FEDERICO d'Aragona, re di Napoli

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 45 (1995)

di Gino Benzoni

FEDERICO d'Aragona, re di Napoli. - Terzo dei sei figli - quattro maschi e due femmine - dell'allora duca di Calabria Ferdinando, o Ferrante, e della sua prima moglie Isabella Chiaramonte, nacque a Napoli il 16 ott. 1451.

Tale, senz'altro, la data più attendibile rispetto ad altre desumibili dalle fonti, in questo non coincidenti. Di certo F. non va fatto nascere nel 1452, ché già in gennaio risulta allattato dalla nutrice Laura delli Rotondi, mentre il 19 aprile viene battezzato in Castel Capuano avendo per prestigioso padrino l'imperatore Federico III, allora ospite d'Alfonso il Magnanimo, suo nonno paterno. Erroneo supporlo nato in questo giorno, quando, invece, proprio perché non più neonato (tant'è che, ancora il 10 aprile, si effettua il pagamento d'un "agnus dei con catena d'oro" racchiudente un altro "agnus dei di cera" che F. "porta con sé"), è condotto al fonte battesimale avvolto in fasce di preziosa grana, ricoperto da un "gran mant de brocat sobre vellut vert". Ed ancora vestito in broccato risulta nell'ottobre del 1455, quando a corte si festeggia l'impegno matrimoniale del primogenito di Ferrante con la figlia di Francesco Sforza.

Morto, il 27 giugno 1458, Alfonso e divenuto re suo padre, anche il piccolo F. - allorché i baroni si ribellano e sostengono le minacciose ambizioni di Giovanni d'Angiò - ha modo di percepire, oltre agli splendori della corte, anche le angosce di un potere contrastato. E, laddove Alfonso, suo fratello maggiore, già manifesta un precoce talento militare, F. appare più propenso agli studi. E gli sono maestri Andrea da Castelforte, Giovanni Elisio Calenzio, Baldassare Offeriano. Accurata, dunque, la sua istruzione di stampo umanistico. Ma, poiché della sua educazione si occupa pure il teramano Girolamo Forti (di cui uscirà, nel 1478, il poema in ottave L'innamoramento di Rinaldo), nella formazione del fanciullo non si dà esclusivamente il latino, ma s'affaccia tentante pure il volgare che sarà privilegiato strumento espressivo dei poeti che, attorno a lui radunati, costituiranno, appunto, il circolo federiciano.

A Gaeta nel 1461, nel dicembre del 1464 F. è a Taranto, quivi raggiunto dall'ordine paterno di rientrare a Napoli per recarsi "con digna cornitiva" a Milano e di qui scortare nella capitale del Regno Ippolita Maria Sforza, la figlia del duca Francesco, destinata sposa ad Alfonso duca di Calabria, l'erede del trono. Evidentemente Ferrante - che anche nel gennaio del 1466 vorrà che l'adolescente continui a studiare: "attenderete a le lettere", l'esorta - conta sull'affinata educazione di F. per delicati compiti di rappresentanza che esigono finezza di tratto e proprietà d'eloquio. Ottemperante F., il 18 marzo 1465, parte da Napoli con 320 cavalli, 60 muli, con seguito eletto; e - raggiunto per via dalla notizia della scomparsa, del 30, della madre - il 2 aprile è a Roma accolto amorevolmente da Paolo II, dal quale riceve il dono della rosa d'oro. Raggiunge, quindi, passando per Siena, il 17 Firenze, quivi affabilmente ospitato da Lorenzo de' Medici. Toccata poi, il 25, Bologna, F. il 6 maggio è a Milano, dove soggiorna, trattato con tutti i riguardi, per oltre un mese. Ripartito il 10 giugno con un seguito più che raddoppiato rispetto a quello della partenza ché s'aggiungono le persone e i bagagli sforzeschi - e, stando ai contemporanei, la comitiva ammonta a mille persone con relativi cavalli e a 150muli -, il 17è a Bologna, poi, dal 22 al 27, a Firenze per giungere a fine mese a Siena. Ma qui la sosta si fa forzatamente prolungata, ché lo sdegno - artefatto e di parata - di Francesco Sforza pare esigere la revoca delle nozze a causa della sventura di Giacomo Piccinino, genero del duca, di cui è responsabile Ferrante. Sbloccatasi alfine la situazione, F. si rimette in viaggio con la cognata giungendo, il 14 settembre, a Napoli, dove le accoglienze sono trionfali.

Luogotenente, dal 1464 al 1473, in Capitanata e terra di Bari e Otranto, il titolo non è meramente onorifico; F. risiede effettivamente in Puglia attento ad eseguire gli ordini paterni; è lo stesso Ferrante, nel dicembre del 1466, a far presente alla Serenissima d'aver ingiunto a F. di rendere effettive le facilitazioni concesse al commercio veneziano. Ed è prorio nella sua veste di luogotenente generale in Puglia che F., il 6 genn. 1469, presenzia, a San Severo, all'atto di ligio omaggio al re suo padre da parte del signore di Scilla Guinterzo de Nave oppure impone - come esige l'ordine di suo padre, del 25 giugno - ai "regnicoli" il pagamento dei debiti pendenti coi Veneziani. Nel frattempo Ferrante va pensando ad un matrimonio conveniente per F. e per la dinastia aragonese. E già l'11 ott. 1471 il re confida all'inviato veneto Zaccaria Barbaro che Maria, unica figlia ed erede dei duca di Borgogna, è colei della quale "già ne è stato parlato per darla" in sposa a Federico. Non per niente, quando arriva, all'inizio del 1472, a Napoli una solenne legazione borgognona, F., fatto venire appositamente dalla Puglia, è pronto a riceverla. Ed il suo abbigliamento dev'essere particolarmente curato se, il 2 aprile, gli si versano 380 ducati e 3 tari per le spese all'uopo sostenute.

Certo a corte - così Barbaro in una lettera del 27 luglio - "se sperava" il duca di Borgogna "dovesse voler" F. "per genero suo". Una speranza non rilanciata da Carlo il Temerario se - almeno cosi informa Zaccaria Barbaro - nel settembre 1472-maggio 1473 si configura l'ipotesi di "noçe" tra F. e Giovanna figlia di Giovanni Il d'Aragona, che sarà, invece, la seconda moglie di Ferrante. E, per un po', pure una figlia del principe di Bisignano Luca Sanseverino pare "promessa" di Federico. Comunque sia, l'accasamento del giovane è un costante pensiero di Ferrante, ora rientra nelle sue manovre spicciole, ora s'affaccia nelle sue ambizioni strategiche.

Pel momento F. figura nelle cerimonie, nelle occasioni di rappresentanza: è lui che, nel marzo del 1472, si porta ad Aversa ad incontrare il prefetto di Roma Giovanni Della Rovere, ed è accanto a questo, nipote di Sisto IV, quando, come riferisce Barbaro in una lettera del 30, fatto duca d'Arce, viene "conducto per tuta" Napoli. Caduto ammalato nell'ottobre, F. solo nella primavera del 1473 riesce a ristabilirsi; ed ecco che, allora, è in grado di ricevere, il 30 agosto, il signore di Faenza Carlo Manfredi. Nel frattempo Ferrante, suo padre, continua ad almanaccare in merito al suo matrimonio. E l'apparentamento borgognone s'impone come il più conveniente. Ma da parte del duca di Borgogna non arriva alcun segnale d'incoraggiamento. Ostinato purtuttavia Ferrante nel perseguire il progetto delle nozze tra F. e la "seulle heritière" del duca, ricorre all'espediente di spedire in gran pompa il suo secondogenito alla volta della Borgogna a mo' di latore delle insegne dell'Armellino a Carlo. Sicché, il 26 ott. 1474, F., con sontuoso equipaggiamento, con numerosa servitù, con corteggio di dotti e cortigiani, si mette in viaggio. Ed inizia così una sorta di lenta e sin girovagante passeggiata ché il destinatario non accenna a sollecitare il suo arrivo. Dapprima, dopo una sosta a Roma, ad Urbino e quivi festeggiato con una "festa scenica mitologica", ove "amore" si presenta "al tribunale della pudicizia", F., nel dicembre, è ospite, a Ferrara, dal cognato Ercole. Portatosi a Milano, di qui raggiunge il 5 genn. 1475 Venezia: "è giunto qua ricevuto in bucintoro" annota Malipiero. Splendida l'ospitalità, per sei giorni, a lui e alla sua "corte" di 400 "boche" della Serenissima, ma accompagnata da una riacutizzata diffidenza pel tramare di Ferrante. Ritornato il 27 a Milano, da qui parte il 1º febbraio, all'indomani della lega, del 30 gennaio, tra Galeazzo Maria Sforza e Carlo il Temerario. Fautrice dell'alleanza Iolanda di Savoia che accoglie, ai primi di febbraio, F. a Torino. Ed egli, coinvolto in una temperie bellica, varca le Alpi con un contingente d'"homini d'arme" ed una "brigata de balestrieri et provisionati", così segnalando la determinazione a concorrere alle imprese del duca di Borgogna. Giunto, a fine febbraio, a Besançon, non è che Carlo, impegnato nell'assedio di Neuss, mostri gran fretta di vederlo.

