BERTINI, Francesca

BERTINI, Francesca

Enciclopedia del Cinema (2003)
di Melania G. Mazzucco

Bertini, Francesca

Nome d'arte di Elena Vitiello, attrice teatrale e cinematografica, nata a Firenze il 5 gennaio 1892 e morta a Roma il 13 ottobre 1985. Regina incontrastata del cinema muto italiano, rappresentò negli anni Dieci e nel primo dopoguerra il mito della femminilità torbida e tentatrice, coniugando con inedita complessità fantasmi dannunziani e verace naturalismo; le sue pose e le sue elaborate toilette influenzarono legioni di imitatrici, scatenando autentiche isterie collettive. Nonostante la sua carriera cinematografica sia stata nel complesso assai breve, il mito del suo fascino si è protratto per decenni, creando attorno a lei un alone di leggendario mistero paragonabile solo a quello di Greta Garbo. Abile nel costruire la propria immagine e nel dosare le sue apparizioni pubbliche, fu una precorritrice dello star system; per lei, nel 1915, fu coniato nell'accezione moderna il termine diva.Molto si è scritto e fantasticato sulle origini della B., sulla sua storia familiare e sulla sua napoletanità. Nelle sue memorie (Sensazioni e ricordi, in "In penombra", 1918; Il resto non conta, 1969) l'attrice racconta di essere nipote di un agiato commerciante di tessuti napoletano. Il padre, Arturo Salvatore Vitiello, che viveva di rendita fra teatri e casinò, sposò Adele Maria Fratiglioni, che secondo la B. era imparentata con famiglie patrizie fiorentine. Nel 1900, in seguito a rovinose speculazioni del padre, si trasferirono a Napoli. Qui fu sulle scene fin dall'adolescenza con il nome d'arte di Franceschina Favati e di Cecchina Bertini, e recitò con le compagnie di prosa di S. Renzi, A. Campioni ed E. Scarpetta, formandosi alla scuola del teatro verista e vernacolare. Nelle sue memorie la B. ricorda di aver esordito nel cinema posando nel 1908 per il film amatoriale La dea del mare di Salvatore Di Giacomo. Notata in teatro da Gerolamo Lo Savio, che aveva appena costituito con Ugo Falena la Film d'Arte Italiana (filiale romana della Pathé Frères), in due anni interpretò come prima attrice una ventina di film, fra cui Il trovatore (1910) di Louis Gasnier, Re Lear (1910) di Lo Savio, Salomè (1910), Tristano e Isotta (1911) e Romeo e Giulietta (1912), tutti di Falena. Per la società Cines recitò in Suonatori ambulanti (1912) di Giulio Antamoro, ma, avendo la società già scritturato un'altra prima attrice, nel 1912 la B. passò alla Celio Film del conte Baldassarre Negroni, dove si fece notare in film sentimentali e drammatici ma soprattutto in His-toire d'un Pierrot (1914), nell'ambiguo ruolo del protagonista, in L'amazzone mascherata (1913) di Negroni e Sangue bleu (1914) di Nino Oxilia, che riscossero strepitosi successi commerciali. Sul finire del 1914 ‒ a causa della chiusura della Celio Film ‒ fu scritturata dalla Caesar Film e, sostenuta da un clamoroso battage pubblicitario, trionfò in Nelly la gigolette, accanto a Emilio Ghione, anche regista del film. Ottenne poi un enorme successo in Assunta Spina (1915), pregevole esempio di realismo napoletano diretto da Gustavo Serena e da lei stessa; nel ruolo della protagonista, la B. rivelò spiccate qualità drammatiche e una recitazione misurata, di una naturalezza sorprendente per un'attrice passata alla storia e poi al mito per i suoi eccessi teatrali e decadenti ‒ tanto che bertineggiare divenne un'espressione corrente per alludere a gesti di disperazione plateale. Cercò quindi, senza fortuna, di affermarsi come autrice e scrisse firmandosi Frank Bert, il film La perla del cinema (1916) di Giuseppe De Liguoro, storia di una contadina che diventa una stella del grande schermo. Nei film successivi, distaccandosi