GERDIL, Giacinto Sigismondo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 53 (2000)

di Pietro Stella

GERDIL, Giacinto Sigismondo (al secolo, Jean-François). - Nacque a Samoëns (Alta Savoia) il 23 giugno 1718 da Pierre, notaio, e da Françoise Perrier, originaria di Taninges. Ricevuta la prima istruzione a Bonneville e a Thonon, fu affidato dallo zio Jean Gerdil, matematico, ai barnabiti di Annecy, perché ne curassero gli studi di retorica e di filosofia nel real collegio locale. Nel 1734 entrò nel noviziato dell'Ordine barnabita a Bonneville e fece i voti solenni il 25 sett. 1735.

Inviato a Bologna a compiere gli studi di filosofia, per lui savoiardo la città felsinea fu come un'"italica Atene" (Lapponi, p. 52). Alla scuola di Salvatore Corticelli poté acquisire una buona padronanza della lingua italiana, mentre l'insegnamento di Francesco Maria Zanotti e di Eustachio e Gabriele Manfredi lo sensibilizzarono agli studi filosofici e all'osservazione sperimentale. L'acume del giovane barnabita colpì l'arcivescovo di Bologna, Prospero Lambertini, che si valse di lui per una più sicura comprensione dei testi francesi utilizzati nella composizione delle sue opere giuridiche e liturgiche. Dal cardinale Lambertini il G. ricevette gli ordini minori il 27 maggio 1737. Appena compiuto il triennio bolognese fu impegnato nell'insegnamento della filosofia, dapprima nel collegio barnabitico di Macerata (1737-38), poi nel real collegio di Casale Monferrato (1738-48) dove fu anche prefetto degli studi. A Casale fu ordinato sacerdote l'11 giugno 1741.

Allusivamente non molto più tardi ricordava le impressioni di quegli anni: "Molti - scriveva - … in età giovanile, anzi nella prima gioventù, finito un breve corso di studi, nella maggior lor parte non filosofici, vengono destinati ad insegnare la filosofia […] In quell'età e con quegli studi […] bisogna dare lezioni; bisogna dare il suo giudizio su tutte le controversie delle sette antiche e moderne, e definire autorevolmente tra Platone ed Aristotile, tra Galileo ed i peripatetici, tra Cartesio e Neuton, tra Leibnizio, Loke o Malebranchio a chi ed in che si debba la preferenza" (Introduzione allo studio della religione, ed. 1755, pp. 24 s.; Opere, Roma, IX, p. 38). In effetti in Italia il pensiero filosofico e teologico si andava spostando dalla ricerca teologica erudita ispirata ai maurini e dalla controversia antiprotestantica verso il confronto con la filosofia moderna. Già a Macerata il G. si era procurato scritti su J. Locke. Successivamente poté approfondirne la conoscenza sulla base degli scritti lockiani tradotti in francese da Pierre Coste.

Gli esiti di queste prime riflessioni, frutto anche di contrasti con fautori locali dell'aristotelismo che ne mettevano in dubbio l'ortodossia, sono riscontrabili in pagine gerdiliane rimaste inedite e, a livello didattico, nelle Institutiones logicae, metaphysicae et ethicae dettate al real collegio di Casale e pubblicate postume da Carlo Vercellone (Roma 1867).

A Casale il G. portò a termine il saggio L'immatérialité de l'âme démontrée contre m. Locke par les mêmes principes par lesquels ce philosophe démontre l'existence et l'immatérialité de Dieu (Turin 1747, dedica al giovane principe ereditario Vittorio Amedeo di Savoia).

In quest'opera dava la misura e il modello di un'apologetica che non si arroccava su una sterile contrapposizione con il pensiero moderno, ma accettandone le basi teoretiche ne discuteva la consequenziale utilizzazione filosofica. Più evidente era il tentativo di moderato revisionismo posto in atto nella pubblicazione successiva, Défense du sentiment du p. Malebranche sur la nature et l'origine des idées contre l'examen de m. Locke (Turin 1748, dedica al card. C.V. Delle Lanze), composta forse prima del saggio L'immatérialité.

Con questa visione delle cose, aperta alla riflessione sul pensiero filosofico moderno e nello stesso tempo non allineata al giansenismo di Antoine Arnauld e di Laurent-François Boursier, entrambi criticati esplicitamente nella Défense, il G. si poneva in vista agli occhi dei responsabili della politica culturale piemontese. Date le sue capacità speculative, la propensione ai calcoli matematici e alla sperimentazione fisica, poteva essere affiancato nell'insegnamento universitario allo scolopio Giambattista Beccaria ch'era attirato piuttosto dalle scoperte e dagli esperimenti di B. Franklin; inoltre l'ispirazione malebranchiana della Défense appariva più convincente di quella piuttosto posticcia e scialba delle Logicae ac metaphysicae institutiones in regio Taurinensi athenaeo traditae (Augustae Taurinorum 1741) del domenicano Ferdinando Sicco.

