DEL GIUDICE, Francesco

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 36 (1988)

di Pietro Messina

DEL GIUDICE, Francesco. - Nacque a Napoli il 7 dic. 1647, da Nicolò, principe di Cellamare, e da Ippolita Palagana.

La famiglia Del Giudice era originaria di Genova. Stabilitasi a Napoli durante il sec. XVI, aveva accresciuto le proprie sostanze e si era inserita nell'aristocrazia del Regno. Fu tipica rappresentante di quei ceti che, grazie alla ricchezza, ottennero di accedere al baronaggio e di accrescere il proprio potere; costituirono una valida base sociale del dominio spagnolo; lo sostennero politicamente e ne sfruttarono abilmente le esigenze economiche, comprando cariche, appaltando e affittando entrate pubbliche, e realizzando così enormi guadagni. Il padre, nel 1631, aveva acquistato il titolo di principe di Cellamare e, nel 1639, quello di duca di Giovinazzo. Uno dei suoi più lucrosi affari fu l'acquisto della carica di corriero maggiore: un'operazione che gli consentì di incrementare notevolmente il suo patrimonio. Il 14 maggio 1686 la famiglia ottenne l'iscrizione al seggio Capuano. Erede del titolo fu il primogenito Domenico, protagonista poi di una lunga carriera politica a servizio della Spagna. Tra le sorelle, Zenobia andò sposa a Filippo Caracciolo principe di Villa, Clara a Francesco Pignatelli duca di Bisaccia e Teresa a Carlo Carafa duca di Noia.

Il D., come cadetto, fu avviato alla prelatura. Grazie all'appoggio politico della Spagna e ai cospicui mezzi finanziari della sua famiglia, compì in Curia una rapida e brillante carriera. Sotto Clemente IX ottenne un protonotariato apostolico. Fu quindi vicelegato a Bologna, prima col cardinale L. Carafa, e poi con L. Pallavicino. Da Clemente X fu nominato chierico di Camera e ottenne il governatorato di Fano. Con Innocenzo XI fu governatore di Roma e presidente dell'Annona. Strinse grande amicizia col duca di Medinaceli, allora marchese di Cogolludo e ambasciatore spagnolo a Roma, e grazie alle sue pressioni politiche e, secondo una fonte contemporanea, "col rilasso di 44 mila scudi" (O. D'Elci, Vite..., f. 183v) ottenne infine la nomina cardinalizia. Alessandro VIII, il 13 febbr. 1690, gli conferì la porpora col titolo di S. Maria del Popolo (10 aprile), titolo che avrebbe poi mutato con quello di S. Sabina il 30 marzo 1700. Ricevette gli ordini sacri solo nel dicembre 1691.

Come cardinale il D. svolse un'intensa attività in Curia, partecipando a molte congregazioni. Fu infatti prefetto della congregazione dell'Immunità ecclesiastica, membro delle congregazioni del Buongoverno, Concistoriale, del Concilio, dei vescovi e regolari, dei Riti, di Propaganda Fide, della Segnatura di Grazia e, infine, segretario del S. Uffizio (1719-1725), mostrandosi sempre "benissimo instrutto" in "materie politiche, e specialmente negl'interessi de' principi" (O. D'Elci, f. 183v). Nel conclave seguito alla morte di Alessandro VIII il D. fu promotore, insieme a G. Cantelmo, dell'elezione di Antonio Pignatelli (Innocenzo XII). Questi era suo amico e, legato a lui anche da lontani vincoli di parentela, aveva rinunciato in suo favore ad alguni ricchi benefici. Il D. sperava, dopo la sua elezione, di essere ricompensato con qualche più alta carica e, deluso, tornò a Napoli per protesta. Rientrato a Roma, fu fedele filospagnolo e nell'inverno 1692-93 fu di aiuto e consiglio all'amico Medinaceli in occasione dei rinnovati contrasti fra le autorità statali napoletane e l'arcivescovo G. Cantelmo a proposito del tribunale dell'Inquisizione; e di tali questioni tornò poi ad occuparsi nel 1699.

Nominato il Medinaceli viceré di Napoli, alla sua partenza, nel febbraio 1696, il D. assunse ad interim la carica di ambasciatore presso la S. Sede. La mantenne fino all'arrivo del conte d'Altamira, nel giugno 1697, per poi riprenderla dopo poco, in seguito alla morte improvvisa del conte.

