Genova

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Genova Comune della Liguria (238,8 km2 con 584.644 ab. al censimento del 2011, divenuti 585.081 secondo gli ultimi rilevamenti ISTAT del 2016), capoluogo di regione e città metropolitana. Sorge nel punto più interno dell’arco litoraneo ligure a ridosso dell’Appennino, dove questo si deprime e si apre in una serie di agevoli valichi che collegano la costa con il retroterra padano. G. si allunga sulla costa da Voltri a Nervi per circa 30 km, raggiungendo una profondità considerevole solo nella parte centrale, sicché l’agglomerato urbano assume una caratteristica forma a fuso, deformata verso monte da propaggini più o meno sviluppate risalenti le valli e vallecole che solcano i versanti dell’Appennino. Le due più consistenti occupano i bacini della Polcevera e del Bisagno, che nella parte terminale scorrono in città. Questa morfologia urbana condiziona i rapporti centro-periferia che sono molto particolari: manca infatti la classica ‘cintura’ periferica, alla quale si sostituisce un allineamento simmetrico di insediamenti sulle due Riviere, rendendo il centro cittadino difficilmente accessibile. Vi è una profonda differenza tra la periferia a E, a carattere residenziale, e quella a O, formata da quartieri industriali. 

Questa differenza funzionale ebbe origine alla metà dell'Ottocento, quando la città fu investita delle profonde trasformazioni economiche suscitate dalla prima rivoluzione industriale, e proseguì fino ai giorni nostri, seppure con ritmi e connotazioni diversi nel tempo. Il passaggio da un'economia basata, oltre che sul commercio marittimo, su un artigianato specializzato nelle lavorazioni di pregio, al quale erano sufficienti gli spazi ridotti della città vecchia, a un'economia industriale, che aveva invece bisogno di ampie aree per la localizzazione degli impianti e per ospitare la manodopera, proiettò le strutture produttive verso il Ponente cittadino. Qui, per la vicinanza del porto, che riforniva le industrie di materie prime, e per la presenza di aree pianeggianti nella bassa Val Polcevera, la quale rappresentava anche la via più breve ed agevole verso il retroterra padano, si trovavano riunite le condizioni migliori per soddisfare le esigenze dettate dal nuovo profilo funzionale della città. Si localizzarono in questa zona le prime industrie manifatturiere e anche industrie di base come quella siderurgica (il cui nucleo originario era l'Ansaldo, fondata nel 1852) a supporto della cantieristica. Più tardi, in concomitanza con l'afflusso di idrocarburi, si aggiunsero le industrie petrolchimiche. L'aumento del volume dei traffici rendeva sempre più pressante l'esigenza di un rinnovamento del porto, cosicché il Consorzio autonomo, fondato nel 1903, provvide ad attrezzare, in tempi diversi, successivi tratti costieri verso occidente, mentre procedeva di pari passo l'industrializzazione della breve cimosa litoranea corrispondente. Dopo il 1945 si diede sistemazione al grande complesso siderurgico dell'Italsider a Cornigliano, e si progettò (1964) un ampliamento del porto fino a Voltri. Il processo di industrializzazione provocò un forte afflusso di mano d'opera (da 130.000 ab. nel 1871 si passò a 219.500 nel 1901 e a 304.600 nel 1921) e la conseguente richiesta di alloggi popolari. Buona parte dell'edilizia economica si localizzò accanto alle industrie, mentre anche il centro storico diveniva residenza delle classi operaie; per le sue condizioni fatiscenti e malsane esso veniva infatti abbandonato progressivamente dalle classi più abbienti, che preferivano i nuovi quartieri della città alta o quelli del Levante cittadino. La popolazione cittadina continuò a crescere molto intensamente ancora fino al principio degli anni 1970, passando a 700.000 ab. nel 1951 e a 800.000 circa nel 1971. Negli anni successivi, tuttavia, la crisi della siderurgia, della cantieristica e del settore petrolifero, da un lato, e il consistente calo demografico, dall'altro (la popolazione scese a 700.000 ab. nel 1981 raggiungendo i 600.000 circa nel 2001), ridimensionarono fortemente la domanda di spazio, mentre il nuovo profilo funzionale, con la valorizzazione del terziario avanzato (soprattutto l'impiantistica, la robotica, la consulenza per il commercio internazionale e per l'economia marittima in genere), cambiò rapidamente la fisionomia della città. In quest'ottica si realizzarono alcune strutture innovatrici: innanzitutto la metropolitana, a supporto della strada sopraelevata costruita (ancora negli anni 1960) a ridosso del porto, che venne ulteriormente ampliata e resa funzionale negli anni successivi (come per es. la stazione Principe progettata da Renzo Piano nel 1992 in modo da servire da centro di collegamento con tutti i mezzi di trasporto che attraversano la città, ferroviario, funicolare e marittimo). Per il terziario mercantile si costruì, negli anni 1980, un grosso centro direzionale nell'area di San Benigno, alle spalle del porto e all'imboccatura dell'autostrada per Milano: esso ospita, oltre al Consorzio autonomo del porto, il world trade center (anni 1990) e uffici di consulenza. In occasione delle Colombiadi del 1992, del G8 del 2001 e di Genova 2004 - Capitale europea sono stati compiuti inoltre numerosi interventi di riqualificazione dell'esistente, come quello del porto antico (1992) realizzato sempre da Piano, e di restauro del patrimonio cittadino antico, oltre che di ulteriore ampliamento della rete metropolitana (nel 2012 è stata inaugurata la stazione Brignole); nel 2013 si è inoltre  proceduto, sempre ad opera dell'architetto genovese, all'ampliamento dell'Acquario, una delle mete turistiche di più forte richiamo in Italia. Infine l'offerta di spazi venutasi a determinare, soprattutto in Val Polcevera, con la crisi della grande industria statale e del suo indotto spinse a una riorganizzazione delle industrie medie e piccole, lasciando anche un certo spazio alle attività artigianali.

