gergo

gergo

Enciclopedia dell'Italiano (2010)
di Maria Teresa Vigolo

gergo

1. Definizione, caratteri e funzioni

Gergo è un termine usato comunemente per indicare una varietà di lingua (o dialetto) dotata di un lessico specifico che viene utilizzato da particolari gruppi di persone, in determinate situazioni, per non rendere trasparente la comunicazione agli estranei e sottolineare l’appartenenza al gruppo. Il gergo, dal momento che risulta di solito incomprensibile fuori del gruppo che ne fa uso, si configura come un codice segreto, la cui funzione criptica, se da una parte esclude dalla comunicazione gli altri, i ‘diversi’, dall’altra rafforza i legami e il senso di coesione interna, dato che i gerganti condividono attività, esperienze e ambiti di vita comuni.

Beccaria (1973) e Berruto (1987: 154-168) hanno messo in luce le differenze tra gergo e ➔ linguaggi settoriali: questi ultimi sono dotati di un lessico tecnico, gergale in senso lato soltanto perché non comprensibile ai non addetti ai lavori; mentre il gergo propriamente detto, usato da categorie sociali definite marginali, ha una valenza di contrapposizione alla lingua della società normale e istituzionale e si configura perciò come antilingua (Halliday 1983: 186), che esprime una controcultura di opposizione e di resistenza rispetto alle norme e ai valori codificati. Applicando i parametri della sociolinguistica, Berruto (2004: 114) definisce il gergo come una varietà di lingua (o dialetto) che è marcata al tempo stesso in diafasia (in quanto è impiegata solo in determinate situazioni) e in diastratia (in quanto si forma all’interno di un gruppo sociale e ne diventa il contrassegno tipico).

Sulla segretezza come condizione necessaria alla costituzione di un gergo si è discusso a lungo. Alcuni studiosi di scuola francese (Dauzat 1917; Cohen 1919), seguiti da antropologi italiani (Sanga 1993), ne hanno ridotto la portata, ritenendo più pertinente la funzione identitaria che accomuna i gerganti, ossia il riconoscimento di far parte di un gruppo che ha gli stessi intenti e analoghi comportamenti; tuttavia non si può negare che la criptolalia giochi normalmente un ruolo fondamentale e l’intento di occultamento sia alla base di tutte le operazioni che vengono fatte per modificare il lessico di una lingua o di un dialetto, col risultato di renderlo non comprensibile. Gli stessi parlanti sono consapevoli della necessità di segretezza; prova ne è che qualsiasi gergo, da quelli storici (il più antico è chiamato furbesco) a quelli più moderni, ha molti modi di dire o formule convenzionali per segnalare un pericolo che viene dall’esterno e di conseguenza imporre il silenzio. Si tratta di forme imperativali che esprimono il concetto di «zitto, fa’ silenzio, gli altri non devono sentire»; tali sono, per es., bbuššèllë! nel gergo dei muratori abruzzesi; sambusà «silenzio» e debusse «taci» nel furbesco; imbòssela «taci, piantala» nel gergo veronese; abbozza «stai zitto, stai tranquillo» nel gergo della camorra napoletana, che ha il significato originario dell’italiano abbozza «smettila, finiscila» (DELI 19992: 38), ecc.

Dal punto di vista linguistico il gergo, secondo la definizione di Cohen (1919), fatta propria dalla successiva letteratura, è una formazione parassitaria, nel senso che si appoggia su una lingua o su un dialetto preesistenti, sui quali si innesta un nuovo lessico, attraverso un processo definito appunto di rilessicalizzazione e di risemantizzazione, che implica l’utilizzo di particolari procedimenti fonomorfologici nella formazione di parole nuove e l’impiego massiccio di metonimie e metafore, sineddochi e altre figure retoriche, capaci di creare sempre nuove relazioni semantiche, talora anche complesse, specie quando si basano sul gioco contrastivo fra lingua e dialetto.

Le strategie di mascheramento vengono applicate più frequentemente alle parole dotate di significato lessicale, ma anche ai pronomi personali e possessivi, agli avverbi di luogo e agli elementi di risposta (/ no). Di frequente gli elementi occultanti sono del tutto opachi, come -oden(a) in meòdena «io», di area settentrionale, e miòdine del romanesco antico (ma anche in G. G. Belli), già presente nel furbesco; in altri casi sembrano rifacimenti di forme dotte, come (a)vìsi, ricorrente in numerosi gerghi: trentino, i me avìsi «io», i to avìsi «tu», i so avìsi «lui, loro», i nóši avìsi «noi», i vóši avìsi «voi»; sardo, mìe vìsu «io», vóstre vìsu «tu, voi»; ferrarese, i to vìsi «tu»; piemontese, me-vìsi «me», nostri visi «noi». In questo caso si può supporre che avisi corrisponda all’italiano antico a viso mio «secondo la mia opinione», com’io avviso «come credo» (Dante, Purg. V, 35), continuazione del lat. volgare (mihi) vīsum (est) per il classico mihi videtur.