Il 29 nov. 1699 Carlo II lo scelse come componente di un nuovo Consiglio di Stato di nove membri, ma il D. non abbandonò Roma, dove continuò le sue funzioni di rappresentante ufficiale, assumendo anche la carica di cardinale protettore. Nel conclave riunitosi nell'ottobre 1700, entrò però in contrasto con P. Ottoboni, il quale si accordò col Medinaceli e col duca di Uceda in favore di N. Acciaiuoli e di B. Panciatichi. Il D. allora inclinò dapprima verso il partito francese, e poi finì con l'allinearsi a quello filoimperiale guidato da F. M. de' Medici, e tale fazione seguì fino al voto per G. Albani.

Salito Filippo V sul trono di Spagna, il D. tornò subito ad accostarsi ai filofrancesi e divenne uno dei principali esponenti del partito borbonico. È probabile che intanto si fossero deteriorati i suoi rapporti col Medinaceli. Di fatto, nel 1701, egli fu tra i più solleciti, insieme col duca di Uceda, a dar avviso a Madrid dei malumori diffusi a Napoli contro il viceré e a sollecitare il cardinal T. de Janson a scrivere a Parigi contro di lui.

Sostituito il Medinaceli col duca di Escalona, viceré di Sicilia, il 22 nov. 1701 il D. fu prescelto come successore di quest'ultimo. Giunse a Palermo il 6 genn. 1702. Era in corso la guerra di successione spagnola, e i suoi compiti di viceré consistettero essenzialmente nella cura delle difese del Regno, nel cercare finanziamenti e nel vigilare sull'ordine interno. Tra il 16 e il 21 maggio 1702 presiedette a Palermo il Parlamento siciliano.

L'Assemblea si limitò essenzialmente a riconfermare i donativi ordinari e a votarne uno straordinario di 200.000 scudi. Una delle prime questioni che aveva dovuto affrontare era stata, intanto, quella del processo a G. M. Cappellani: un sacerdote che, in contatto coi ministri asburgici, aveva cercato di fomentare una congiura filoaustriaca. Arrestato nel settembre 1701, era stato condannato a morte ma, dato il suo stato clericale, erano sorti innumerevoli ostacoli procedurali, alimentati dallo stesso arcivescovo di Palermo F. Bazan. "Fremeva il cardinal Giudice" (Mongitore, VII, p. 307) per questi intoppi, e Solo il 27 marzo 1702 la sentenza poté essere eseguita.

Il 10 ottobre il D. partì per Messina. La città era in fermento. Per intercessione di Luigi XIV era stato concesso l'indulto e la restituzione dei beni ai Messinesi esiliati in seguito alla rivolta del 1674. Il D. aveva tentato inutilmente di opporsi con tutte le sue forze al provvedimento, insistendo particolarmente sul fatto che lo scorporo dei beni già confiscati sarebbe stato di grave danno per il patrimonio regio. Imposto il provvedimento dall'autorità di Luigi XIV, nella città si era cominciato a nutrire speranze per il ristabilimento degli antichi privilegi cittadini, aboliti dopo la rivolta, e c'erano stati alcuni attriti con la guarnigione spagnola. Il D. ristabilì la calma con polso fermo, ordinò alcune carcerazioni e prolungò il suo soggiorno a Messina fino all'aprile 1703. Nel novembre 1702 fece un viaggio di ispezione nelle fortezze di Augusta, Siracusa e Catania.

Tornato a Palermo il 29 apr. 1703, il 26 maggio si imbarcò per visitare le fortezze di Trapani e Marsala. Dovette però tornare indietro precipitosamente, messo in allarme dalla notizia dell'avvistamento di una flotta nemica. Un altro avvistamento si verificò in forma ancora più allarmante e preoccupante, il 20 luglio. In entrambi i casi risultò poi trattarsi solo di convogli mercantili scortati, ma il D. si diede da fare per rafforzare le fortificazioni di Palermo e invitò le corporazioni cittadine a collaborare alla difesa. Nel frattempo era stata sventata un'altra congiura filoaustriaca organizzata da G. Mauro, e il D., temendo che i nobili potessero lasciarsi coinvolgere da questi tentativi, il 30 giugno 1703 intimò con un bando ai baroni di prestare servizio militare.

