LICETI, Fortunio

LICETI, Fortunio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 65 (2005)
di Giuseppe Ongaro

LICETI, Fortunio. - Nacque a Rapallo (ma si definiva Genuensis) il 3 ott. 1577 da Giuseppe, medico, e da Maria Fini. Venuto alla luce prematuramente durante l'accidentato trasferimento della famiglia da Recco, si salvò grazie a una primitiva incubatrice allestita dal padre, donde il nome che gli fu impartito.

Giuseppe Liceti esercitò la professione a Recco, poi a Rapallo, di nuovo a Recco dal 1591 e infine a Genova. Scrisse il dialogo La nobiltà de' principali membri dell'huomo, pubblicato a Bologna nel 1590 da G. Rossi, e Il Ceva, overo Dell'eccellenza et uso de' genitali, pubblicato a Bologna nel 1598 dagli eredi di G. Rossi. Morì nel 1599.

Dopo aver compiuto i primi studi sotto la guida del padre, dal 1595 al 1599 il L. studiò filosofia e medicina a Bologna, dove ebbe come insegnanti il galenista Giovanni Costeo e Federico Pendasio, alessandrista moderato, che esercitarono su di lui una profonda influenza, al punto da indurlo a chiamare Giovanni Federico il proprio primogenito. Ritornato a Genova nell'ottobre 1599 a causa della malattia mortale del padre, il 23 marzo 1600 ottenne il dottorato in filosofia e medicina davanti al Collegio medico cittadino. Il 5 nov. 1600 fu nominato lettore di logica nello Studio di Pisa e nel 1605 passò alla cattedra di filosofia straordinaria. Il 25 ag. 1609 fu chiamato nello Studio di Padova nel primo luogo di filosofia straordinaria; il 2 apr. 1622 fu trasferito al secondo luogo di filosofia ordinaria, nel quale fu ricondotto il 4 febbr. 1630. Non gli riuscì di ottenere la lettura di filosofia ordinaria in primo luogo né alla morte di C. Cremonini (1631), né del successore di questi G.T. Zilioli (1637), quando gli fu preferito G. Cottunio. Accettò così l'invito dello Studio di Bologna, dove dal 1637 al 1645 occupò la cattedra di filosofia ordinaria. Il 28 sett. 1645 fu richiamato a Padova e gli fu affidato il primo luogo di medicina teorica ordinaria, cioè la cattedra più importante dell'insegnamento medico, che tenne fino alla morte, con uno stipendio che il 27 febbr. 1652 raggiunse i 1300 fiorini. Il 10 apr. 1619 fu ascritto all'Accademia dei Ricovrati di Padova, dove fu più volte consigliere e censore alle stampe.

Spirito versatile, il L. si applicò con eguale trasporto a vari campi dello scibile, producendo una messe di opere che è arduo determinare con esattezza; di lui B. Cavalieri scriveva a G. Galilei, con una punta di sprezzo, "Esso fa un libro in una settimana" (Edizione… opere… Galilei, XVIII, p. 201). Dal De propriorum operum historia (Padova 1634), in cui diede l'indice ragionato delle proprie opere, risulta che a quella data aveva composto quarantotto opere, di cui la metà a stampa e il resto manoscritte. Nella ducale con cui fu ricondotto il 27 febbr. 1652, si ricorda che egli aveva "stampati cinquantadue volumi". In un nuovo elenco pubblicato nel 1653 alla fine degli Hieroglyphica, le opere sono divise in edite (cinquantatré, classificate in filosofiche, filosofico-mediche, fisico-matematiche, filosofico-medico-teologiche, filologiche), inedite ma pronte per la pubblicazione (diciannove, suddivise in filologiche, filologico-matematico-teologiche, filosofiche, mediche) e in preparazione (soltanto tre: una filosofica, una medica, una teologica). A questo elenco sono da aggiungere le opere stampate successivamente, tra le quali ricorderemo le Hydrologiae peripateticae disputationes e la Ad syringam a Theocrito Syracusio compactam et inflatam Encyclopaedia (entrambe Udine 1655).