Messo in forse, a mano a mano F. s'avvicina alla meta, il vero scopo - quello matrimoniale - del suo viaggio. Il giovane "è giunto in Borgogna", informa il 18 marzo l'inviato sforzesco. Ma è ben a questo che il signore d'Humbecourt Guy de Brimeu manifesta il suo stupore per la "voce", sparsa "per l'Italia", del "parentato" di F., quando, invece, il duca non ha ancora "deliberato ad chi maritare sua fiola". Tanti i "partiti" per lei prospettabili. E certo, tra questi, quello di F., che non dispone di "cosa alcuna", non spicca come il più appetibile. Tuttavia Carlo - che F. finalmente incontra a Pont-à-Mousson il 26 settembre - gli fa buona "cera" e se non altro apprezza la sua "compagnia" di 100 uomini ben equipaggiati, di cui il duca s'assume le spese. Ed è a capo di questa che F. partecipa all'assedio e alla conquista di Nancy. Un guaio, per lui, la scomparsa, del 22 novembre, del rappresentante aragonese, il vescovo di Capaccio Francesco Bertini: da un lato, sinché Ferrante non manderà il sucessore, gli tocca fare da "mezo ambassatore", dall'altro perde - come scrive al duca di Milano da Nancy, il 24, Giovanni Pietro Panigarola - "la guida et timone di le pratiche soe". È chiaro che queste falliscono se Carlo non gli concede la figlia in moglie. E ciò non senza discredito aragonese: è ben Giorgio di Baviera a scrivere, il 30, a Galeazzo Maria Sforza come "ly lengni", ossia il vagheggiato sposalizio, non prendano "fogo" e come, nel contempo, Federico III abbia fatto capire che, a maggior ragione, visto che "se tene de più del duca" di Borgogna, non darà sua "fiogla" a Federico. Questi, cosi sempre il 24 Panigarola, "ora sta qui", a Nancy "conie uno de li signori di la corte" borgognona, pranzando o cenando alla tavola del duca "una volta o doe la septimana". Ben più gratificante per lui figurare - come attesta una lettera del 19 dicembre di Panigarola - assiso "a la sinestra" di Carlo nella cerimonia in cui "li tre stati" di Lorena riconoscono questo come "signore" e gli prestano giuramento di fedeltà. E, il 3 marzo 1476, quando i fanti svizzeri colgono di sorpresa le truppe borgognone a Grandson, F. si batte con coraggio: "con almeto in testa", riferisce Panigarola, è "sempre" al fianco di Carlo "et con li soi" si butta nella mischia, ritirandosi solo quando la battaglia è definitivamente perduta. Ed è anche su F. che Carlo conta nella sua smania di rivalsa, ché, come scrive il 5 Panigarola, dà pure a lui "carico di reunire" i "soldati" dispersi, facendolo "suo locotenente sopra" di loro, a causa della cui disordinata fuga il duca ora "crepa di rabia". Un riconoscimento la luogotenenza per F., cui però segue la "malconteteza", allorché Carlo blocca la sua velleità di una iniziativa personale in Provenza. Sempre più a disagio F. in una permanenza lontana da Napoli senza alcun frutto. E sempre più, d'altronde, inviso egli al duca - il quale, a mano a mano sospettoso d'occulte intelligenze tra Ferrante e Luigi XI, certo non ignora le voci di "parentato" dapprima con "Savoya" (ma è "cossa vecchia", ammette con Panigarola, risalente a tre anni prima) e quindi con la "fiola goba dil re di Franza" circolanti su F. che, di per sé, s'è a lui presentato come aspirante genero -, se questi si lamenta di lui a tal punto con Panigarola da misconoscere persino le sue qualità militari. F. è. tra quelli con "carico", colui che più difetta per inerzia ed incompetenza. "Pare una femina dato a le delitie", esagera il duca. Con tutta probabilità il comportamento di F. - che da, almeno, aprile è intenzionato a "non star" al seguito di Carlo, che vuol proprio andarsene - è più che giustificato: capisce che il duca non è con lui sincero quando con "bone parole" cerca di trattenerlo non escludendo il "matrimonio" con "soa fiola". È proprio la diplomazia sforzesca a suggerire di dargli qualche "speranza" perché resti. E Carlo segue il suggerimento, anche se - come egli stesso ammette parlandone con Panigarola - "in lo intrinseco", senza "inclinatione alcuna". S'acconcia "solo ... per darli escha". Solo che, stanco di "bone parole", F., il 21 giugno, bruscamente si congeda, abbandona il campo. Ed è a Gex, in vista del lago di Ginevra, il 23, quivi apprendendo che, il giorno prima, il mancato suocero ha subito la dura sconfitta di Morat.

Una fortuna per F. l'essere partito la sera prima del disastro schivando così la disgrazia di Carlo, ma anche un fallimento il consuntivo di tanta lontananza: è stato rifiutato come genero; per di più, come scrive il 27 maggio da Losanna Panigarola, il duca "non à voluto tore l'ordine" dell'Armellino "mandato", appunto, tramite Federico. Deciso al rientro, F., il 25, è a Lione, quivi accolto con ogni onore - il che sembra doveroso: "a vederlo", ricorderà Cominynes, "pareva proprio figlio di re" e nell'"aspetto" e nelle "vesti" e pel "corteggio", ché, pur di farlo figurare, Ferrante non aveva badato a spese - da Luigi XI, il quale da un lato esulta per la sconfitta del rivale, dall'altro è sdegnato per la cattura, da questo operata lo stesso giorno, della sorella Jolanda di Savoia. Lusingato dalle cortesie del re, F. per un po' si trattiene presso di lui; dopo di che, munito d'un suo salvacondotto, si porta a Nizza, imbarcandosi alla volta di Porto Pisano. Qui l'attende Lorenzo il Magnifico, col quale ha modo di conversare di "quelli che nella toscana lingua poeticamente avessino scritto". Ed è in quest'occasione che il giovane manifesta il "laudabile desiderio" d'una silloge che "in un medesimo volume" raccolga i testi più significativi attestanti il primato della poesia toscana. Un'"onestissima volontà", questa espressa da F. nell'incontro pisano dei primi di settembre del 1476, cui Lorenzo prontamente corrisponde: infatti l'anno dopo gli farà avere il voluminoso manoscritto del Libro di Ragona, o Raccolta aragonese, ove la ponderata antologizzazione è riflessione critica sulla poesia in volgare e sulla propria stessa esperienza poetica, ché "nello estremo del libro" lo stesso Lorenzo figura con "alcuni" suoi "sonetti e canzone". E se Pisistrato è il benemerito promotore della raccolta delle disiecta membra omeriche, anche F. - esagera il Magnifico, ma elogiando così F. in realtà celebra se stesso - è un po' il Pisistrato della poesia toscana. Ma gli affabili e dotti conversari pisani non possono prolungarsi più che tanto. Il Magnifico non può scordarsi del governo e F. è stato troppo assente da Napoli. Sicché quest'ultimo, dopo un rapido soggiorno a Siena - vi giunge la sera del 13 e riparte il 17 -, rientra festeggiatissimo nella capitale il 21 ottobre con le 400 persone del seguito e 70 muli incurvati sotto il peso delle "robbe" da lui "guadagnate nelle guerre di Borgogna".