Il 15 sett. 1749 il G. fu pertanto nominato professore di filosofia pratica all'Università di Torino. Esordì con la prolusione Virtutem politicam ad optimum statum non minus regno quam reipublicae necessariam esse oratio (1750), imperniata sui concetti di "amor di patria" e "doti di governo".

Secondo il G. nell'Esprit des lois l'"eruditus auctor, idemque ingeniosissimus" dichiarava come necessario al conseguimento dell'utilità pubblica non tanto la "virtus politica" quanto l'"amor patriae": era quella del G. una lettura polemica (in cui Montesquieu non si riconobbe) e un riflesso degli allarmi che agitavano vari apologisti cattolici alla vigilia della condanna all'Indice dell'Esprit des lois (1751). Poco dopo il G. si distinse con saggi che ne dimostravano la versatilità e lo facevano conoscere anche al di là delle Alpi: Mémoire sur la cause physique de la cohésion des hémisphères de Magdeburg aux auteurs du Journal des savants (1752); Dissertations sur l'incompatibilité de l'attraction et des ses différentes loix, avec les phénomènes et sur les tuyaux capillaires (1754). Resasi vacante la cattedra di teologia morale per la nomina del teatino Michele Casati a vescovo di Mondovì, il G. fu chiamato a succedergli (regie patenti del 26 sett. 1754). Tenne allora la prolusione sul tema: De causis academicarum disputationum in theologiam moralem inductarum (13 nov. 1754).

All'argomento era data attualità dalla rissosa campagna di libelli che contrapponeva i fautori di Daniello Concina ai loro avversari probabilisti e benignisti, tra i quali si distinguevano, con fastidio del governo sabaudo, i gesuiti piemontesi Gianfrancesco Richelmi, Giambattista Piovano, Filiberto Gagna, Giulio Cesare Cordara di Calamandrana.

Nel nuovo impiego continuò a coordinare l'insegnamento con la produzione letteraria e scientifica. Nel 1755, con dedica a Benedetto XIV, pubblicò l'Introduzione allo studio della religione (Torino 1755), opera di ampio respiro e di larga erudizione. Vi citò tra l'altro d'Alembert qualificandolo "uno de' più grandi uomini di questo secolo" (p. 40), espressione che lasciò immutata anche nelle edizioni successive, nonostante la condanna all'Indice dell'Encyclopédie (1758; 1759); citò anche l'"immortale Galileo" (pp. 45, 84) proprio negli anni in cui domenicani come Tommaso M. Mamachi, gesuiti come Benedetto Plazza, francescani come Giuseppe Antonio Ferrari di Monza avanzavano ancora dubbi sull'eliocentrismo copernicano e sostenevano il sistema tolemaico come più in armonia con la Bibbia. Il libero pensiero, osservava il G., è incoerente quando non è ordinato alla conoscenza della verità; la cosiddetta religione naturale non è da immaginare come contrapposta alla soprannaturale in quanto è ordinata ad essa (p. 122); accennando al "libretto" L'homme machine (di J. Offroy de La Mettrie) ne rilevava l'incongruente esaltazione delle bestie nei confronti degli uomini (p. 164). Sua tesi di fondo era la realtà di Dio dimostrata come archetipo di un ordine ideale da realizzare e di cui diventare consapevoli. Agli occhi di chi, come Benedetto XIV, era impegnato a dissuadere dai conflitti intestini le schiere contrapposte di teologi, il saggio del G. appariva come un valido modello di apologetica. L'Introduzione in effetti offrì materiali utili ad apologisti del secondo Settecento, come Antonino Valsecchi e Nicolas-Sylvestre Bergier. La correttezza dell'eloquio italiano, in essa attestato, valse al G. la nomina a membro dell'Accademia della Crusca (3 sett. 1755).

La risonanza di questa e di altre opere gli meritarono via via la nomina a membro dell'Istituto delle scienze di Bologna (già il 13 marzo 1749), della Royal Society di Londra, dell'Arcadia di Roma e di altre istituzioni letterarie e scientifiche (Piantoni, p. 91; Bianchi, p. 82).

Nell'ambiente subalpino si rivelarono particolarmente pregnanti le Dissertazioni sopra l'origine del senso morale e sopra l'esistenza di Dio ecc. in dichiarazione di alquanti punti del primo volume dalla Introduzione allo studio della religione (1755), saggi annessi appunto alla Introduzione. Le riflessioni che il G. faceva sulle idee di ordine e di bello estetico ispirarono in campo architettonico progetti e analisi del barnabita Ermenegildo Pini e del conte Gianfrancesco Galeani Napione (Canavesio, pp. 319-323).