Il L. fu in rapporto epistolare con numerosi eruditi contemporanei (tra gli altri L. Allacci, A. Aprosio, J. Chapelain, C. Dal Pozzo, J. Wesling, T. Bartholin, M.A. Severino, G.B. Hodierna, G. Naudé, G. Patin, N.-C. Fabri de Peiresc, P. Gassendi, N. Heinsius, A. Kircher) e con altri sostenne vivaci controversie (oltre a quelli citati più avanti, G.D. Sala, L. Alberti, M. Mondini, L. Froidmont, G. Nardi). Di Galilei fu collega per quasi un anno e da lui fu aiutato, appena giunto a Padova, con un prestito di denaro (Edizione… opere… Galilei, X, pp. 505 s.); a sua volta il L., dopo la partenza di Galilei da Padova si fece tramite di sue lettere e di denaro per Marina Gamba. Il reciproco rapporto di stima e di amicizia fu alimentato dalla corrispondenza poi intercorsa tra il 22 ott. 1610 e il 20 luglio 1641, per un totale di trentatré lettere del L. e dodici del Galilei, le quali ultime sarebbero andate quasi tutte perdute se il L. non le avesse inserite, almeno in parte, nei suoi scritti (a quelle pubblicate nell'Edizione nazionale delle opere di Galilei è da aggiungere il frammento della lettera dell'8 sett. 1640, inserito dal L. nel suo De Lunae subobscura luce, Utini 1642, p. 344).

Al L. è stata a lungo addossata l'etichetta di intransigente sostenitore della dottrina peripatetica, chiuso a tutto ciò che si scostasse dalla propria interpretazione del pensiero aristotelico, cieco e sordo all'esperienza e alle ragioni dell'evidenza. Delle sue opere, G. Tiraboschi apprezzava soltanto quelle antiquarie. È bensì vero che egli si vantava di filosofare "pure peripatetice" (De propriorum operum historia, p. 53), ma già E. Renan affermava che egli fece penetrare nel peripatetismo scolastico lo spirito della filosofia moderna e A. Castiglioni riconosceva che egli "svolse in senso empiristico le dottrine aristoteliche ammettendo però una potenza dell'anima che domina e corregge l'attività dei sensi", sicché nelle sue opere è dato di avvertire, più evidentemente che in quelle di altri contemporanei, "quel lavorio e quello sforzo critico attraverso il quale si veniva faticosamente aprendo strada la scienza e la filosofia moderna" (Soppelsa, p. 50).

Le opere filosofiche del L. riguardano soprattutto la filosofia naturale (che egli preferiva definire "physiologia"). Nei De animarum rationalium immortalitate libri quatuor, Aristotelis opinionem diligenter explicantes (Padova 1629) egli ripropose contro gli alessandristi l'interpretazione del pensiero aristotelico nel senso della tesi di un'immortalità personale dell'anima umana; nel De pietate Aristotelis erga Deum et homines (Udine 1645) sostiene che sia altamente verosimile la salvezza eterna di Aristotele. Nei problemi attinenti alla generazione e allo sviluppo, la sua adesione alla dottrina aristotelica è tutt'altro che incondizionata e totale. Nel De ortu animae humanae (Genova 1602) egli esamina da dove, in che modo e quando giungano al feto umano le singole parti dell'anima (vegetativa, sensitiva e razionale), mentre il De perfecta constitutione hominis in utero liber unus (Padova 1616) è dedicato alla formazione e allo sviluppo del feto. A differenza di Aristotele, oltre al seme maschile egli ammette anche un seme femminile, che porta al feto l'anima vegetativa. Secondo il L. il seme è costituito da particelle provenienti da tutte le parti del corpo dei genitori, delle quali portano la forma. Questa teoria preformista, ben lontana dalle concezioni epigenetiche aristoteliche, fu utilizzata dal L. per spiegare lo sviluppo embrionale, la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti, la produzione dei mostri e l'ibridismo interspecifico.

