GRAZIOLI, Francesco Saverio

GRAZIOLI, Francesco Saverio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 59 (2002)
di Nicola Labanca

GRAZIOLI, Francesco Saverio. - Nacque a Roma il 18 dic. 1869 da Giovanni, appartenente a una famiglia di mercanti di campagna dell'Agro romano, e da Teresa Busiri Vici, figlia di Andrea, primo architetto della Fabbrica di S. Pietro.

Secondo di quattro figli, il G. dal 1° nov. 1883 studiò al collegio militare di Roma. Il 1° ott. 1886 entrò all'Accademia militare, da cui uscì con il grado di sottotenente il 7 marzo 1889, e poi alla Scuola di applicazione di artiglieria e genio. Nominato tenente il 30 ag. 1890, fra il 19 ott. 1896 e il 22 ag. 1898 fu in Colonia Eritrea. Fra il 1895 e il 1899 seguì i corsi della Scuola superiore di guerra di Torino dove ottenne il brevetto il 12 dic. 1899. Il 10 luglio 1900 fu nominato, a scelta, capitano; il 20 ott. 1900 sposò Anna Agnese Bianco. Il 13 luglio 1903 lasciò l'artiglieria per il corpo di stato maggiore.

Distintosi nell'azione di soccorso dopo il terremoto di Messina del 1908 (medaglia d'argento al valor civile, r.d. 27 marzo 1911), il G. si mise in evidenza soprattutto per l'interesse agli studi, le capacità di scrittura e per i giudizi, "moderni" e spigliati: tra l'altro riteneva che l'istituzione militare doveva modificarsi, in sintonia con le istituzioni politiche e sociali del tempo.

Questi aspetti del carattere dovettero piacere al capo di stato maggiore dell'esercito, A. Pollio che, nel 1908, lo volle con sé. Il 31 marzo 1910 fu promosso maggiore per meriti eccezionali.

Dopo una prima missione "coperta" a Malta, fra il settembre e l'ottobre, dal novembre 1911 al 6 ott. 1912 fu in Libia, dove venne decorato con medaglia d'argento per i combattimenti di Bir Tobras. Dal 28 apr. 1912 fu capo di stato maggiore della 5a divisione speciale e il 23 ag. 1912 fu promosso tenente colonnello per merito di guerra per la conquista di Sidi Said. Tornato in patria fu addetto agli uffici ministeriali militari responsabili per le colonie; dal 30 maggio 1913 al 19 marzo 1915 fu di nuovo in Libia, con l'importante incarico di capo dell'ufficio politico-militare di Tripoli. La fine dell'incarico coloniale coincise con lo scoppio della guerra mondiale.

Fu prima capo di stato maggiore al V corpo d'armata della 1ª armata, quindi al XIII corpo d'armata, passato poi alla 3ª armata. Il 6 luglio fu promosso colonnello e, nemmeno un anno più tardi, colonnello brigadiere, cioè comandante di brigata (la "Lambro"); il 10 ag. 1916, ancora per meriti di guerra legati al comando della "Lambro", fu nominato maggior generale. Comandò poi la 48ª divisione e, per un breve periodo, dal 21 sett. 1917, addirittura l'VIII corpo d'armata, uno dei corpi travolti nel corso dell'operazione austro-tedesca che portò allo sfondamento a Caporetto.

Dopo la rotta il G. venne spedito come capo di stato maggiore prima alla 4ª armata, sul Grappa, poi alla 5ª, di formazione e di riserva (dal maggio 9ª). Qui poté dedicarsi anche agli studi: teorizzò, fra l'altro, un piano per una "armata di riserva mobile strategica" e le modalità per una migliore cooperazione fra fanteria e aeronautica.

Tenente generale il 20 giugno 1918, già dall'8 dello stesso mese era stato nominato comandante del corpo d'armata d'assalto, cioè degli arditi. In tale veste il G. giocò un ruolo di rilievo nella battaglia di Vittorio Veneto. Nei giorni dell'attacco finale, anzi, da E. Caviglia (8ª armata) gli fu affidato il comando anche dell'VIII corpo d'armata (28 ott. 1918), con l'incarico di imprimergli maggior impulso offensivo.