Protagonista in questa festa pel suo rientro, F., nel 1477, è, quanto meno, comprimario allorché si celebra o si festeggia: il 14 settembre, quando il padre si risposa con Giovanna d'Aragona, tiene, coi fratelli, "il pallio"; il 21 partecipa alla giostra in piazza della Sellaria; e l'8 ottobre, nella stessa sede, è tra quanti, "vestiti" da "animali", giostrano a mo'di "fere selvatiche". Non desiste, nel frattempo, Ferrante di preoccuparsi del matrimonio del figlio. Ed eccolo ricorrere ai buoni uffici del genero Mattia Corvino per proporre il matrimonio di F. con Cunegonda, la figlia di Federico III, dotata coll'investitura del Ducato di Milano, di cui F. - nel contrasto irrisolto tra Bona di Savoia, la vedova dell'assassinato Galeazzo Maria, e i cognati - sarebbe divenuto vicario. Ma non è che l'almanaccare troppo ambizioso di Ferrante sia rilanciato dall'imperatore. Ipotesi più praticabile, invece, quella, avanzata da Luigi XI ancora nell'estate del 1476, delle nozze di F. con Anna, figlia di Jolanda di Savoia e nipote, quindi, del re di Francia. Esitante, a tutta prima, Ferrante timoroso si voglia così, con l'accasamento, alienarlo dagli Aragona di Spagna.

Di fatto, nel 1478, in merito al matrimonio di F. - che è presente, alla fine di luglio, a capo d'un contingente di cavalieri nel campo antimediceo -, gli inviati aragonesi trattano sin contemporaneamente e colla Francia e coll'Impero. È, comunque, con la prima che la negoziazione giunge a conclusione colla firma del 1º settembre presso Chartres del contratto di matrimonio di F. con Anna di Savoia. E la "nova" della stipulata "parentela" giunge a F. mentre partecipa all'assedio di Chianciano. Istruito da un memoriale - ove gli si raccomanda d'ingraziarsi col largheggiare in doni il re; non sia, insomma, sparagnino, ché "chi non dà quel che gli duole" perdere, "non acquista quel che vuole" - per lui compilato da Diomede Carafa, il 17 (o, al più tardi, il 22) febbr. 1479 s'imbarca al molo grande in una delle due galee concessegli da Ferrante. Marito della nipote del re di Francia, dalla quale ha una figlia, Carlotta, rimane ben presto vedovo. Sicché, affidata la figlia alle cure della corte, preferisce tornare a Napoli, ove sbarca il 22 maggio 1482. Non particolarmente lungo il soggiorno presso Luigi XI e breve il suo matrimonio con la nipote di questo, epperò tali da segnarlo nello stile di vita - suo ospite, nel 1488, a Napoli il card. Pierre de Foix riscontra che, in quella che può dirsi la sua corte personale, "la maggior parte delle persone" proviene dai "paesi oltremontani" e si parla il francese - e da improntarne (così, almeno, una, sino ad un certo punto fondata, opinione diffusa tra i contemporanei) gli stessi orientamenti politici. A torto o a ragione, insomma, F. passa per filofrancese; e ciò non senza che nascano, nei suoi confronti, diffidenze o, di contro, simpatie. Luogotenente generale, principe di Squillace e Villafranca, conte di Nicastro e Belcastro, all'incarico di scortare, nel febbraio del 1483, dalla Calabria a Napoli e, di qui, sino al castello reale di Plessis, vicino a Tours, dove l'attende Luigi XI, Francesco di Paola, già famoso pei suoi prodigi, segue il compito, ben più rilevante, della vigilanza a capo della flotta, di contro a Venezia specie lungo la costa pugliese. Scomunicata la Serenissima da Sisto IV, F., che è a Brindisi con 25 galee, ne approfitta per sequestrare i legni veneti, non senza che la Repubblica reagisca, ché, il 16 giugno, per ritorsione decreta analogo provvedimento nei confronti dei Regnicoli. È F. che, al comando dell'armata napoletana unita a quella pontificia, azzarda la penetrazione nell'Adriatico, assalta Lissa, aggredisce Curzola, ostacola il commercio veneto, sino all'ottobre, quando cade ammalato. Conquistata, il 19 maggio 1484, da Venezia Gallipoli, è ancora F. che salpa, l'11 giugno, da Napoli a capo d'una flotta di 22 navi e 30 galee colla quale, affacciatosi sulla baia di Valona, poi, staziona nell'agosto, tra Corfù, Vieste e Manfredonia per, infine, ricondurla, il 10 ottobre, nella capitale. Cessate, con la pace di Bagnolo del 7 agosto, le ostilità veneto-aragonesi, occorre far sentire, in una Puglia ancora spaventata dalla Serenissima, il polso dell'autorità regia. Donde l'insediarsi di F. - che, il 3 novembre, ha partecipato alla gran cavalcata per il rientro del fratello Alfonso -, il 21 genn. 1485, a Lecce e di qui - dopo aver fatto squartare i responsabili principali - degradare Nardò, datasi senza combattere a Venezia, il 16 marzo, da città con mura a "casale aperto" in tutto dipendente dalla "fedelissima" Lecce contrapposta all'"improba civitas Neritani" a mo' d'esempio di costanza e lealtà. E, a ribadire l'umiliazione del centro reo di non aver resistito, il 20 luglio F., dal castello di Bari, intima che ogni anno, il 25 luglio, giorno di festa e di fiera, una delegazione di giovani si porti "con la regia bandera" a Lecce a farvi atto di sottomissione.