Il porto moderno, nato alla fine del 19° sec., copre un’area molto ampia: 45 km2 con 30 km di banchine (circa 49,600 milioni di t di merci e 2,283 milioni di passeggeri nel 2015). G. ha due stazioni ferroviarie principali (Principe e Brignole) e altre secondarie corrispondenti ai diversi nuclei urbani; è traversata dalla linea proveniente da Pisa e diretta a Ventimiglia, da cui si diramano le linee per il Piemonte e la Lombardia, che risalgono la Val Polcevera. Importante nodo autostradale per Milano (A 7), Ventimiglia (A 10) e Livorno (A 12), mentre da Voltri si dirama l’arteria (A 26) per Alessandria e il Lago Maggiore.

A partire dal 1962 G. è stata anche dotata di un aeroporto internazionale (C. Colombo, con un movimento di circa 1.097.930 passeggeri nel 2016).

storia

1. Dall'antichità all'Alto Medioevo

Centro principale dei liguri genuates, G. si sviluppò come emporio marittimo a partire dal 5° sec. a.C.; la ricca necropoli, e altri ritrovamenti, mostrano gli intensi rapporti che ebbe col mondo greco, etrusco e punico. Nel 218 a.C. vi sbarcò Publio Cornelio Scipione per fronteggiare l’invasione di Annibale nella Valle Padana; nel 205 fu distrutta dai cartaginesi per essere stata fedele ai romani; costituì nel 2° sec. una base delle operazioni militari dei romani contro i liguri. Divenne, non è noto quando, municipio (Genua). Oltre che base navale fu centro importante di traffico dopo la costruzione delle vie Postumia (148 a.C.) e Aemilia Scauri (109 a.C.). Sede vescovile probabilmente sin dal 3° sec., G. fu conquistata nel corso della guerra greco-gotica (535-553) da Belisario e rimase a lungo bizantina. Tra il 642 e il 644 se ne impadronì Rotari e nel successivo periodo longobardo la città riacquistò lentamente la sua importanza marittima in funzione di capoluogo del ducato di Liguria; in età carolingia fu sede di contea e si segnalò nella lotta contro i pirati saraceni, le cui incursioni danneggiarono gravemente la città nel 930 o 931, 934 e 935. Con la dissoluzione dell’impero carolingio, la contea di G. divenne la Marca Obertenga; rappresentati da un visconte (da Ido, che appare nel 952, derivò la più antica nobiltà genovese degli Embriaci, Vento, Spinola ecc., che dominarono ben presto sulle valli del contado), i marchesi Obertenghi dovettero tuttavia riconoscere ai genovesi, sin dal 958, consuetudini e possessi tradizionali e lasciare fin dall’inizio al vescovo parte delle responsabilità amministrative entro le mura cittadine, ricostruite a difesa contro gli arabi nel 10° secolo.

2. L'età comunale e l'inizio della politica coloniale

Nel 1056 l’accordo tra il vescovo e la nobiltà d’origine viscontile e la conseguente rinuncia dei marchesi alla propria giurisdizione diedero origine all’autonomia cittadina, mentre le antiche compagnie (compagnie commerciali di rione) si trasformarono in organismi amministrativi e militari autonomi, sino a formare nel corso del sec. 11°, con la loro finale convergenza in un unico organismo rappresentativo, il libero Comune. Questo si affermò rapidamente come grande potenza commerciale, fondando il proprio sviluppo sull’indipendenza politica (prima dai marchesi, poi dall’impero), sull’incontrastato possesso delle coste liguri e sul controllo dei valichi verso l’interno: premesse necessarie alla progressiva conquista dei mercati dell’Occidente. Nel frattempo le compagnie organizzarono, in alleanza coi pisani, le prime imprese marinare nel Mediterraneo e alla fine del secolo, col successo delle crociate private (1097; 1098-99 di Guglielmo Embriaco) e della prima crociata ufficiale del Comune (1° ag. 1100), diedero inizio all’espansione coloniale genovese nel Medio Oriente. Fino al 1162 la politica del comune si fondò sull’alleanza coi normanni; nel 1162 un trattato stipulato con Federico Barbarossa assicurava a G. l’infeudazione della Riviera; nello stesso anno venne costruita una nuova cinta di mura, a testimonianza della crescente espansione della città. Con Enrico VI (1191-97) i genovesi parteciparono alle spedizioni che diedero alla casa di Svevia il possesso della Sicilia, rimanendo tuttavia delusi nelle proprie aspirazioni, finché, all’inizio del 13° sec., durante la minorità di Federico II, G. poté affermare la sua egemonia sull’isola, per farne la base del suo predominio nel Mediterraneo centrale, in concorrenza coi pisani, che a lungo le contesero il dominio sulla Sardegna e sulla Corsica, e in antitesi con quello di Venezia sul Mediterraneo orientale.