Alla fine della guerra il G. era dunque arrivato quasi al culmine della carriera, conosciuto per gli scritti oltre che per l'indipendenza di giudizio: appoggiandosi alle sue amicizie, fra cui era il duca d'Aosta Emanuele Filiberto, poté rimanere critico nei confronti sia del vecchio sia del nuovo comando supremo, e in particolare di P. Badoglio. Dopo lo scioglimento del corpo d'assalto, ricevette un incarico politico-militare di rilievo nazionale: dal 28 nov. 1918 all'agosto 1919, fu comandante del corpo interalleato di occupazione di Fiume.

Il comandante militare italiano veniva, di fatto, a trovarsi in una situazione complessa, stretto fra le richieste dei circoli nazionalistici italiani di Fiume, l'ostilità antitaliana della popolazione locale non italofona, le pressioni dei comandanti dei reparti militari delle altre nazioni e, soprattutto, i sospetti delle potenze. Il G., pur consapevole delle intemperanze dei circoli italiani, ne sostenne in ultima analisi la politica e se ebbe, su questa linea, il costante sostegno del duca d'Aosta, comandante della 3ª armata, solo alla fine ottenne l'appoggio del comando supremo, cioè di A. Diaz e Badoglio.

L'evoluzione della congiuntura internazionale e diplomatica e gli errori politici commessi dal G. - oltre al sostegno all'irredentismo locale, vi fu anche l'atteggiamento altero da lui tenuto nei confronti della commissione interalleata, giunta sul posto nel luglio 1919 - resero impossibile la sua permanenza. Venne sostituito e, il 1° sett. 1919, dovette lasciare Fiume.

L'incarico aveva comunque aumentato la notorietà del G., al punto che si fece il suo nome, insieme con quello del duca d'Aosta, quando, nel clima arroventato di quel particolare momento, si parlò di complotti e colpi di Stato. Del resto il G. non aveva mai nascosto le sue simpatie per una politica di indirizzo nazionalista e militarista.

Dopo un periodo a disposizione, al G. fu assegnato l'incarico di direttore superiore delle scuole militari: pur trattandosi di una destinazione che lusingava il militare studioso e innovatore, il ruolo era tutt'altro che di primo piano. Piuttosto, il grado, l'età e la notorietà gli aprirono le porte del Consiglio d'esercito: composto di una decina di alti generali, era il corpo consultivo del ministro e un contrappeso al potere dello stato maggiore e di Badoglio. Gli vennero, inoltre, affidate l'organizzazione e la guida del corteo che, il 4 nov. 1921, condusse la salma del milite ignoto a Roma, al Vittoriano.

Onori e incarichi avevano forse illuso il G. circa la possibilità di entrare attivamente nel gioco politico, in anni in cui si poneva il problema di un nuovo ordinamento per l'esercito. A questo proposito, nell'ottobre 1919, egli aveva inviato a F.S. Nitti un promemoria in cui proponeva un esercito piccolo e ben armato, guidato da una dottrina strategica offensiva e ispirato a una tattica che consentisse rapidità e facilità di manovra. Qualche tempo dopo (agosto 1922) lo ripropose a B. Mussolini cui volle pure comunicare (23 ottobre) che, in caso di un colpo di mano da parte del fascismo, l'esercito sarebbe rimasto passivo. Anche per questo Mussolini lo fece invitare (26 ottobre) perché affiancasse De Bono nella preparazione della marcia su Roma, ma il G. rifiutò.

Nel dicembre 1922 fece avere a Mussolini, ora capo del governo, un nuovo promemoria proponendosi come ministro e come fondatore di un "nuovo esercito"; contemporaneamente, all'interno della gerarchia militare continuò a perorare la costituzione di "grandi unità celeri miste", interforze, motorizzate e meccanizzate.

Come generale di corpo d'armata destinato, dall'8 marzo 1923, al comando del IV corpo d'armata con sede a Verona, il G. si trovò a essere per il fascismo una utile sponda nelle alte gerarchie dell'esercito. Avendo deciso di creare l'ufficio di capo di stato maggiore generale guidato da Badoglio, Mussolini, nonostante il parere contrario di quest'ultimo, il 4 maggio 1925 nominò il G. sottocapo, ruolo che egli ricoprì sino al 1° febbr. 1927. Subito dopo (26 febbr. 1927) venne designato generale di armata (in caso di guerra) e inviato a Bologna, dove rimase sino all'ottobre 1934, ancora una volta lontano da Roma e quindi dai centri del potere politico. Il 22 dic. 1928 era stato nominato senatore.

