Fonti storiche

Dizionario di Storia (2010)

di Marilena Maniaci

fonti storiche

Tipologie e problemi di utilizzazione e conservazione

La storiografia attuale considera fonti o documenti storici tutte le tracce (umane e naturali) del passato che lo studioso è in grado di interrogare e interpretare criticamente. Questa definizione «dinamica» amplia il concetto di fonte ben al di là dell’ambito tradizionale delle testimonianze (scritte, monumentali, figurative, musicali) prodotte dai contemporanei con il proposito consapevole di trasmettere informazioni e giudizi sul proprio tempo; essa dà conto così della dilatazione degli interessi degli storici ad aspetti e dimensioni prima ignorati, nonché dei progressi tecnici ed epistemologici che hanno consentito loro di impiegare come fonti una gamma svariata di materiali nuovi, ricorrendo a strumenti e metodi propri di una grande varietà di discipline (si pensi alle cronologie fondate sul radiocarbonio o sulla termoluminescenza, o all’impiego della dendrocronologia a fini di datazione o di studio delle trasformazioni geologiche e climatiche).

In base a diversi approcci classificatori, le fonti sono state tradizionalmente assoggettate, sin dalla fine del Medioevo o dagli inizi dell’Età moderna, a molteplici tentativi di categorizzazione (non esenti da ambiguità e sovrapposizioni). Fra le opposizioni più classiche vi è quella fra fonti verbali e fonti non verbali: le prime possono a loro volta presentarsi in forma scritta o orale; delle seconde fanno parte una gamma assai ampia e composita di testimonianze monumentali (archeologiche, architettoniche), paesaggistiche, iconiche (dipinti, mosaici, foto, incisioni, disegni, sculture, altre manifestazioni figurative), audiovisive, materiali (arredi, attrezzature, suppellettili, monete, oggetti vari). La quantità, la varietà e l’accessibilità della documentazione conservata (libri – manoscritti e a stampa – e documenti di ogni tipologia) fanno dell’universo delle testimonianze scritte la fonte privilegiata dello storico, su cui si è concentrata la riflessione metodologica; e del resto, fino all’avvento di strumenti di registrazione in grado di riprendere «sul terreno» la viva voce (associata o meno all’immagine) anche la fonte orale (resoconto di vita vissuta, canto, fiaba, narrazione folklorica ecc.) ha dovuto necessariamente affidarsi alla mediazione dello scritto, con conseguente, maggiore o minore, alterazione del contenuto e del significato originale. Se l’esplosione dell’interesse per la cosiddetta «storia orale» – accompagnata da persistenti scetticismi e da un dibattito fortemente connotato in senso ideologico e politico – ha contribuito in misura significativa alla modifica del concetto di fonte, il documento iconico stenta ancora, pur nell’odierna «civiltà dell’immagine», a conquistare una propria dignità autonoma e specificità di testimonianza storica. Altri binomi consolidati, cristallizzati a fini didattici dalla manualistica, oppongono fonti primarie o dirette (o originali), testimonianze immediate (in forma scritta, orale, materiale) di un fatto rilevante ai fini di una data ricostruzione storica, e fonti secondarie o indirette (o derivate), ricostruzioni elaborate da un mediatore a partire da fonti primarie e/o altre fonti secondarie (ivi comprese, per alcuni, le moderne ricostruzioni storiografiche); o ancora – secondo un criterio da applicare con prudenza – fonti volontarie o intenzionali o indirizzate, espressamente create al fine di tramandare ai posteri determinate informazioni, influenzando i meccanismi della memoria collettiva (architetture commemorative, opere letterarie e artistiche, epistolari, documenti, corrispondenze ecc.) e fonti involontarie o preterintenzionali o non indirizzate, che trasmettono (in relazione all’obiettivo dello storico) informazioni non volute, solitamente frammentarie e indiziarie.

Quanto alle tradizionali fonti scritte – che mantengono il proprio ruolo di protagoniste della ricerca storica – esse vengono abitualmente distinte in base alla tecnica (libri, documenti, epistole, epigrafi e scritture esposte, sigilli, monete ecc.) ovvero, in base alla funzione, in fonti documentarie (in primo luogo documenti pubblici e privati, redatti secondo specifici criteri di forma e contenuto per attestare un fatto giuridico o comprovare il compimento di un’azione giuridica; ma anche ogni altro testo di natura non letteraria, atto a fornire informazioni di natura gestionale amministrativa, commerciale, finanziaria, pubblicitaria ecc.) e fonti narrative (racconti di avvenimenti in forma di cronache, annali, storie, biografie, diari, memorie, articoli di giornale ecc.); questa bipartizione eccessivamente schematica e riduttiva non tiene conto dell’esistenza di fonti commemorative ed enunciative (scritte su epigrafi, monete, sigilli, oggetti diversi) e soprattutto di una molteplicità di fonti scritte usuali, private e spontanee (lettere, appunti, conti, graffiti, esercizi scolastici vergati su supporti effimeri o in spazi di risulta da scriventi privati, per esigenze di singoli e di gruppi). 