Nel 1757 il G. fu uno dei primi soci della Società privata torinese (Società reale nel 1769, Accademia reale delle scienze di Torino dal 1783) fondata dal marchese Giuseppe Angelo Saluzzo con Giovanfrancesco Cigna e Giuseppe Luigi Lagrange. La sua presenza nella Società contribuì nelle fasi iniziali a fare conoscere i risultati di questa accademia presso gli ambienti scientifici europei e a instaurare una fitta rete di corrispondenza epistolare. Poté ancora pubblicare a Parigi un Recueil de dissertations de philosophie et de religion (1760) e De l'infini absolu considéré dans la grandeur (1761), saggi che attirarono l'interessamento convergente di teologi e di scienziati. Su di lui si era appuntata frattanto l'attenzione del grande elemosiniere del re cardinale Delle Lanze e del principe ereditario Vittorio Amedeo per l'educazione dei figli di questo. Il 21 sett. 1758 fu nominato precettore del primogenito (poi Carlo Emanuele IV) e successivamente, il 31 luglio 1768, del futuro Vittorio Emanuele I e di Maurizio duca di Monferrato. Come altri professori universitari, già nel 1755 aveva preso parte al sinodo diocesano torinese in qualità di esaminatore sinodale (Prima dioecesana synodus Taurinensis…, p. 23). Ma sempre più assorbito da responsabilità pratiche, nel 1759 lasciò l'insegnamento universitario. Nel 1764 fu nominato superiore provinciale dei barnabiti del Piemonte e della Savoia e fu confermato per un secondo triennio nel 1767. L'anno dopo, morto il superiore generale dei barnabiti, Giampietro Besozzi, nel capitolo generale dell'Ordine si pensò anche a lui come nuovo superiore.

In quegli anni la sua partecipazione alle riunioni della Società reale divenne più saltuaria, ma all'interno del gruppo continuò a essere considerato come un maestro di pensiero e un riferimento sicuro per il moderato filtraggio del movimento dei lumi, che a Torino dal dibattito filosofico e politico tendeva a trasferirsi nell'impegno pratico in campo matematico e fisico. Importanti in tal senso furono le relazioni tenute nel 1774, pochi mesi dopo l'insediamento al trono di Vittorio Amedeo III. Il G. intervenne con una Considerazione sopra i lavori accademici nella quale proponeva che alla ricerca scientifica si coordinasse la redazione di un "vocabolario filosofico" insieme con altre attività letterarie che miravano in sostanza a una sorta di "riproposizione di alcuni degli ideali enciclopedici teorizzati dai philosophes a metà del secolo" (Ferrone, p. 53).

La produzione letteraria gerdiliana di questi anni ebbe sullo sfondo l'impegno come precettore dei rampolli reali, la condivisione di preoccupazioni politiche e religiose della cerchia di corte, la responsabilità di provinciale dei barnabiti, cioè di un ordine dedito all'educazione e allo studio ai livelli più vari del sapere. Il Traité des combats singuliers (Turin 1759), dedicato a Carlo Emanuele III, affrontava un tema quasi del tutto superato, ma in quegli anni rispondente alla politica di massimo controllo sociale nello Stato sabaudo. Le Réflexions sur la théorie et la pratique de l'éducation contre les principes de m. Rousseau (Turin 1763), chiaramente polemiche nei confronti del modello politico delineato nel Contrat social ("renversement universel de l'ordre social") e dello spontaneismo individualistico attribuito a J.-J. Rousseau, ribadiscono la natura sociale dell'uomo e la necessità di una educazione da estendere anche ai ceti inferiori, indirizzata a un corretto inserimento nella società.