Il 14 genn. 1704 Filippo V volle fargli assegnare l'arcivescovato di Monreale, e il D. ricevette la consacrazione il 10 febbraio, per mano dell'arcivescovo di Palermo G. Gasch.

Terminato il suo mandato viceregale, il 5 apr. 1705 fu nominato suo successore il marchese di Bedmar. Il D. rimase comunque in Sicilia fino al 28 dicembre, quando partì alla volta di Roma. Nel 1709, quando la S. Sede riconobbe le conquiste di Carlo VI d'Asburgo, la Spagna ruppe le relazioni diplomatiche e il D., obbedendo agli ordini, abbandonò Roma con gli altri rappresentanti spagnoli e il 13 aprile si ritirò a Genova. A Madrid si pensò pure di affidargli l'organizzazione di una spedizione in Calabria guidata dal principe Francesco Pio di Savoia, ma il progetto non prese mai corpo. Di sicuro però il D. godeva la piena fiducia sia della corte spagnola sia di quella francese. Luigi XIV lo stimava e, nel novembre 1710, collocava anche il suo nome in una rosa di candidati tra cui scegliere, eventualmente, un primo ministro da affiancare al nipote Filippo V.

Alla fine dell'anno fu nominato grande inquisitore di Spagna. La bolla di conferma, però, fu emessa solo il 2 giugno 1711 e il D. entrò in carica solo il 7 marzo 1712. Il primo caso di cui si occupò fu quello del vescovo di Oviedo José Fernando de Toro, accusato di quietismo. Il processo era già istruito e il D. si limitò a nominare una commissione che seguisse il caso, che, per quanto lo riguardava, si concluse col trasferimento dell'inquisito a Roma, nel giugno 1716.

Il D. fu anche ammesso nel Consiglio di Stato. Partecipò a varie giunte: sul commercio francese, per l'elaborazione di vari progetti sulla successione di Francia e sul problema dei rapporti diplomatici con Roma. Su quest'ultima questione seppe mantenere un prudente equilibrio, evitando di suscitare malumori nella corte. Col rimpasto ministeriale del gennaio 1715, gli furono affidati gli affari ecclesiastici, di Stato e di giustizia. Era una posizione di primo piano, che il D. aveva saputo raggiungere, riuscendo a destreggiarsi abilmente tra le fazioni di corte.

Nel marzo 1714 fu scelto per una missione diplomatica a Parigi. L'occasione fu data dall'inasprirsi dei contrasti fra la corte e il rappresentante francese Louis de Brancas, il quale, in modo sempre più aperto, si era messo in urto con J. Orry e con la potentissima Anna de La Tremoille, principessa Orsini. Inoltre a Madrid continuava a serpeggiare il malumore per i trattati firmati a Utrecht (1713) dalla Francia, con Olanda, Inghilterra, Savoia e Portogallo, e si indugiava a concedergli la propria adesione.

Il D., pertanto, doveva innanzitutto chiedere il richiamo del Brancas, accusato di essere strumento delle trame di Filippo d'Orléans e di fomentare la ribellione; doveva quindi spiegare i motivi della mancata adesione della Spagna ai trattati, giustificandola con l'irritazione per le continue eccessive richieste di Inghilterra, Savoia e Portogallo e, soprattutto, per la mancata concessione da parte dei Paesi Bassi di uno Stato indipendente alla principessa Orsini. Infine doveva chiedere l'invio di aiuti per l'assedio di Barcellona.

Partì il 30 marzo in tutta fretta, con l'obiettivo di giungere a Parigi prima del Brancas e stornare così sue eventuali manovre. Le istruzioni gli furono spedite il 2 aprile. Ma, proprio in quei giorni, giunse a Madrid la notizia della pace di Rastadt. La delusione fu enorme. La Spagna non era stata presa in considerazione in quegli accordi e, soprattutto, si concedeva a Carlo VI l'uso dei titoli spagnoli. Immediatamente furono riaperte le istruzioni e fu redatto un supplemento con una vivacissima protesta.

