BARBARO, Francesco

BARBARO, Francesco

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 6 (1964)
di Gino Benzoni

BARBARO, Francesco. - Nacque a Venezia nel 1546, primogenito di Marcantonio e di Giustina Giustinian. Nel 1568 accompagnò a Costantinopoli il padre e, condividendone anche la prigione, vi rimase sino al 1573. Nell'aprile di quest'anno tornò a Venezia per consegnare al Senato il capitolato di pace che riportò a Costantinopoli dopo la conferma della Repubblica. Non immatura sintesi di quanto vide ed apprese in tale periodo è Il trattato del maneggio della guerra del 1570 fatto in Costantinopoli nel tempo del bailaggio del procurator suo padre (Museo Correr di Venezia, cod. miscellaneo Cicogna 3186, pp. 43 r-170 r). Eletto nel 1573 console di Siria a Damasco, fu indotto a rinunziarvi dalle pressioni della famiglia, che considerava la carica troppo modesta rispetto alle attitudini del giovane. Lo troviamo in seguito tra i savi agli Ordini. Dal 1578 al 1581 rappresentò la Serenissima a Torino, negli ultimi tempi d'Emanuele Filiberto e nei primi di Carlo Emanuele I. Ne è stata edita la relazione conclusiva (in Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato,a cura di E. Albèri, s. 2, V, Firenze 1850, pp. 73-96), ove sono colte felicemente le direttive essenziali della politica di Emanuele Filiberto ed è puntualizzato con lucidità il suo atteggiamento nei riguardi delle minoranze religiose. Eletto savio di Terraferma nel 1584, l'anno dopo interruppe la carriera politica per quella ecclesiastica: il 7 ott. 1585 Sisto V lo nominò, col titolo d'arcivescovo di Tiro, coadiutore del patriarca d'Aquileia Giovanni Grimani. Nel marzo del 1586 il B. ricevette in Venezia la consacrazione episcopale.

I motivi di una tale svolta sono ovviamente solo congetturali: comunque la disposizione del B. per lo studio e il suo stesso celibato possono apparire manifestazioni di una vita che già si predisponeva alla disciplina ecclesiastica. Nel 1587 poi, morto Paolo Bisanti vescovo di Cattaro e vicario generale del p t. ato aquileiese, il B. ne eredita le ni. Nel 1592 Clemente VIII, dietro richiesta del Grimani, impossibilitato per l'estrema vecchiezza a svolgere compiti gravosi, gli conferisce l'incarico di íspezionare, con l'autorità di visitatore apostolico, la vastissima parte asburgica della diocesi.

Documento di grande importanza è la Relazione della visita apostolica in Carniola, Stiria e Carinzia fatta da F. B. patr. eletto d'Aquileia l'anno 1593 e presentata a papa Clemente VIII (a cura di V. Ioppi, Udine 1862), la quale da un lato attesta la massiccia introduzione di idee e pratiche protestanti, specie in Carinzia, la paurosa corruzione ed ignoranza dei regolari e secolari, dall'altro l'energia tutta controrifarmistica - il far leva cioè sul riordinamento organizzativo e sulla coercizione adottata dal B. nei confronti di una così scoraggiante situazione. E della visita vanno anche ricordate le Constitutiones... promulgatae in publica congregatione Goritiae habita il 28 luglio 1593, stampate a Udine nello stesso anno, volte a tutelare l'integrità dei cattolicesimo e l'osservanza delle -leggi canoniche.

Il 3 ott. 1593, mentre la visita proseguiva, moriva a Venezia, vecchissimo, Giovanni Grimani; gli successe il B., terzo Barbaro ad occupare il seggio aquileiese. Gli austeri costumi, il fervore e l'attivismo che contraddistinsero il suo patriarcato, fanno di lui una figura di rilievo nell'Italia della Controriforma, accostabile allo stesso s. Carlo Borromeo'per la decisa volontà d'applicare le deliberazioni del Concilio tridentino.

Fu il primo patriarca a fissare la residenza ad Udine, ben diverso in questo dal suo predecessore, Giovanni Griinani, il quale, in circa quarantotto anni di patriarcato, dimorò a Udine solo qualche mese tra l'autunno del 1585 e l'inverno del 1586. Fece costruire il palazzo arcivescovile, dando una soluzione definitiva alla questione pendente dal 1420, quando Venezia aveva destinato ai suoi luogotenenti la dimora già dei patriarchi. Promosse inoltre - attenendosi anche su questo punto alle deliberazioni tridentine - la costruzione di un seminario (già decisa dal sinodo provinciale del 1584, ma di cui il mite Bisanti non seppe imporre la realizzazione), alla quale concorse personalmente con la sottrazione annua di 300 ducati dalla rendita della sua mensa. L'istituto, aperto il 15 ag. 1601, sul finire del 1602 contava già trentotto persone tra alunni e convittori.