3. L'epoca dei podestà e dei capitani del Popolo

Durante queste spedizioni appare per la prima volta la nuova magistratura del podestà: con tale istituto, al disopra del consolato collegiale ed ereditario (1191), si tentava di equilibrare lo scontro interno alle forze cittadine; ma pochi anni dopo, con la definitiva vittoria del Comune sui feudatari del contado costretti a inurbarsi, le discordie si aggravarono, esprimendosi politicamente nell’antagonismo fra i partiti guelfo (i Rampini) e ghibellino (i Mascherati). Il primo prevalse durante il regno di Federico II, che vide G., alleata a Venezia e al pontefice, soccombere per mare presso l’Isola del Giglio (1241), poi risorgere rapidamente e imporre la sua volontà nel Concilio di Lione (indetto dal genovese Innocenzo IV), nel 1245. Dopo la morte dell’imperatore (1250), contro il dominio delle vecchie e nuove casate feudali (Fieschi, Grimaldi, Doria, Spinola) guelfe o ghibelline, si affermò la borghesia che nel 1257, capeggiata da Guglielmo Boccanegra, istituì il capitano del Popolo. Ma il tentativo compiuto dal Boccanegra di usare i poteri dittatoriali per un governo al disopra delle classi sociali venne frustrato, e la magistratura del capitano del Popolo abbattuta (1262; ma ebbe ancora esistenza saltuaria sino al 1447, quando fu definitivamente abolita).

Intanto, dopo il Trattato del Ninfeo (1261), continuava la guerra con Venezia, che si concluse nel 1263 con la sconfitta genovese a Settepozzi e la tregua di Cremona. Nel 1270 s’instaurò, per un quindicennio, la «diarchia» dei capitani del Popolo Oberto Doria e Oberto Spinola, mentre la potenza marittima della città si affermava sovrana nel Mediterraneo, contro gli Angioini, la Chiesa e la Repubblica di Pisa: quest’ultima, sopraffatta nella battaglia navale della Meloria (6 ag. 1284), fu costretta nel 1300 alla pace definitiva che consacrava il dominio di Genova nel Tirreno. Anche Venezia fu sconfitta nelle acque delle Curzolari, l’8 sett. 1298; ma la vittoria non poté essere sfruttata politicamente dai genovesi, spossati dallo sforzo militare compiuto, nella Pace di Milano, conclusasi grazie alla mediazione di Matteo Visconti (1299). Nel 1311 la città si diede in signoria all’imperatore Arrigo VII; ma già nel 1318 i guelfi, guidati dai Fieschi e dai Grimaldi, s’impadronirono del potere, con l’aiuto di Roberto re di Napoli (che neutralizzò ancora un ritorno offensivo dei ghibellini, capeggiati dagli Spinola e dai Doria e soccorsi da Castruccio Castracani, nel 1324).

4. Il periodo dei dogi perpetui e dei dogi biennali

Il 23 sett. 1339 il movimento antinobiliare si concluse con la nomina a signore e doge a vita di Simone Boccanegra; iniziava così il periodo dei dogi perpetui, che sarebbe durato sino al 1528, turbato dalle lotte tra le famiglie nobiliari che, sebbene escluse dal dogato, continuarono ad avere un peso determinante nella politica cittadina, portando in essa le contrastanti influenze di Milano e di Francia. La sconfitta di La Loiera (Alghero), inflitta da veneziani e aragonesi alla flotta genovese, indusse G. a darsi in signoria a Giovanni Visconti di Milano (1353); intanto i re d’Aragona le tolsero il possesso della Sardegna. Cacciati i Visconti già nel 1356, si affermò il governo popolare; il quale non riuscì a superare il confronto armato con Venezia nella guerra di Chioggia (1378-81), a conclusione della quale la Pace di Torino, se lasciava Tenedo ai genovesi, li trovava allo stremo delle loro forze. Così, dal 1396 al 1409, si ebbe il dominio francese (governatorati di A. Adorno e di J. Boucicault) e dal 1421 al 1436 la signoria viscontea; intanto G. perse le colonie, abbandonate a sé stesse, e la vittoria di Ponza (1435) contro Alfonso il Magnanimo d’Aragona non cambiò la situazione; la caduta di Costantinopoli in mano turca (1453) chiuse invece la grande politica coloniale della Repubblica che, sebbene rimanesse sempre emporio preminente del commercio mediterraneo, specie con le coste iberiche e africane, cessò di esistere come potenza navale. Fallito il tentativo francese, nel 1459-61, d’impadronirsene, dal 1464 al 1466 si ebbe in G. la signoria di Francesco I Sforza, al quale il Banco di s. Giorgio aveva ceduto anche (1463) il governo della Corsica (l’isola, in stato di continua ribellione, fu nuovamente ceduta al Banco venti anni dopo); i duchi di Milano si mantennero in G. pur tra congiure e rivolte sanguinose, sino al 1499 (tranne nel decennio 1478-88), quando i Fieschi consegnarono la città ai francesi di Luigi XII (sino al 1506). G. seguì da allora in poi le fasi alterne delle lotte franco-imperiali per il predominio in Italia, durante le quali venne saccheggiata spietatamente dalle truppe imperiali (1522) e il celebre ammiraglio Andrea Doria, passando dalla parte francese a quella di Carlo V, ottenne il riconoscimento dell’autonomia alla città, di fronte alla quale si presentò in veste di liberatore (sett. 1528). Fu allora introdotta la nuova Costituzione dei dogi biennali, con prevalenza della vecchia aristocrazia, ma con larga parte alla nuova di origine borghese, iscritta al liber civitatis. Andrea Doria poté mantenere il suo potere all’interno contro le congiure di G. Luigi Fieschi (1547) e di Giulio Cybo, e l’indipendenza della repubblica contro le pretese di Carlo V; ma i suoi successori non seppero impedire l’occupazione spagnola del marchesato di Finale (1598), che G. avrebbe riacquistato solo nel 1713; e a fatica riuscirono a recuperare la Corsica sollevatasi sotto Sampiero da Bastelica (1564).