Nella critica a Rousseau traspare l'esperienza del G. educatore: al principe di cui era precettore egli di fatto prospettava anche le debolezze sociali del cristianesimo, il cui "esprit" era ignorato non solo dai libertini e dai mondani di professione, ma anche da "un grand nombre de ceux qui conservent de l'attachement à la religion" (Opere, Roma, I, pp. 198 s.). Per questo insieme di considerazioni le Réflexions, riedite talora con il titolo di Anti-Émile, segnarono profondamente il pensiero pedagogico subalpino fino all'età risorgimentale. La Breve esposizione dei caratteri della vera religione (Torino 1768), frutto probabilmente dell'educazione dei giovani principi, rispondeva alla necessità di integrare i testi catechistici di allora (di mons. Casati e di altri) con una esposizione organica ispirata al Catechismo storico di Claude Fleury. Nell'ambito catechistico italiano la Breve esposizione ebbe una larga fortuna editoriale fin quasi agli inizi del Novecento. Il Discours de la nature et des effets du luxe (Turin 1768) negli anni di depressione economica dopo la guerra dei Sette anni prendeva posizione contro il lusso riproponendo un tema che presto sarebbe stato ridimensionato dalle proposte liberiste di Adam Smith e di altri. I Discours philosophiques sur l'homme considéré relativement à l'état de la nature (Turin 1769) e De l'homme sous l'empire de la loix, pour servir de suite aux discours philosophiques sur l'homme… (ibid. 1774) ribadivano il concetto della natura sociale dell'uomo, già discusso nei confronti dell'Émile. Nell'Elementorum moralis prudentiae iuris specimen (ibid. 1774) è possibile notare gl'interessi intellettuali del G. orientati ormai in prevalenza a temi attinenti la teologia, il diritto, la società e i poteri. Il suo pensiero rimane imperniato nell'idea di ordine secondo le modulazioni malebranchiane, ma con evidente sullo sfondo l'adesione alle istituzioni ecclesiastiche e politiche subalpine non certo miranti ad aperture democratiche. Nelle sue pagine teologiche è più insistita la citazione del domenicano Noël Alexandre e più percepibile l'utilizzazione diretta di Louis Thomassin e della Summa di Tommaso d'Aquino. Negli scritti politici rimane dominante il riferimento a Bossuet e diventa meno esplicito quello a Jacques-Joseph Duguet. Tutto sommato entro gli anni 1747-74 si poteva considerare concluso l'insieme più rilevante di messaggi filosofici e pedagogici lasciati dal G. alla posterità.

Nel concistoro del 26 apr. 1773 Clemente XIV creò il G. cardinale riservato in pectore. Angelo Durini, inviato ad Avignone come legato, di passaggio a Torino ne diede notizia all'interessato. Nel quadro della politica sabauda la presenza del G. a Roma poteva giovare alla prosecuzione della strategia concordataria instaurata da Vittorio Amedeo III, volta negli anni Settanta e Ottanta a ottenere mediante trattative la soppressione di ricche abbazie e l'assenso a utilizzarne i beni. Il G. fu chiamato a Roma esplicitamente da Pio VI nel marzo 1776. Giunto nell'aprile successivo, prese stabile domicilio presso la casa generalizia dei barnabiti a S. Carlo ai Catinari e fu subito impegnato come consultore del S. Uffizio. Appena giunto pubblicò con dedica al papa il Saggio d'instruzione teologica per uso di convitto ecclesiastico (Roma 1776), già elaborato in Piemonte, ma il cui significato a Roma poteva venire dal riferimento ai collegi Irlandese e Fuccioli dove erano stati prefetti degli studi gli abati bresciani Pietro Tamburini e Giuseppe Zola, entrambi con l'alone di giansenismo e motivo di inquietudini. Anche il Discorso della natura e degli effetti del lusso tenuto in Arcadia nel settembre 1777 acquistava un senso particolare in riferimento ai costumi locali della nobiltà e dell'alto clero.

Promosso vescovo titolare di Dibona il 17 febbr. 1777, fu consacrato in S. Carlo ai Catinari il 2 marzo dal cardinale vicario Marcantonio Colonna. Il 23 giugno dello stesso anno fu creato cardinale con il titolo di S. Giovanni a Porta Latina (cambiato nel dicembre 1777 in quello di S. Cecilia) e nominato cardinale prefetto della congregazione dell'Indice. Lo stesso anno il re di Sardegna provvide a dotarlo con l'abbazia di S. Michele della Chiusa, cui fu aggiunta quella di Muleggio nel 1781.

Da Roma il G. cercò di interessarsi della cura pastorale delle lontane abbazie con lettere pastorali (Opere, Roma, XX) e destinando gran parte dei frutti beneficiali all'aiuto dei poveri (Grillet, p. 356).

Proseguendo nella linea inaugurata da Benedetto XIV con la riforma del 1753, sotto la prefettura del G. la congregazione dell'Indice acquistò entro la Curia romana un'autorevolezza che prima le mancava e anche una maggiore autonomia nei confronti del S. Uffizio. Data la sensibilità teologica e canonistica dei segretari e dei consultori, a essere discussi e colpiti da condanna furono in prevalenza, oltre che scritti che propugnavano una visione materialistica della realtà, libri del tardo giansenismo italiano o di matrice febroniana e giuseppinista. Insieme con G. Albani, L. Antonelli, F.M. Campanelli e F.S. de Zelada fu membro della commissione cardinalizia che esaminò e rifinì il testo elaborato da G. Garampi, F.A. Zaccaria, M. Monsagrati e altri contro la puntuazione di Ems e pubblicato con il titolo: Sanctissimi domini nostri Pii papae sexti responsio ad metropolitanos Moguntinum, Trevirensem, Coloniensem et Salisburgensem super nunciaturis apostolicis (Romae 1790). L'alone di stima non gli veniva meno. Anche in ambienti anticuriali c'era chi considerava il G. tra i cardinali a Roma come "l'unico di buon senso e moderato" (Scipione de' Ricci al granduca Pietro Leopoldo, 29 marzo 1787, in Bocchini Camaiani - Verga, p. 933).

