JACOMONI, Francesco

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 62 (2004)

di Fabio Grassi Orsini

JACOMONI, Francesco. - Nacque a Reggio Calabria, il 31 ag. 1893, da Enrico ed Ernesta Donadio.

Il padre, legato al Banco di Roma, aveva svolto un certo ruolo in appoggio alla penetrazione economica italiana in Medio Oriente e, a tale titolo, aveva avuto stretti rapporti con il ministro degli Esteri, A. Paternò Castello marchese di Sangiuliano, e con i vertici di quel ministero.

Arruolato come soldato semplice il 22 giugno 1914, lo J. fu nominato tenente d'artiglieria di fortezza il 3 giugno 1915, partecipando quindi alle campagne militari del 1915-18. Ancora sotto le armi, il 6 luglio 1916 si laureò in giurisprudenza presso l'Università di Roma.

Nel maggio 1919, chiamato a prestare servizio presso il Comitato militare interalleato della conferenza della pace di Versailles, fu quindi nominato ufficiale di collegamento presso la delegazione austriaca e, in seguito, presso quella ungherese e infine la bulgara; a questo titolo compì lunghi soggiorni a Vienna e Budapest, dove fu distaccato presso gli alti commissariati italiani.

La sua opera venne apprezzata dal diretto superiore, il capo della sezione militare italiana generale G. Marietti, dall'ambasciatore L. Bonin Longare, rappresentante dell'Italia alla conferenza degli ambasciatori, e anche da V. Cerruti, alto commissario a Budapest, il quale certificò che lo J. gli era stato utilissimo per la conoscenza della lingua ungherese e per i contatti che aveva stabilito con le autorità locali.

Nell'ottobre 1919 lo J. venne comandato presso la legazione di Bucarest, dove prestò servizio in qualità di segretario. Tali incarichi gli fecero acquisire una non comune esperienza nel negoziato multilaterale e anche una buona conoscenza degli affari dell'Europa centrorientale e di quelli balcanici. Nell'agosto 1920 fu chiamato a prestare servizio presso il ministero degli Esteri.

Tra il 1921 e l'estate del 1922 fu successivamente segretario delle delegazioni italiane presso la Commissione internazionale dell'Elba (gennaio 1921) e la conferenza di Portorose (giugno 1921); segretario della sessione di Roma della conferenza dell'Istituto di diritto internazionale privato (ottobre 1921), della Commissione internazionale del Reno (dicembre 1921), della delegazione italiana alla conferenza di Roma tra gli Stati successori dell'Austria-Ungheria (febbraio 1922); e, infine, delle delegazioni italiane alle conferenze di Genova (aprile 1922) e dell'Aja (giugno 1922).

Nel luglio 1923, potendosi avvalere delle disposizioni in favore degli ex combattenti assunti in servizio temporaneo presso il ministero degli Esteri, vinse il concorso per la carriera diplomatica e fu nuovamente destinato a Bucarest; nel luglio 1924 fu nominato da B. Mussolini segretario della delegazione italiana alla conferenza finanziaria di Londra; nel luglio dell'anno dopo, richiamato al ministero, continuò a occuparsi di questioni multilaterali, per lo più connesse con i trattati di pace.

Nell'aprile 1926 venne destinato in Albania, in un momento in cui il governo Mussolini preparava un rilancio della politica italiana nei confronti di quel paese.

Lo J. era chiamato a coadiuvare l'azione di P. Aloisi, ministro plenipotenziario a Durazzo, con cui già aveva lavorato a Bucarest; ma soprattutto si trovò a reggere la legazione durante le frequenti assenze del capo missione, richiamato a Roma per consultazioni sugli affari albanesi, dati i notevoli impegni assunti dall'Italia nel paese in campo economico e finanziario; in particolare lo J. ebbe un ruolo non trascurabile nella preparazione del trattato di amicizia e sicurezza italo-albanese del 27 nov. 1926.

Rientrato al ministero alla fine del gennaio 1927, fu nominato capo dell'Ufficio storico-diplomatico che, al momento della "riforma Grandi", aveva funzione di "ufficio studi" alle dipendenze del gabinetto del ministro. Passò poi (17 febbr. 1927) alle dirette dipendenze di Grandi, allora sottosegretario di Stato; ebbe, quindi, funzioni di vicecapo di gabinetto del sottosegretario e, nel 1930, fu vicecapo di gabinetto di Grandi oramai ministro.