5. I domini coloniali

I domini genovesi furono colonie commerciali, consistenti in una parte di città o in un quartiere abitati da mercanti; indipendenti dai governi locali, furono amministrate dal console o viceconsole o visconte eletto sul luogo o inviato dalla madrepatria; sorsero tutte per privata iniziativa di mercanti o di società mercantili (le celebri maone). Nel sec. 15° allo Stato o alla maona si sostituì nel governo delle colonie il Banco di s. Giorgio, che si occupò anche della difesa militare ed ebbe le funzioni d’armatore di flotte. L’espansione coloniale genovese ebbe inizio con la concessione, fatta da Boemondo di Taranto, di larghi privilegi commerciali ad Antiochia, in cambio degli aiuti durante l’assedio della città nella prima crociata (1097-98); per il concorso militare fornito a Baldovino re di Gerusalemme per l’acquisto di Cesarea (1100), i genovesi ottennero la terza parte di Cesarea, Arsuf, Acri e un quartiere in Gerusalemme e in Giaffa; più tardi fondarono colonie, tra l’altro, a Tripoli e a Tiro. Questa rimase il centro principale e la sede del console genovese in Siria, anche dopo la caduta di Gerusalemme (1187). Le colonie di Siria attiravano una parte notevole del commercio carovaniero dell’Asia centrale e orientale (armi, broccati, mussole, sete, essenze, indaco e porpora ad Antiochia; perle e oro ad Acri; canna da zucchero a Tiro e Beirut). Alla metà del 13° sec., con la rovina degli Stati cristiani in Siria e l’avanzata turca, le colonie in quella regione andarono perdute e incominciò lo spostamento dell’attività colonizzatrice di G. verso le coste dell’Asia Minore, in competizione con Venezia e Pisa; col Trattato del Ninfeo (1261), la Repubblica pose le basi della sua potenza coloniale nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero con la fondazione di quella che sarebbe stata poi Pera e Galata (Costantinopoli), anello centrale della catena di possedimenti che condussero la Dominante fino al Mar d’Azov. Le colonie di Cipro, Chio e Caffa (nella penisola di Crimea, chiamata dai genovesi Gazaria) costituirono le basi fondamentali dell’espansione commerciale di G.; la più avanzata verso Oriente era la colonia di Tana (Azov), da dove i genovesi si spingevano verso il Caucaso. Ma i mongoli di Tamerlano prima e i turchi poi, avanzando verso l’Occidente, s’impossessarono delle colonie europee; caduta Costantinopoli (1453), G. perse Galata; Trebisonda cadde in mano turca nel 1461, Caffa nel 1475; caddero anche le colonie nel Mar Egeo; sopravvisse solo Chio, che divenne turca nel 1561. Bugia e Ceuta in Africa settentrionale erano da lungo tempo perdute.

6. Dal Seicento al Risorgimento

In seguito, il pericolo più grave per l’indipendenza della Repubblica fu costituito dalle mire annessionistiche dei Savoia: ma Carlo Emanuele I tentò invano di conquistare la città nel corso della guerra della Valtellina e del pari fallirono le congiure, promosse dai Savoia, di G.C. Vachero (1628) e di R. Della Torre (1672), quest’ultima nel corso della guerra tra G. e Carlo Emanuele II, terminata favorevolmente per G. con la mediazione di Luigi XIV (1673). Nel 1684 la città, che aveva rifiutato di disarmare la propria flotta secondo le intimazioni della Francia, resistette eroicamente al bombardamento ininterrotto cui la sottopose dal mare, tra il 18 e il 28 maggio, la flotta francese; ma, isolata diplomaticamente, l’anno successivo dovette cedere alle richieste del re e inviare il suo doge a umiliarsi a Versailles. Cominciò da questo momento un lungo periodo di legami sempre più stretti con la Francia. La Corsica insorse nel 1729 e rimase in armi quarant’anni, con alterne vicende e con l’intervento austriaco prima (durante la guerra di successione polacca, fino al 1737) e francese più tardi; nel frattempo l’alleanza con i franco-spagnoli durante la guerra di successione austriaca conduceva nel 1746 all’occupazione della città da parte degli imperiali, che dovettero però uscirne per la rivolta popolare, secondo la leggenda iniziata da Balilla, il 5 dicembre dello stesso anno. Aiutata dai francesi, G. poté resistere successivamente all’assedio austriaco e ottenere in compenso, per la Pace di Aquisgrana (1748), il riconoscimento del possesso della Corsica; ma il successo dell’insurrezione di Pasquale Paoli determinò infine la cessione dell’isola alla Francia, il 15 maggio 1768.