L'opera principale del L. in questo campo e la più nota è il De monstrorum causis, natura et differentiis (Padova 1616). Riedita, sempre a Padova, nel 1634, arricchita di numerose illustrazioni, fu ristampata più volte (pregevoli le edizioni Amsterdam 1665 e Padova 1668, con aggiunte di G. Blaes) e tradotta in francese da J. Palfyn (Leida 1708; nuova traduzione abbreviata De la nature, des causes, des différences des monstres d'après Fortunio Liceti, a cura di Fr. Houssay, Paris 1937). Pregevole è la classificazione teratologica adottata dal L., nella quale le mostruosità sono classificate per la prima volta secondo criteri morfologici e non causali. Tra le cause che danno origine alla procreazione di mostri, il L. prospetta la ristrettezza dell'utero e delle membrane che racchiudono il feto, le anomalie della funzione placentare, le aderenze dell'amnios con l'embrione, intuendo per primo la possibilità che malattie del feto siano causa di malformazioni.

Alla cosiddetta generazione spontanea è dedicato il trattato De spontaneo viventium ortulibri quatuor (Vicenza 1628), fornendone una spiegazione in termini corpuscolari. Secondo il L., la generazione spontanea si produce in una materia che ha già conosciuto la vita, in seguito all'aggregazione "in unam massam" di una molteplicità di "corpuscula" (che chiama anche "atomi") provenienti dal disfacimento di piante e di animali morti, nei quali è rimasta una porzione dell'anima vegetativa o sensitiva precedente. Alle obiezioni mossegli dal medico spagnolo A. Ponce de Santa Cruz il L. replicò nel De anima subiecto corpori nihil tribuente, deque seminis vita et efficentia primaria in constitutione foetus (Padova 1630).

Nel De his, qui diu vivunt sine alimento (ibid. 1612) il L. raccolse casi di digiuno prolungato, sostenendo la possibilità di vivere a lungo con scarsissimo o addirittura senza nutrimento. L'opera fu attaccata con violenza dal portoghese S. Rodriguez de Castro, professore a Pisa, nel De asitia (Firenze 1630). Il L. rispose con le De feriis altricis animaenemeseticae disputationes (Padova 1631), il cui titolo allude alla ragione considerata più valida in favore della diuturnità del digiuno, ossia che l'anima nutritiva altrimenti sarebbe rimasta priva della sua funzione naturale. Alla controreplica di de Castro il L. rispose con l'Athos perfossus,sive Rudens eruditus (ibid. 1636), che bene esprime l'asprezza degli attacchi personali: Athos perché de Castro si era paragonato al monte Athos, impassibile fra le tempeste; il ragliante, cioè l'asino, erudito.

Altre opere di argomento medico furono il dialogo Mulctra, sive De duplici calore corporum naturalium (Udine 1636) e i due libri Pyronarcha, sive De fulminum natura deque febrium origine (Padova 1634), in cui il L. considera la febbre alla stessa stregua dei fulmini, come equivalente nel microcosmo di ciò che essi sono nel macrocosmo; l'analogia tra macrocosmo e microcosmo umano è ribadita nel De mundi et hominis analogia (Udine 1635).