I gerghi storicamente attestati in Italia risalgono al tardo medioevo e si dividono tradizionalmente in due gruppi, quelli della malavita e quelli di mestiere (➔ gerghi di mestiere). La linea di demarcazione non è sempre facilmente tracciabile, dato che la storia della malavita e del vagabondaggio in cui si riconoscono alcune categorie di emarginati sociali (delinquenti, frequentatori delle piazze come giostrai e giocolieri, ciarlatani, truffatori, questuanti, mendicanti e imbonitori) si mescola con la storia dei lavoratori migranti, detti anche vianti, camminanti o perteganti, che passano di paese in paese e di casa in casa nell’esercizio dei loro mestieri, come i calderai, i seggiolai, gli arrotini, gli spazzacamini, i muratori, i ciabattini, ecc. Sul ruolo subalterno di queste categorie sociali si sono concentrati gli studi di Camporesi (1973), Geremek (1979), Sanga (1993).

Anche il linguaggio giovanile (➔ giovanile, linguaggio) è stato considerato una sorta di gergo, perché è usato per lo più nell’interazione verbale all’interno del gruppo ed è caratterizzato da un insieme di lessemi espressivi, metaforici, disfemistici, a volte neologismi coniati al momento, distribuiti variamente per aree geografiche, ma a volte di vasta circolazione. Si è parlato dunque di gergo giovanile come di una varietà che viene collocata tra quelle diastratiche e associata per l’aspetto della marginalità a quelle dei gruppi di gerganti, anche se la sociolinguistica mette in evidenza che il linguaggio giovanile, pur attingendo largamente ai gerghi storici, ha solo come componente marginale (quando non è del tutto assente) la funzione segreta e criptica propria delle lingue furbesche. Dal punto di vista linguistico confluisce comunque nel lessico giovanile (accanto a prestiti dalle lingue straniere, in particolare anglo-americanismi e in minor misura ispanismi, e a dialettalismi e regionalismi; Radtke 1992: 31) un fondo gergale comune costantemente innovato e risemantizzato.

Accanto a un significato specifico di gergo, usato, come conviene Beccaria (1973: 33), in senso stretto, il termine si è esteso a indicare i lessici speciali, cosicché si usa spesso parlare di gergo burocratico, gergo sportivo, gergo giornalistico, con varie specificazioni legate ai diversi campi del sapere; ai quali si possono aggiungere le acquisizioni più recenti di gergo informatico, gergo da Internet linguaggio digitale, ecc.

Al gergo va attribuita anche una funzione giocosa; e ciò non soltanto da parte di scrittori che hanno utilizzato o creato forme gergali con finalità espressionistiche (➔ Gadda, Carlo Emilio), ma da parte degli stessi gerganti, che, appropriatisi dei meccanismi di ‘svisamento’, li riapplicano per ottenere di volta in volta frasi scherzose, canzonatorie, burlesche a partire proprio da produzioni metalinguistiche.

2. Nascita e classificazione dei gerghi

Le prime attestazioni di parlate gergali risalgono al XV secolo, anche se la presenza di parole isolate che sembrano indizio di idiomi segreti si riscontra già nei secoli precedenti: cosco «casa» è usato da Cecco Angiolieri (XIII sec.), calmone come antico nome di gergo si trova in Bonaventura da Imola, commentatore della Divina Commedia (XIV sec.). Sempre al calmone rimandano le prime battute gergali, scambiate in due sonetti (ante 1460), tra Giovanni Francesco Soardi e l’umanista Felice Feliciano. Segue la lettera in furbesco, scritta da Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico, presumibilmente intorno al 1466 (Ageno 1962: 84), ritenuta da alcuni esercizio giocoso-letterario, mentre per De Robertis, che ne ha curato l’edizione, è un vero e proprio «documento epistolare» (Pulci 1962: 1007), la cui finalità era quella di occultare la partecipazione di fanciulle-meretrici (chiamate pesci) alle feste dei nobili fiorentini.