Gli scritti che pubblicò nel periodo 1776-98 furono tutti relativi alle emergenze create dalle iniziative dei principi riformatori e soprattutto dal giansenismo e dalla Rivoluzione francese. Suoi autografi attestano la parte che ebbe in documenti pontifici di rilievo, come la bolla Mediator Dei et hominum (21 nov. 1784) in condanna dello scritto di Valentino Eybel sulla confessione auricolare e la bolla Super soliditate (28 nov. 1786) contro il Was ist der Pabst? dello stesso Eybel. È inoltre da ricordare la Confutazione di due libelli diretti contro il breve "Super soliditate" (Roma 1789), dove in appendice sono prese di mira le incongruenze democratizzanti circa i poteri nella Chiesa che il G. vede nell'Analisi del libro delle prescrizioni di Tertulliano, scritto anonimo di Pietro Tamburini. Le Constitutiones (Augustae Taurinorum 1789) dell'abbazia di S. Michele della Chiusa potevano considerarsi, così come la Synodus dioecesana Taurinensis (ibid. 1788) dell'arcivescovo Gaetano Costa, come una replica agli Atti e decreti del concilio diocesano di Pistoia (1786). L'opuscolo In commentarium a Iustino Febronio in suam retractationem editum animadversiones (Romae 1792) oltre a rilevare le ambiguità della ritrattazione di J.N. von Hontheim s'inquadravano nella politica pontificia, volta a sollecitare ritrattazioni dagli ecclesiastici che avevano preso parte con il vescovo Ricci al sinodo di Pistoia e ne avevano condiviso le idee. Sul modo come intendere il culto al Cuore di Gesù (destinato a grandi sviluppi nel cattolicesimo dell'Ottocento e primo Novecento) il G. intervenne con le Animadversiones in notas quas nonnullis Pistoriensis synodi propositionibus damnatis in dogmatica constitutione… Auctorem fidei Cl. Feller… adiiciendas censuit (Romae 1794) e con un breve scritto inserito nel libro di mons. Agostino Albergotti, vescovo di Arezzo, La via della santità mostrata da Gesù al cristiano (Lucca 1797).

L'ispirazione malebranchiana, che vede nello spirito l'elemento unificante della realtà umana, traspare al di là del discorso apologetico filopapale: le realtà materiali portano alla diversificazione, ma anche alla divisione; è lo spirito che esige e spinge all'unità. Usa citare con deferenza l'opera postuma di Bossuet, Défense de la déclaration de l'assemblée du clergé de France de 1682, ma svuotandone le argomentazioni che potevano apparire in favore di una organizzazione nazionalistica della Chiesa universale. Il G. continua a essere alieno dalla controversia rissosa. I suoi scritti si distinguono pertanto nettamente da quelli di uno Zaccaria o di un G. Marchetti, dai toni allarmistici, inclini all'aggressività, pericolosamente propensi a una antistorica teocrazia politica papale.

Negli anni 1790-94 fu membro della commissione cardinalizia allargata (Zelada, Albani, Garampi e altri) e poi di quella ristretta (con Albani e Antonelli) che predispose il testo definitivo della bolla Auctorem fidei (28 ag. 1794) in condanna di proposizioni del sinodo di Pistoia. Nei medesimi anni presiedette la congregazione particolare (poi Congregatio super negotiis ecclesiasticis Regni Galliarum, attestata formalmente a partire del 28 maggio 1793), impegnata a preparare i documenti papali che condannarono la Costituzione civile del clero, i giuramenti civici imposti agli ecclesiastici e altri interventi della Francia rivoluzionaria. A queste incombenze si aggiungevano quelle che comportavano la sua qualità di membro delle congregazioni dei Riti, del Concilio, dell'Esame dei vescovi, della Disciplina regolare e della Correzione dei libri della Chiesa orientale.

