di Gabriella Miggiano
MARZIO, Galeotto (Galeottus Narniensis). – Nacque a Narni dal notaio Stefano, appartenente a una nobile famiglia che si fregiava dell’insegna araldica di un grifo rosso coronato d’oro in campo azzurro. Non è noto il nome della madre. L’anno di nascita del M. si potrebbe collocare, solo in base a cenni autobiografici, intorno al 1424. Incerte le notizie sui suoi primi studi e sul vantato ruolo nelle milizie pontificie.
Nel 1445 risulta alla scuola di Guarino Guarini a Ferrara, dove nel 1447 strinse amicizia con un nipote del vescovo ungherese János Vitéz, il tredicenne János Csezmicze, futuro poeta con il nome di Janus Pannonius, dal cui carteggio e dai cui versi si rintracciano, oltre a un’affinità di idee, riferimenti cronologici e psicologici essenziali, divenuti emblematici della figura del M.: l’indole irrequieta, la vis polemica e il linguaggio mordace, nonché la gagliardia fisica e una corporatura imponente. La stessa fonte accenna alla sua presenza a Roma per il giubileo indetto nel 1450 da Niccolò V, ma è il M. stesso a esprimere lo scoramento allora provato nei versi De desolatione Urbis, che fanno parte di un’esigua raccolta di Carmina del periodo ferrarese.
Dall’autunno 1454 il M. abitò in territorio veneto, a Montagnana, dove si era già insediata una colonia di Narnesi al seguito di Erasmo da Narni detto il Gattamelata e dove risultano atti di compravendita e locazione di terreni, alcuni dei quali stipulati dalla moglie del M., Sofia, sposata intorno al 1460.
In alcuni documenti il M. è detto «civis Paduanus». A Padova infatti, raggiunto poi dal Pannonio, frequentò lo Studio per addottorarsi in artibus e in medicina.
Nel 1460, ricevuta da Mattia Corvino la nomina al vescovato di Pécs, il Pannonio invitò in Ungheria il M., che lo raggiunse solo alla fine del 1461. Fu allora che Vitéz, promotore del sodalizio umanistico animato da figure come Pier Paolo Vergerio, Enea Silvio Piccolomini, Niccolò da Cusa e Bessarione, nonché da mathematici come Georg Pürbach e Johann Müller (Regiomontano), fu lieto di accogliervi un discepolo del Guarini e di presentarlo a Mattia Corvino, che lo incaricò di posare la corona di poeta di corte sul capo del Pannonio. Nello stesso periodo il M. fu lusingato dall’invito in Inghilterra da parte di un mecenate identificabile in John Tiptoft, già frequentato a Ferrara e a Padova. Due lettere del Pannonio, del 1462 e del 1464, accennano ai ripetuti rinvii della partenza, spiegabili con il coinvolgimento di Tiptoft nella guerra delle Due rose, in seguito alla quale trovò la morte sul patibolo.
Dal 1463 al 1465 il M. si trovava comunque in Italia, titolare della cattedra in tertiis ad lecturam retorice et poesie ac studiorum humanitatis nello Studio bolognese, dove era subentrato a Giovanni Mario Filelfo. Fu l’occasione della notorietà, per l’arditezza con la quale osò criticare il padre di questo, Francesco.
Nel 1465 il Pannonio, già a Roma a capo della fastosa ambasceria reale per l’insediamento di Paolo II, riuscì a riportare il M. in Ungheria ottenendo per lui dallo Studio bolognese, con una lettera del 16 aprile, la debita aspettativa in vista della fondazione dell’Università di Bratislava secondo il modello felsineo caldeggiato anche da Vitéz, ora primate d’Ungheria e vescovo di Strigonia. Vitéz, che vantava una biblioteca ricca di testi scientifici dell’antichità, fu anche fautore di quella regia, la Corvina, per la quale il M. avrebbe contribuito alla ricerca di codici, ma è da escludere che ne ricevesse l’incarico di praefectus. Frutto della sua stretta collaborazione con Vitéz fu l’emendazione degli Astronomica di Manilio, nel testo rinvenuto da Poggio Bracciolini e tradotto da Iacopo di Angelo da Scarperia, come si legge nella sottoscrizione «Legi et emendavi cum Magistro Galeotto. 1469 Jo. Ar. Strig.» (Ibid., Pal. lat., 1711, c. 88v).
