FRANSONI, Giacomo Filippo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 50 (1998)

di Giuseppe Monsagrati

FRANSONI, Giacomo Filippo. - Nacque a Genova il 10 dic. 1775 dal marchese Domenico e da Battina Carrega.

Anche il padre del F., meteorologo e studioso di C. Colombo nella vita privata, ebbe un posto di rilievo in quella pubblica e fu senatore nel 1784, poi membro del Collegio dei supremi sindacatori. Chiaramente orientato verso il conservatorismo estremo, quando, nel 1797, vide invaso dai Francesi il territorio della Repubblica di Genova e avvertì il peso della forte pressione fiscale esercitata sulla nobiltà dal nuovo regime, prese con sé la famiglia e dopo aver girovagato a lungo tra Napoli, Salerno e Jesi, si stabilì a Roma.

Naturalmente una personalità così forte non mancò di farsi sentire anche nella formazione degli otto figli: dei quattro maschi, due (il F. e Luigi) abbracciarono la carriera ecclesiastica; delle quattro figlie, tre presero il velo nel monastero di S. Silvestro in Genova.

Dopo essersi laureato a Roma in utroque iure (20 luglio 1806) ed essere stato ordinato sacerdote (14 marzo 1807), il F., che avrebbe voluto muoversi su un terreno puramente pastorale, dovette invece per le insistenze del padre entrare in prelatura. Nel 1809 l'inizio della dominazione francese a Roma lo induceva a raggiungere la famiglia a Firenze, dove ricoprì anche l'ufficio di delegato apostolico. Più che l'ambizione personale era proprio la persecuzione di cui l'avevano fatto oggetto i Francesi ad accelerare, al suo ritorno a Roma, una carriera prelatizia resa anche più rapida dalla forte necessità, in cui era venuta a trovarsi la Chiesa della Restaurazione, di reperire energie fresche da mettere al servizio della politica di ricristianizzazione della società e di rinnovata presenza sulla scena europea. Il F., che nel 1816 aveva avuto parte nella rifondazione dell'Accademia di religione cattolica, fu, nel volgere di pochi anni, ponente della congregazione del Buon Governo e abbreviatore del Parco Maggiore, quindi, nel 1822, segretario della congregazione delle Acque: tappe d'un iter nell'amministrazione pontificia che trovò come primo traguardo di spicco la nomina a vescovo di Nazianzo in partibus infidelium il 27 sett. 1822 e a nunzio apostolico a Lisbona il 21 genn. 1823.

Il Portogallo, ove il F. giunse il 30 luglio 1823, era un paese assai instabile che solo da poco tempo aveva ripreso le relazioni ufficiali con Roma; dopo la parentesi costituzionale vi era stato un ritorno all'assolutismo da parte del re Giovanni VI, esposto peraltro alle pressioni ultrareazionarie della moglie e del figlio don Miguel. Costui, per trovare appoggio alle proprie trame dinastiche, offriva all'ultramontanismo un sostegno che, essendo strumentale, non mirava affatto a cancellare la tradizione regalista portoghese. Perciò, tra le istruzioni segrete che la segreteria di Stato romana fornì al F. alla vigilia della partenza, l'invito a fare il possibile per migliorare i rapporti con Lisbona era congiunto all'avvertimento di contrastare con tutti i mezzi l'ingerenza della Corona nelle cose della Chiesa, di combattere l'istituto del "Real Padroado" che tale ingerenza rendeva possibile e di opporsi strenuamente alla diffusione delle teorie liberali e laiche che avevano il loro terreno di cultura nell'università di Coimbra.