La comparsa di una cometa nel 1618 diede luogo a una lunga, accanita disputa tra il L. e G.C. Gloriosi, che nel 1613 era succeduto a Galilei nella cattedra di matematica a Padova. Sulla nuova cometa Gloriosi aveva tenuto alcune lezioni, nelle quali aveva attaccato l'opinione di Aristotele che le comete fossero un fenomeno che ha luogo nelle sfere dei cieli superiori, sostenendo invece che avveniva negli spazi sublunari. Nel 1622 il L. pubblicò una prima opera sulle comete (De novis astris, et cometis libri sex, Venetiis 1622), definita da Galilei "una fatica atlantica" (Edizione… opere… Galilei, XIII, p. 93), in cui cercava di difendere le teorie aristoteliche. Nella sua replica Gloriosi attaccò il L. con tale veemenza da provocare una violentissima risposta (Controversiae de cometarum quiete, loco boreali sine occasu, parallaxi Aristotelea, sede caelesti, et exacta theoria peripatetica, Venetiis 1625), nella quale peraltro il L. mostra di avere colto l'insufficienza della filosofia aristotelica nell'indagine naturale. Non meno violenta fu la replica di Gloriosi, che nel frattempo si era allontanato da Padova (Responsio ad controversias…, ibid. 1626). Dopo la rabbiosa risposta del L. (Ad ingenuum lectorem scholium de Camelo Bulla), pubblicata in appendice all'opera intitolata De intellectu agente (Padova 1627), l'ultima parola toccò a Gloriosi (Responsioad scholium Fortunii L., Neapoli 1630). In un'altra opera polemica sulla posizione delle comete e sulla misurazione della loro rispettiva parallasse (De regulari motu minimaque parallaxi cometarum coelestium disputationes, Utini 1640), diretta contro S. Chiaramonti (da cui lo divise pure una contesa sull'origine di Cesena, che il L. riteneva non doversi attribuire ai Galli Senoni), il L. rivendicò non soltanto la superiorità delle "sensate esperienze" sulla ragione, ma anche la necessità di ricorrere alla matematica nell'indagine astronomica. Chiaramonti compare inoltre come interlocutore, che impersona le tesi di Gloriosi, nelle De Terra unico centro motus singularum caeli particularum disputationes (ibid. 1640), che costituiscono un estremo tentativo di difesa del geocentrismo e della superiorità della cosmologia peripatetica contro le nuove teorie galileiane, pur mostrando una timida apertura ai problemi della nuova scienza.

Ben diversa dalle altre controversie sostenute dal L. fu quella che tra il 1640 e il 1642 lo oppose a Galilei, senza che ne risultasse incrinata la loro "antica amicizia" (Edizione… opere… Galilei, XVIII, p. 214), e alla quale anzi dobbiamo l'ultimo scritto scientifico galileiano, la Lettera al principe Leopoldo di Toscana. Nel 1640 il L. pubblicò il Litheosphorus, sive De lapide Bononiensi lucem in se conceptam ab ambiente claro mox in tenebris mire conservante (Udine 1640), dedicato alla cosiddetta "pietra lucifera di Bologna", una varietà di barite proveniente dalle argille di monte Paderno nel Bolognese, fornita della singolare proprietà di diventare fosforescente dopo calcinazione, ossia, come si diceva allora, di assorbire la luce del sole, e poi di restituirla a poco a poco. Nel capitolo L dell'opera, dedicato alla luce cinerea che si può scorgere nella parte tenebrosa della luna, specialmente quando è poco distante dalla congiunzione con il sole, il L. cercò di confutare l'opinione di Galilei - già esposta nel Sidereus nuncius -, secondo cui il fenomeno non è altro che l'effetto dei raggi solari riflessi dalla Terra sulla luna; il L., invece, ne attribuiva l'origine a una luminescenza prodotta dall'atmosfera che circonda la luna, la quale, analogamente alla "pietra lucifera di Bologna", avrebbe avuto la proprietà di conservare per un certo tempo la luce in precedenza pervenutale dal sole.

Il L. inviò un esemplare del Litheosphorus a Galilei sollecitandone il parere, ma questi nel marzo 1640 comunicò la sua opinione al principe Leopoldo de' Medici nella citata lettera, non priva di asprezze polemiche. Al L., che si doleva perché l'epistola era stata fatta circolare prima che egli ne fosse al corrente e chiedeva di poterla pubblicare con una sua replica, Galilei inviò una nuova stesura, redatta in forma assai più cortese e indirizzata allo stesso L., che la pubblicò nel De Lunae subobscura luce prope coniunctiones, et in eclipsibus observata (Udine 1642), divisa in 183 paragrafi a ognuno dei quali è aggiunta la sua risposta. In seguito la corrispondenza tra i due studiosi si approfondì, e fornì a Galilei l'occasione di estendere il dibattito dal tema specifico a quello più generale dei rapporti tra la nuova scienza e la filosofia aristotelica.