Facile fare la voce grossa con l'avvilita Nardò. Non altrettanto agevole, però, domare la persistente riottosità baronale, di nuovo esplodente in aperta ribellione. E quella "maiestà del signore re" che F. cita per avvilire vieppiù l'"università di Nardò" sembra, invece, coi baroni, vacillare se questi, il 10 settembre, a Miglionico dettano condizioni a Ferrante. E tra queste v'è la ricostituzione del "principato di Taranto" - già smantellato da Ferrante - per darlo a F., che, così nominato titolare del più grosso feudo del Regno, viene fatto "eguale", come intuisce prontamente Ludovico Sforza, al duca di Calabria, il primogenito destinato a succedere a Ferrante. A F., così lo Sforza, per la "minore età" di per sé "non spetta la corona"; ma, poiché "innatuni est unicuique di desiderare inter suos il primo loco", ciò vale anche per lui, per quanto condizionato dal "sangue" e dalla "fraterna carità". Evidente la manovra del grande baronaggio che vuole evitare la successione d'Alfonso il quale va minacciando, truculento, stermini. Meglio puntare -come spiega il 23 novembre l'inviato mediceo - a che F. accetti, "cum dispensatione del papa" che allora sta appoggiando i baroni, "d'essere primogenito et succedere al padre". Comunque sia è F. - ritenuto moderato, conciliante e supposto più cedevole del padre e, soprattutto, del fratello - che i baroni vogliono come interlocutore. Ed è con lui, non con altri, che, riuniti a Salerno, esigono di trattare. E, non appena questi, coll'assenso paterno, arriva, esplicitamente gli offrono la corona. Netto il rifiuto di F. e infiorettato, stando a Porzio, lo storico cinquecentesco della congiura, dalla saggia considerazione che egli, auspicato dai baroni al trono per la sua "piacevole natura et umana", avrebbe dovuto, una volta re, deporre i propri antecedenti "costumi" ed assumere, in ogni caso, i tratti d'"odioso padrone". Il re a pieno titolo impone il proprio comando, "temuto" ed "odiato" ad un tempo. Errato dunque il calcolo baronale. Se re, F. non sarebbe più stato amabile. Perciò rifiuta. "Ricusò corona", ricorderà verseggiando De Jennaro (De Gennaro) anche se a lungo circola, specie a Firenze, la voce d'una sua adesione alla ribellione, anche se il fratello maggiore continuerà a sospettarlo di manovrare a suo danno. Il duca di Calabria - così, da Casale, il 3 nov. 1486, ai Dieci di balia Pier Capponi - "mi afferma" che F. "vadi a buon giuocho". Falsa, ad ogni modo, la maldicenza fiorentina e ingiustificato il sospetto del fratello Alfonso. Nessun sottinteso con spiraglio per ulteriori trame sotterranee nell'immediato e trasparente diniego di Federico. Tant'è che, delusi e sdegnati, i baroni replicano, il 19 novembre, innalzando le insegne di Innocenzo VIII - allora in rotta con Ferrante - e imprigionando in "una torre" presso il mare Federico. Per sua fortuna Mariotto Corso, "capitanio" del principe di Salerno Antonello Sanseverino, riesce a farlo fuggire - e il "milite" Mariotto Corso sarà perciò compensato col feudo di Galiano in terra d'Otranto - nottetempo e travestito da donna l'11 dicembre. Nascosto in una barca così F. può arrivare il 13 a Napoli, ancora scosso dal "maltractamento" subito, "sbatuto dal mar et cuni barba lunga", come s'affrettano a precisare il 14 gli inviati estensi. Ed è "molto ... inanimato", precisano gli stessi, "contra" i ribelli. Purtroppo - così ancora, il 1º genn. 1486, gli oratori di Ferrara -, anziché precipitarsi a combatterli, deve trascorrere un periodo di forzato riposo a Pozzuoli "per restaurarse alquanto del male, del quale è restato molto fiaccho debile et tristo". Malconcio, insomma, fisicamente F. e, pure, depresso. Ristabilitosi di salute, F. assume il comando delle operazioni in Calabria. A fine marzo riprende Strongoli e Castrovillari. Quindi, radunati "tutti i baroni amici" non aderenti alla rivolta, assedia in maggio il conte di Mileto Carlo Sanseverino, mirando soprattutto alla "disfattione" del fratello di questo, il principe di Bisignano Girolamo che vanamente - dopo aver restituito a F. i cavalli sequestratigli a Salerno - sta cercando d'ingraziarselo tentando (come informa, il 16, Ferrante il segretario del suo primogenito Luise di Casalnuovo) d'avviare "practica d'accordo". Profferte che F. lascia cadere; evidente però, come il baronaggio rivoltoso s'ostini a rivolgersi a lui come ad un interlocutore possibile; e se Ferrante non dubita della sua lealtà, non altrettanto può dirsi del fratello maggiore Alfonso. Un duro colpo per la ribellione la sconfitta di Girolamo Sanseverino, a fine giugno, a Montalto. F. - così esultante, il 15 luglio, Ferrante a Giuliano di Buccino - ha stravinto infliggendo una "rotta alle genti del principe de Bisignano", nella quale queste sono rimaste "rotte et fracassate". Pochissimi i fuggitivi; quasi tutti catturati o ammazzati i nemici. Portatosi in Puglia, dapprima a Taranto, quindi in Capitanata - e tra le operazioni guidate da F. c'è l'occupazione della contea di Borrello -, F., a fine anno, è a Napoli.

Momentaneamente piegata la sovversione baronale, il riaccasamento di F. diventa una pressante cura di Ferrante, che dapprima, sul finire del 1486, tenta, senza esito, di sposarlo con Anna, la figlia del duca di Bretagna Francesco II, la cui dote avrebbe collocato F. prestigiosamente all'estero. Meglio, allora, puntare su di una soluzione a portata di mano e che non coinvolga le diplomazie in quanto faccenda interna e rafforzante, all'interno, la tenuta della dinastia aragonese. Donde, il 18 nov. 1487, il secondo matrimonio di F. con Isabella Del Balzo, la figlia di Pirro, un barone ribelle incarcerato ancora il 4 luglio e in carcere fatto morire, già fidanzata a Francesco, il fratello minore di F. morto il 26 ott. 1486. Nozze feconde queste di F. - la moglie darà alla luce tre maschi (Ferdinando o Ferrante, Alfonso e Cesare, nati rispettivamente nel 1488, 1499, 1501) e due femmine (Isabella e Giulia) -, e vantaggiose pel subentrare di F. nei feudi di Pirro. Sicché è ora egli il principe d'Altamura e non più - con evidente sollievo del duca di Calabria Alfonso - principe di Taranto, come avevano imposto i baroni. E, quasi a compensarlo dell'evidente diminuzione - è Ferrante stesso a dichiarare, il 1º nov. 1489, che quel titolo sostituisce l'antecedente, cui F. ha, appunto rinunciato -, F. è pure signore di Lavello, duca di Andria (di F., per questa, i Capitula matrimonialia che costituiscono un'interpretazione normativa in merito ai dubbi e alle controversie addebitabili alle consuetudini), conte d'Acerra, Copertino e Montescaglioso, mentre il principato di Taranto torna nelle mani di Ferrante. Ma di ciò F. non ha di che recriminare dal momento che Ferrante, fatto imprigionare, ancora il 13 ag. 1486, Francesco Coppola e rimosso Antonello Sanseverino, lo designa, al posto di questo, prefetto e grande ammiraglio, collocandolo così tra i sette grandi ufficiali del Regno, di cui F. è altresì luogotenente generale, collaterale e consigliere. Stando ai capitoli dell'investitura, dell'8 luglio 1487, dall'ammiragliato di F. dipende la marineria del Regno. Collo stipendio annuo di 2190 ducati, gli compete la sovraintendenza sulla costruzione di navi e sulla manutenzione della flotta. Sta a lui, inoltre. permettere, previa cauzione fideiussoria, l'esercizio della pirateria. E, allorché si temono mosse turche. è F. che si porta, nel luglio del 1492, con una flotta di 20 navi e 22 galee, alla volta del canale d'Otranto. Rientrato a fine settembre, il 27 novembre, con fastosissimo corteo, parte per Roma per l'atto d'obbedienza al nuovo pontefice Alessandro VI. Ma, al di là di questo, F. deve, stando a reiterate raccomandazioni paterne del dicembre, adoperarsi "in beneficio" della sorella Beatrice per contrastare le pressioni esercitate dal suo secondo marito Ladislao di Boemia per ottenere l'annullamento del matrimonio. E F. dovrebbe pure - come l'esorta il 27 dicembre Ferrante - rammentare al papa che quello del vicario di Cristo è un ministero di pace. Accolto, il 10 genn. 1493, con esibito fasto dal card. Giuliano Della Rovere a Ostia - ove il futuro Giulio II s'è rinchiuso perché in urto con Alessandro VI -, F. è di nuovo a Napoli. Qui, nel giugno, s'ostenta - non senza timore di Genova, perciò subito assicurata non essere intento di F. far "qualche strepito da quelle bande" - l'allestimento d'un corpo di galee capeggiato da F. per intimidire Virginio Orsini, alla cui "obstinatione" Ferrante vuol dare "assecto". Più opportuno comunque, ai fini dell'"accordo" tra quello e Alessandro VI, sia F. stesso, bruscamente esortato dal padre ad affrettarsi, a "conferire" di persona "col pontefice", anche se questi sospetta si voglia, di fatto, "unire ... Ursini e ... Colonna" a suo danno. Abilmente F. riesce a far deporre al papa l'iniziale diffidenza, sicché, finalmente, il 12 agosto, la questione d'Anguillara e Cerveteri s'appiana. Del pari condotte da F. - in un primo tempo aspramente rimproverato da Ferrante come troppo cedevole "circa li commodi et cose nostre" nei confronti d'un interlocutore deciso ad "avanzare nel facto suo" - le trattative pel matrimonio tra Goffredo Borgia e Sancia d'Aragona, figlia naturale d'Alfonso, esitanti, sempre in agosto, in un "accordo" che risulta soddisfacente anche per Ferrante.

