-240. Sulla interessante posizione assunta nelle controversie dal Bascapè: M. Salvadeo, Le relazioni fra il card. F. B. e Carlo Bascapè (da alcune lettere inedite), in Studi in on. di C. Castiglioni, Milano 1957, pp. 757-79. Alcuni saggi sulla riforma liturgica operata dal B. sono apparsi nella rivista Ambrosius nel 1931, in occasione del centenario della morte. Numerose notizie sulle sue varie attività pastorali sono contenute nelle pubblicazioni periodiche: Humilitas. Miscellanea storica dei seminari milanesi, 25 fascicoli dal 1928 al 1938, e Echi di s. Carlo Borromeo, 20 fascicoli, nel 1937-38. Sulle associazioni religiose di laici fondate dal B.: A. Scarpellini, F. B. precursore dell'Azione cattolica, Roma 1934.

Sulla spiritualità del B., oltre alle opere citate nel testo e più sopra nella bibliografia relativa ai rapporti con s. Filippo: A. Dupront, Autour de s. Filippo Neri: de l'optimisme chrétien, in Mélanges d'archéol. et d'hist. de l'Ecole franç. de Rome, XLIX (1932), pp. 219-59; G. Gabrieli, Lettere di F. B. alla domenicana suor Caterina Paluzzi, Pistoia 1935.

Sulla cultura: A. Barera, L'opera scientifico-letteraria di F. B., Milano 1931 (ristampa di articoli usciti in La Scuola cattolica negli anni 1918-19); A. Ferrua, Antichità cristiane. Il card. F. B. e le pitture delle catacombe, in Civiltà Cattolica, CXIII (1962), pp. 244-50; C. Marcora, Il card. F. B. e l'archeologia cristiana, in Mélanges E. Tisserant, V, Città del Vaticano 1964, pp. 115-154. Per la Biblioteca e la Pinacoteca si rinvia alla bibliografia contenuta nelle voci relative della Enciclopedia Cattolica, I, coll. 1002-08 e 1014-19, ricordandone solo la prima e classica storia: P. P. Bosca, De origine et statu Biblothecae Ambrosianae, Mediolani 1672.

Su rapporti con l'arte e gli artisti: G. Nicodemi, L'accademia di pittura,scultura e architettura fondata dal card. F. B. all'Ambrosiana, in Studi in on. di C. Castiglioni, Milano 1957, pp. 651-96; P. Prodi, Ricerche sulla teorica delle arti figurative nella riforma cattolica, in Archivio italiano per la storia della pietà, IV (1965), particolarmente alle pp. 186-89.

Per l'azione del B. durante il contagio si rinvia al saggio di F. Nicolini, La peste del 1629-32, in Storia di Milano, X, pp. 497-557; dello stesso autore, con larga documentazione: Peste e untori nei "Promessi sposi" e nella realtà storica, Bari 1937. Interessante è sempre un accostamento diretto alla narrazione di G. Ripamonti, De peste quae fuit anno 1630, Mediolani 1640 (trad. e note di F. Cusani, Milano 1841). Sul più generale problema del cardinal Federigo "manzoniano" rimangono ancora perfettamente valide le considerazioni del Burckhardt edite da E. Raimondi, J. Burckhardt e i "Promessi sposi" in Lettere italiane, XVI (1944), p. 194; vedi anche: C. Cantù, Commento storico ai "Promessi Sposi" e la Lombardia nel sec. XVII, Milano 1874; A. Accame Bobbio, Poesia e oratoria di F. B., in Humanitas, VII (1952), pp. 275-306; L. Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, Bari 1952; F. Nicolini, Arte e storia nei Promessi Sposi, Milano 1959; P. Tommasini Matteucci, Don Abbondio e i ragionamenti sinodali di F. B., Città di Castello 1904.

Per i saggi più particolari si rinvia alle bibliografie e alle opere precedentemente citate indicando qui solo quelli usciti negli ultimi anni: G. Pistoni, Ricordi modenesi sul card. F. B.; G. A. Secchi Tarugi, Bernardino Tarugi vicario civile e maestro di camera di s. Carlo e F. B., in Mem. stor. della diocesi di Milano, VII (1961), pp. 117-22 e 142-208; R. Sbardella, Tommaso Obicini da Novara e il card. F. B., in Archivum franc. histor., LVI (1963), pp. 71-90; C. Castiglioni, Carteggio tra il ven. Alessandro Luzzago e il card. F. B., in Mélanges E. Tisserant, IV, Città del Vaticano 1964, pp. 125-61; V. M. Cattana, Corrispondenza dei monaci olivetani con il card. F. B., in Memoriestor. della diocesi di Milano, XIV (1967), pp. 191-230; C. Marcora, La biografia del card. F. B. scritta dal suo medico personale G. B. Mongilardi,ibid., XV (1968), pp. 125-232.

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