Nella riunione cardinalizia particolare del 24 sett. 1790, in cui furono discusse alcune richieste del re di Francia, il G. espresse il parere che nelle circostanze straordinarie in cui ci si trovava, allo scopo di scongiurare il pericolo di scisma, poteva essere accettata la ripartizione territoriale delle diocesi prospettata in Francia dal Comitato ecclesiastico dell'Assemblea costituente, ma riteneva non opportuno e non necessario sollecitare l'episcopato francese per ottenerne il consenso; infatti anche in altre emergenze più o meno durature i papi erano intervenuti con la loro suprema autorità. Quello del G. era un modo di vedere coerente con l'ecclesiologia filopapale sostenuta nei confronti del febronianesimo e preludeva a quello che sarebbe stato alla base delle trattative che culminarono con il concordato del 1801.

Il 27 febbr. 1795 fu nominato prefetto della congregazione di Propaganda fide (all'Indice subentrò come prefetto Stefano Borgia). Gli toccò pertanto dirigere la congregazione in circostanze nelle quali non era possibile tenere i consueti rapporti con le missioni in partibus infidelium e molte di queste, specialmente in Medio ed Estremo Oriente, rischiavano il collasso. Date le difficoltà finanziarie provocate dalla guerra contro la Francia, il G., sprovvisto di grandi rendite a Roma, dovette vendere libri della sua biblioteca e altri oggetti di sua pertinenza. Nonostante l'estremo dissesto del Piemonte, Vittorio Amedeo III intervenne concedendo al G. (dicembre 1795) le rendite delI'abbazia di S. Stefano d'Ivrea (Apprieu, p. 143).

Il 10 febbr. 1798 le truppe francesi occuparono Roma; il 20 Pio VI partì per Siena; il G. si avviò alla volta del Piemonte il 21 marzo. A Siena ebbe dal papa facoltà straordinarie in ordine alle occorrenze della disciplina ecclesiastica. Poté proseguire grazie alle sovvenzioni fornitegli dal card. Francisco Antonio Lorenzana, arcivescovo di Toledo, e da mons. Antonio Despuig, arcivescovo di Siviglia. Giunto a Torino il 23 aprile, accolto dal nuovo re e suo antico allievo Carlo Emanuele IV, fu ospitato dapprima a S. Filippo presso gli oratoriani, poi a S. Dalmazzo dai suoi confratelli barnabiti. Delle facoltà pontificie, a differenza di altri prelati, fece un uso parsimonioso (Sala, II, p. 77), autorizzando comunque l'utilizzazione di beni ecclesiastici per le emergenze finanziare del paese (Chiuso, II, pp. 65, 72 s.).

Quando Carlo Emanuele IV sotto la pressione degli eventi rinunziò alla corona e si allontanò dai suoi Stati il G. si ritirò nel seminario di Giaveno entro il territorio abbaziale di S. Michele della Chiusa.

Qui fu raggiunto da alcune missive di chi faceva riferimento a lui come prefetto di Propaganda fide. Isolato com'era, ritenendo che fosse imprudente prendere decisioni, chiese al cardinale Stefano Borgia, rifugiato a Padova, di supplirlo nella carica di prefetto e di farsi carico, insieme con Cesare Brancadoro, segretario della congregazione, delle risposte alle interpellanze che provenivano dalle regioni più disparate del mondo (a Borgia, da Giaveno, 18 febbr. 1799; Roma, S. Congregazione di Propaganda fide, Arch. storico, Varia dal 1622…, I, c. 583; Lettere, vol. 277, c. 559).

Nella solitudine di Giaveno poté portare a termine e stampare un saggio che riprendeva temi trattati nei primi anni Settanta: Précis d'un cours d'instruction sur l'origine, les droits et les devoirs de l'autorité souveraine dans l'exercice des principales branches de l'administration (Turin 1799).

Dopo la morte di Pio VI a Valence, il G. partì alla volta di Venezia per il conclave. Vi giunse il 21 ott. 1799. Nei primi scrutini si orientarono sul suo nome Lorenzana, Despuig e altri cardinali del partito "spagnolo". La sua candidatura cadde quando il cardinale Franz Herzan, giunto il 6 dicembre, dichiarò il non gradimento dell'imperatore (Olaechea, pp. 243-251).

Dopo la elezione di Pio VII (Barnaba Chiaramonti) il 14 marzo 1800, il G. partì da Venezia (23 ag. 1800) e ritornò a Roma il 12 settembre. Riprese la guida di Propaganda Fide pur poggiando su Stefano Borgia e Cesare Brancadoro. Nel contempo, insieme con i cardinali Antonelli e F. Carandini, venne deputato dal papa a seguire le consultazioni preparatorie del concordato napoleonico.

Più che ottuagenario, continuava a dare prova di buona salute e di lucidità mentale impegnandosi in scritti destinati alla stampa: Esame de' motivi della opposizione fatta da m. vescovo di Noli [Benedetto Solari] alla pubblicazione della bolla Auctorem fidei (Venezia 1800); Appendice all'Esame de' motivi ecc. [di mons. Solari] Opera postuma (ibid. 1802); Trattato del matrimonio o sia Confutazione de' sistemi contrari all'autorità della Chiesa circa il matrimonio (Roma 1803).