In questi anni Grandi lo utilizzò in molte riunioni internazionali per l'attuazione dei piani Dawes e Young sulle riparazioni tedesche e per le conferenze navali di Parigi e di Londra. Inoltre lo J. affiancò il ministro nella sua azione di riequilibrio della posizione italiana nell'ambito della Società delle Nazioni; fu segretario della conferenza di Ginevra per il disarmo e collaborò con il direttore generale R. Guariglia alla formulazione della nota in risposta al progetto Briand per un'unione europea e al progetto Kellogg. Nell'ottobre 1929 fu nominato membro della Commissione per il riordinamento e la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani.

Nell'ottobre 1932 lo J. sposò Maja Cavallero, figlia del generale (poi maresciallo) Ugo; in quello stesso anno Grandi, nominato ambasciatore a Londra, lo avrebbe voluto al suo fianco ma Aloisi, nuovo capo di gabinetto con Mussolini ministro, ne ostacolò il trasferimento considerandolo insostituibile presso il gabinetto - centro motore dell'attività politica del ministero dopo l'abolizione della segreteria generale -, quale preciso esecutore delle sue istruzioni, e in grado di tenerlo informato della situazione a Roma, mentre egli era principalmente impegnato a Ginevra presso la Società delle Nazioni. Nell'agosto 1936, lo J., divenuto in giugno G. Ciano ministro degli Esteri, fu destinato a Tirana.

Come scrisse nelle sue memorie (La politica dell'Italia in Albania, Rocca San Casciano 1965), egli lasciò malvolentieri un incarico che gli permetteva di seguire la grande politica internazionale per trovarsi invischiato nel rischioso "groviglio balcanico"; d'altro canto, tenendo conto dell'età e degli anni di carriera dello J., da pochi mesi ministro plenipotenziario di seconda classe, è improbabile che la sua destinazione a Tirana fosse manifestazione di "una poco benevola disposizione nei suoi riguardi". Naturalmente, avendo egli collaborato, in una diversa stagione politica, a rafforzare i legami con l'Albania e a ricucire i rapporti tra i due governi, dovette adattarsi malvolentieri al nuovo corso, voluto da Ciano, che imponeva una rottura con il regime di re Zogu, anche se le relazioni italo-albanesi si erano raffreddate già alla vigilia del suo arrivo.

Inizialmente lo J. non desistette dal tentativo di favorire un chiarimento fra i due paesi e, a tal fine, convinse Ciano a compiere, nell'aprile 1937, una visita in Albania, la quale, grazie anche alla sua mediazione, sembrò produrre una distensione e portò all'ipotesi di un vasto programma di aiuti italiani. Ma l'anno seguente, sempre in aprile, lo J., a Roma per colloqui, apprese al ministero che era andata consolidandosi l'ipotesi di un'annessione dell'Albania all'Italia; allo J. venne consigliato di non contrastare i programmi di Ciano, ma di adoperarsi per mantenere comunque i rapporti con Zogu su un piano di correttezza e di svolgere un'azione che, migliorando l'immagine dell'Italia nell'opinione pubblica, non desse appigli ai fautori dell'intervento militare. Personalmente legato alla linea tradizionale della diplomazia italiana (che aveva cercato di assicurare l'autonomia e l'integrità dello Stato albanese, pur aspirando a svolgere un ruolo di "protettorato"), lo J. mantenne, comunque, sull'ipotesi annessionista un giudizio fondamentalmente negativo.

Ai primi di maggio, Ciano comunicò l'indirizzo politico da lui caldeggiato presso il duce, il quale gli chiese di soprassedere in attesa che si definisse il trattato con la Germania e domandò proprio allo J. di sottoporgli un "piano d'azione locale", che questi preparò prospettando che Zogu restasse, ma "assoggettato" all'influenza italiana.

Dal dicembre 1938, lo J. si trovò a seguire personalmente tutti i successivi passaggi della politica italiana in Albania, sempre più chiaramente finalizzata alla ricerca di un pretesto che giustificasse l'intervento.