Nel maggio-giugno 1797 la Repubblica aristocratica finì sotto la pressione di Bonaparte. Da allora la nuova repubblica democratica seguì le sorti della politica francese: il governo di L.E. Corvetto, l’assedio del 1800 sostenuto da A. Massena, la riorganizzazione amministrativa di C. Saliceti e infine la diretta annessione all’impero costituirono i principali momenti di questo periodo storico. Il Congresso di Vienna, fatto fallire il tentativo di G. Serra di restaurare la vecchia repubblica, assegnò G. ai Savoia che l’occuparono ai primi del genn. 1815. Il gretto e oppressivo conservatorismo dell’amministrazione piemontese fece della città, nei decenni seguenti, un centro di azione antigovernativa, talvolta sfociante nel radicalismo repubblicano (1849-50). Sotto Cavour, G. perdette il porto militare, rimanendo tuttavia il principale emporio marittimo del Piemonte: e tale rimase anche dopo l’incorporazione nel nuovo Stato italiano (1861), potenziando in esso la sua naturale funzione economica, attraverso un rapido progresso industriale e commerciale.

7. La prima metà del Novecento

Già a partire dalla seconda metà dell'Ottocento G. aveva iniziato quel processo di espansione e inglobamento dei comuni limitrofi che sarebbe stato completato durante il regime fascista con la creazione della “Grande G.”, ossia l'unificazione amministrativa di tutti i comuni circostanti l’attuale centro cittadino (la superficie cittadina, dopo essersi triplicata nel 1874, con l'assorbimento di dieci municipi, era cresciuta ancora di sette volte nel 1927, incorporandone altri 19). Nel contempo la città andava perdendo il suo carattere prevalentemente mercantile e, soprattutto nell'area di Ponente (Polcevera), intorno al nucleo originario dell'Ansaldo, iniziava a svilupparsi l'industria, mentre i rilievi di levante (Biasagno) divennero la mira abitativa del ceto borghese e nel centro della città rimasero le classi meno abbienti. Negli anni 1920 e 1930 G. divenne il centro dell’industria di base, della siderurgia, della cantieristica e della grande meccanica, e con Torino e Milano uno dei tre vertici del cosiddetto triangolo industriale. Durante il secondo conflitto mondiale, a causa di questa sua centralità economica e strategica, G. venne pesantemente presa di mira dai bombardamenti alleati, che si intensificarono dopo l'armistizio (si è calcolato che alla fine della guerra gli edifici distrutti e danneggiati fossero 11.183). Particolarmente drammatico fu l'episodio ricordato come la Strage delle Grazie, quando il 23 ottobre 1942 circa 350 persone che si erano riversate nell'omonima galleria per cercarvi riparo morirono schiacciate dalla folla presa dal panico. Occupata militarmente dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, G., che oppose una resistenza tra le più attive, fu la prima città dell'Italia settentrionale a insorgere contro l'occupazione il 24 aprile 1945, costringendo la guarnigione tedesca alla resa incondizionata prima dell'entrata delle truppe alleate, avvenuta il giorno 27.

8. Secondo dopoguerra e boom economico

Alle prime elezioni comunali nel 1946, netta fu la vittoria del PCI (Partito Comunista Italiano), con il 38,8% dei voti, e dei socialisti (25,46%), mentre seguiva soltanto al terzo posto la Democrazia cristiana (DC) con il 20,9%, e tra il 1946 e il 1951 si successero alla guida della città due sindaci comunisti, G. Tarello e G. Adamoli. Tale risultato non venne però confermato nelle tre successive consultazioni comunali (1951, 1956 e 1960), in cui la DC risultò primo partito cittadino seguita dal PCI e dai socialisti al terzo posto: sindaco di G. per un quindicennio fu il democristiano A. Pertusio, che dovette guidare la città nell'ardua opera della ricostruzione materiale e gestire la crisi postbellica. Come già all’indomani della Prima guerra mondiale, infatti, dato il peso della produzione militare e per il difficile riposizionamento delle produzioni siderurgiche e cantieristiche, si registrò un calo degli occupati nell’industria. La preponderanza dell’industria di base e della grande meccanica fece sì che persino durante il boom economico, tra la fine degli anni 1950 e l’inizio dei 1960, si verificasse un calo occupazionale nell’industria genovese, che restò ancorata ai beni di base e intermedi e non avviò la produzione dei beni di consumo durevoli, quelli sui quali si stava incentrando in quegli anni uno sviluppo senza precedenti guidato dalla meccanica di serie. Tale scarso dinamismo del capitalismo locale era in parte dovuto al fatto che l’industria ligure, in misura maggiore di quella del resto del Nord-Ovest italiano, era nata e cresciuta grazie all’intervento pubblico, che negli anni del miracolo economico invece venne dirottato principalmente verso il Mezzogiorno. In difesa dell’occupazione vi furono grandi mobilitazioni operaie, che incontrarono un notevole sostegno popolare, e anche i portuali difesero a più riprese le prerogative della loro compagnia dai tentativi di liberalizzazione. Un momento assai critico – passato alla storia come “i fatti di G. ” – fu quello del giugno 1960, quando la città venne designata come sede del quinto congresso del Movimento sociale italiano (MSI), il partito fondato nel 1946 da ex appartenenti alla Repubblica di Salò: considerata questa scelta come una provocazione politica a una città insignita della Medaglia d'oro alla Resistenza e di radicata tradizione antifascista, operai, portuali e un'ampia parte della cittadinanza organizzarono una serie di manifestazioni di protesta che il giorno 30, in occasione dello sciopero generale indetto dalla Camera del Lavoro, degenerarono però in scontri violenti con le forze dell'ordine, causando numerosissimi feriti. Nello stesso anno venne nuovamente candidato Pertusio come capolista della DC al Comune, che diede vita a una giunta assieme ai socialisti, i repubblicani e i socialdemocratici, inaugurando così la prima di una lunga serie di giunte di centro-sinistra. Negli anni successivi, a partire dalle elezioni politiche del 1963, il PCI tornò a essere il partito cittadino maggioritario, seguito dalla DC e poi dai socialisti, mentre alla guida della città tra il 1965 e il 1971 venne chiamato di nuovo un democristiano, Augusto Pedullà.