Sulla luce il L. pubblicò anche un'opera di carattere generale (De luminis natura et efficentia libri tres, ibid. 1640), in cui mostrò il suo interesse per la dottrina degli effluvi corporei, riportata in auge dalla rinascita dell'atomismo, considerando un corpo luminoso come costituito da molte particelle. Dei fenomeni luminosi trattò in particolare nel De lucidis in sublimi ingenuarum exercitationum liber (Padova 1641).

In campo antiquario suscitarono interesse il De anulis antiquis (Udine 1645) e il De lucernis antiquorum reconditis (Venezia 1621; poi, con un testo più esteso e con più illustrazioni, Udine 1652 e Padova 1662). Gli Hieroglyphica, sive Antiqua schemata gemmarum anularium (ibid. 1653) prendono in esame sessanta gemme incastonate in anelli, allo scopo di svelarne i reconditi significati. Numerose sono anche le opere del L. di argomento filologico, epigrafico e letterario, tra le quali può essere inserita la lunga lettera De Petrarchae cognominis ortographia, sollecitatagli da Tomasini (in G.F. Tomasini, Petrarcha redivivus, Patavii 1650, pp. 249-270).

Tra il 1640 e il 1650 il L. pubblicò sette volumi contenenti le sue risposte a quesiti rivoltigli per lettera da personaggi famosi sui più svariati argomenti (De quaesitis per epistolas a claris viris responsa, Bononiae 1640; De secundo-quaesitis responsa, Utini 1646; De tertio-quaesitis medicinalia potissimumresponsa, ibid. 1646; De motu sanguinis, origine nervorumquarto-quaesitis responsa medico-philosophica, ibid. 1647; De providentia, nimbiferi gripho quinto-quaesitisresponsa, ibid. 1648; De sexto-quaesitisresponsa, ibid. 1648). Su richiesta di J. Wesling, nella seconda serie espresse il suo parere sulla funzione del condotto pancreatico, scoperto a Padova da J.G. Wirsung nel 1642; nella quarta serie si pronunciò in merito alla circolazione del sangue in occasione dell'edizione padovana (1643) del De motu cordis di W. Harvey, e ipotizzò che la vena coronaria fosse via di comunicazione tra le due sezioni del cuore, subito confutato da T. Bartholin e J. Riolan. L'interesse del L. per l'anatomia è comunque confermato dall'Anatomia viscerum, segnalata tra le opere in preparazione nel 1653.

La settima serie (De septimo-quaesitis, creatione Filii Dei ad intra, theologice denuo controversaresponsa, ibid. 1650) riguarda soprattutto la controversia teologica sostenuta contro M. Ferchio, teologo scotista dello Studio, e la sua dottrina sulla produzione ad intra del Verbo divino, che poi nell'interpretazione del L. si estese alla comprensione dell'intera dottrina aristotelica. Ferchio attaccò con veemenza il L. sia nelle Observationes super epistola prima libri de septimo-quaesitis (Venezia 1652) sia nell'ancor più aspra Recognitio peripatetica Aristotelis ut magistri, Liceti ut discipuli (Padova 1656), in cui sottopose a severa critica il De pietate Aristoteliserga Deum et homines, pubblicato dal L. nel 1645. La risposta del L., intitolata Aristoteles illustratus, rimase inedita (Padova, Biblioteca del Seminario vescovile, Mss., 174).

Il L. morì a Padova il 17 maggio 1657. Fu sepolto nella chiesa di S. Agostino in un modesto sepolcro da lui stesso commissionato e di cui, dopo la demolizione della chiesa, fu conservata soltanto la pietra tombale con l'epitaffio dettato dal L. stesso, oggi al Museo civico della città. Una statua, opera di F. Rizzi, fu eretta nel 1777 a Padova nel Prato della Valle.

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