Lo J. era convinto che fosse ancora possibile trovare un accordo con Zogu, e di questo discusse con Ciano in occasione di una nuova visita a Roma, alla metà di marzo del 1939. Il ministro, sebbene sempre più convinto della necessità dell'annessione, in seguito a una nuova richiesta di soprassedere da parte di Mussolini, il 25 marzo 1939 dette istruzioni allo J. di iniziare le trattative per la stipulazione di un nuovo trattato di alleanza con l'Albania, sulla base di un progetto che ricalcava le linee dei trattati anglo-irakeni e anglo-egiziani; lo J., consapevole delle difficoltà di far accettare tale progetto agli Albanesi, impostò il negoziato partendo da una base tattica diversa, limitandosi a parlare di una modifica del trattato del 1926. Fu così definito, con il consenso albanese, un nuovo progetto sottoposto a Mussolini, il quale inviò allo J. una sua controproposta, accompagnata da un messaggio a re Zogu in termini rassicuranti ma così ultimativi da non lasciare altra alternativa che l'accettazione integrale della nuova versione del trattato; al netto rifiuto opposto da Zogu Mussolini replicò con un ultimatum.

Invitato a lasciare Tirana e a far rientrare il personale della legazione, lo J. chiese e ottenne di rimanere al suo posto, ritenendo che la presenza di un rappresentante italiano nella capitale avrebbe in qualche modo coperto l'atto di guerra rappresentato dallo sbarco delle truppe italiane e dato l'impressione di una sorta di continuità dello Stato albanese. Pur trattandosi di una decisione rischiosa per l'incolumità del personale diplomatico, tale impostazione si rivelò tuttavia corretta, rendendo possibile, dopo la fuga di Zogu, il passaggio dei poteri a un reggente, la formazione di un governo provvisorio e la convocazione di un'Assemblea costituente che, il 12 apr. 1939, offrì a Vittorio Emanuele III, sotto forma di "unione personale", la corona del Regno d'Albania, accettata con una solenne cerimonia il 16 aprile. Il successivo 19, lo J. fu nominato ambasciatore e, qualche giorno dopo, luogotenente generale con residenza a Tirana, carica che tenne fino alla fine di marzo del 1943.

Lo J., il cui nome era stato suggerito dalle autorità albanesi, non fu un Gauleiter: la dottrina notò l'anomalia della posizione del luogotenente nel quadro di una soluzione costituzionale in cui l'unione personale non significava la fusione dei due Regni, ma lasciava sopravvivere la sovranità dello Stato albanese. Non fu neppure un "viceré travicello": egli aveva potere decisionale nella nomina e nel licenziamento dei capi del governo albanese e influiva sull'attività di governo attraverso i "consiglieri superiori" italiani che affiancavano i ministri, anche se si sforzò affinché non venisse meno l'apparente autonomia del governo locale. Il luogotenente veniva, inoltre, consultato in relazione a molte decisioni politiche, come nel caso della convenzione per la parità dei diritti fra i cittadini albanesi e quelli italiani, la convenzione doganale-valutaria tra Italia e Albania, la fusione delle forze armate e della gendarmeria locali nell'esercito italiano. Sotto la sua supervisione venne redatto lo statuto concesso dal re all'Albania, cui provvidero giuristi italiani; lo J., peraltro, non si attivò molto nel promuovere l'azione del Partito fascista albanese, di cui anzi criticò la formazione. Per alcune materie, soprattutto economiche, la competenza era esercitata da un sottosegretariato per gli Affari albanesi - dipendente dal ministero degli Esteri e guidato da un tecnico -, la cui costituzione non incontrò l'approvazione dallo J.; le relazioni esterne erano dominio personale di Ciano, soprattutto dopo l'abolizione del ministero degli Esteri albanese e la confluenza della diplomazia del Regno d'Albania in quella italiana. Comunque sino alla campagna di Grecia l'opera dello J. fu in linea di massima apprezzata a Roma e sotto la sua luogotenenza furono realizzate numerose iniziative, in particolare opere pubbliche e istituzioni educative e assistenziali, che dettero impulso alla modernizzazione del paese e cambiarono l'aspetto della capitale tanto che si parlò del "volto littorio della Tirana di Jacomoni" (Luciolli).

Dall'agosto 1940 Mussolini e Ciano avevano messo lo J. al corrente dell'intenzione di sferrare un attacco a sorpresa alla Grecia nell'Epiro settentrionale. Nella riunione di palazzo Venezia convocata da Mussolini il 15 ottobre, lo J. riferì sulla situazione interna in Albania, sottolineando l'esistenza di un'opinione pubblica "impaziente ed entusiasta" nei confronti dell'impresa; circa la resistenza greca, egli sosteneva che questa sarebbe stata condizionata dall'azione militare italiana, a seconda che essa fosse "celere, decisa ed imponente" oppure "prudente e limitata".

