MATURANZIO (Mataratius), Francesco

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 72 (2008)

di Paolo Falzone

MATURANZIO (Mataratius), Francesco. – Nacque a Perugia verso il 1443 da Marco di Matteo, della famiglia dei Materazzi o Matarazzo, originaria di Deruta. La madre, secondo quanto si ricava da un epigramma del M., si chiamava Felice ma il cognome resta ignoto. Nelle stampe incunabole risulta alternanza del cognome «Mataratius» e della forma umanistica «Maturantius», che è la forma normalmente attestata nelle epistole (Zappacosta, 1970, p. 7). L’unico fratello, Angelo, fu canonico e letterato; di alcune sorelle danno notizie generiche le epistole del Maturanzio.

Compì i primi studi a Perugia, dove ebbe come maestri d’umanità Giovanni Antonio Campano e Guido Vannucci da Isola Maggiore (Guido dell’Isola). A quest’ultimo, in particolare, lo legò un rapporto di profonda devozione, come attestano alcuni epigrammi e un’epistola a Matteo degli Ubaldi, posteriore al 1460, nella quale rammenta con accenti commossi la probità e la dottrina del maestro (ibid., pp. 253-256). Il M. palesò una precoce vocazione letteraria. Adolescente, fu scelto per comporre quattordici ottave da apporre ad altrettanti ritratti di uomini illustri fatti dipingere da Braccio Baglioni, intorno alla metà del secolo, nell’atrio del palazzo di famiglia (Vermiglioli, pp. 12 s.).

Di modesto valore, questi versi giovanili rivelano tuttavia un uso discreto delle tecniche versificatorie e una buona conoscenza della poesia volgare (in special modo Dante e Petrarca). Diversi anni più avanti Iacopo Antiquari, in una lettera al M., ricordò l’episodio come precoce espressione del talento storiografico del M. (ibid., p. 116).

Spinto dal desiderio di progredire negli studi e specialmente di approfondire la conoscenza del greco, che i domestici praeceptores erano riusciti a fargli appena delibare (cfr. lettera ad Antiquari, in Zappacosta, 1970, p. 12), il M. decise di completare altrove la propria formazione. Nel 1464 era a Ferrara, secondo quanto attesta l’ode composta per l’elevazione al cardinalato (nel 1467) di Francesco Della Rovere, il futuro papa Sisto IV (cfr. Zappacosta, 1970, p. 15). A Ferrara era viva l’eredità di Guarino Guarini (Guarino Veronese), morto nel 1460, tuttavia il M. non sembra avervi contratto significativi debiti culturali, dei quali l’epistolario non serba traccia. Già prima del 1470 era a Vicenza, dove frequentò le lezioni di Ognibene da Lonigo, discepolo di Vittorino da Feltre (Vittorino Rambaldoni). Di questo periodo resta la trascrizione di una raccolta di opere di Ausonio (Perugia, Biblioteca Augusta, Perusinus, 708 [I.102], cc. 1-81), oltre alla rievocazione che il M. ne fece nella Oratio habita Vicentiae Magistratibus et omnibus praestantioribus viris, quando, nel 1493, fu chiamato dal governo cittadino a succedere a Ognibene nella cattedra di umanità.

Il M. vi celebra con parole solenni il maestro e giocando sull’etimo del nome lo presenta come incarnazione stessa della virtù, esempio luminoso di dottrina e integrità morale. Anche nella lettera Octumviris Rei publicae Vicentinae, risalente allo stesso periodo, fa menzione di «sanctissimi illius et facundissimi senis vere Omniboni», ai cui insegnamenti, scrive, «institutus formatusque olim sum» (Zappacosta, 1970, pp. 241 s.). Al di là dall’intento encomiastico, i due scritti fanno emergere un punto importante del pensiero pedagogico del M.: l’intreccio, che egli considerò essenziale per l’uomo di studi, tra virtus, intesa come insieme di qualità morali e pietas religiosa, ed eruditio. Ciò comporta che la riflessione del M. sul concetto di virtù appare ancora vincolata agli schemi della tradizione tardomedievale e lontana – quanto consapevolmente è difficile dire – da posizioni coeve, più inquiete e meno dogmatiche, quali quelle di Leon Battista Alberti e Lorenzo Valla.

Da Vicenza il M. tornò a Perugia, dove si trovava nel 1471. Resta incerto se già in quell’anno egli tenesse una cattedra di letteratura, come potrebbe dedursi dall’orazione Pro reditu ad studia, pronunziata a Perugia alla presenza di Angelo Lupi, vescovo di Tivoli dal 4 sett. 1471. Già nel 1472, comunque, insoddisfatto della sua conoscenza del greco, decise di recarsi in Grecia allo scopo di emendare una pronunzia che sentiva difettosa, come, rientrato in Italia, confidò nel 1474 al dalmata Nikola Modruški (Nicolaus Machinensis, Nicolò da Cattaro) vescovo di Modruš, suo iniziale compagno di viaggio (Zappacosta, 1970, p. 231).