Il M. assisté da medico anche a campagne militari, come si ricava da un salvacondotto regio del 25 luglio 1468 che lo convocava con l’astrologo di corte Márton Ilkus al campo di Radhost, dove era in atto la guerra vittoriosa di Mattia contro il suocero, il re filohussita di Boemia Giorgio di Podiebrady.
Nello stesso anno il M., prima di riprendere a Bologna l’insegnamento che tenne fino al 1477, stampò presso l’editore veneziano Federico de’ Conti un lessico medico iniziato in Ungheria e dedicato a Vitéz, il De homine (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Mss., 84.27; Budapest, Biblioteca nazionale Széchényi, Clmae, 351).
Mentre si allestiva una seconda edizione del De homine (Bologna, Barbatia, circa 1475), Giorgio Merula, già uditore del M. a Padova e docente di greco a Venezia, stampò velenosi commenti in una raccolta di opuscoli dedicati a Lorenzo e Giuliano de’ Medici (Venezia, Windelin von Speyer, 1474-75). Il M. replicò prontamente con una Refutatio obiectorum in librum de homine, di cui consegnò a Federico da Montefeltro duca d’Urbino il codice a lui dedicato (Biblioteca apost. Vaticana, Urb. lat., 1385; Forlì, Biblioteca comunale, Mss., 454, ora III.83), pubblicato nel 1476 a Venezia da Jacques Le Rouge e a Bologna da Domenico Lapi, assistito dall’autore. In seguito il duca di Urbino, nel ringraziarlo per avergli inviato gli esemplari a stampa del De homine e della Refutatio, lo invitò a rappacificarsi con Giovanni Mario Filelfo, con il quale era già iniziata una controversia (Biblioteca apost. Vaticana, Urb. lat., 1198, c. 84v).
Le sferzanti reciproche accuse non solo attirarono nella polemica altri dotti umanisti, primi fra tutti Domizio Calderini e Cornelio Vitelli, ma spiegano in parte il successo editoriale che ne seguì: il De homine e la Refutatio furono infatti ristampati congiuntamente alle Adnotationes del Merula fino ai primi del XVII secolo (Milano, Francesco Tanzi, 1490; Torino, Giovanni Angelo e Bernardino da Silva, 1517; Basilea, Johannes Froben, 1517; Oppenheim, Hieronymus Galler e Jonas Rosa, 1610).
Nello stesso periodo, con Pietro Buono Avogaro, Cola Montano, Girolamo Manfredi e Filippo Beroaldo senior, il M. curò la revisione di un’opera già studiata in Ungheria con il Regiomontano, la Cosmographia di Tolomeo, per l’edizione del Lapi. La data 1462, apposta nel colophon prima delle tavole geografiche incise da Taddeo Crivelli, fu ritenuta erronea dal XVIII secolo e variamente assegnata al 1476 o al 1482.
Nel febbraio 1477 è registrata a Bologna l’ultima quota del suo stipendio annuo di 300 libre: dal maggio di quell’anno si assentò dalla città colpita dalla peste per trasferirsi a Montagnana, dove si dedicò alla definitiva stesura dell’opus philosophicum maturato in Ungheria e dedicato a Mattia Corvino, il De incognitis vulgo (Torino, Biblioteca universitaria, Mss., E.IV.11).