Sembra che lo J. non fosse favorevole a un'operazione limitata all'Epiro; al contempo egli sollevò riserve sulla preparazione militare e sulle dimensioni del corpo di spedizione. Nelle sue memorie, volendo comprensibilmente alleggerire a posteriori le proprie responsabilità, egli enfatizzò il ruolo critico da lui esercitato riguardo all'intervento in Grecia, ma dal verbale della riunione non risulta niente di più della sopracitata riserva; comunque il solo fatto di aver prospettato qualche perplessità sugli aspetti militari dell'impresa spiacque a Mussolini e fu giudicato negativamente da Ciano.

In ogni caso, non essendoci spazi per influire su di una decisione già presa, lo J. collaborò alla campagna di mobilitazione dell'opinione pubblica albanese, all'organizzazione della propaganda oltre confine, al reclutamento di volontari che cooperassero con l'esercito italiano e di elementi che operassero dietro le linee con attività di informazione e sabotaggio, nonché alla predisposizione di incidenti allo scopo di creare il casus belli. Egli ebbe un ruolo anche nella preparazione diplomatica, organizzando una missione ad Atene dell'esponente politico albanese-ciamuriota N. Dino; venne, tuttavia, ritenuto responsabile del non favorevole avvio dell'impresa, avendo fornito notizie inesatte sullo stato dell'opinione pubblica in Albania e nell'Epiro settentrionale nonché sull'eventuale resistenza greca.

Nella drammatica riunione con Mussolini del 10 nov. 1940, il maresciallo P. Badoglio chiese la testa dello J., imputandogli sia l'errata informativa circa una rivolta a favore dell'Italia in Ciamuria, informativa che avrebbe costituito la premessa del sottodimensionamento del corpo di spedizione, sia di non aver previsto possibili defezioni da parte di reparti albanesi, che si erano invece effettivamente verificate.

Ridimensionata, dopo le inchieste effettuate, la teoria del tradimento, lo J. fu lasciato al suo posto e la sua posizione fu rafforzata, nel dicembre 1940, dalla nomina del suocero, gen. U. Cavallero, a capo di stato maggiore generale al posto di Badoglio. Terminate le operazioni belliche nell'aprile 1941, dopo la visita del re a Tirana si aprì una nuova fase nei rapporti italo-albanesi, cui seguì l'annessione del Kosovo all'Albania.

Questa fase fu segnata dall'adozione di alcune riforme, suggerite dalle autorità albanesi, che venivano incontro a richieste di maggiore autonomia interna, lasciando anche più ampi margini di iniziativa al luogotenente e al governo locale, alla testa del quale lo J. fece nominare l'esponente nazionalista M. Kruja, ritenendolo più adatto a fronteggiare le esigenze dell'ordine pubblico. Ma, agli inizi del 1942, non essendo riuscito ad arginare il malcontento dovuto al peggioramento della situazione economica e alla propaganda degli esuli politici nazionalisti contrari all'unione con l'Italia, lo sostituì con E. Libohova, elemento filoitaliano appartenente all'aristocrazia musulmana, che riportò al governo i bey. Luciolli sostenne che lo J. era "abbastanza intelligente per accorgersi che la politica fascista scavava le fondamenta dell'equilibrio interno albanese ma comprendeva altrettanto bene che se si fosse opposto agli errori […] delle sfere politiche fasciste non avrebbe potuto conservare il posto" cercando, a quel punto, di ammorbidire con ogni mezzo gli oppositori.

Tuttavia, quando lo J. si rese conto che l'unica possibilità di fronteggiare l'insorgente nazionalismo era una politica basata sul riconoscimento di una maggiore autonomia all'Albania e che la sola alternativa a tale politica era l'insediamento di un governo militare, comprese anche che la sua missione era finita. In effetti, Ciano si era oramai convinto che lo J. dovesse essere sostituito con qualcuno pronto e capace di praticare nel paese una politica basata sulla forza; lo J., nel corso di un viaggio a Roma ai primi di febbraio del 1943, espose a Mussolini l'insostenibilità della sua posizione e offrì le dimissioni, che vennero accettate in marzo.