Il D. giunse a Parigi il 16 aprile, e il 18 ebbe un primo incontro informale con J.-B. Colbert, marchese di Torcy. Con Luigi XIV si incontrò ufficialmente il 20, a Marly; gli presentò le sue credenziali e parlarono essenzialmente del Brancas. Fu il 22 che Torcy sottopose al re un lungo memoriale, elaborato su ispirazione del D., e contenente tutti i problemi della missione. Il giorno seguente il re scrisse al nipote, ribattendo punto per punto a ognuna di tali questioni. Per quanto riguardava il Brancas non c'era alcuna difficoltà, in quanto il suo richiamo era già stato deciso da tempo; per il resto Filippo doveva convincersi che la pace era indispensabile per entrambi gli stati e che perciò era necessario accettare gli accordi così com'erano, e doveva rassicurarsi, per il resto, delle buone intenzioni della Francia verso di lui. Quanto agli aiuti per Barcellona, erano subordinati alla firma della pace con l'Olanda. Al D. fu consegnata solo una copia di tale risposta. Amareggiato per questo scavalcamento, seppe però abilmente dissimulare e sfruttò la situazione scrivendo il 25 aprile a Filippo e consigliandogli l'instaurazione di una diretta corrispondenza col re di Francia.

Il 28 aprile si incontrò di nuovo col re e col Torcy, ma ormai era chiaro che a Parigi non avevano alcuna intenzione di ascoltare le lamentele spagnole.

La missione del D. sarebbe stata virtualmente conclusa se non fosse accaduto un fatto nuovo. Dopo una breve malattia, il 4 maggio 1714, moriva Carlo duca di Berry, erede al trono. Rimaneva solo il piccolo Luigi, di quattro anni. Baudrillart sostiene che fino a quel momento il D. non aveva ricevuto alcuna istruzione sul tema della successione; il De Courcy crede invece che, almeno oralmente, le avesse ricevute già alla partenza. Di fatto il D. colse l'occasione per affrontare l'argomento col Torcy. Il 4 maggio si parlò della possibilità di successione per Filippo V o un suo figlio, e dell'affidamento di una prossima eventuale reggenza. Lo stesso giorno scrisse al suo re. Lo informava che il Torcy, parlando come se interpretasse un desiderio di Luigi XIV, aveva considerato ottimale una futura tutela spagnola per il delfino. Lo invitava a mettersi direttamente in contatto col re di Francia e ad affrettarsi per prevenire gli orleanisti. La prima risposta, speditagli il 23 maggio, era improntata più a prudenza politica che a sincerità: ribadiva l'assoluta volontà del re di rimanere ligio agli accordi che sancivano la sua esclusione dalla successione alla corona di Francia e lo invitava a proseguire i contatti col re e col Torcy per sondarne le opinioni. Il 26 maggio, ancora senza risposta, il D. scrisse altre due lettere. Insisteva sulla necessità di prevenire l'Orléans e ricordava che in gioco era la reggenza, e forse la stessa successione; chiedeva pertanto urgenti istruzioni. L'8 giugno, infine, da Madrid si decisero ad inviargli un lungo memoriale sulla materia. Il D. aveva continuato a incontrarsi col Torcy e, ricevute le istruzioni, intensificò i suoi sforzi. Ma benché il ministro francese si mostrasse personalmente possibilista circa un'eventuale successione spagnola, ricordava al D. che Luigi XIV era fermamente deciso a far rispettare gli accordi che sancivano la rinuncia di Filippo V. Sulla questione della tutela fu più incoraggiante, ma non riteneva che fosse ancora il caso di parlarne apertamente. Di fatto, se Torcy parlò di questi argomenti con alcuni colleghi e con la Maintenon, molto probabilmente nessuno ne parlò col re; questi aveva già preso le sue decisioni e in nessun caso voleva derogare agli accordi sulla rinuncia spagnola. La questione si avviava così a risolversi in un nulla di fatto, quando il D., il 20 agosto, fu bruscamente richiamato a Madrid.