Su quel viaggio, che lo tenne lontano dall’Italia per circa due anni, informano, sia pure in modo frammentario, alcune epistole, nonché dei brevi carmina propiziatori composti dal M. durante il ritorno. In Grecia, dopo aver visitato numerose località, frequentò a Rodi le lezioni del dotto Metrofane, grazie al quale in breve tempo acquistò una solida conoscenza della lingua greca. Dalla citata lettera a Modruški si apprende inoltre che nel 1473, costretto da una lunga bonaccia a una sosta di dieci giorni a Creta (dove già da tempo si sarebbe recato, attratto dalla fama del grande Michele Apostolio, se il consiglio «aliquorum haud imperitorum» non lo avesse persuaso a restarsene a Rodi), ne approfittò per procurarsi manoscritti, tra cui «Aeschili […] tragoedias tres, Aristophanis comoedias duas, quae non adeo sunt in manibus, Suidas aethymologias» (Zappacosta, 1970, pp. 18, 233).

Tali manoscritti provengono dall’atelier di Apostolio. Le tre tragedie di Eschilo (Prometeo, Sette contro Tebe, I Persiani) e le due commedie di Aristofane (Le rane, Le donne all’assemblea) costituiscono l’attuale Perusinus 571 (H.56) della Biblioteca Augusta di Perugia; il «lessico di Suida» (in verità si tratta, contrariamente a ciò che recita il titolo, dell’Etymologicum Gaudianum) corrisponde all’attuale Perusinus 295 (E.43), vergato da un collaboratore di Apostolio, Giorgio Gregoropoulos. Altri manoscritti procacciati durante lo scalo cretese sono il Vat. gr., 1584 della Bibl. apost. Vat., contenente opere grammaticali (alle cc. 1r-83v gli Erotemata di Manuele Moscopulo) e il Perusinus 714 (I.108), con opere di Senofonte (Ciropedia, Anabasi), Teognide e lettere dello Pseudoaristotele (per il censimento e la descrizione dei manoscritti greci appartenuti al M. cfr. Hoffmann, 1983, pp. 105-147).

Nel 1474, dopo un viaggio avventuroso, il M. fece ritorno in Italia. Partito in maggio, in giugno sbarcò a Venezia, dove apprese della morte della madre. Proseguì per Vicenza e da qui, dopo una breve sosta a Fano per far visita a Modruški, verso Perugia. Forse già nello stesso 1474, o l’anno dopo, Niccolò Perotti, governatore di Perugia dal 1474 al 1477, lo nominò, grazie anche all’interessamento di Modruški, suo segretario personale e gli affidò l’istruzione dei suoi due nipoti. Che nel 1475 il M. fosse già al servizio di Perotti si deduce da una lettera che il 15 maggio 1475 gli indirizzò un tal frate Mariano da Montesanto (Zappacosta, 1970, p. 20). Come, in concreto, si svolgesse quest’attività di segretario, non è noto. È certo però che l’incarico gli fu confermato dal successore di Perotti, Lorenzo Zane, per il biennio 1483-84.

Vari indizi, tra cui un breve di Innocenzo VIII datato 23 febbr. 1486 (Vermiglioli, p. 123), inducono a ritenere che negli anni in cui era al servizio di Perotti, il M. fosse impegnato anche nello Studio. Difficilmente si capirebbero, altrimenti, le espressioni restituti e repositi, a lui riferite, con le quali Innocenzo VIII «lo restituiva alla cattedra di eloquenza dopo un breve soggiorno romano» (Ermini, p. 607). Nel 1486 egli doveva avere alle spalle già alcuni anni di insegnamento, durante i quali aveva letto opere di Virgilio e di Cicerone (specialmente le opere retoriche), soffermandosi in particolare sulle questioni grammaticali, stilistiche e metriche. La fama pubblica del M. appare in questi anni solida. Nel 1485 recitò a Roma l’orazione funebre per L. Zane, l’anno dopo a Perugia quella per Orazio Baglioni e sempre a Roma, forse nello stesso 1485, i domenicani di S. Maria sopra Minerva lo invitarono a tenere un panegirico di s. Tommaso.