Nucleo centrale dell'inizio della missione del F. fu dunque lo sforzo di rivendicare al tribunale della nunziatura una giurisdizione - compresa quella esercitata tramite il S. Uffizio - che nel passato aveva garantito il rispetto delle immunità ecclesiastiche da parte delle autorità civili. Con la sua politica di restrizioni, che a inizio 1824 ristabiliva la censura sulla stampa e tentava di bloccare la pubblicazione di scritti di ispirazione giansenista, Giovanni VI mostrò una certa disponibilità verso le richieste romane: ottenne in cambio l'appoggio che a fine aprile 1824 gli permise di neutralizzare una congiura del figlio grazie a una specie di sollevazione del corpo diplomatico che, avendo alla testa il F., si recò a corte per proteggere anche fisicamente il sovrano e dichiarare di riconoscere solo i suoi atti. Più difficile fu domare i "principii dell'Università di Coimbra, de' quali - si lamentava il 30 apr. 1824 il cardinale G.M. della Somaglia, segretario di Stato - è disgraziatamente imbevuto quasi tutto il clero di codesto Regno"; d'altronde il continuo intervento inglese negli affari del Portogallo provocava soluzioni non sempre gradite a Roma, da dove più di una volta la segreteria di Stato riversò sul F. rimproveri non troppo velati per la marginalità e la disinformazione in cui spesso egli, attingendo gran parte delle notizie dai giornali, si era venuto a trovare. A queste sollecitazioni, motivate dal fatto che le informazioni sull'evolversi della crisi tra Portogallo e Brasile erano arrivate a Roma "tramite altra Nunziatura", il F. cercò di rispondere con un lungo rapporto dell'11 genn. 1826 in cui tracciava un diligente quadro della situazione interna portoghese dal quale risaltavano un clero ignorante, avido e corrotto, una popolazione istintivamente religiosa ma anche facile ai compromessi di coscienza, un episcopato spesso assente e riluttante all'impegno pastorale.

Roma non parve però soddisfatta dell'accresciuto zelo del suo rappresentante. Nella primavera del 1826, mentre cominciava la crisi dinastica che presto avrebbe portato il paese alla guerra civile, si affacciò per la prima volta il disegno di una sua sostituzione e alla corte di Lisbona fu presentata una terna di nomi per designare il successore. Prima però che il F. lasciasse Lisbona (28 sett. 1827), nel concistoro segreto del 2 ott. 1826 Leone XII lo aveva elevato alla dignità cardinalizia col titolo, che gli sarebbe stato conferito due anni dopo, di S. Maria in Aracoeli.

Di nuovo a Roma a fine 1827, il F. riprese una vita appartata fatta di incarichi di rappresentanza e di presenza in varie congregazioni. Il 6 luglio 1830 fu nominato prefetto della congregazione delle Immunità. L'esperienza fatta in Portogallo sulle questioni relative alle Chiese d'Oltremare lo portava però più verso le materie relative alle missioni; sicché il 21 nov. 1834 fu da Gregorio XVI posto alla testa della congregazione di Propaganda Fide.

Il F. restò nel suo incarico per ventidue anni, periodo che fu tra i più proficui nella storia della Chiesa sotto il profilo dell'evangelizzazione di genti e paesi non ancora raggiunti dal verbo cristiano. L'impulso partito da Gregorio XVI e da lui continuamente rinnovato non si esaurì con Pio IX e anzi, nonostante i non facili problemi organizzativi, si rinvigorì in virtù d'una concezione che poneva in primo piano il carattere ecumenico del cattolicesimo e ne sollecitava la penetrazione in ogni angolo della terra. Grazie al F., e al suo attivissimo collaboratore A. Barnabò, che della congregazione fu segretario e che gli sarebbe succeduto nella carica di prefetto, questo grande movimento non si svolse nel segno di una sorta di colonialismo religioso né tenne precipuamente conto delle considerazioni politiche che regolavano la vita delle potenze: l'intensificazione dell'attività missionaria fu infatti impostata su linee che sempre più tendevano ad affiancare alla diffusione della fede la formazione di un clero e anche di un episcopato indigeni sui quali far leva per i rapporti con le popolazioni. Tale indirizzo ebbe anche il merito di ovviare alla sempre più grande difficoltà di convincere gli ordini religiosi a inviare i loro missionari là dove era maggiore il rischio del non ritorno, non sempre sopportabile la lontananza dall'Europa e poco remunerativo il dispendio di uomini e mezzi sul piano dell'immagine.