Il corretto rapporto con le fonti, che costituisce il fulcro del mestiere dello storico, è per diverse ragioni un’operazione delicata. Lo storico «interagisce» con la fonte coinvolgendo nell’operazione storiografica i condizionamenti tecnici e culturali della propria epoca, il proprio bagaglio personale di conoscenze, competenze, valori e il punto di vista dell’indagine che sta conducendo: la percezione del passato è quindi una rappresentazione, a sua volta storicamente connotata e come tale soggetta a continua evoluzione. La fonte, d’altro canto, non è mai «oggettiva», ma è il risultato di una elaborazione, consapevole o meno, dell’epoca e della società che l’ha prodotta, mentre la sua conservazione e trasmissione ai posteri sono il frutto di meccanismi di selezione coevi e non, deliberati e spontanei, essenzialmente – ma non esclusivamente – fondati su criteri di utilità e valore venale. In questa prospettiva, anche l’opposizione tradizionale (e fondamentale) fra veridicità e falsità perde la propria connotazione di giudizio di valore: il documento falso conserva il proprio interesse storico, essendo anch’esso una fonte originale, magari di grande rilievo agli occhi dei contemporanei (e non solo). 

Alla dilatazione del concetto di fonte corrisponde una netta diversificazione delle metodologie e delle procedure ermeneutiche, codificate da un complesso assai articolato di discipline di tradizione antica e recente (archivistica, paleografia, codicologia, diplomatica, bibliografia e biblioteconomia, cronologia, sfragistica, filologia, museologia, metodologia dello scavo archeologico, numismatica, medaglistica, fino alla fotografia o alla teoria dei linguaggi audiovisivi) e da un insieme ancor più ricco e variegato di altri saperi (di ambito medico, zoologico, botanico, climatologico, linguistico, antropologico, politico, economico ecc.) di nuova apparizione nell’orizzonte dello storico. Altrettanto vasto e composito – e impossibile da affrontare in maniera complessiva – risulta, nella prospettiva attuale, l’insieme dei contesti e dei meccanismi di trasmissione delle tracce del passato. Con riferimento alle fonti «tradizionali», è certo comunque che la spinta alla conservazione, sia pur parziale e selettiva, della memoria storica, almeno per quanto riguarda le sue manifestazioni legate alla scrittura (e in minor misura alle arti) costituisce, sin da tempi lontanissimi, un elemento distintivo delle società acculturate. La creazione di «depositi di sapere» – archivi, biblioteche, musei –, intesa dai promotori come condizione e garanzia della propria permanenza nel tempo o indotta da interessi concreti di autotutela e controllo dei gruppi al potere, rappresenta fra mondo antico ed Età contemporanea una preoccupazione costante, cui corrisponde una notevole varietà di modelli, tipologie istituzionali, strumenti e tecniche organizzative, storicamente determinati e non sempre riconducibili a schematiche suddivisioni di ruoli.

Nel contesto europeo, i paradigmi della conservazione subiscono (sin dal tardo Seicento e soprattutto in epoca positivista) un’evoluzione che tende ad aprire la consultazione delle raccolte – sino ad allora intese come patrimonio da custodire impedendone o limitandone severamente l’accesso – alle esigenze scientifiche di utenti qualificati, affidandone la gestione a personale dotato di apposite competenze. All’ampliamento della cerchia dei destinatari potenziali e dei fruitori reali della conservazione si accompagna l’emergere (o l’acutizzarsi) di problemi di inventariazione, ordinamento e descrizione del materiale conservato, in funzione di una domanda non solo più abbondante, ma anche più esigente e mirata. Il catalogo costituisce il principale strumento di conoscenza, tutela e accesso a ogni tipo di fonti: la definizione di standard rigorosi e adeguatamente formalizzati di descrizione – sintetica o analitica, cartacea o elettronica – è oggetto fra gli specialisti di un vivace dibattito teorico, mentre lo stato delle realizzazioni pratiche presenta ancora gravi carenze, specie nei Paesi (fra cui l’Italia) in cui più abbondante e diversificata è la presenza di fonti scritte, archeologiche, architettoniche, artistiche, museali.

