GARA DELLA ROVERE (Franciotti Della Rovere), Sisto

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 52 (1999)

di Matteo Sanfilippo

GARA DELLA ROVERE (Franciotti Della Rovere), Sisto. - Nacque a Savona nel 1473 - non si conosce la data esatta - da Gabriele Gara e da Luchina Della Rovere, sorella di Giuliano, il futuro pontefice Giulio II.

Nulla sappiamo della sua giovinezza sia per mancanza di documentazione, sia perché molti studiosi lo hanno confuso con il più giovane e più famoso fratellastro Galeotto Franciotti - figlio di Giovanfrancesco, secondo marito di Luchina - o con i savonesi Francesco Della Rovere, vescovo di Camerino e in seguito di Vicenza, e Sisto Della Rovere, vescovo di Saluzzo.

È ipotizzabile che il G. sia stato avviato alla carriera ecclesiastica per volontà dello zio, dato che non sembra avesse preso gli ordini quando ereditò cariche e benefici del fratellastro; non si sa comunque quando fu ordinato. Si è invece certi che non ebbe formazione culturale, né compì studi regolari: è infatti ricordato da De Grassi e Marini come "homo rudis et penitus ignarus litteraturae".

Secondo l'oratore estense a Roma Beltrando Costabili (citato dal Pastor, III, p. 900) il G. "se retrova a Perusia" al momento della morte di Galeotto (la data 11 sett. 1508, indicata da molti storici, va corretta in 11 sett. 1507, in base ai documenti citati da Eubel - van Gulik). In quel frangente si recò subito a Roma, chiamato da Giulio II, che lo stesso giorno della morte del fratellastro, cardinale dal 1503, aveva creato il G. cardinale con il titolo di S. Pietro in Vincoli, conferendogli buona parte dei benefici e dei privilegi di Galeotto. Nell'arco di poche ore, in quello stesso giorno, fu infatti nominato vicecancellario e penitenziario, nonché amministratore delle diocesi di Lucca e Vicenza e dell'arcidiocesi di Benevento.

La prima di queste due diocesi gli rimase affidata per tutta la vita, anche se il 4 sett. 1513 ottenne da Leone X di poterla cedere ad Andrea Franciotti. Non risulta, però, che tale cessione abbia mai avuto realmente luogo, visto che nel 1517, cinque giorni prima di morire, il G. rinunciò alla diocesi in favore di Leonardo Grosso Della Rovere. Tenne invece Vicenza soltanto per due anni, essendo sopravvenuto un contrasto con il Senato veneto, che la voleva per Iacopo Dandolo. Giulio II riuscì ad acquietare i Veneziani, ma il G., temendo successive ritorsioni, preferì rinunciare a Vicenza. Ottenne in cambio, l'11 giugno 1509, la diocesi di Padova, che aggiunse all'amministrazione di Lucca e di Benevento, cui sembra si sia interessato soltanto dal 1508, e al priorato dell'Ordine di Malta a Roma, conferitogli sempre nel 1508.

Nulla sappiamo dell'attività del G. negli anni successivi, se non vaghe indicazioni di gravi malattie, tra le quali la podagra, che lo avrebbero obbligato a ritirarsi in campagna, forse nei dintorni di Tivoli. Probabilmente era già malato nel 1508, ma secondo il De Grassi e il Marini in seguito la sua condizione fu tale da impedirgli spesso di reggersi in piedi. Si recò comunque al conclave del 1513 per sostenere il cardinale Giovanni de' Medici, amico del fratellastro. A Roma la sua salute peggiorò a tal punto che dovette essere trasportato a braccia alle pubbliche cerimonie. Per ridurre il percorso fu quindi alloggiato presso la sacrestia di S. Pietro. Il Medici fu riconoscente al G., quando ascese al soglio pontificio col nome di Leone X, e gli conferì il 19 marzo 1513 le chiese di S. Floriano di Lizana e di S. Stefano di Morio nella diocesi di Trento. Gli confermò inoltre una pensione annua sui frutti del monastero di Chiaravalle nella diocesi di Milano. Tuttavia il G. rinunciò a questa pensione, pur non essendovi costretto.

Leone X tentò di coinvolgere il G. nella vita di Curia, ma egli si esimette sempre, adducendo motivi di salute. Per quanto è noto, si limitò a dare un parere favorevole in occasione dell'elevazione al cardinalato di Lorenzo Pucci, Giulio de' Medici, Bernardo Dovizi da Bibbiena e Innocenzo Cibo nel 1513. Negli anni successivi egli appare solamente in tre documenti. Il 6 marzo 1514 cedette l'amministrazione dell'arcidiocesi di Benevento, mentre ricevette il 29 dello stesso mese, forse in cambio, alcuni benefici a Capranica, nella diocesi di Sutri. Il 26 apr. 1516 gli fu infine commendata la chiesa di S. Giovanni di Truplo nella diocesi di Lucca.

Tale inattività era probabilmente dovuta a uno stato di salute sempre più compromesso: nel 1516 pagò ben 300 ducati d'oro a Giovanni de Vigo, archiatra pontificio, per ricevere un'assistenza continua. Morì a Roma, nel palazzo della Cancelleria, l'8 marzo 1517 e fu sepolto in S. Pietro in Vincoli.

Il 9 marzo Camillo Porzio, canonico romano, lo ricordò con un'orazione, universalmente apprezzata, tenuta nel palazzo della Cancelleria al cospetto di diciassette cardinali. Il Pastor cita quel discorso come esemplare di orazione funebre "elegantissima ed eccellente" in lode di "un uomo che in realtà non aveva avuto alcuna delle qualità attribuitegli dall'"eleganza e abilità" dell'oratore". I contemporanei giudicarono il G. un uomo privo di ingegno, bugiardo, abietto, inelegante e incolto, che aveva ingiustamente approfittato dei meriti e delle amicizie del brillante fratellastro. Sono inoltre indicative del suo reale valore le accuse di non saper leggere né scrivere - riportate dal De Grassi, dal Marini e dal Moroni - e la battuta del cardinale G. Costa di Portogallo (ricordata dal Gregorovius), secondo cui Giulio II, creando cardinale il G. dopo la morte del fratellastro, aveva perduto una spada d'acciaio e riposto nel fodero una di legno.

Fonti e Bibl.: Il diario di Leone X di Paride De Grassi, a cura di P. Delicati - M. Armellini, Roma 1884, p. 41; N. Machiavelli, Legazioni e commissarie, a cura di S. Bertelli, Milano 1964, p. 329; G. Palazzi, Fasti cardinalium, II, Venetiis 1703, cc. 558-560; F. Ughelli - N. Coleti, Italia sacra, I, Venetiis 1717, col. 829; V, ibid. 1720, col. 458; G. Marini, Degli archiatri pontifici, I, Roma 1734, pp. 301 s.; L. Cardella, Mem. stor. de' cardinali…, III, Roma 1793, pp. 339 s.; L. von Pastor, Storia dei papi, III, Roma 1926, pp. 548, 604; IV, 1, ibid. 1926, pp. 11 ss., 126, 427; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel Medioevo, III, Torino 1973, p. 2247; G. Moroni, Diz. di erudizione storico-eccles., LIX, p. 196; C. Eubel - G. van Gulik, Hierarchia catholica, III, Monasterii 1923, pp. 10 s., 68, 132, 149, 228, 267, 333.

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