Rientrato a Roma, a disposizione del ministero, venne collocato a riposo da Mussolini (telegramma 5 nov. 1943) perché non volle recarsi a Salò; dopo la liberazione di Roma fu collocato a riposo per ragioni di servizio anche dal governo Bonomi (agosto 1944). Pur non avendo ricoperto alcun ruolo nel Partito nazionale fascista, lo J. subì comunque un processo dinanzi all'Alta Corte di giustizia per la repressione dei crimini fascisti a causa dell'attività svolta in Albania e, con sentenza 12 marzo 1945, fu condannato a cinque anni di detenzione; venne successivamente assolto con formula piena con sentenza della Cassazione (6 marzo 1948), e prosciolto da ogni accusa connessa all'esercizio delle sue funzioni in Albania sia come ambasciatore, sia come luogotenente. A seguito di una decisione del Consiglio di Stato, fu riammesso in servizio con decreto 10 ag. 1953; venne, poi, collocato a riposo il 3 nov. 1954.

Tra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta svolse un'intensa attività pubblicistica.

Lo J. morì a Roma il 17 febbr. 1973.

Fonti e Bibl.: Per la bibl. relativa all'attività pubblicistica dello J. si veda in Ministero degli Affari esteri, Archivio stor. diplomatico, a cura di V. Pellegrini, Roma 1999, sub voce. Vedi anche: Roma, Arch. stor. del Ministero degli Affari esteri, f. pers., B/18/137; f. Concorsi, 1923, b. 51; s. AP, bb. 63, 72, 81, 90; Carte del Gabinetto del ministro e della Segreteria gen., UCS, (186), b. 1, f. 4; Gabinetto del ministro, s. 1, (333), b. 16, f. 3; (340), b. 23, f. 415; (345), b. 28; (346), bb. 28, 29, f. 2; (520), gab. 203, b. 2; (521), gab. 203, b. 2, gab. 204, b. 3; (522), gab. 205, b. 4; (523), gab. 206, b. 5; (524); UC, (1142), b. 25; (1165), b. 1; (1167), b. 3; (1171), b. 2; (1194), b. 16; DDI, s. 8, voll. II-III, V-IX, XII-XIII; s. 9, voll. V-VII, IX-X; Carte Suvich, Corrispondenza, b. 42 (1932); Documentisulla politica estera tedesca, s. D (1918-45), voll. X-XI. E. Grazzi, Il principio della fine (L'impresa di Grecia), Roma 1945, passim; M. Donosti [M. Luciolli], Mussolini e l'Europa: la politica estera fascista, Roma 1945, passim; L. Mondini, Prologo del conflitto italo-greco, Roma 1945, passim; S. Visconti Prasca, Io ho aggredito la Grecia, Milano 1946, passim; U. Cavallero, Comando supremo. Diario 1940-43…, a cura di C. Cavallero - G. Bucciante, Bologna 1948, ad ind.; E. Faldella, L'Italia nella prima guerra mondiale, Bologna 1959, ad ind.; M. Luciolli, Palazzo Chigi, anni roventi. Ricordi di vita diplomatica italiana dal 1933 al 1948, Milano 1976, passim; G. Bottai, Vent'anni e un giorno: 24 luglio 1943, Milano 1977 (1ª ed. 1949), ad ind.; G. Ciano, Diario (1937-1943), a cura di R. De Felice, Milano 1980, ad ind.; Ufficio stor. dello Stato maggiore dell'Esercito, La campagna di Grecia, I-IV, a cura di M. Montanari, Roma 1980-85, ad ind.; A. Roselli, Italia e Albania. Relazioni finanziarie nel ventennio fascista, Bologna 1986, ad ind.; R. De Felice, Mussolini, l'alleato, I, t. 1, Torino 1990, ad ind.; F. Grassi Orsini, La diplomazia, in Il regime fascista, a cura di A. Del Boca - M. Legnani - M.G. Rossi, Bari 1995, ad ind.; F. Eichberg, Il fascio littorio e l'aquila di Skanderbeg. Italia e Albania, 1939-1945, prefaz. di D. Caccamo, Roma 1997, ad ind.; P. Pieri - G. Rochat, Badoglio, maresciallo d'Italia, Milano 2002, ad ind.; D. Borgogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa (1940-1943), Torino 2003, ad ind.; Ph.V. Cannistraro, Historical Dictionary of fascist Italy, Westport, CT, 1982, sub voce.

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