9. Gli anni 1970 e 1980

Nel 1971 venne nominato l'ultimo sindaco democristiano di G., G. Piombino, che rimase in carica fino al 1975, sostituito poi dal socialista F. Cerofolini, che governò la città fino al 1985. Negli anni 1970 la crisi del sistema industriale genovese, iniziata da più di un decennio, aveva fatto perdere definitivamente al capoluogo ligure il suo primato di ricchezza non solo rispetto all'area del triangolo industriale ma anche rispetto alla Toscana e all'Emilia Romagna, mentre nel contempo si avviava prima che in altre realtà italiane il processo della terziarizzazione. Gli scontri sindacali e le tensioni sociali peraltro non cessarono, coniugandosi inoltre con i movimenti politici degli anni di piombo. A G. vi fu anche una colonna rilevante e particolarmente spietata delle BR (Brigate Rosse), che per un periodo riuscirono con attività propagandistica a fare breccia tra il proletariato di fabbrica, a partire dalla Acciaieria Italsider. Nel 1974 venne rapito il sostituto procuratore M. Sossi, poi rilasciato, e nel 1976 vi fu il primo omicidio di un magistrato, F. Coco. Tuttavia l'episodio che segnò la frattura tra BR e operai fu nel 1979 l'omicidio dell'operaio dell'Italsider e sindacalista della CGIL Guido Rossa, che aveva denunciato il compagno di lavoro Francesco Berardi per aver fatto volantinaggio propagandistico a favore delle BR all'interno della fabbrica. Un anno più tardi Riccardo Dura, l'esecutore dell'omicidio di Coco, Rossa e nel 1978 del commissario Antonio Esposito, venne ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri nella “strage di via Fracchia” insieme ad altri tre terroristi.

Per gli anni 1980 si è usata l'espressione “fronte del porto”, a significare la profonda crisi dello scalo genovese, incapace di reggere la concorrenza in particolare del Nord Europa. Nel 1984 venne designato da B. Craxi a compiere l'opera di ristrutturazione il manager Roberto D'Alessandro, posto a capo del Consorzio autonomo del porto (CAP), che per la prima volta introdusse la logica della privatizzazione in banchina (continuata poi e completata negli anni 1990), provocando una nuova fase di scontri – soprattutto nel 1987 – con i portuali, tra i quali si ricorda in particolare la figura del “camallo” Paride Batini, console della CULMV (Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie), la più importante società di servizi portuali genovese. Tra il 1985 e il 1990 la città fu guidata dal repubblicano Cesare Compart, a capo di una giunta pentapartito, sotto il quale sarebbero stati avviati i lavori di ristrutturazione del porto affidati a Renzo Piano in vista dell'Expo 92 (le Colombiadi) dal tema Cristoforo Colombo - La nave e il mare.

10. Gli anni 1990 e il principio del nuovo secolo

Gli anni 1990 e i primi del 2000 hanno costituito una fase di ripresa dell'attività economica genovese, che è tornata ai vertici della portualità, è riuscita a creare un nucleo di produzioni ad alta tecnologia (difesa e sicurezza, elettronica, energia, sistemi di trasporto ferroviari) e ha investito maggiormente anche nella cultura e nel turismo (nel 2004 è stata per altro capitale europea della cultura). Negli anni 1990 iniziò inoltre la dismissione di parte degli impianti produttivi e la riconversione delle aree precedentemente occupate dagli insediamenti siderurgici della Nuova Italsider Acciaierie di Cornigliano. Nel 1990 fu nominato sindaco il socialdemocratico Romano Merlo, costretto però già nel 1992 alle dimissioni a causa dello scarso successo delle Colombiadi e dei dati 'gonfiati' circolati su di esse (Merlo era anche presidente dell'Ente Colombo, che aveva gestito la manifestazione); gli successe quindi Claudio Burlando del PDS (Partito Democratico della Sinistra), anch'egli però costretto a dimettersi nel 1993 per via di un'accusa giudiziaria legata all'Expo (ma di cui sarebbe stato successivamente giudicato innocente), sostituito poi dal reggente Alfio Lamanna. Dopo l'approvazione della nuova legge che prevedeva l'elezione diretta del sindaco, fu eletto l'indipendente del centro-sinistra Adriano Sansa (1993-97), e quindi per due volte Giuseppe Pericu (1997-2007). Quest'ultimo si trovò ad affrontare le tragiche vicende del G8, che sconvolsero la città riportandole alla memoria i momenti più drammatici della sua storia: tra il 19 e il 22 luglio 2001, durante l'incontro dei capi di Stato dei paesi più industrializzati, vi furono scontri, nel corso dei quali perse la vita il giovane Carlo Giuliani e diversi altri manifestanti furono fermati sulla base di prove fabbricate e torturati, come appurato in successivi procedimenti penali. Nel 2007 è stato eletto il primo sindaco donna, Marta Vincenzi, sempre del centro-sinistra, rimasta in carica fino al 2012 (benché la giunta venisse coinvolta nel 2008 da un'inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione con conseguenti tre arresti), che nel 2011 dovette affrontare l'emergenza dell'alluvione che causò la morte di sei persone, rivelando l'urgenza di riparare il dissesto idrogeologico della città, causa principale dei ricorrenti fenomeni alluvionali.