La causa della sua disgrazia va ricercata nell'attività di inquisitore. Il 30 luglio aveva sottoscritto un decreto di condanna da parte dell'Inquisizione verso alcune opere che, attaccando le prerogative, ecclesiastiche, difendevano tesi regaliste. Insieme con libri di J. Barclay e D. Talon si condannava, pur senza nominarlo direttamente, un memoriale che M. Macañaz, avvocato della Corona, aveva redatto nel dicembre precedente, memoriale in cui attaccava a fondo vari privilegi e prerogative della giurisdizione ecclesiastica. Il Consiglio di Castiglia protestò immediatamente contro l'atto censorio. Neanche la corte volle tollerarlo e colpì subito il Del Giudice. È probabile che in tutta la vicenda abbiano avuto un loro ruolo anche le varie lotte fra i personaggi della corte. Il D., protagonista di una rapida ascesa, doveva aver accumulato più di una inimicizia.

Innanzitutto, in quest'occasione, gli fu profondamente ostile la principessa Orsini; il D., dal canto suo, aveva motivi di avversione per il padre Robinet, confessore del re, e per il Macañaz, che avevano impedito la sua nomina alla ricchissima diocesi di Toledo. D'altra parte c'è stato anche chi ha pensato che la sua stessa missione in Francia fosse progettata dal re e dalla Orsini per poter colpire meglio l'Inquisizione. È comunque indubitabile che tutta la vicenda si inquadra, innanzitutto, nell'ambito della lotta giurisdizionale fra Stato e Chiesa. P. Aldrovandi scriveva che grande irritazione destava in Spagna il sospetto che il D. avesse agito di concerto con Roma, e che gli si contestava di voler "abbassare l'autorità de Tribunali, per ingrandire quella della Chiesa" (Nunz. Spagna, 210A, ff. 247v-248r).

La permanenza del D. a Parigi comunque, era divenuta sgradita allo stesso Luigi XIV. Il re invero aveva stima e simpatia per il cardinale, e lo aveva autorizzato a presentarsi a corte tutte le volte che avesse voluto. Tuttavia il soggiorno dell'inviato spagnolo e i suoi ripetuti incontri col Torcy avevano suscitato le preoccupazioni dell'Inghilterra. I Whigs speravano che da tutto ciò potesse scaturire una ripresa della guerra; la medesima cosa era fortemente temuta dal visconte di Bolingbroke, che il 9 agosto scrisse preoccupato al Torcy, esponendogli i suoi timori per la pace. Similmente il conte di Peterborough scrisse a Luigi XIV. Questi aveva in quel momento a cuore la pace più di ogni altra cosa, e ritenne opportuno perciò chiedere il richiamo del Del Giudice. Tuttavia, quando la sua richiesta giunse a Madrid, il 31 agosto, la decisione era già stata presa, e per i motivi sopra esposti. Ciononostante egli sfruttò abilmente l'occasione, presentando agli Inglesi il richiamo del ministro come frutto della sua azione diplomatica.

Partito da Parigi il 9 sett. 1714, il D. fu raggiunto a Bayonne dall'ordine di non entrare in Spagna, portatogli dal principe Pio. Il principe, che si incontrò col cardinale il 18 settembre, gli fece sapere che la condizione essenziale postagli dal re per poter ritornare era il ritiro o la sostanziale ritrattazione del decreto inquisitoriale. Il D. si oppose, e inviò a sua volta a Madrid il nipote, principe di Cellamare, per esporre le sue ragioni e presentare le proprie dimissioni dalla carica di grande inquisitore. Le posizioni si irrigidirono e si inasprirono. Filippo V, nonostante gli interventi di Luigi XIV a favore del D., non volle cedere e nel mese di novembre arrivò a proibirgli di rendere omaggio alla nuova regina, Elisabetta Farnese, di passaggio a Bayonne. Né cedeva il D., tanto che nel dicembre il re decise di accettare le sue dimissioni.

L'"esilio" di Bayonne fu però tutt'altro che un periodo triste per il grande inquisitore. Strinse infatti solida amicizia con Maria Anna di Neuburg, la vedova di Carlo II; frequentò assiduamente le sue riunioni e le sue feste, fino a diventare il primo personaggio di quella piccola corte: il D. "est devenu très mondain", scriveva un corrispondente locale del Torcy (cit. in De Courcy, p. 233).