Al consueto omaggio alla teologia, di cui sottolinea che esige obbedienza «pedissequa» (c. 4v), segue una riserva programmatica, l’inconoscibilità della sfera metafisica, con un argomentare proprio dell’averroistica padovana e secondo i moduli della scolastica da lui rivisitati in chiave umanistica, evidenziando le «differentiae inter theologos et philosophos» su temi canonici quali materia prima, eternità del mondo, unità dell’intelletto, immortalità dell’anima fino al suo destino ultimo. Se questo dipende da Dio, inteso più come Fato che come Provvidenza, ne deriva che ogni credente, «Turchus, Iudaeus, haereticus, Gentilis», può accedere alla salvezza anche senza «aquae tinctura» (c. 27v). Le religioni positive sono fenomeni storici ascrivibili alla deificazione delle forze naturali; ogni popolo possiede un patrimonio di credenze costituitesi in rigida ortodossia dovuta alla codificazione di Libri e favorita dall’autorità statale a garanzia dell’ordine pubblico. Perfino i rituali si rassomigliano: il battesimo richiama il dies lustricus dell’antica Roma e molte altre comparazioni sono addotte sì da far apparire vanificati magistero e ministero della Chiesa, giacché è Dio l’unico «doctor ac praeceptor» (c. 22r).
Nell’estendere poi la trattazione al mondo fisico, regolato da un rigido determinismo, emerge nitido il dissidio tra la scienza, fondata sulla rerum experientia, e i dettami della fede. La scienza, nel cui ambito si raccordano medicina, anatomia, geografia, astronomia e mathematica, esige approfondimenti, correzioni e smentite in quanto perfettibile perché il liber naturae si offre alla lettura dello studioso e la conoscenza, desiderio innato nell’uomo, è un dovere morale e sociale, mentre l’ignoranza è «maximum peccatorum» (cc. 60r-64r).
L’audacia delle sue tesi, non compensata dai ripetitivi «ergo credendum est» conformi alle precauzioni degli averroisti padovani, e la fama di miscredente già insinuata nelle precedenti polemiche costarono al M. l’arresto a Montagnana tra la fine del 1477 e i primi mesi del 1478. Tradotto a Venezia con la famiglia, subì la confisca dei beni, il carcere «teterrimus» e la tortura, come si legge in una lettera al prelato Domenico Stella, invocato quale garante della sua ortodossia (Venezia, Biblioteca nazionale Marciana, Mss. lat., 267 [=4344], c. 65r). Dopo una prima e una seconda ritrattazione, il M. fu sottoposto a Roma al giudizio papale, che si concluse con una riduzione di pena: la pubblica abiura e il rogo del libro incriminato.
Appena liberato, il M. si rifugiò da Mattia Corvino, al quale poi dedicò una copia parzialmente rimaneggiata del De incognitis vulgo, dove rievocava i pericoli e le torture subite durante il processo (Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, Lat., 3166, c. 296r).
Non si può precisare quanto durò il suo soggiorno in Ungheria, ma un documento del 25 maggio 1482 condannava in contumacia il M. e suo figlio Giovanni per aver malmenato, nella primavera di quell’anno a Veszprém, un personaggio illustre, il teologo domenicano Peter Nigri, noto anche per il suo misoneismo. Forse era una recidiva, se in data 13 apr. 1479 il M. risulta prosciolto da una scomunica in quanto un frate da lui colpito in una rissa era sopravvissuto alle lesioni riportate (Arch. segr. Vaticano, Penitenzieria apostolica, Registra matrimonialium et diversorum, 29, c. 32).
Nel 1483 era comunque in Italia, dove il 3 maggio ricevette a Montagnana la visita di Sanuto. Nell’anno successivo raggiunse re Mattia a Baden con il pretesto di chiedergli la dote regale per le proprie figlie, ma forse per condividerne l’imminente trionfo. Brevissimo fu il colloquio con il sovrano che, nel pieno della guerra contro l’imperatore Federico III d’Asburgo, lo spedì sotto scorta a Buda, dove ritrovò un suo discepolo, il dotto Miklós Báthory, potente vescovo di Vác e non ancora oppositore della politica regia. Fu lui a ospitarlo, proteggerlo e incoraggiarlo a narrare le gesta del sovrano, cosa che il M. realizzò dopo il 1485, anno della conquista di Vienna da lui menzionata, con il De dictis ac factis regis Mathiae, dedicandolo a Giovanni, figlio naturale del re.