Forse è a questo punto - quand'è reduce dalla missione romana gratificato dagli elogi del padre pei risultati ottenuti (e va da sé che, essendo Ferrante in difficoltà, sta già facendo buon viso a cattiva sorte) - che il profilo di F., non ancora travolto da una congiuntura crudele con lui e la sua casa, si configura con una sua compiutezza che vien da dire armoniosa. Gli si riconoscono competenza marinara, capacità diplomatiche, lealtà di comportamento. Attorniato da Pietro Jacopo De Jennaro, Gilberto Grineo, Paolo Paladini, Giano Parrasio, Galateo, divertito dalle frottole e gliommeri di Francesco Galeota, estimatore della produzione di Sannazaro, a lui devotissimo, la cui farsa Il trionfo della fama viene recitata in casa sua il 6 marzo 1492, passa - essendo per tal verso sin contrapposto al fratello Alfonso - per il principe dotto, il principe letterato, il principe di poesia intendente. .

Ê suo segretario Giuliano Perleoni, ossia Rustico Romano, che nel 1492 gli dedica l'edizione del suo Compendio di sonecti et rime: frutto addirittura della -sollecitante "persuasione" di F. il canzoniere, a detta di questo. Cantato dal più illustre letterato della Napoli del tempo, Giovanni Pontano, e "ad balneas" recantesi e "in balneis", F. di ciò si compiace. Ma non si limita ad essere il principe lusingato dai versi. La sua propensione per le lettere è autentica. E all'indubbio interesse s'accompagna una sincera riverenza per il grande letterato. Sintomatico che, capitato casualmente Pontano nella tenda dov'è riunito coi suoi capitani, egli li zittisca esclamando: "adest magister!". Non per questo F. va effigiato a mo' di "novello Roberto", che, "in scienza senza paro", sarebbe, invece, militarmente sprovveduto. Da un lato la sua cultura non è eccezionale, dall'altro non è privo d'esperienze militari. Ininfluente, comunque, sulla direzione precipite degli eventi il suo individuale peso specifico. È la dinastia che si sta appalesando fragile, è il Regno che sta vacillando laddove, con la calata ormai imminente di Carlo VIII, non si darà sistemazione concernente la penisola che non sia decisa da rapporti di forza ormai extraitaliani, ormai europei.

Presente in varie cerimonie e manifestazioni pubbliche - i funerali di Ferrante, morto il 25 genn. 1494, del 31 gennaio; l'accoglienza, del 10 maggio, del figlio del papa Goffredo Borgia, quella del 2 del fratello di questo Giovanni; l'inconorazione dell'8 del fratello Alfonso cui F. partecipa, mantenendo il lutto per la scomparsa del padre, vestito di velluto nero; la cavalcata per la città di Virginio Orsini, designato il 15 gran conestabile del Regno -, F., il 22 giugno, salpa da Napoli a capo d'una numerosa flotta, la quale, successivamente rafforzata, toccherà le 96 unità, tra cui 35 galee, imbarcando, con artiglierie e "vittuarie", circa 4800 "fanti". Evidentemente dimentico delle raccomandazioni paterne d'attendere bene armato "il nimico dentro il regno" il nuovo re, come spedisce il primogenito Ferrandino in Romagna, così manda "fuora" l'armata marittima sotto il comando di F., il quale, accompagnato dal card. Paolo Fregoso e da Obbietto Fieschi dovrebbe puntare su Genova suscitandovi il rovesciamento del governo filofrancese degli Adorno e scoraggiando, comunque, iniziative francesi per mare. Di fatto F., raggiunta il 5 luglio Livorno, ne riparte il 16 limitandosi, il 17, ad un tentativo d'occupazione di Portovenere, nella fiducia d'un fattivo appoggio a terra dei partigiani di Fieschi. Ma dopo tre ore di battaglia è costretto a ritirarsi a Livorno dove - salvo movimenti di poco conto "hora a Pisa hora altrove" d'un inutile andar "innanzi e indrio" come rimarca Sanuto - staziona inerte, mentre sulle truppe infierisce l'epidemia e dilaga la voglia di disertare. Fallito, all'inizio di settembre, pure lo sbarco a Rapallo d'un contingente guidato da Fieschi, non è che alla comparsa della flotta francese segua un qualche accenno di scontro navale, nemmeno quando, a fine ottobre, all'altezza di Nettuno, le due armate si trovano l'una a vista dell'altra. "Non si volseno" attaccare, racconta Sanuto, ognuna "dubitando" della propria forza. Ma proprio perché non contrastata l'armata francese può sbarcare truppe tra Civitavecchia ed Ostia e poi suddividersi, parte rimanendo all'Argentario, parte risalendo il Tevere, parte ancorando nei pressi di Nettuno. Modesto successo di F. la cattura, a metà novembre, presso Gaeta, d'un paio di galee il grosso del cui equipaggio riesce a fuggire a nuoto. E quando, a fine anno, F. s'incontra a Terracina col nipote Ferrandino, egli ha già, come sottolinea Sanuto, "disarmata l'armata".

Presente, il 23 genn. 1495, nella grandiosa cavalcata del nuovo re Ferdinando II o Ferrandino, tale dopo l'abdicazione d'Alfonso, recatosi quello "al campo", F. detiene il "governo" di Napoli. Ed è invaso dalla sfiducia, se, all'inizio di febbraio, confidandosi coll'ambasciatore veneto Paolo Trevisan, ammette non esservi "rimedio più a caxa d'Aragona", sola di contro all'inarrestato "prosperar" della "potentia di Franza" e in più vilmente osteggiata da "italiani" a lei più ostili degli stessi "franzesi". Uno sconforto che diventa disperazione quando - entrato Carlo VIII, il 22, a Napoli avendo, il 7 marzo, ragione dell'ultima sacca di resistenza a Castelnuovo - F., riparato nel frattempo a Ischia donde si fa vedere nel mare circostante con qualche galea, propone a Carlo VIII, col quale, munito di salvacondotto, s'incontra un paio di volte, la cessione del grosso del Regno, purché resti al nipote Napoli col titolo regio. Ma quello - di fronte al quale F. si prosterna per, stando a Sanuto, "basar li piedi"; ma Carlo VIII non pretende tanto; e, allora, F. "li basò le mani" - rifiuta, disposto al più a concedere una sistemazione non indecorosa in Francia. Troppo precipitoso, comunque, Carlo VIII nell'intitolarsi "Franciae Siciliae atque Ierusalem rex". Lungi dal diventare la base per una trionfale crociata, Napoli, col saldarsi contro di lui della Lega italica, rischia di trasformarsi in tragica trappola. Sicché ingloriosamente l'abbandona il 20 maggio, mentre gli Aragona cominciano a risollevarsi. Attivo F. nella restaurazione; ripresa Reggio, di qui passa, in luglio, in Puglia, nel cui progressivo recupero condizionante è -l'appoggio veneziano, costantemente "richiesto cum grandissima instantia" da F., come sottolinea in una lettera del 14 agosto all'inviato veneto a Roma Girolamo Zorzi, il capitano generale da Mar Antonio Grimani. A Napoli attorno al 23 ottobre mentre in Puglia resta ancora da riprendere Taranto, F., tra il 13 e il 27 novembre, dirige l'assedio di Castel Nuovo - un'operazione non gran che ardua se, a detta d'un cronista, F., col re e i cortigiani, sta a "bedere" - e, l'8 dicembre, arresisi i difensori, ne "prende possessyone in grande allegrezza" facendo innalzare "la banvera" regia.