Le cose mutarono radicalmente con l'arrivo della Farnese in Spagna. Furono cacciati la principessa Orsini, principale avversaria del D., il Macañaz, l'Orry, il Robinet. Il cardinale fu richiamato il 26 gen. 1715 e tanto rapida era stata la sua caduta quanto fulminea fu la sua ascesa ai vertici dello Stato. Giunto a Madrid il 17 febbraio, vi ebbe accoglienze calorose. La mattina stessa del 18 venne nominato ministro per gli affari della Giustizia e della Chiesa. Un mese dopo riceveva l'incarico di precettore dell'erede al trono, Luigi, principe delle Asturie. Ottenne parimenti il controllo della politica estera, divenendo in pratica primo ministro. In questo campo, fedele all'amicizia con la corte di Parigi, venne incontro al desiderio di pace del sovrano francese. Il 25 febbraio fu ratificato l'accordo tra Spagna e Portogallo, seguito di lì a qualche mese dalla pace con i Paesi Bassi. Forte di tale amicizia, nel maggio del 1715, fece inviare ambasciatore a Parigi il nipote Antonio, principe di Cellamare. Reintegrato nella carica di grande inquisitore, volle prendersi una rivincita completa sulla corte. Il 28 marzo fece firmare al re un documento in cui, in pratica, si sconfessava il suo stesso operato; di fronte all'opposizione del Consiglio dei ministri lo fece poi stampare di sua autorità.

Grazie alla sua posizione di potere si risolse anche il problema della nunziatura di Spagna. L'Aldrovandi, fino ad allora costretto a rimanere a Parigi, ottenne nel maggio 1715 il permesso di raggiungere Madrid. E il nunzio, per tutte le questioni che gli si presentarono circa il ristabilimento dei rapporti diplomatici, si rivolse al D., "che può tanto in oggi alla Corte di Spagna" (lett. 27 maggio 1715, Nunz. Spagna 214, 214, f. 216r).

Ben presto però il D. si trovò a fare i conti con un avversario temibile: Giulio Alberoni. Nella sua lotta per il potere e per imporre i suoi ambiziosi progetti, l'Alberoni dovette innanzitutto sconfiggere il D. e scalzarlo dalla sua posizione. Un primo passo falso il D. lo commise quando provò a ridurre drasticamente le spese per le forze armate, progetto che incontrò l'ostilità generale e dovette essere abbandonato. Già nell'estate del 1715 fra i due era in corso una lotta senza esclusione di colpi. L'Alberoni non tardò ad avere la meglio: a poco a poco isolò completamente il D. nella corte, lo allontanò dalla regina, si guadagnò l'alleanza dell'Aldrovandi e del confessore del re, G. D'Aubenton.

Nell'autunno 1715 l'Alberoni colse i primi successi: gli ambasciatori di Olanda e Inghilterra furono autorizzati a non trattare più col D. e invitati a rivolgersi al cardinale J. Grimaldo. Nel dicembre anche l'ambasciatore francese, duca di Saint-Aignan, ricevette l'ordine di conferire non più con lui ma con l'Alberoni. Infine, nel luglio 1716, il D. fu esonerato dall'incarico di precettore del principe delle Asturie. Le sue dimissioni da grande inquisitore, seguite poco dopo, furono subito accettate e, dopo poco tempo, lo si allontanò anche dal Consiglio di Stato. Completamente sterili, seppur veementissimi, furono gli attacchi che tentò di portare contro l'Alberoni e gli altri suoi avversari. Accusò, fra l'altro, l'abate di pensare esclusivamente ad arricchire Parma con l'oro spagnolo e di essere venduto ad Eugenio di Savoia.

Il 22 genn. 1717 il D. fu costretto a lasciare la Spagna. Tornando a Roma, si fermò a Genova e a Torino, dove si intrattenne con Vittorio Amedeo II in un colloquio sulla situazione internazionale. A Roma non cessò di criticare l'Aldrovandi, il D'Aubenton e, soprattutto, non smise di attaccare l'Alberoni e tutti i progetti politici da lui elaborati.