Nel 2012 è stato eletto l'indipendente Marco Doria.

archeologia

La città preromana sorse sulla rupe di Sarzano; al 5° e 4° sec. a.C. risalgono i resti più antichi (murature, necropoli, iscrizioni, vasellame, ceramica). All’oppidum preromano fece seguito la città romana, costruita a insulae regolari nella zona sottostante il colle Castello. Lo sviluppo del centro romano, ricostruito dopo le rovine causate dai Cartaginesi, subì una spinta verso N e NE che perdurò nel periodo paleocristiano. Molti elementi e frammenti plastici di età classica sono reimpiegati in alcuni edifici e chiese della città (S. Lorenzo, S. Donato, S. Maria di Castello). Il Museo di Archeologia Ligure offre un ampio panorama del materiale archeologico: sepolture paleolitiche, le più cospicue e meglio conservate d’Europa di cui la più antica, ca. 20.000 anni fa, è detta del Principe delle Arene Candide; ceramica greca a figure rosse, bronzi etruschi, vasi di alabastro e di vetro di produzione mediorientale provenienti dalla necropoli preromana; la preziosa ed eclettica collezione ottocentesca del principe Odone di Savoia, che dotò G. di un patrimonio rilevante di vasi greci, bronzi, ceramiche, vetri e gemme romane. Nel 2005 e 2006, inoltre, la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio della Liguria ha dato il via a un'opera di catalogazione del patrimonio di archeologia industriale. Sono stati poi intrapresi i restauri dei leudi San Marco, Fernando Bregante e Nuovo Aiuto di Dio e posti sotto tutela altri oggetti mobili di valore storico, come la gru galleggiante Langer Heinrich (1915), altre due gru e una piattaforma ferroviaria, visibili presso il Galata Open Air Museum, il museo all’aperto creato in Darsena.

arte e architettura

Il nucleo antico di G. era compreso nella cinta eretta nel 1155 (ne rimangono la porta Soprana e la porta dei Vacca). La città medievale si estese a ponente, sulle colline, fino al Ponte monumentale, per continuare presso la piazza Fontane Marose e fino alla Lanterna, racchiudendo nella nuova cinta il Castelletto e le falde montane di Montegalletto, e raggiungere il mare con la porta di S. Tommaso (cinta muraria del 1375). Nel 1630 si costruì una nuova linea di mura che preparava gli sviluppi urbanistici del 18°-19° secolo. Con il piano regolatore ottocentesco la città si estese a levante con la sistemazione di piazza De Ferrari, dell’attuale via XXV aprile e di via Roma: lo sviluppo urbanistico continuò con la via Assarotti, la circonvallazione a monte ecc. La ricostruzione postbellica degli anni 1950 è stata intensa, con prevalenza di edifici molto sviluppati in altezza. I successivi interventi a scala urbana hanno prodotto la circonvallazione a mare, la strada sopraelevata, la riqualificazione del Porto Antico ecc., anche in virtù di eventi significativi (Colombiadi, 1992; G. Capitale europea della cultura, 2004).

Tra le emergenze architettoniche e topografiche spiccano: la Lanterna, eretta all’ingresso del porto (1139, ricostruita nel 1543); il duomo (S. Lorenzo, 12°-14° sec. con cupola di G. Alessi, 1567); la pittoresca piazza Caricamento, fiancheggiata dagli oscuri portici di Sottoripa, con il palazzo S. Giorgio (già sede del capitano del popolo, poi del Banco di S. Giorgio, edificio in parte gotico, 1260, in parte del Rinascimento); le tipiche costruzioni medievali (con facciata a liste di marmo bianco e pietra nera) come le case Doria in piazza S. Matteo o la chiesa romanico-gotica dello stesso tipo; le chiese di S. Donato (12°-13° sec.), di S. Maria di Castello (12° sec., con aggiunte gotiche), presso cui sorge la torre degli Embriaci, resto della cinta del 12° sec., di S. Stefano, di S. Agostino (13° sec.). Esempio di palazzo signorile del 15° sec. è il Palazzo Spinola in piazza Fontane Marose.

Nel 16°-17° sec. intorno a G. Alessi una schiera di artisti creò un insieme originalissimo di chiese, ville, e soprattutto palazzi principeschi; pitture e sculture si sviluppano parallelamente, in funzione essenzialmente decorativa: le chiese di S. Maria di Carignano (G. Alessi 1552, compiuta nel 18° sec.); del Gesù (P. Tibaldi, 1597; con dipinti di P.P. Rubens), della Ss. Annunziata (attribuita a G. della Porta e D. Scorticone); i palazzi patrizi della via Balbi e della via Garibaldi (già Strada Nuova), dai magnifici cortili d’effetto scenografico; il Palazzo Reale, già Durazzo; l’università (B. Bianco, 1634-38); il Palazzo Bianco (16°-18° sec.); il Palazzo Rosso (P. A. Corradi, 1677); il Palazzo Municipale (R. Lurago, 1564); il Palazzo Cambiaso (G. Alessi) ecc. Il grandioso Palazzo Ducale, presso il porto, risale alla fine del 16° sec.; così come il palazzo Doria, fatto costruire da Andrea; l’Albergo dei poveri, grandioso ospizio del 1655. Allo sviluppo urbanistico di G. contribuì C. Barabino, che nel 1825 aprì la via Carlo Felice (ora XXV aprile), eresse il teatro Carlo Felice (1828; ricostruito da I. Gardella e A. Rossi, 1981-90). Notevoli interventi nel 20° sec. si sono avuti a opera di M. Labò (Biblioteca dell’Università, 1935; Museo d’arte orientale Chiossone, 1971), R. Morozzo della Rocca (complesso di case Ansaldo, 1959-69), L.C. Daneri (quartiere INA-Casa di Forte Quezzi, 1956-68). Ulteriori opere significative sono il grandioso ponte sulla Polcevera, di R. Morandi (1967), la Facoltà di architettura di I. Gardella (1975-89), gli allestimenti museali di F. Albini (Tesoro di S. Lorenzo, 1952; Museo di S. Agostino, 1977-92), gli interventi di R. Piano nel Porto Vecchio (Bigo, 1992; Bolla, biosfera in vetro e acciaio, 2001), l'Acquario (1992,  con ulteriore ampliamento nel 2012), il Galata Museo del Mare di Guillermo Vázquez Consuegra (2004).