Uscito, il 13 genn. 1496, da Napoli con 35 navi e 6 galee per intercettare i soccorsi nemici via mare a Gaeta, F., dopo aver schivato in febbraio un tranello dei "gintili homini" di Sessa a suo danno, procede, in marzo, contro Pietramelara datasi ai Francesi conquistandola e mettendola a sacco. Tra i 6 reggitori d'asta, il 17 giugno, nella processione della Pentecoste, F. è all'assedio di Gaeta, quando il re, stroncato da una fulminea malattia, muore il 7 ott. 1496. Subito precipitatosi con 22 galee di fronte al molo grande della capitale, i baroni lo fanno cavalcare per questa inneggiando a lui quale re. Così succede al nipote e per il deciso intervento della nobiltà e per l'esplicita esclusione, nel testamento del 27 genn. 1495 d'Alfonso, d'ogni possibilità di successione per Isabella Sforza, la duchessa di Milano sorella del re defunto e figlia d'Alfonso. Celebrate il 18 le esequie del nipote, ricevuto, il 23, il ligio omaggio della capitale, il 27 F. torna all'assedio di Gaeta che s'arrende il 29 novembre. Procede, quindi, contro i baroni ribelli, recuperando, all'inizio del 1497, Sora e il territorio circostante. Ed è da poco rientrato, il 30 gennaio, nella capitale quando l'accorta pazienza colla quale ha seguito la vicenda di Taranto - questa, donde F., ancora nell'agosto-ottobre del 1495, non era riuscito a snidare i Francesi aveva innalzato, il 9 ott. 1496, le insegne di S. Marco - viene premiata: è la Repubblica stessa a declinare l'offerta della città, sicché a questa non resta che il reintegro, del 4 febbraio, nel Regno aragonese. E poiché Carlo di Sangro è rimasto sordo all'appello conciliante, del 13 ott. 1496, di F., in aprile questi colle armi lo costringe a rinunciare alle sue terre e ad allontanarsi dal Regno. Assenti altresì, il 10 agosto, all'incoronazione (alla quale, peraltro, non assistono nemmeno le due Giovanne, ossia la vedova di Ferrante e la figlia di questa vedova di Ferrandino), per mano del legato papale, l'allora ancora cardinale Cesare Borgia, a Capua - non a Napoli per sospetto d'epidemia -, il principe di Salerno Antonello Sanseverino e il cognato di questo, il conte di Conza Luise Gesualdo, entrambi ostinati nella ribellione. Agevoli, in ottobre, la confisca dei feudi del secondo e il suo simultaneo allontanamento. Più arduo sottoporre il primo allo stesso trattamento. Occorre F. gli muova una vera e propria guerra: sceso in campo con gran spiegamento di forze occupa, il 16 ottobre, Salerno, saccheggia Sala e, per 45 giorni, assedia Diano dove Sanseverino s'è asserragliato. Finalmente, il 15 dicembre, s'arrende e cedute le sue terre ripara all'estero. E F. - nel frattempo ammalatosi per le fatiche del campeggiare nell'inclemenza della pioggia - solo il 13 febbr. 1498 può fare il suo ingresso nella capitale, dove sono quasi ultimati - a Castel Nuovo, nell'area occupata dalle logge della torre di mare - i lavori, diretti dall'architetto catalano Pietro Marza, delle "stanze nove" destinate a costituire il suo appartamento, ad arredare il quale s'adoperano pittori, decoratori, scultori in legno.

Certo che al F. impegnato a combattere come pure a quello preoccupato di fortificare la capitale - donde il proseguimento ad occidente della murazione e l'avvio, a Castel Nuovo, delle fondazioni verso S. Nicola - non s'adatta più che tanto la definizione di Machiavelli di "uomo pacifico" preposto a "regno diruto e guasto". Un minimo di sforzo il "buon" (così, riduttivo, Giovio) F. per rabberciare, tamponare, ricucire lo fa. Né la generosità con Sannazaro, cui concede una pensione e dona una villa, l'inclusione di qualche letterato o trascrittore di manoscritti nella lista dei percettori di "rationi" e "vestire" dalla corte, le insistenze per un arcidiaconato ad un qualche dotto sono iniziative di tal portata per trasformarlo in una sorta di irresponsabile ma anche grandioso Mecenate promuovente sull'orlo dell'abisso arti e lettere. In altre parole a F. va dato atto d'un minimo d'energia. E, se questa è sin pateticamente perdente come quella d'un naufrago annaspante prima d'essere definitivamente inghiottito dalle acque, va pur detto che il naufragio si colloca in una situazione di gran lunga peggiorata rispetto a quella antecedente, quando Pontano ammoniva suo padre che non bisogna assolutamente esser "pecora", altrimenti i "porci diventeranno lupi". Ora i "lupi" abbondano e dentro il Regno e fuori. Destinato alla sconfitta F., come chiunque altro al suo posto. Non per niente, il 25 ag. 1501, i Francesi s'impadroniscono tranquillamente di Castel Nuovo che F. avrebbe voluto imprendibile. Ma è anche vero che l'occupante mons. Robert Stuart d'Aubigny avrebbe voluto proseguire i lavori di trasformazione di Castel Nuovo avviati da F. in base al progetto d'Antonio Marchesi che risente dei principî affermati da Francesco di Giorgio Martini. "El disegno de re Federico" - sotto il quale si costruisce una cortina esterna alla cittadella - una volta "fenito, serra un castello fortissimo", scrive, il 25 maggio 1502, Giulio Cesare Cantelmo a Ercole I d'Este. Valido, allora, l'avvio dei lavori deciso da F., meritevole, per tal verso, d'un riconoscimento. E un accenno di "disegno" da parte sua balugina anche nei confronti del Regno tutto. Il fatto sia prossima la fine di questo non deve indurre a timbrare F. solamente col marchio della catastrofe finale. Egli va anche valutato quando - ancora illuso il Regno non frani - si sforza, reduce dalle operazioni militari, d'orientarlo perché, appunto, tenga. E ciò non senza criterio, e ciò non senza un certo qualche sentore di progettualità. Se il Victoriae fructus promessi da una moneta - un doppio sestino equivalente a un denaro collo stemma coronato nel recto e due cornocupie illustrate, appunto, dal motto nel verso - da lui coniata non sono che ottimismo di facciata a sottolineare come il suo regno (esaltato da un epigramma sannazariano come "aequum imperiuni", dal momento che F. "quod iubet ipse facit"), vinti i nemici, elargirà pace e benessere, meno genericamente ottativo e più impegnativamente programmatico suona il Recedant vetera d'un'altra moneta. Qui F. proclama la determinazione a rinunciare ad ogni memoria vendicativa, a sbarazzarsi degli odi antibaronali del fratello Alfonso, ad aprire il massimo credito con la massima confidenza alla grande feudalità. Un'apertura subito rifiutata da un Sanseverino, peraltro da F. - per lo meno per questo non "pacifico" - punito, ma anche accolta da altri grandi baroni disposti, pel momento, a collaborare. Purtroppo la cricca baronale più vicina a F. si rivelerà ben presto infida e disposta al tradimento. E tra quanti tradiscono Traiano Caracciolo, da F. fatto principe di Melfi. Ciò non toglie che F. -osteggiato dalla regina Giovanna, la matrigna a lui avversa - debba l'ascesa al trono a chi, come appunto Caracciolo, subito lo proclama re. Ma la sua apertura di credito al baronaggio non è solo cedevole gratitudine di chi, debole, a quello deve la corona. A un po' anche disegno strategico. L'impresa da F. fatta propria - un vecchio libro di conti dato alle fiamme, ad evidenziare un'inversione di tendenza: non più i laceranti conflitti del passato, ma la novità d'una concordia collaborativa e cooperante dimentica delle ferite pur recentissime - è un appello ricostruttivo che vorrebbe mobilitare l'apporto fattivo della grande feudalità.