Nel concistoro del 12 luglio 1717, nel quale fu conferita la porpora all'abate, il D. si oppose con decisione. Fu così inevitabile che i suoi rapporti con Madrid si deteriorassero rapidamente. Filippo V scrisse al card. Francesco Acquaviva e agli altri rappresentanti spagnoli di evitare il D. e di considerarlo alla stregua di uomo dell'imperatore; nello stesso tempo ordinò al D. di togliere le armi di Spagna dal suo palazzo. In un primo momento il cardinale cercò di opporsi: protestò la sua fedeltà al re, scrisse al duca d Orléans reggente di Francia per chiederne appoggio, rinnovò le accuse ai suoi avversari, si scagliò contro l'Acquaviva, accusandolo di tradimento a favore degli Asburgo. Lo scambio di invettive fra i due porporati si fece via via più acceso. L'Acquaviva ricambiò allora l'accusa di tradimento e fece richiesta che in Spagna si aprisse contro il D. un procedimento giudiziario e le sue critiche non risparmiarono neppure la sua vita privata. La rottura era ormai completa, e in Spagna si arrivò ad arrestare un tale accusato di tenere una corrispondenza con il D.; dopo poco, nel 1718, gli vennero sequestrate tutte le entrate siciliane.

Intanto il D. aveva da tempo preso contatti con l'ambasciatore asburgico L. G. Lamberg, e si decise infine a dichiararsi ufficialmente per il partito imperiale. Carlo VI, per ricompensarlo, il 19 ag. 1719 lo nominò ministro cesareo presso la S. Sede. Ben presto però (1720) il D. dovette cedere la carica al cardinale M. F. Althann.

A Roma il D. aveva partecipato all'elaborazione della bolla antigiansenista pubblicata l'8 sett. 1718. Il 12 luglio 1717 aveva assunto il nuovo titolo cardinalizio di vescovo prenestino mutandolo il 3 marzo 1721 con quello di vescovo di Frascati e, infine, il 12 giugno 1724 con quello di Ostia e di Velletri. Mantenne l'amministrazione di Monreale, fino all'11 febbr. 1725.

Fu uno dei capi del partito asburgico nel conclave del 1721 che elesse Innocenzo XIII. E così ancora nel conclave del 1724 seguì le indicazioni di Vienna, lottando a favore di G. Piazza, capo degli imperiali; ma, caduta questa candidatura, seppe manovrare molto abilmente e con successo per far eleggere Pierfrancesco Orsini (Benedetto XIII) suo amico personale.

Il D. morì il 10 ott. 1725.

Più che un abile politico o diplomatico fu un esperto cortigiano; amante del gioco, delle riunioni mondane, della buona conversazione, "un homme d'esprit, de cour, d'affaires et d'intrigue" (Mémoires du Duc de Saint-Simon, X, p. 57).