Dopo brevissima malattia si spense a Roma, a S. Carlo ai Catinari, il 12 ag. 1802.

Un'ampia descrizione analitica delle opere edite e inedite del G. è in G. Boffito, Biblioteca barnabitica, II, Firenze 1933, pp. 163-214. Le principali edizioni delle Opere sono: I-VI, Bologna 1784-91; I-XX, Roma 1806-21; I-VIII, Firenze 1844-51; I-VII, Napoli 1853-56.

Fonti e Bibl.: Roma, S. Carlo ai Catinari: nell'Archivio dell'Ordine dei barnabiti si conservano in 20 tomi in folio i mss. del G.; nella biblioteca vi è un'ampia raccolta di sue pubblicazioni. Arch. segr. Vaticano, Segr. di Stato, Cardinali, 188, c. 22; Sinodo di Pistoia, passim; Ibid., S. Congregazione dell'Indice, Acta et documenta, 1790, cc. 108 s., 330 ss. (caso di Agostino Bono, professore all'Università di Torino); Ibid., Arch. della S. Congregazione degli Affari eccl. straordinari, Francia, a. 1790, f. 10, cc. 26-37 (voto del G.); Roma, S. Congregazione di Propaganda Fide, Arch. storico, Lettere, vol. 277, cc. 435, 557, 559; vol. 278, cc. 19 s., 51 s.; Varia dal 1622 a tutto il 1828, vol. I, cc. 583-591; Bibl. apost. Vaticana, Vat. lat. 8463, cc. 451-455 (lettera di un card. al G., 29 ott. 1755); Vat. lat. 13027, cc. 237-241 (card. L. Valenti Gonzaga al G., giugno 1790); Ferrajoli,Raccolta prima, III, cc. 570 s., 614 s. (lettera del G. a E. Consalvi, Roma, 27 apr. 1801); Arch. di Stato di Torino (sez. I), R. Università, m. 5, n. 4; Storia della R. Casa, m. 27; Corte, Mat. eccl., cat. IX, m. 2 da invent.; Torino, Accademia delle Scienze, Fondo origini; Roma, Bibl. nazionale, Fondo Gesuitico, 157-16, c. 177; Ibid., Bibl. Corsiniana, ms. 2030, cc. 2-21 (lettere a G.G. Bottari e a G.A. Orsi); Bassano del Grappa, Bibl. civica, Carteggi, ms. 38; Forlì, Bibl. comunale, Collezioni Piancastelli, Sez. carte Romagna, ms. 229.109/20-30 (copia di lettere, 1782-92).