La contrapposizione fra le richieste sempre più pressanti degli utenti e le necessità di tutela legittimamente avanzate dal personale incaricato della conservazione (archivisti, bibliotecari, operatori museali) ha intanto generato una situazione di crescente contrasto, in cui lo spettro del deterioramento del materiale (specie se antico) è spesso evocato come pretesto per limitare l’accesso diretto al bene (spesso sostituito dall’offerta di riproduzioni sempre più sofisticate), dimenticando che una corretta cultura della prevenzione individua il fattore principale di deperimento non nell’uso avvertito (strumento attraverso il quale la società consolida e accresce la consapevolezza delle proprie radici storiche), bensì nelle cattive condizioni di conservazione. Al raggiungimento di un equilibrio ideale fra le esigenze di una tutela fondata su misure adeguate di prevenzione e di un accesso finalizzato a una conoscenza diffusa si oppone oggi, in misura crescente, la carenza di addetti tecnicamente e culturalmente avvertiti, in grado di svolgere un ruolo consapevole di descrizione, organizzazione e conservazione della documentazione loro affidata e di filtro fra essa e il suo pubblico potenziale.

In questo panorama già sufficientemente complesso si inserisce l’irruzione delle tecnologie informatiche – e in particolare della rete – , che oltre a rendere disponibili le fonti (scritte e non) secondo nuove modalità locali o remote diverse dalla tradizionale carta stampata (microfilm, CD, DVD e altre memorie di massa, Internet), ne stanno trasformando i procedimenti di conservazione, catalogazione, reperimento e uso, con conseguenze significative per tutte le fasi della ricerca storica. La conservazione del documento digitale – minacciata dalla sua stessa volatilità e dal rapidissimo avvicendarsi di tecnologie, supporti fisici e standard operativi – solleva delicati problemi di integrità, autenticità, accesso nel tempo, identificabilità a medio e lungo termine (in ambienti tecnologici certamente diversi da quelli originari), assai rilevanti ai fini della sua valutazione critica oltre che della sua stessa sopravvivenza. Nel caso dei documenti immessi in rete si aggiungono le difficoltà di giudizio sulla qualità scientifica dei materiali (e dei siti che li ospitano) e i rischi di distorsione e decontestualizzazione determinati dalle modalità di rinvenimento «casuali» e «puntuali» – svincolate da percorsi organici e strutturati di ricerca – dei documenti che proliferano disordinatamente in Internet (per quanto la casualità non debba essere in assoluto demonizzata); oltre al pericolo che la rete tenda sempre più a configurarsi come luogo esclusivo della ricerca, orientando la definizione degli interessi e penalizzando i materiali non riprodotti e di più difficile accesso, con il rischio di dar luogo nel tempo a una sorta di «amnesia digitale». Per alcune tipologie di fonti (scritte e non) un’ulteriore aggravante è rappresentata dalla perdita di contatto con la materialità dell’oggetto, essenziale per una sua corretta analisi e valutazione.

Con ciò non si intende sminuire la rilevanza crescente (ancora non pienamente percepita e sfruttata) di Internet come sede di raccolta e di fruizione di una crescente quantità e varietà di fonti storiche (oltre che di reperimento di informazioni bibliografiche, scambio di idee e conoscenze, produzione e pubblicazione di risultati): il web costituisce, per la ricerca, un ampliamento di orizzonti talmente consistente da far sembrare (almeno teoricamente) realizzabile il sogno millenario di una biblioteca universale nella quale consultare immediatamente e simultaneamente ogni sorta di documenti conservati in sedi lontane e fisicamente inaccessibili. Occorre invece sgombrare il campo dall’illusione che basti delegare la funzione di giudizio o di filtro delle fonti digitali alla creazione di portali tematici, laddove l’evoluzione in atto esige (ed esigerà ancora a lungo) uno sforzo consistente di maturamento dei livelli di consapevolezza e adeguamento sia delle metodologie scientifiche e tecniche (per es. per quanto concerne l’elaborazione di metadati e metalinguaggi di marcatura dei documenti) sia delle pratiche didattiche e formative. Se in pochi anni le dimensioni quantitative dei problemi si sono enormemente dilatate (al pari delle potenzialità), si è infatti ancora lontani dalla costruzione di una epistemologia condivisa delle fonti digitali, solidamente fondata su nuovi standard di archiviazione, ricerca e interpretazione critica: la rete rimane, allo stato attuale, il luogo di accumulo (piuttosto che di conservazione) e di consumazione famelica (piuttosto che di fruizione ragionata) di una «memoria fragile», teatro di una trasformazione di cui rimangono ancora incerti i contorni e inadeguati i metodi di gestione.

Marilena Maniaci

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