Qui sono già presenti termini che avranno una vasta circolazione nella produzione successiva, quali: bistolfo «prete», bolla «città», caccosa «strada» (variante di calcosa), lenza «acqua», truccare «andare», stanzonàr «rimanere», polverosa «strada», il pronome personale simone «io», tone «tu», e i possessivi monello «mio», tonello «tuo», sonello «suo».

Altra fonte di gergalismi alla fine del Quattrocento è lo Speculum cerretanorum del vicario urbinate Teseo Pini, collocabile tra il 1484 e il 1486, che puntava a mettere in guardia le persone di fede, dedite al soccorso dei poveri e a pratiche caritatevoli, dai raggiri di falsi mendicanti, vagabondi e ingannatori. Ma l’opera più importante per la documentazione gergale è il Nuovo modo de intendere la lingua zerga, compilato probabilmente nel 1531 (anche se l’edizione più antica è stata stampata a Ferrara nel 1545), ad opera quasi certamente di Antonio Brocardo nel periodo di frequentazione dell’accademia patavina. Il Nuovo modo, che contiene anche un glossario italiano-furbesco e viceversa, costituisce la più importante fonte gergale italiana del XVI secolo e rivela un uso letterario ed elitario del codice, ricco di cultismi.

Ma bisogna arrivare all’Ottocento, con gli studi di Biondelli (1846) e di ➔ Graziadio Isaia Ascoli (1861), per avere descrizioni linguistiche dei gerghi, fondate su repertori tratti dal parlato e analizzati come formazioni autonome. Quanto alla loro origine, Ascoli ipotizza che le parole gergali siano ricorrenti nella storia delle lingue, che si ritagliano «dovunque e in ogni tempo» un posto per la settorialità e la marginalità: la motivazione all’occultamento e alla segretezza presso alcuni gruppi sociali di emarginati, malavitosi e delinquenti è talmente intrinseca da sembrare una costante piuttosto che un semplice accidente storico. Circa la documentazione, come osserva Sanga (1993: 167), le raccolte di lessici e materiali gergali non sono sistematiche, né in passato né al presente, e quindi esistono tuttora soltanto dati episodici sulla consistenza e sulla distribuzione dei gerghi.

Le formazioni gergali si innestano per lo più sui dialetti, anche se non manca l’apporto delle lingue straniere. La stessa voce gergo, ital. ant. gergone, è un francesismo (cfr. fr. ant. jargon, XII sec.), attestato con il significato di «gorgheggiare (degli uccelli)», verosimilmente da una base onomatopeica garg-; ma già nel provenz. ant. gergon designava la lingua usata dai questuanti e mendicanti imbroglioni.

Sono presenti nei gerghi italiani termini di origine neogreca o albanese, provenienti dalle minoranze linguistiche dell’Italia meridionale; molti germanismi e alcuni slavismi nei gerghi settentrionali; e, dallo spoglio di vari repertori, ora riuniti nel Dizionario storico dei gerghi di Ferrero (1991), si riscontrano voci di provenienza araba o ebraica legate soprattutto alle attività commerciali, oltre ai prestiti dai dialetti zingarici.

La stessa figura del venditore ambulante, per es., viene designata con termini presi dal tedesco, come nel caso dei cròmeri delle vallate alpine (dal ted. Krämer), che giravano i paesi per vendere merci di vario tipo. Le voci tedesche o germaniche entrate nei gerghi interessano principalmente la vita quotidiana, in particolare il cibo e la casa, oltre a una serie di termini tecnici legati alla specificità dei mestieri: ad es., flais «carne» (da Fleisch), con varianti locali in un’area che va dal Piemonte al Friuli fino all’Emilia Romagna; o il tipo sbòsar, (s)bòser, bòθera «acqua» (da Wasser), che si riscontra nei gerghi del Friuli e in quelli alto-veneti e delle valli lombardo-alpine.

Fra le voci di origine zingarica (➔ zingare, comunità) presenti in più parlate gergali si trovano per es.: gāǧo «uomo non zingaro; contadino, sempliciotto», termine passato anche nei dialetti; gråi, kråi «cavallo», entrato nel gergo di Cento (Ferrara) e di Bologna (Borgatti 1925: 33; Menarini 1941: 79); maròk «pane», di vasta diffusione, da cui il veneziano marocchini «sorta di pane piccolo e fine» (da maro, diffuso con le varianti mandó, manró, mandró, maró nei dialetti zingari d’Europa); kàkna, kakàña «gallina» a Cento (Borgatti 1925: 33), kakåña nel gergo bolognese (Menarini 1941: 55; ma Ferrero 1991 registra la voce anche a Milano e Torino); ecc.