Il panegirico, conservato dal ms. Perusinus 399 (F.73), cc. 57r-75r, ed edito da Zappacosta (1984, pp. 112-125), esprime gli orientamenti dottrinali del Maturanzio. Estraneo al platonismo di molti suoi contemporanei, egli professò un aristotelismo tomistico intransigente, ravvisando nella sintesi tra pensiero aristotelico e teologia cristiana il punto di massimo accordo possibile tra fede e ragione. L’Aquinate, scrive, «Aristotelis dicta omnia rationesque sic in promptu habuit, sic ad fidei nostrae comprobationem […] accomodavit, ut […] philosophiam non solum non repugnare, sed consonare per omnia cum theologia manifestissime valeat comprehendi» (ibid., p. 122).

Malgrado la stima e gli onori tributatigli, il M. si allontanò di nuovo da Perugia. Disgustato dal clima politico della città, lacerata dall’aspro conflitto tra le fazioni dei Baglioni e degli Oddi, sul finire del 1492 si trasferì a Vicenza dove, morto nel 1443 il maestro Ognibene, fu chiamato a succedergli nella cattedra cittadina di poesia e retorica. Insegnò per cinque anni, durante i quali i rapporti con la città furono eccellenti, come risulta dalle lettere scambiate con le magistrature vicentine, fino alla repentina rinunzia alla condotta e alla partenza intorno al 1496. Difficile indicare le ragioni di un simile gesto. Qualche elemento offre una lettera, poco dopo la partenza, Octumviris Rei publicae Vicentinae per chiedere che gli venisse corrisposta la «mercedem trium mensium», già più volte invano sollecitata. Nella lettera il M. lamenta il torto subito, a suo parere, dai Vicentini, i quali non si erano limitati ad affiancargli un altro professore, loro concittadino, ma erano giunti a riservare a costui, inferiore per dignità, lo stesso suo trattamento economico.

Il M. si trasferì a Venezia, dove rimase per circa un anno, nell’attesa di un nuovo impiego (cfr. la lettera al vicentino Francesco Portensi, in Zappacosta, 1970, pp. 24 s.). Riprese nel frattempo gli studi filosofici, che aveva trascurato a favore di quelli filologici, dedicandosi allo studio di Aristotele. Il soggiorno veneziano gli diede occasione di ampliare la sua raccolta di manoscritti greci. Si procurò alcuni codici di contenuto in prevalenza aristotelico: i Perusini, 51 (A.51; commento di Simplicio al De caelo), 172 (C.55; Ethica Nicomachea; Teodoro di Gaza, De fato), 380 (F.54; Porfirio, Isagoge; Organon), 482 (G.71; Politica).

Diversi inviti giunsero al M. da varie città italiane, tra cui Udine e Cesena, ma il suo desiderio era, ormai, di far ritorno a Perugia, alla quale lo richiamava, peraltro, anche la situazione patrimoniale, fattasi negli anni disastrosa (Zappacosta, 1970, p. 28). L’occasione gli si presentò nel 1498, allorché il governo perugino gli offrì di riprendere l’insegnamento nello Studio. Al ritorno trovò un’accoglienza festante; ottenne inoltre un compenso maggiore rispetto a quello percepito a Vicenza, con l’obbligo, non gravoso, di commentare e spiegare due autori, un poeta e un oratore o uno storico, per un’ora e mezza circa una volta al giorno. In quell’anno sposò una nobile perugina, Semidea di Averardo «de nobilibus de Montesperello», dalla quale ebbe tre figli: Aurelio Apollinare, Marcantonio (professore a Perugia nel 1518) e Angelo Felice.

Da questo momento non si registrano nella sua vita eventi di particolare rilievo. All’attività di insegnante, che proseguì fino alla morte, affiancò incarichi politici e diplomatici. Eletto cancelliere nel 1503, l’anno dopo fu allontanato dalla carica non sappiamo bene a causa di quali contrasti; rieletto nel 1506, rimase in carica fin quasi alla fine della vita. Nel 1502 fu proposto come ambasciatore a Roma, ma a seguito delle proteste degli studenti per la prevista sospensione delle lezioni, fu inviato al suo posto Roberto Scatassa da Bevagna (Pellini, III, p. 172). A Roma si recò nel 1506 con altri ambasciatori per esprimere a papa Giulio II, che aveva appena recuperato Bologna, la soddisfazione dei Perugini. Incarichi minori ricoprì nel 1512 e nel 1516, sotto il pontificato di Leone X.

Il M. morì a Perugia il 20 ag. 1518. Fu sepolto con pubblici onori nella chiesa di S. Agostino.