Ormai però l’Ungheria non si confaceva più al M. perché, mentre si consolidava contro Mattia Corvino la fronda alimentata dalla cerchia della regina Beatrice, figlia del re di Napoli Ferdinando d’Aragona e, dal 1476, seconda moglie del re, a corte si consolidavano il modello spagnolo e la cultura neoplatonica fiorentina. Il M. aveva motivo di tornare in Italia anche per la condanna morale espressa nei suoi confronti da un devoto della regina e futuro storiografo ufficiale, Antonio Bonfini, che nel Symposion de virginitate et pudicitia coniugali del 1485 lo additava insistentemente come epicureo, nella doppia accezione di lascivo e di eretico. Forse il M., sapendosi malvisto per i suoi legami con il re, riparò con il figlio in Boemia sotto la protezione di Ladislaus Boskowitz, nipote del vescovo di Olmütz Prothasius, già suo allievo in Italia e suo prodigo amico.
Fugaci accenni nei quali il M. afferma di aver esercitato la professione medica in Spagna, la vantata conoscenza della lingua e cultura araba e soprattutto il compianto per la caduta di Malaga nel 1487, nel corso della Reconquista, potrebbero avvalorare l’ipotesi di una sua permanenza nella penisola iberica e spiegare la scarsità di notizie fino al 1490, anno in cui concluse la stesura del De doctrina promiscua che, morto Mattia (6 apr. 1490), dedicò a Lorenzo de’ Medici (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, LII.18; Biblioteca apost. Vaticana, Ottob. lat., 1838). Alla ricerca di un nuovo mecenate, il M. si presentò al Magnifico con le credenziali del suo passato accademico, sfoggiate nell’esaminare la maturità culturale del giovanissimo figlio di Lorenzo, il cardinale Giovanni (futuro papa Leone X), aspirando forse a una cattedra nel rifondato Studio di Pisa o di nuovo a Bologna, dove Giovanni Bentivoglio, proprio con l’aiuto mediceo, riprendeva il potere.
Non si conosce l’accoglienza riservata al De doctrina promiscua, di cui solo nel 1548 fu pubblicata a Firenze la prima edizione a stampa da Lorenzo Torrentino, che ne rinvenne il manoscritto tra i libri del Magnifico. Il testo fu riedito nel 1552 a Lione (Jean de Tournes) e nel 1602 a Francoforte (Zacharias Palthenius). Nel 1595 il poligrafo Francesco Serdonati lo ripresentò in una traduzione annotata, cercando di adeguarlo alla mentalità controriformistica (Firenze, Filippo Giunti 1615 [colophon] 1595).
Al 1490-91 risalirebbe la stesura della Chiromantia perfecta tramandata da un testimone risalente al XVI secolo (Padova, Biblioteca Antoniana, Mss., 560). Attribuibili al M. sarebbero solo le prime 8 carte, dove riaffiorano affermazioni congeniali alla sua mentalità, quali il naturalismo, il fatalismo, la disponibilità ad accogliere neologismi, nonché la tesi che elemento distintivo dell’uomo è la mano più che la ragione, di cui sono partecipi a vario grado anche gli animali.
Sua ultima fatica certa fu il De excellentibus, dedicato a Carlo VIII (Paris, Bibliothèque nationale, Nouv. acq. lat., 731), databile tra il 16 dic. 1491, giorno del matrimonio del re di Francia con Anna di Bretagna, e il 25 luglio 1492, giacché vi si parla di papa Innocenzo VIII ancora vivente.