Tra i gerghi italiani più rappresentativi si contano:

(a) il furbesco o lingua zerga, di tradizione letteraria, le cui sopravvivenze si rilevano nei gerghi attuali e, con cambiamenti di significato, anche nei linguaggi giovanili;

(b) nelle valli piemontesi, il gergo dei calderai e degli spazzacamini della Val Soana e della Valle di Locana (o Valle dell’Orco), di parlata franco-provenzale; il tarùsc degli ombrellai (dette lusciàt) di Gignese e del Vergante (Verbania); i gerghi dei selciatori di Graglia (detti ciulìn), di Castellazzo Bormida e Pontecurone, dei krüsk pastori delle valli biellesi; i gerghi dei muratori di Alessandria, Tortona, Casale Monferrato e altri centri minori della provincia di Alessandria;

(c) nelle valli lombarde, ticinesi e trentine: il dubiùn di Olmo, in Valchiavenna; il plat di šòbar dei calzolai della Valfurva, dell’alta Valtellina e dell’alta valle dell’Adda; il gaì dei pastori bergamaschi; il calmùn dei calderai di Lanzada in Val Malenco; il rungìn o rügin dei magnani (ramai) della Val Cavargna, della Val Colla e dell’alta Val Capriasca; il tarom di rüsca degli spazzacamini di Intragna; lo spasèll degli abitanti della Vallassina, usato per scopi commerciali, raccolto da Carlo Mazza (Memorie storiche della Vallassina, 1796); il taróm o tarón degli spazzacamini, dei calderai, degli arrotini, dei salumai e ombrellai delle Valli di Non, di Sole e della Val Rendena; il gergo dei merciai ambulanti (perteganti) della Val Tesino;

(d) in Veneto: il gergo dei pastori lamonesi e vicentini; lo scapelament dei cónθa («seggiolai») di Rivamonte, Gosaldo e di altri centri dell’Agordino (Belluno);

(e) in Friuli: il gergo dei calderai di Tramonti e quello delle venditrici di cucchiai di Claut;

(f) in Liguria: il balùrd dei merciai ambulanti di Strada di Roccavignale (Savona);

(g) in Sardegna: il romaniscu o arbaresca dei ramai di Isili;

(h) in Toscana: l’arivarésco dei calderai ambulanti di Vico Pancellorum, sull’Appennino lucchese;

(i) nelle Marche, in Abruzzo e nel Lazio: la rəvareska dei ramai di Force e Monsampolo del Tronto; il gergo dei muratori di Nereto, Mosciano Sant’Angelo (Teramo) e di Pescocostanzo (L’Aquila); il gergo dei cardatori di lana di Fara San Martino (Chieti), Cerqueto e Pietracamela (Teramo); il ciambrico dei braccianti di Meta, nell’aquilano; il gergo dei salumieri di Roma, detti norcini, e il lessico della malavita romana o dei birbi (Zanazzo 1907-1910), oltre a tutti i gergalismi romaneschi diffusi e amplificati attraverso la letteratura (D’Achille & Giovanardi 2001), il teatro, il cinema, i siti Internet e Facebook;

(j) nelle altre regioni meridionali e nelle isole: la parlèsia dei posteggiatori napoletani; l’ammaškante dei calderai (detti quadarari) cosentini; la lingua serpentina dei contadini di Squinzano, nel Salento; il baccagghiu, gergo storico della malavita siciliana, e il gergo dei camminanti siciliani (per lo più arrotini, stagnini, impagliatori di sedie, ombrellai), migranti in piccoli gruppi in molte città dell’Italia del Nord.

E ancora: i gerghi emiliano-romagnoli (Menarini 1941; Borgatti 1925); l’amaro, voce già presente nel furbesco del Cinquecento, diffusa in tutte le regioni padane, usata da ladri, venditori ambulanti, girovaghi e passata in molti gerghi artigiani (Ferrero 1991); il dritto, dei giostrai e baracconisti.

Varietà paragergali o parlate di tipo ‘affettivo’ sono stati considerati il linguaggio giovanile studentesco e quello di caserma, su cui Beccaria (1973: 36) ritiene

che si possa parlare di gergo militare o di caserma e analogamente di gergo studentesco anche se essi non traducono una differenziazione sociale (in quanto il gruppo non è stabile, ma in continuo ricambio), perché c’è nel gruppo una esigenza di differenziazione che nasce da un particolare stato d’animo: una opposizione polemica nei riguardi dei superiori nello studente, di sentimento di distinzione nel militare dal civile.