Fonti e Bibl.: Arch. Segr. Vaticano, Nunziatura Spagna, 210A, ff. 31r, 67, 152v, 162r-166r, 169v, 174-175r, 182r-185r, 207r-210, 214-217, 220v-228r, 241v, 247v, 264r, 268v-269r, 278v-286v, 292r; 210B, f. 325r; 211; 211A, ff. 42r, 44r, 105, 110v, 114r, 115r, 153, 158, 161, 163, 180, 182-184, 193, 196, 212, 217, 221 s., 231v-232r, 241, 244-247, 251r, 254, 257, 261r; 212, ff. 21v-22r, 23r, 29r, 30v, 31v, 33v-34v; 213, ff. 53, 83r, 212r, 269-271, 315, 325, 338, 354, 410, 420, 428, 440, 452; 214, ff. 58r, 65, 104, 121-124, 134, 158-160, 166, 170 s., 182 s., 186 s., 194, 202, 211, 216, 280v, 283 s., 295, 312, 314, 326, 364 s., 379, 382, 413, 417, 426, 428, 431, 441, 444, 460, 470, 478, 486, 488, 497, 513, 527; 215, ff. 5r, 11v, 20v-22v, 31 s., 43-45, 47v, 49-51, 65; Roma, Biblioteca Casanatense, ms. 2675, ff. 310-320; Ibid., Bibl. nazionale, ms. Sessoriano 382: O. D'Elci, Vite de Cardinali (1701), ff. 182-185; V. Bacallar y Sanna, Mémoires pour servir a l'histoire d'Espagne sous le regne de Philippe V, Amsterdam 1756, I, pp. 140 s.; II, p. 292; III, pp. 38, 41 s., 81, 93-97, 119-136, 139-141, 143, 147-152, 162 s., 180 ss., 200 ss., 347; Journal du marquis de Dangeau, a cura di M. E. Soulié - L. Dussieux, XV, Paris 1858, pp. 126 s., 129, 132 ss., 140, 144, 155, 157, 160, 170, 174, 187, 189 s., 199, 202, 218, 237, 240; A. Mongitore, Diario palermitano, in Diari della città di Palermo ..., a cura di G. Di Marzo, Palermo 1871, VII, pp. 298-331 passim; VIII, pp. 5-10, 12, 14, 21, 23 s., 27, 29 s.; Mémoires du Duc de Saint-Simon, a cura di M. M. Chéruel - A. Regnier, I, II, IV, X-XV, XVII-XIX, Paris 1873-1875, ad Indices; Journal inédit de J.-B. Colbert, a cura di F. Masson, Paris 1884, ad Indicem; Lettres intimes de J. M. Alberoni adressées au comte I. Rocca, a cura di E. Bourgeois, Paris 1892, ad Indicem; Recueil des instructions données aux ambass. et ministres de France, XII, Espagne, I-III, Paris 1898-1899, ad Indicem; D. Confuorto, Giornali di Napoli dal MDCLXXIX al MDCIC, a cura di N. Nicolini, I-II, Napoli 1930, ad Indicem; F. Nicolini, L'Europa durante la guerra di success. di Spagna, I-II, Napoli 1937-1939, ad Indicem; M. Guarnacci, Vitae et res gestae pontificum Romanorum, I, Romae 1751, coll. 347-350; L. Cardella, Memorie stor. de' cardinali, VIII, Roma 1794, pp. 10 ss.; G. Novaes, Elementi della storia de' sommi pontefici, XI, Roma 1822, p. 86; F. Petrucelli Della Gattina, Histoire diplomatique des conclaves, III, Paris 1865, pp. 367, 370, 382, 393, 403, 427, 434, 440-444; IV, ibid. 1866, pp. 23, 25, 33 ss., 40, 42, 45-48; M. La Fuente, Historia general de España, XVIII, Madrid 1869, pp. 333, 368, 379, 393 s.; E. Bourgeois, Les secret du régent et la politique de l'abbé Dubois, Paris [1875], pp. 9 s., 18; B. Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle provincie meridionali d'Italia, VI, Napoli 1875, pp. 98, 238; D. Gallo, Gli Annali della città di Messina, IV, Messina 1882, pp. 25 s., 28; L. Boglino, La Sicilia e i suoi cardinali, Palermo 1884, pp. 65 s.; A. Baudrillart, Philippe V et la cour de France, I-II, Paris 1890, ad Indices; M. R. De Courcy, L'Espagne après la paix d'Utrecht, Paris 1891, ad Indicem (questi due ultimi testi sono ricchissimi di indicazioni di fonti inedite e di archivio riguardanti il periodo spagnolo del D. e in particolare modo la sua missione in Francia); A. Professione, Il ministero in Spagna e il processo del cardinale Giulio Alberoni, Torino 1897, pp. 11, 15, 45 s., 48; H. C. Lea, A history of the Inquisition of Spain, I, New York 1906, pp. 314-318; II, ibid. 1906, p. 88; IV, ibid 1907, p. 73; E. Bourgeois, Les secrets des Farnèse; Philippe V et la politique d'Alberoni, Paris [1910], pp. 99, 104, 131, 133, 137, 140 ss., 168-179, 182, 201, 205, 215 s., 219 ss., 230, 236, 238, 250; P. Castagnoli, Il cardinale Giulio Alberoni, I, Piacenza-Roma 1929, ad Indicem; L. von Pastor, Storia dei papi, XIV, 2, Roma 1962, ad Indicem; XV, ibid. 1962, ad Indicem; H. Kamen, L'Inquisizione spagnola, Milano 1966, pp. 262 s.; L. Osbat, L'Inquisizione a Napoli, Roma 1974, ad Indicem; G. E. Di Blasi, Storia cronologica de' viceré, luogotenenti e presidi del Regno di Sicilia, IV, Palermo 1975, ad Indicem; L. Riccobene, Sicilia ed Europa dal 1700 al 1735, Palermo 1976, pp. 62 ss.; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica..., V, Patavii 1952, pp. 16 s., 41 ss., 48, 51, 276.

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