Di fatto così F. si mette nelle mani d'un manipolo intrigante e non suscita attorno a sé un moto di consenso su cui poggiare. D'altronde, e per concezione e per temperamento, verso il "populo" - anche quando questo assuma la fisionomia borghese propria dello strato abbiente della popolazione della capitale - certo F. non intende muoversi. Semmai si chiude, semmai revoca antecedenti spazi da quello acquisiti. Netto, con F., l'arretramento della presenza istituzionalizzata del popolo. Nessun favore, da parte sua, per l'elemento borghese di questo. E inequivoca la Regia declaratio desententi a super differenciis nobilium et popularium ... Neapolis del 12 luglio 1498: "in primis", esordisce F., "declaramus ... nobiles debere continuare quinque electos ... et cives seupopulares ... habeant unum". Una chiusura confermata dalla sentenza di F. del 18 giugno 1499, che assegna ai nobili il diritto di portare, nella festa del Corpus Domini, cinque mazze del palio anziché una sola, come prima sicostumava - la declaratio, preceduta, in compenso, dall'indubbia apertura - con questa F. si colloca decisamente più avanti degli umori antisemiti circolanti nel Regno e presenti pure nel "populo" della capitale - manifestata il 12 giugno dalla pubblicazione dei Capituli supplicatione et gratie quale se domandano ala maiestà del ... re ... per li iudei del regno et per li cristiani novelli baptizati dala venuta deli francesi in qua approvati o incondizionatamente o condizionatamente da Federico. Sia pure non gratuitamente - c'è ben correlazione tra l'approvazione di F. e la cessione, da partedegli ebrei, a suo favore della metà dei loro crediti - egli riconosce, non senza coraggio dati i tempi, il ruolo positivo della presenza ebraica e fornisce a questa una cornice di garanzia incentivante. Ossia: libertà di circolazione e residenza, confermata esenzione dalla gabella di passo; un permesso di soggiorno protetto per 25 anni, con disdetta, se revocato, di due anni e possibilità di vendita dei beni in caso d'espatrio; libertà di culto; ripristino delle sinagoghe occupate; indipendenza dei medici ebrei dal protomedico; protezione nei confronti degli arbitri e delle vessazioni delle autorità; esenzione, pei commercianti, dal segno distintivo; procedibilità non "per via d'inquisizione", ma "d'accusacione" e obligo per l'accusatore - suscettibile, se smentito, di condanna con dovere di risarcimento - di "pregiaria" oltre che di accusa fondata, "per idonei testimoni". "Placet regie maiestati": questa la sottoscrizione per ognuno dei 46 "capitoli" relativi agli ebrei del Regno il cui corpus è ben segno di lungimiranza mentre in Spagna si scatena la persecuzione; e non manca, nel cafttempo, di coerenza, l'imposizioneal popolo napoletano della nomina regia deisuoi capitani, ché F. - oltre a pagare anchecosì il debito di riconoscenza alla nobiltà cheha favorito la sua ascesa al trono - per scelta deliberata, per attitudine congenita ritiene opportuno ridimensionare e restringere ogni parvenza d'iniziativa popolare. Si esplica comunque così il "voler prudente e saggio" attribuitogli da Cariteo.Esiliato il principe di Salerno, scomparso, il 4 apr. 1498, Carlo VIII, sembra F. possa regnare "più quietamente" sul "suo". Ma ancora, nell'ottobre 1496, Ferdinando il Cattolico ha fatto presente a Venezia - così rimproverandola perché s'è congratulata con F. - che "quel regno" gli "spetta". E manifeste sullo stesso pure le brame di Luigi XII, certo non trattenuto dalla memoria dell'amicizia stretta con F. quand'era ancora duca d'Orléans. Fidente ingenuamente F. che, proprio perché rivali nelle ambizioni napoletane, la Spagna e la Francia finiscano coll'intercettarsi a vicenda e che la prima addirittura giunga a proteggerlo. Una diretta minaccia la Lega, del 25 marzo 1499, del papa - con lui furente pel rifiuto (il quale comporta, da parte di F., un certo qual coraggio, essendo la richiesta del papa appoggiata da Luigi XII) del 1498, alle nozze tra Carlotta (la cui dote doveva essere il principato di Taranto), figlia di prime nozze di F., con Cesare Borgia; e, in effetti, Carlotta, inorridita all'idea d'avere per "marito un prete figlio di prete", sposerà, nel 1500, il conte di Laval Guido di Montmorency - con Luigi XII (anch'egli, come già Carlo VIII, sbandierante, purché Napoli funga da base, propositi di crociata) e la Serenissima, che, forte dei porti pugliesi, può virtualmente procedere alla rapida occupazione di "tutto il regno". Deciso Alessandro VI a prestare "aiuto et favore" a Luigi XII per "recuperare il regno di Napoli". E vanificata l'illusione - manifestata da F., in una lettera del 12 settembre al fratello naturale Cesare d'Aragona - d'"asectare", nella "combustione" generale, "le cose nostre col papa e col re di Franza". Irriducibile avversario il primo scaglia, il 15 dicembre, contro di lui la scomunica, che viene furtivamente affissa alle porte dello stesso duomo di Napoli. In questa si stanno intanto scavando alacremente i "fossi", non senza che F. ne deduca "ardore" da parte della città tutta "per servizio e stato nostro". Anche altrove si avviano lavori di fortificazione, mentre, ordinando gran tagli di legname, F. intende dotare di nuove unità la flotta. L'atmosfera è di angosciosa attesa. E la corte s'incupisce all'arrivo della spodestata duchessa di Milano, la nipote di F. Isabella, del 7 marzo 1500 seguito, il 15 marzo dell'anno dopo, da quello di Beatrice, la ripudiata regina d'Ungheria sorella di Federico. Entrambe sventurate, ma ancor più sventurato F., dopo la stipula - a Granata l'11 nov. 1500 - del segretissimo, pel momento, accordo francoispano il quale prevede per Luigi XII il Regno di Napoli e per Ferdinando il Cattolico, che s'impegna a non ostacolare l'invasione e l'occupazione francesi, la Calabria e la Puglia. Ancora ignaro della portata della trama a suo danno, F. pensa di dover fronteggiare solo la Francia. E confida nell'imperatore Massimiliano, suo virtuale alleato; è il suo caso che, con tutta probabilità, avrà in mente Machiavelli quando, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, osserva che le "leghe" con "principi" distanti "arrecano più fama che aiuto a coloro che se ne fidano", come potrebbe sperimentare "quel principe che, confidatosi di Massimiliano, ... facesse qualche impresa". Inerte e passivo, di fatto, l'imperatore a scorno di F. che s'ostina a non prenderne atto se, anche il 22 maggio 1501, scrive che "quella maestà" imperiale "intende procedere con noi contro francesi". Al mancato appoggio cesareo s'aggiunge il fallimento della mobilitazione dei baroni che, stando all'ordine proclamato da F. ancora il 5 marzo, dovrebbero prepararsi ad uscire dai loro feudi con "genti" equipaggiate sì da costituire un esercito che, comandato da F., esca "in campagna". E, confortato, in un primo tempo, F. dallo zelo combattivo ostentato dai baroni, a cominciare da quelli che già meditano la diserzione e il tradimento. A loro, comunque, F. fa appello come a perno della resistenza quando, il 6 e 7 maggio, ordina si ritrovino coi loro contingenti armati il 15 giugno alla "selva" di Vairano per seguirlo "dove lo bisogno ricercarà".