Nell’ombra calata sui suoi ultimi anni rientrano anche le circostanze della morte, di cui si ignorano il luogo e la data, che viene fatta oscillare tra il 1494 e il 1497. Secondo il Sanuto gli fu letale una caduta da cavallo mentre era diretto in Boemia; per Paolo Giovio sarebbe spirato a Montagnana soffocato dalla pinguedine, mentre un’anacronistica ma a lungo accreditata opinione di Giovanni Pietro (Pierio Valeriano) lo dice caduto di sella per riverire a Lione Luigi XI.
Edizioni critiche di alcune opere del M. sono state curate da L. Juhász: Epistolae, Budapest-Bologna 1930; Carmina, Leipzig 1932; Invectiva e in Franciscum Philelphum, ibid. 1932; De egregie, sapienter, iocose dictis ac factis S. regis Mathiae ad ducem Iohannem eius filium liber, ibid. 1934. Antologie sono state presentate da J. Ábel in Olaszországi XV. Századbeli iróknak Mátyás Királyt dicsöitö müvei (Opere encomiastiche su re Mattia di scrittori italiani del Quattrocento), II, Budapest 1890, pp. 219-257, e da M. Frezza: Quel che i più non sanno (De incognitis vulgo), Napoli 1948; Della varia dottrina (De doctrina promiscua), ibid. 1949; Chiromanzia (Chiromantia perfecta), ibid. 1951.
Fonti e Bibl.: Una bibliografia relativa alle opere, alle fonti e agli studi sul M. fino al 1991 in G. Miggiano, G. M. da Narni. Profilo biobibliografico I-V, in Il Bibliotecario, 1992, n. 32, pp. 45-96; n. 33-34, pp. 67-156; 1993, n. 35, pp. 61-108; 1993, n. 36-37; pp. 83-191; n. 38, pp. 27-122; M. Sanuto, Vitae ducum Venetorum, in L.A. Muratori, Rer. Ital. Script., XXII, Mediolani 1733, pp. 1206 s.; P. Giovio, Elogia veris clarorum virorum imaginibus apposita, Venetiis 1546, cc. 28v-29r; G.P. Dalle Fosse, De litteratorum infelicitate, Venetiis 1620, p. 30; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, VI, Modena 1776, pp. 289-296; J. Pannonius, Poemata, I, Traiecti ad Rhenum 1784, ad ind.; Id., Opusculorum pars altera, II, ibid. 1784, ad ind.; F. Filelfo, Cent-dix lettres grecques, a cura di E. Legrand, Paris 1892, p. 115; J. Pannonius, Poèmes choisis…, a cura di T. Kardos, Budapest 1973, ad ind.; G. Eroli, Notizie sopra G. 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Bonfini, Antonio. - Storiografo umanista (Patrignone, Ascoli Piceno, 1427 o 1434 - Buda 1505 circa); insegnante ad Ascoli e a Recanati, trasferitosi nel 1486 alla corte di Mattia Corvino a Buda, compose, tra l'altro, le Rerum Hungaricarum decades.
Brandolini, Aurelio. - Umanista (n. Firenze 1454 circa - m. Roma 1497), detto Lippo per una malattia degli occhi, famoso improvvisatore in versi latini. Insegnò molti anni a Buda, protetto da Mattia Corvino. Lasciò parecchie opere latine (a stampa e
Cortési ‹-ʃi› (o Cortése), Alessandro. - Umanista (San Gimignano 1460 circa - Roma 1490), fratello di Paolo. Scrittore apostolico, autore di un poemetto in lode di Mattia Corvino, re d'Ungheria, e di pochi altri scritti latini. Insieme con Paolo, e c
Della Fónte (latinizz. Fontius), Bartolomeo. - Umanista (Firenze 1446 - Montemurlo 1513). Insegnò in varie città d'Italia (a Firenze 1481-83, 1485-88); nel 1489 si recò in Ungheria. Commentò, pubblicò, tradusse autori latini e greci; emendò testi, sp