3. Il gergo come laboratorio linguistico

La sperimentazione linguistica caratterizza i gerghi e li accomuna, sia che venga dettata dalla volontà di occultamento, dovuto a uno stato di necessità del parlante, sia che la motivazione ad agire sulla lingua nasca da intenti giocosi, di presa in giro, di divertissement.

Uno dei procedimenti seguiti per ottenere nuove formazioni si incentra sulla destrutturazione lessicale cui segue una ricostruzione, attraverso operazioni che agiscono sulla catena fonica o sulla morfologia della parola; tali operazioni in tutti i gerghi vengono replicate in serie dal parlante, che si appropria del modello e lo riapplica sistematicamente. Un esempio ricorrente è l’inversione sillabica, nota a numerose varietà gergali (cfr. Berruto & Vicari 2008-2009): dal francese verlan, al larpa judre (= parlà indré «parlare all’indietro») del Mendrisiotto nel Canton Ticino, dove fradèl («fratello») diventa dèlfra e cantina diventa ntìnaca, ai gerghi del Veneto settentrionale, dove l’inversione dell’ordine delle sillabe è la strategia di occultamento più usata dai gerganti. La tipologia del verlan presente nell’argot tradizionale è adottata anche nel linguaggio giovanile (Radtke 1992: 20).

Una seconda strategia per ottenere l’inversione non riguarda semplicemente lo scambio meccanico dell’ordine delle sillabe, ma un procedimento che ristruttura la parola a partire dalla vocale tonica; è quanto avviene nel gergo veneto di Gosaldo, dove dal monosillabo dialettale si arriva al bisillabo gergale: dét «dito» diventa ètde; pél «pelo» diventa èlpe; vér «vero» èrve; vérd «verde» èrdve. Nel monosillabo dialettale originario si sposta l’attacco della sillaba iniziale di parola alla fine e si aggiunge la vocale che è copia della vocale originaria. È da notare inoltre che le sequenze /td/ e /rdv/ non sono ammesse nella formazione delle sillabe dei dialetti veneti: si tratta perciò di una rilessicalizzazione che viola le regole fonosintattiche di formazione delle parole.

Quanto alla morfologia, un procedimento di occultamento molto usato in tutti i gerghi è l’impiego di ➔ suffissi che possono essere già presenti nella lingua o nei dialetti oppure nuove formazioni che hanno la funzione di opacizzare la forma lessicale. Tra i suffissi più ricorrenti si riscontrano:

(a) -oso / -osa: sardo foglósu «portafoglio», fangòsas «scarpe»; calabrese fumùsu «sigaro», fangùsa «scarpa»;

(b) -ólfo, definito da Ascoli (1861: 407-408) «suffisso furbesco o sfigurante o derivativo»: pisto / pistólfo «prete», cria / criólfa «carne»;

(c) -ógni: ël brassógni «il braccio», la cartógni «la carta» (Locana);

(d) -arro (-aro): amisarro «amico», ciaparro «paiolo di bronzo», mesarro «mese»;

(e) -(è)paru: calabrese bianchèparu «bianco», kristianèparu «cristiano»;

(f) -aldo / -ardo: rufaldo «fuoco», «cattivo, ladro», grimaldo «vecchio», bernarda «notte»;

(g) -arma, elemento gergale che si applica agli avverbi di luogo: sardo dentàrma «dentro», fiaŋkàrma «a fianco»; calabrese intrârma «dentro»; nel gergo dei camorristi napoletani fuorarma, fiancarma;

(h) -ìfice, ricorrente in sintagmi formati da fare + base verbale o nominale + -ìfice: calabrese fare ricordìfice «scordarsi, dimenticare», fare cuntentìfice «rendere contento», fare mprosìfice «imbrogliare», ecc.

Fonti

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DELI 19992 = Cortelazzo, Manlio, Zolli, Paolo & Cortelazzo, Michele, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli (1a ed. 1979-1983, 3 voll.).

Pulci, Luigi (1962), Morgante e Lettere, a cura di D. De Robertis, Firenze, Sansoni.

Studi

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Borgatti, Mario (1925), I gerghi di Cento e Pieve (Ferrara), Fabriano, Tip. Economica.

Camporesi, Piero (a cura di) (1973), Il libro dei vagabondi. Lo “Speculum cerretanorum” di Teseo Pini. “Il vagabondo” di Rafaele Frianoro e altri testi di furfanteria, Torino, Einaudi.

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