F. Fontana, Nelle solenni esequie celebrate in S. Carlo a' CatinariElogio funebre, Roma 1802; Diario ordinario (Roma), 1802, n. 169, pp. 19 s.; n. 170, pp. 14-17; J.-L. Grillet, Dictionnaire historique, littéraire et statistique des départements du Mont-Blanc et du Léman, III, Chambéry 1807, pp. 350-366; E. De Tipaldo, Biografia degli italiani illustri, IV, Venezia 1837, pp. 341-348; G. Piantoni, Vita del cardinale G.S. G. barnabita…, Roma 1851; G.A. Sala, Diario romano degli anni 1798-99, Roma 1882, ad indicem; F.H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher…, II, Bonn 1885, ad indicem; T. Chiuso, La Chiesa in Piemonte, Torino 1887, I, pp. 39, 198; II, pp. 65, 72 s.; A. Monti, La Compagnia di Gesù nel territorio della provincia torinese, II, Chieri 1915, pp. 446-566; O. Premoli, Storia dei barnabiti, III, Dal 1700 al 1825, Roma 1925, passim; M. Zucchi, I governatori dei principi reali di Savoia…, in Miscell. di storia italiana, LV (1933), p. 646; L. von Pastor, Storia dei papi, XVI, 1-3, Roma 1934, ad indicem; C. Calcaterra, Il nostro imminente Risorgimento, Torino 1935, ad indicem; Id., Le adunanze della Patria Società letteraria, Torino 1943, ad indicem; P. Savio, Devozione di mgr Adeodato Turchi allaSanta Sede…, Roma 1938, ad indicem; R. d'Apprieu, Cardinal G., in Revue savoisienne, C (1960), pp. 138-146; G. Natali, Il Settecento, Milano 1964, ad indicem; P. Stella, Il giansenismo in Italia. Collez. di documenti, I, Piemonte, 1-3, Zürich-Roma 1966-74, ad indices; II, 1, Roma. La bolla Auctorem fidei (1794) nella storia dell'ultramontanismo…, Roma 1995, ad indicem; A. Prandi, Religiosità e cultura nel '700 italiano, Bologna 1966, ad indicem; Id., Cristianesimo offeso e difeso. Deismo e apologetica cristiana nel secondo Settecento, Bologna 1975, ad indicem; G. Pignatelli, Aspetti della propaganda cattolica a Roma da Pio VI a Leone XII, Roma 1974, ad indicem; W. Bulla, La formazione di G.S. G., tesi di laurea, Univ. di Torino, a.a. 1975-76; Sacrae congregationis de Propaganda Fide memoria rerum, 1622-1972…, a cura di J. Metzler, Roma-Freiburg 1976, ad indicem; R. Olaechea, El cardenal Lorenzana en Italia (1797-1804), León 1980, ad indicem; M. Roggero, Scuola e riforme nello Stato sabaudo…, Torino 1981, pp. 224, 271 s.; G. Pelletier, 24 septembre 1790: la Constitution civile du clergé devant la Curie romaine, in Mélanges de l'École française de Rome, CIV (1992), pp. 695-735; B. Bocchini Camaiani - M. Verga, Lettere di Scipione de' Ricci a Pietro Leopoldo 1780-1791, Firenze 1992, p. 933; W. Canavesio, Dal bello matematico al bello ideale. Percorsi della teoria architettonica piemontese nel declino del Settecento, in Studi piemontesi, XXII (1993), pp. 315-327; L. Braida, Il commercio delle idee. Editoria e circolazione del libro nella Torino del Settecento, Firenze 1995, ad indicem; O. Favaro, Vittorio Gaetano Costa d'Arignano 1737-1796…, Casale Monferrato 1997, ad indicem; P. Delpiano, Il trono e la cattedra. Cultura dell'assolutismo e immagine del potere nel Piemonte del Settecento, Torino 1997, ad indicem; M.T. Silvestrini, La politica della religione. Il governo ecclesiastico nello Stato sabaudo del XVIII secolo, Firenze 1997, pp. 275 s.; G. Moroni, Diz. di erudiz. storico-ecclesiastica, Indice, III, p. 275.

Sul G. filosofo: G. Capone Braga, La filosofia francese e italiana del Settecento, Padova 1942, ad indicem; A. Lantrua, G.S. G. filosofo e pedagogista nel pensiero italiano del secolo XVIII, Padova 1952; E. Garin, Storia della filosofia italiana, III, Torino 1966, ad indicem; A. Gnemmi, L'apologia razionale religiosa, fondamento parmenideo e affermazione di Dio nel contributo di G.S. G., Padova 1971; V. Ferrone, La Reale Accademia delle scienze di Torino: le premesse e la fondazione, in I due primi secoli della Accademia delle scienze di TorinoAtti del Convegno… 1983, I, Torino 1985, pp. 37-80; G. Ricuperati, Accademie, periodici ed enciclopedismo nel Piemonte di fine Settecento, ibid., pp. 81-109 (secondo cui, p. 82, il G. aveva "la capacità di offrire un'immagine puntuale e rovesciata dell'Illuminismo"); Id., Montesquieu, Torino, lo Stato sabaudo e i suoi intellettuali. Appunti per una ricerca, in L'Europe de Montesquieu(Actes du Colloque de Gênes, … 1993), Napoli 1995, pp. 184 ss.; M. Lapponi, G.S. G. e la filosofia cristiana dell'età, moderna, Roma 1990; W. Canavesio, Dal bello matematico al bello ideale…, cit. pp. 315-327; F. Leocata, El problema moral en el siglo de las luces. El itinerario filosófico de G.S. G., Buenos Aires 1995. Sul G. pedagogista: G. Allievo, G.S. G. educatore e pedagogista, Torino 1897; G. Limiti, G.S. G. filosofo e pedagogista nel pensiero del secolo XVIII, in I Problemi della pedagogia, I (1955), pp. 3-12; Il pensiero pedagogico dell'illuminismo, a cura di E. Lama, Firenze 1958, pp. 477-518; A. Bianchi, Scuola e lumi in Italia nell'età delle riforme (1750-1780). La modernizzazione dei piani degli studi nei collegi degli ordini religiosi, Brescia 1996, pp. 75-119, 193-222.

Approfondimenti

GERDIL, Giacinto Sigismondo > Enciclopedia Italiana (1932)

GERDIL, Giacinto Sigismondo. - Barnabita, nato a Samoens (Savoia) nel 1718, morto a Roma nel 1802. Dopo avere studiato coi barnabiti di Thonon e di Annecy, entrò nell'ordine e compì gli studî di teologia all'università di Bologna, dove divenne caro a... Leggi

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