L'ambizioso G. avrebbe voluto salire più in alto (nel maggio 1931 aveva scritto ancora al duce, di nuovo autoproponendosi come ministro della Guerra), ma Mussolini, che nel 1925 lo aveva messo alle costole di Badoglio più per controllare l'uno che per promuovere l'altro, vedeva, ragionevolmente, nel G. una personalità isolata, con scarso seguito, cui non intendeva, né aveva interesse a farlo, affidare la politica militare nazionale.

Nel frattempo il G. non aveva abbandonato il suo atteggiamento critico circa la gestione delle forze armate.

Già nel novembre 1930 Mussolini aveva bloccato l'uscita di un suo articolo critico dell'operato del gen. G. Giardino e della gerarchia militare nel corso della Grande Guerra. Nel luglio 1931, viceversa, il G. riuscì a pubblicare sulla Nuova Antologia un'aperta denuncia circa l'insufficiente ammodernamento degli armamenti e delle tattiche dell'esercito che fece inalberare Badoglio; ancora una volta, solo il duce poté tamponare lo scandalo.

Dal 1° ott. 1934 il G. fu ispettore della preparazione pre e postmilitare (in pratica responsabile della ginnastica militare ovvero della militarizzazione della popolazione, cui il regime teneva molto). Il 18 dic. 1935 il G. passò in posizione ausiliaria per raggiunti limiti d'età: in effetti venne "trattenuto in servizio" ma senza incarichi connessi alla guerra d'Etiopia, mentre veniva invece richiamato Badoglio. Fu nominato, in extremis, generale d'armata (21 ott. 1937) e continuò a svolgere numerose missioni, ma di scarso rilievo; venne quindi congedato (1° sett. 1938) e poi messo nella riserva (1° genn. 1940). Il regime gli offrì ancora qualche incarico: dal 3 nov. 1938 al marzo 1940 fu vicepresidente della Compagnia italiana trasporti Africa Orientale e, dall'aprile 1941 al luglio 1943, direttore della rivista Nazione militare cui da tempo collaborava.

La vecchia simpatia per il fascismo delle origini, il prestigio militare e il suo storico "antibadoglismo" fecero sì che, il 19 sett. 1943, G. Buffarini Guidi, per conto di Mussolini, gli offrisse l'incarico di ministro della Difesa nazionale della Repubblica sociale italiana, ma il G. rifiutò. Questa decisione gli evitò spiacevoli conseguenze dopo l'occupazione delle truppe alleate: un procedimento di epurazione, avviato il 3 dic. 1944, venne sbrigativamente concluso il 27 dicembre con la dizione: "non sussiste addebito alcuno".

Nel dopoguerra fu attivo nelle file monarchiche e continuò a scrivere: tra l'altro fu tra gli autori del volume curato nel 1948 dall'Ufficio storico dello stato maggiore dell'esercito in occasione del centenario del 1848 (Le operazioni militari nel 1848, in Il primo passo verso l'Unità d'Italia, Roma 1948).

Il G. morì a San Domenico di Fiesole il 20 febbr. 1951.

Fonti e Bibl.: Roma, Archivio dell'Ufficio storico dello Stato maggiore dell'esercito, Fondo Grazioli; G. Rochat, L'esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, Bari 1967, ad ind.; R. De Felice, Mussolini il fascista, II, L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Torino 1968, ad ind.; Id., Mussolini il duce, I, Gli anni del consenso 1929-1936, ibid. 1974, ad ind.; F. Botti - V. Ilari, Il pensiero militare dal primo al secondo dopoguerra, Roma 1985, ad ind.; G. Bucciante, I generali della dittatura, Milano 1987, ad ind.; L.E. Longo, F.S. G., Roma 1989; V. Ilari - A. Sema, Marte in orbace. Guerra, esercito e milizia nella concezione fascista della nazione, Ancona 1990, ad ind.; L.E. Longo, Esperienze di una guerra coloniale, in Studi storico-militari 1993, Roma 1995, ad ind.; Id., Profili di capi militari italiani tratteggiati da uno di loro, in Studi storico-militari 1994, ibid. 1996, ad ind.; Id., L'esercito italiano e la questione fiumana (1918-1921), Roma 1998, ad indicem.

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