Oltre alle preziose collezioni ospitate nei palazzi gentilizi e nei musei sopracitati si ricordano: la Galleria d’arte moderna nella Villa Saluzzo Serra, il Museo d’arte contemporanea a Villa Croce, il Museo Luzzati a Porta Siberia;

musica

Non ci sono testimonianze relative all’attività musicale di G. prima del Rinascimento. Imponente e significativa fu la cappella musicale della cattedrale di S. Lorenzo, che alla fine del 16° sec. contava 65 coristi e 34 suonatori. Tra i musicisti attivi a G. tra 15° e 17° sec. F. Gaffurio, M. Ingegneri, A. Stradella. I primi teatri permanenti, costruiti per iniziativa della nobile e potente famiglia Durazzo, furono il Falcone, eretto nel 1653 e rimasto in attività per due secoli; il Sant’Agostino (1702), e il Teatro delle Vigne, in legno (ca. 1750). Dopo l’annessione al Piemonte, l’architetto C. Barabino costruì il Carlo Felice (1828), destinato soprattutto alla lirica; semidistrutto dalle bombe nel 1944 e ricostruito nel 1991. Dal 1953 Genova è sede del Premio Internazionale di violino N. Paganini, in onore del più illustre dei musicisti nati nel capoluogo ligure. G. è inoltre è stata il centro di una delle più influenti 'scuole' di cantautori (con Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De André e successivamente Ivano Fossati, Francesco Baccini, Max Manfredi), e anche di alcune delle più significative esperienze da band come i New Trolls (nel campo del rock), dei Matia Bazar (pop sofisticato) e dei Ricchi e poveri, uno dei gruppi vocali di maggior successo della storia della canzone italiana.

Golfo di G.-  Vasta insenatura del Mar Ligure che si stende dal Capo Mele sino all’Isola Palmaria in uno snodarsi di golfi, capi e promontori. Le sue coste si distinguono in due Riviere, quella di Levante nella parte che è compresa tra La Spezia e G., e quella di Ponente nella parte compresa tra G. e Ventimiglia. I fondali marini sono notevolmente profondi.

Città metropolitana di G. (1838 km2 con 855.834 ab. nel 2011, divenuti 851.894 secondo rilevamenti ISTAT del 2016, ripartiti in 67 Comuni; densità 465,76 ab./km2). Nel 2014, con la legge 7 aprile n. 56, entrata in vigore il 1°gennaio 2015, la città metropolitana di G. è subentrata all'omonoma provincia, mantenendo la medesima estensione geografica. Il territorio include il versante marittimo del sistema alpino-appenninico compreso tra i comuni di Cogoleto e Moneglia, e alcuni lembi del versante padano corrispondente (alte valli dell’Orba, della Stura, della Scrivia, della Trebbia), il più esteso dei quali è quello dell’alta e media Valle Scrivia fino a Isola del Cantone. I corsi d’acqua che scendono al Mar Ligure sono in genere brevi torrenti: oltre alla Polcevera e al Bisagno, si segnala l’Entella che, sfociando tra Chiavari e Lavagna, forma una piana alluvionale tra le più ampie della Liguria. Il litorale della provincia, che si sviluppa per 115 km, è quasi ovunque alto e roccioso, con un andamento abbastanza uniforme, interrotto solo dalla sporgenza del promontorio di Portofino. La popolazione provinciale ha registrato fra i censimenti del 1981 e del 1991 un consistente decremento, parzialmente attenuatosi a partire dagli anni 1990. Il livello del reddito pro capite della provincia ha subito un considerevole ridimensionamento fra il 1991 e il 1998, pur rimanendo in posizione piuttosto avanzata nel confronto con la media nazionale; superata la crisi del 2008, il reddito pro capite della città metropolitana è tornato a crescere (20.197 euro nel 2014), superando la media nazionale (17.875 euro). L’agricoltura è in forte calo in tutta la provincia (eccetto le aree orticole attorno ai centri più importanti, che riforniscono il mercato locale); l’artigianato sopravvive dove il turismo garantisce una certa domanda (pizzi e merletti a S. Margherita e a Portofino) o dove è riuscito a organizzare una efficiente rete di distribuzione (filigrane della Valle Stura). Va comunque registrato nel territorio provinciale un processo di rinnovamento dell’apparato produttivo: infatti, alla crisi economica che ha coinvolto soprattutto il capoluogo, ha fatto riscontro il dinamismo della media valle del fiume Scrivia e della Valle di Fontanabuona, in cui si sono insediati gruppi di nuove industrie di piccole dimensioni e attività terziarie specializzate.

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