Copiosa la sua produzione letteraria. Trentasette Orationes sono trasmesse dal Perusinus 399 (F.73) della Biblioteca Augusta di Perugia e dal Vat. lat. 5358 della Biblioteca apost. Vaticana. A esse si aggiunge, unica a stampa, la Oratio in funere Grifonis Balionii, Perugia, R. Anglico, s.d. (ma post 1° maggio 1477; Indice generale degli incunaboli delle biblioteche d’Italia [=IGI], 6274; L. Hain, Repertorium bibliographicum, n. 10896; edita in Zappacosta, 1984, pp. 206-215). Dieci di queste orazioni sono edite in Zappacosta, 1970, pp. 129-219; altre tre, tra cui il discorso funebre per il domenicano perugino Leonardo Mansueti (1480), in Zappacosta, 1984, pp. 109-139. Un folto corpus di Epistolae è tradito dal Vat. lat. 5890, cc. 1r-179v, e dal Perusinus 366 (E.5); una scelta di undici lettere in Zappacosta, 1970, pp. 223-256; due lettere a Fabrizio Varano vescovo di Camerino in Zappacosta, 1984, pp. 67-73. Carmina di vario soggetto sono nel Perusinus 438 (G.27) e, ricopiati senza particolare cura da G.B. Vermiglioli, nel Perusinus 2770. Di queste odi, quelle di argomento mariano e quelle composte durante il viaggio di ritorno dalla Grecia sono parzialmente edite in Zappacosta, 1970, pp. 260-284.

Più direttamente legati all’attività filologica sono i commenti a Stazio (Achilleis) e alle orazioni, alle opere retoriche e al De officiis di Cicerone (un elenco in Zappacosta, 1970, p. 65). L’uno e gli altri ebbero notevole diffusione: il primo apparve a Venezia nel 1483 per il tipografo Ottaviano Scoto, insieme con quello di Domizio Calderini alle Silvae e di Placido Lattanzio alla Thebais (IGI, 9144; Hain, n. 14796); i commenti ciceroniani furono costantemente stampati durante il XVI secolo. Un’approfondita conoscenza di questioni metriche e prosodiche riflette il trattatello a uso pedagogico De componendis versibus hexametro et pentametro (Perugia, S. Arndes, 1481; IGI, 6269; Hain, n. 10889), in auge fino al secondo decennio del XVI secolo. Il ms. Perusinus 178 (C.61), c. 3, conserva un’elegante versione latina dell’Eros fugitivus di Mosco, dedicata all’amico Vincenzo Alfano.

Di là dai molteplici esiti cui pervenne, la concezione che il M. ebbe delle lettere appare, nell’insieme, omogenea. Difensore intransigente dello stile ciceroniano e fervido ammiratore di Quintiliano, avversò duramente alcune mode letterarie del suo tempo, come l’imitazione di Apuleio, che considerava il riflesso, sul piano stilistico, di una degenerazione morale (significativa la lettera del 1501 a I. Antiquari, in Zappacosta, 1970, pp. 245-248, dove è espressa la preferenza per Livio tra gli storici). Il M. scrisse quasi esclusivamente opere in lingua latina, la sola che egli giudicava convenirsi a un uomo di studi. Fa eccezione, oltre alle poco significative ottave giovanili composte per B. Baglioni, la Cronaca della città di Perugia, sugli avvenimenti dal 1492 al 1503, che egli si risolse a comporre soltanto dopo molte esitazioni, cedendo alle istanze dell’amico Antiquari. L’opera fu edita da A. Fabretti (Cronache e storie inedite della città di Perugia… pubblicate dall’Archivio storico italiano nel 1850-51), ma l’attribuzione al M. non è unanimemente accolta. La cospicua collezione di libri e codici, tra cui numerosi manoscritti greci, passò ex testamento alla biblioteca della basilica perugina di S. Pietro.

Fonti e Bibl.: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia…, Vinegia 1553, p. 62; C. Crispolti, Perugia augusta, Perugia 1648, p. 373; P. Pellini, Dell’historia di Perugia, Venetia 1664, II, p. 598; III, pp. 172, 221, 340; G.B. Vermiglioli, Memorie per servire alla vita di F. M. oratore e poeta perugino, Perugia 1807; T. Alfani, Memorie perugine dal 1502 al 1527, in Arch. stor. italiano, s. 1, 1850-51, t. 16, p. 285; G. Zappacosta, F. M. umanista perugino, Bergamo 1970; G. Ermini, Storia dell’Università di Perugia, I, Firenze 1971, pp. 606-608; Ph. Hoffmann, Reliures crétoises et vénitiennes provenant de la bibliothèque de F. M. et conservées à Pérouse, in Mélanges de l’École française de Rome, Moyen Âge-Temps Modernes, XCIV (1982), pp.729-757; Id., La collection de manuscrits grecs de F. M., érudit pérugin (ca. 1443-1518), ibid., XCV (1983), pp. 89-147; G. Mercati, Opere minori…, IV, Città del Vaticano 1984, pp. 226 ss.; G. Zappacosta, Il Gymnasium perugino e altri studi sull’umanesimo umbro (con testi inediti e rari), a cura di V. Licitra, Roma 1984, pp. 16-36, 97-214. P. Falzone

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