dall'immagine di schietta napoletanità che l'aveva lanciata, tornò a interpretare eroine romantiche e tragiche del bel mondo, votate a passioni fatali e infelici (La signora dalle camelie e Diana l'affascinatrice, diretti nel 1915 da Serena; Odette, 1916, di De Liguoro; Fedora, 1916, di De Liguoro e Serena; Il processo Clémenceau e Malìa, 1917, entrambi di Alfredo De Antoni; Tosca e Frou-Frou, diretti sempre da De Antoni nel 1918). Notevole la sua prova in Mariute (1918) di Eduardo Bencivenga, film di propaganda bellica in cui si diverte a fare la parodia della sua futile immagine di diva. Sempre nel 1918, ormai potente, capricciosa e milionaria, fondò la Bertini Film, per produrre e interpretare fra l'altro, nel 1920, la serie di film I sette peccati capitali, che vennero maltrattati dalla critica e trascurati dal pubblico. L'incontro con Roberto Roberti, che la diresse in opere come Anima allegra (1919), La contessa Sara (1919), La serpe (1920) e Marion, artista di caffè-concerto (1920), le permise di tornare all'apprezzabile naturalismo degli esordi, rilanciando la sua immagine di donna solare e sensuale. Con le ultime prove degli anni Venti (Amore vince amore o Consuelita, 1921, ma distribuito nel 1925, e La giovinezza del diavolo, distribuito nel 1922, entrambi di Roberti), la critica fu severa, mentre il pubblico, che pure l'acclamava ancora, sembrava mostrare una certa sazietà verso l'intero cinema italiano, provinciale e incapace di rinnovarsi. L'8 agosto 1921 la B. sposò il conte e banchiere svizzero Paolo Cartier e abbandonò il cinema, rinunciando a un contratto di un milione di dollari con William Fox, deciso a portarla a Hollywood. Aveva solo ventinove anni. In seguito tentò un effimero ritorno con alcuni film francesi, che passarono inosservati, e con l'avvento del cinema sonoro in La femme d'une nuit (1930) di Marcel L'Herbier, nella versione italiana La donna di una notte (1931) di Amleto Palermi, e in Odette (1934) girato in doppia versione, italiana e francese, da Giorgio Zambon e Jacques Houssin; quindi apparve nel film omaggio Quando eravamo muti (1933) di Riccardo Cassano, accanto ai primi idoli del cinema italiano, come Leda Gys, Italia Almirante Manzini, Soava Gallone, Emilio Ghione. In piena Seconda guerra mondiale interpretò il melodramma Dora, la espía (1943; Dora o le spie) di Raffaello Matarazzo, realizzato in Spagna dove si era trasferita e dove tornò anche a recitare in teatro, cogliendo un clamoroso successo con il suo cavallo di battaglia, La dame aux camélias di A. Dumas. Da allora, dopo il rimpatrio in Italia nel 1953, concesse solo occasionalmente alla cinepresa il suo volto segnato dal tempo (A sud niente di nuovo, 1956, di Giorgio C. Simonelli; Una ragazza di Praga, 1975, di Sergio Pastore). Sorprendente fu il suo ritorno per Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci, nel ruolo di una suora. Nel 1981 accettò di partecipare al film-documentario per la televisione, a lei dedicato, L'ultima diva di Gianfranco Mingozzi. bibliografia

T. Alacci, Le nostre attrici cinematografiche studiate sullo schermo, Firenze 1919.

R. Bracco, La cinematografia. Francesca Bertini, Giovanni Grasso e io, in "Comoedia", 1929, 6.

A. Consiglio, G. Debenedetti, La Bertini prima diva, in "Cinema", 1937, 13.

G.C. Castello, Alfabeto: Francesca Bertini, in "Eco del cinema", 1952, 38.

F. Montesanti, La parabola della diva, in "Bianco e nero", 1952, 7-8.

P. Bianchi, Francesca Bertini e le dive del cinema muto, Torino 1969.

C. Costantini, La diva imperiale: ritratto di Francesca Bertini, Milano 1982.

A. Bernardini, V. Martinelli, Francesca Bertini 1892-1985, Roma 1985.

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