Il B. celebrò quattro sinodi diocesani. Il primo si tenne, nell'ottobre del 1595, a San Daniele, ostacolato dall'assenza del clero asburgico - eccettuati i canonici d'Aquileia - e da una fastidiosa lite di precedenza tra i canonici di Cividale e quelli di Udine; le relative Constitutiones synodales uscirono a Venezia nel 1596. Un altro sinodo, solo per il clero veneto, si svolse a Cividale nel maggio del 1600; i suoi Decreta (Utini 1600) riguardano in particolar modo l'anmúnistrazione del battesimo e del matrimonio. Per il clero arciducale un sinodo ebbe luogo a Gorizia nel giugno del 1602, i cui Decreta uscirono a Udine nello stesso anno. Il quarto sinodo infine fu tenuto nel settembre del i 605 a Udine, ove fu risolto a favore di Cividale l'annoso conflitto di quei canonici con quelli di Udine. E, costituendo quanto fu deciso un'aggiunta rispetto ai sinodi precedenti, le deliberazioni allora prese furono appunto intitolate Appendix ad Constitutiones in synodis dioecesanis editas...(Utini 1605). Pure nel 1605 il B. fece stampare una Instructio pertinens ad structuram, instaurationem, ornatum, supellectilem, et cultum templorum aediumve sacrarumque rerum diocesis Aquileiensis, allo scopo di uniformare una volta per tutte una materia tanto facile a disperdersi in empiriche e particolaristiche caratterizzazioni.

Ma in particolar modo notevole fu il sinodo provinciale celebrato a Udine dal 19 al 27 ott. 1596, al quale, personalmente o per procura, parteciparono tutti i vescovi suffraganei: fu stabilita, tra l'altro, in ottemperanza alla bolla Quod a nobis (9 luglio 1568) di Pio V, l'osservanza del breviario, messale e rituale romani. Veniva di conseguenza espressamente abolito - nonostante accorate proteste, specie del vescovo di, Como, in favore della vecchia liturgia - l'antico rito aquileiese o patriarchino. Le importanti e varie deliberazioni vennero lussuosamente stampate a Udine nel 1598 e sono altresì riportate negli Acta conciliorum et epistolae decretales ac constitutiones summorum pontificum (X, Parigi 1714, coll. 1871-1930).

Il lungo patriarcato del B. fu caratterizzato inoltre da una vigile attenzione e da una pronta repressione delle manifestazioni ereticali. Per la parte asburgica - ove la sua autorità, limitatissima dalla gelosia arciducale, si esprimeva attraverso arcidiaconi fino ad un certo punto controllabili - il B. era zelantemente affiancato, per non dire sostituito, soprattutto dai gesuiti e dall'arciduca Ferdinando. Con quest'ultimo tuttavia gravi erano i disaccordi su questioni giurisdizionali dal momento che Ferdinando pretendeva, per le cause del foro ecclesiastico, che queste fossero limitate alla competenza esclusiva degli arcidiaconi e vicari foranei, tendendo, praticamente, ad eliminare l'intervento del patriarca veneto; c'era anche il malcelato desiderio di sdoppiare la diocesi creando un arcivescovado a Gorizia raggruppante la parte asburgica.

Ma di queste limitazioni alla sua autorità da parte arciducale il B. pareva volersi rifare nel territorio veneto: "quanto più gli altri vorrebbero la quiete, tanto più egli machina novità perniciose" scriveva il Sarpi, il 20 giugno 16 15, a Simone Contarini. Ecco alcune di tali "novità": la modificazione in sensa restrittivo degli statuti di San Vito al Tagliamento, l'arresto, senza autorizzazione del luogotenente, di un certo Taddeo Martinelli da Salò, la manomissione delle consuetudini della comunità di San Daniele e la pretesa che fosse giudicato dal foro ecclesiastico anziché dai magistrati veneti Cecchino Caporiaco, il quale aveva assassinato, nel 1614, il dottor Giusto Carga (per punirlo d'aver portato a Venezia le ragioni di detta comunità di San Daniele contro il Barbaro).

Afflitto nell'ultimo periodo della sua vita dalla gotta, il B. morì a Venezia il 27 apr. 1616.

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