Appunto per questo il F. curò particolarmente, nella formazione dei missionari, l'aspetto della disciplina che sottolineò in un opuscolo di Regole de' collegi soggetti alla S. C. de Propaganda Fide (Roma 1841), dove peraltro si poneva l'accento sulla necessità di accertare la sincerità delle vocazioni prima di procedere all'ordinazione. Gli stessi elementi tornavano, di lì a poco, nel Regolamento del Pontificio Collegio Urbano di Propaganda Fide (ibid. 1846), compilato sotto l'influsso dei gesuiti, cioè dell'Ordine che per il F. restava comunque il più affidabile in fatto d'istruzione. L'impegno in Propaganda Fide era congeniale al suo carattere schivo e moderato perché lo teneva lontano dalle dispute politiche del suo tempo, che lo avevano turbato nel 1831 (quando sembra che avesse invocato clemenza per i ribelli delle Legazioni e delle Marche), lo avevano coinvolto ancora nel 1848 (quando si era schierato contro chi voleva bandire i gesuiti da tutta l'Italia), che nel 1849 lo avevano costretto a seguire Pio IX a Gaeta, ma che in definitiva non lo avevano mai appassionato: il vero F. era quello che portava il cilicio e nel testamento disponeva che non gli fossero tributate onoranze funebri, o che alla notizia della morte di Gregorio XVI era scoppiato a piangere.

Anche a Propaganda non tutte le iniziative del F. ebbero esito felice e la stessa idea dell'evangelizzazione universale fu applicata sovente in modo burocratico, badando cioè più alla creazione delle strutture (circoscrizioni, vicariati, diocesi) e al rapporto con i governi che al miglioramento morale e materiale delle popolazioni. Per converso il momento di maggiore spicco della prefettura del F. fu rappresentato dalla parte notevole ch'egli ebbe nel ristabilimento della gerarchia cattolica in Gran Bretagna.

Il F. aveva sempre guardato con attenzione al mondo anglosassone, interessandosi alla sorte dei cattolici irlandesi perseguitati e nello stesso tempo puntando ad ampliare la presenza cattolica in Inghilterra, favorendo le conversioni, cercando di accrescere il numero dei vicari apostolici. Quando si avvide che i suoi sforzi stavano per essere premiati, scrisse una lettera all'episcopato irlandese per chiedere che non si eccitassero gli animi contro gli Inglesi e che si portasse avanti soprattutto l'azione spirituale: a Dublino molti lo criticarono, ma all'inizio del 1850 la gerarchia cattolica in Gran Bretagna era finalmente restaurata.

Il F. morì a Roma il 20 apr. 1856 e fu sepolto nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina, di cui era titolare dal 28 sett. 1855.

Fonti e Bibl.: Arch. segr. Vaticano, Segr. di Stato, Esteri, rubr. 250, buste 442, fascc. 3-6; 445, fasc. 3; Roma, Arch. di Propaganda Fide (Udienze col papa, Lettere, Acta, Scritture della Congreg. generale, sub annos 1834-56). Le notizie sulla sua carriera si traggono da R. Ritzler - P. Sefrin, Hierarchia catholica…, VII, Patavii 1968, ad Indicem; pochi ulteriori dati sono offerti da G. Moroni, Diz. d'erudiz. stor.-eccles. (cfr. Indice, III, s.v.), e da G. De Marchi, Le nunziature apostoliche dal 1800 al 1956, Roma 1957, p. 212. Utili, tra le biografie, quella di M. Pozzo, Il card. G.F. F. genovese, Genova 1906, e più ancora la voce di M.F. Mellano per il Dict. d'hist. et de géogr. ecclés., XVIII, coll. 1023-1026. Per la nunziatura si vedano F. Cancellieri, Roma lusitana, Milano 1926, pp. 283, 349 s., e soprattutto S.J. Miller, Portugal and Rome c. 1748-1830. An aspect of the Catholic enlightenment, Roma 1978, ad Indicem, mentre sulla prefettura di Propaganda Fide sono indispensabili G. Martina, Pio IX (1846-1850), Roma 1974, ad Indicem, e S. Congregazione de Propaganda Fide, Memoria rerum, 350 anni a servizio delle missioni, III, 1-2, Rom-Freiburg-Wien 1975-76, ad Indices. Qualche dettaglio minore in W. Ward, The life of John Henry card. Newman, I-II, London 1912, ad Indicem; C. Costantini, Gregorio XVI e le missioni, in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, Roma 1948, II, pp. 10 ss.; L.M. Manzini, Il card. L. Lambruschini, Città del Vaticano 1960, ad Indicem; R. Colapietra, La Chiesa tra Lamennais e Metternich…, Roma 1963, ad Indicem; J.P. Molony, The Roman mould of the Australian Catholic Church, Melbourne 1969, ad Indicem; G. Massaia, Memorie stor. del vicariato apostolico dei Galla, 1845-1880, I, Città del Vaticano 1984, pp. 4-9.

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