Ma il 10 giugno, disperato, F. comunica piangendo all'ambasciatore veneto Giovanni Badoer la notizia - appena appresa - del trattato spartitorio di Granata. L'appuntamento a Vairano salta. Proprio il 15 giugno F. è a Castel Nuovo, nel suo appartamento, dove vende a Ferdinando d'Aragona, suo fratello naturale, la contea di Caiazzo confiscata a Giovan Francesco Sanseverino d'Aragona Visconti. Nel frattempo i Francesi sono già in Toscana. E F., il 17, pare intenzionato di portarsi, il giorno dopo, "alla selva di Vairano". In realtà non si muove. Comunque, il 18 fa un nuovo appello ai baroni ipotizzando addirittura una strategia che, sulla carta, sembra vincente: prima l'uscita "in campo" con "genti d'arme" e "fanti" sì da mostrare "lo viso generosamente" all'invasore; poi, qualora occorra ripiegare, l'arroccamento difensivo in una Napoli "fortificata" e provvista di "vettovaglia" - e a suo avviso "importa tanto al servicio et statu nostro" il riarmo della galea di Lipari - e "in altre terre importanti", ché, così baldanzoso F., "quando alla campagna si avesse a cedere, manteniremo le terre principali". E, infine, e qui l'ottimismo di F. galoppa sfrenato, la vittoriosa ripresa offensiva su d'un nemico logorato dagli inutili assedi. Nel giro di qualche giorno F. passa dal pianto disperato alla sicumera del condottiero certo di vincere. Da un lato s'illude che la notizia del trattato sia "falsa": quel "certo accordo" di "certa divisione" tra Luigi XII e "li catolici regali di Spagna" è talmente "contra di omne dovere", e talmente disdicente la "virtù e bontà" della Corona di Spagna a lui legata dal "sangue" e dall'"amore" con cui ha ricambiato la sua "filiale osservanza", è così eccessivo nella sua nequizia da non prenderlo alla lettera, da intenderlo come frutto d'immaginazione perversa. Ne deduce che la pattuizione in quei termini non può essere vera. Così F. il 18, quando l'effettivo contenuto del trattato - a questo "non presto fede" s'intestardisce a ripetere F. - non è più un segreto per nessuno. Dall'altro - pur già fulminato dalla bolla papale del 25 giugno che lo dichiara decaduto intitolando nel contempo Luigi XII re di Napoli e Ferdinando il Cattolico duca di Puglia e Calabria - s'aggrappa, il 27, alla voce sia "incominciata certa gelosia tra essi", i Francesi, "e lo papa", così rincuorandosi. E, minimizzando le notizie allarmanti, trasforma le chiacchiere in motivo di speranza. "Per esser" il nemico "poca gente, speramo riportare vittoria", vaneggia F. a fine mese. E presta sinanco ascolto a Consalvo di Cordova, che, di lui prendendosi gioco, gli fa intendere che quanto a Roma proclamato va ridimensionato. Sicché F. non dubita quando il suo primogenito, il tredicenne duca di Calabria, a sua volta ingannato, si dice pressoché certo che il "gran capitano" muoverà "in nostro favore". Ma ridicolizzata, nel frattempo, la minaccia agitata da F. d'uno sbarco in gran forze del Turco per una spedizione contro la stessa Roma, ché Bajazet II, che paventa Venezia e la Spagna, si guarda bene dall'ordinare il traghetto delle forze concentrate alla Valona. Non resta a F. - ostinato nell'autoilludersi sino al punto da far dire, tramite Giordano Orsini, il 23 giugno, ai Sulmonesi che egli è ben forte contro gli "inimici maxime per li presidii" che "lo Gran Turcho" gli farà avere al più presto - che confidare in Capua. Qui, l'11 luglio, "nobili e popolari ... fraternati et uniti" giurano di resistere sino alla morte. Ma caduta e orrendamente saccheggiata, il 24, questa, il 25 F. accondiscende ad una resa camuffata da tregua semestrale ad Aversa. Il 31 luglio 1501, a Napoli, davanti alla porta dell'arsenale, ringrazia i suoi fedeli e li scioglie dall'obbligo del giuramento. E, dopo aver scritta, il 1º agosto, una lettera a Baldassare Milano, suo consigliere e viceré in Capitanata, ove gli raccomanda il rispetto della tregua non senza speranza, però, per l'immediato futuro ("assetteremo le cose nostre di sorta che ne troveremo contenti"), s'imbarca, al molo grande, per Ischia che raggiunge attorno al 4.

Triste il soggiorno nell'isola durante il quale matura il proposito di F. di consegnarsi definitivamente al re di Francia: meglio costui che è stato palese nemico piuttosto del fraudolento re Cattolico. Accompagnato da Vito Pisanelli, Antonio Grisone, Giovanni Battista Spinelli e Sannazaro lascia allora, il 2 ottobre - ma non mancano fonti che anticipano la partenza al 6 settembre -, Ischia con una piccola flotta di 8 galee e 2 navi (altri parlano, invece, di 7 galee e 2 fuste) che, toccata Genova, giunge, attorno al 10, a Marsiglia. Praticamente prigioniero, a questo punto, F. di Luigi XII pel quale costituisce un virtuale argomento nel braccio di ferro con la Spagna nel Mezzogiorno d'Italia. E a ridosso dei movimenti e alle permanenze della corte di Francia la presenza di F., che, a Lione il 2 novembre e a Pontijon - qui, dove il re è a caccia, avviene l'incontro; e F. si presenta teatralmente vestito di nero con 200 cavalli e 80 gentiluomini, parte napoletani parte francesi, del pari vestiti a lutto - il 26, in dicembre è a Blois. Qui, il 12 (ma il relativo atto sarà perfezionato in seguito e sottoscritto nel maggio dell'anno dopo), il re, in cambio della rinuncia ai suoi diritti sul Regno di Napoli, gli assegna la contea del Maine con un vitalizio annuo che s'aggira, pare, Sui 20-30 mila ducati (a meno che non si tratti di lire come altri propendono a credere), peraltro non regolarmente versati e, comunque, non sufficienti a sostenere le spese affrontate da F., fl quale, qualche tempo dopo, risulta indebitato con Guglielmo Briçonnet, nonché costretto a vendere "joie", oggetti d'arte e pezzi della sua biblioteca, della quale l'arcivescovo di Rouen, il card. Giorgio d'Amboise, acquista un consistente gruppo di codici. Tra gli accompagnatori del re nel suo viaggio in Italia, F. è, quindi, del corteo che, partito da Blois il 27 maggio 1502, giunge a Milano - via Grenoble, Saluzzo, Asti, Vigevano - il 28 luglio per ripartirne l'8 agosto arrivando, per Binasco Pavia Genova e, poi, collo stesso itinerario dell'andata, a Lione ai primi di settembre. A Blois, il 28 genn. del 1503, F. - dopo aver giustificato in un colloquio col re la resistenza di Ischia -, finalmente, ai primi di marzo, s'insedia, con la sua minuscola corte, a Tours, nella contea assegnatagli. Portatosi, agli inizi di settembre a Mâcon, si offre al sovrano quale mediatore di tregua nel conflitto che lo contrappone, in Italia meridionale, alla Spagna. E il suo apporto non viene rifiutato se un suo inviato - Luca Rosso - partecipa alle trattative esitanti, appunto, nella tregua di Narbona dell'11 novembre. Trascorso l'inverno a Lione, a metà marzo del 1504 è a Blois, senza che il re gli presti particolare attenzione. Rientra, allora, a Tours donde un paio di volte, già malandato in salute - "cum poco de quartana", scrive al marchese di Mantova Iacopo d'Atri il 29 luglio -, si porta a Blois nella speranza, delusa, d'incontrarsi col sovrano. Ora che F. non serve come pedina, lo si considera un querulo fastidioso postulante. Donde il venir meno dei riguardi. E F. torna avvilito a Tours dove, in agosto, la sua salute peggiora e, il 15 settembre, scampa, portato a braccio perché infermo, alle fiamme che devastano la sua dimora. La "quartana, la quale in questo presente è mortale" - così il 13 novembre d'Atri a Francesco Gonzaga - lo strema. E muore, col conforto d'aver accanto Francesco di Paola nelle sue ultime ore, il 9 nov. 1504, a Montils du Plessis-les-Tours.

È scomparso - così d'Atri al suo signore - il "povero re" F., "cum displicentia de tuti li homini da ben". Una sorte compassionevole la sua che indurrà Camillo Tutini, un autore seicentesco, a definirlo il "più infelice principe e re che fosse mai stato al mondo". Un primato di sventura che s'intreccia colla singolarità - sulla quale gli eruditi napoletani indulgono a riflettere - d'un'esistenza lungo la quale F. rifiuta la corona offertagli nel 1485, è costretto ad assumerla nel 1496 quando meno se l'aspetta e la perde, nel 1501, quand'è deciso a conservarla. Una vita dissociata, allora, quella di F.: quanto desidera non coincide con quello che gli capita. E se la sorte, come insistono i memorialisti napoletani, su di lui s'accanisce sinché in vita, continua a perseguitarlo anche dopo la morte. Sepolto nella chiesa dei minimi di Plessis-les-Tours, nel 1562 la tomba - dove il corpo imbalsamato era stato deposto racchiuso in una triplice cassa con ricco corredo - viene violata, spogliata e le ossa di F. vengono disperse.

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