FRANZONI, Giacomo

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 50 (1998)

di Luisa Bertoni

FRANZONI, Giacomo. - Nacque a Genova il 25 dic. 1612 dal marchese Anfrano e da Girolama Fieschi, in una famiglia ricca e influente. A sedici anni, contro la volontà dei genitori, decise di dedicarsi alla vita ecclesiastica. Recatosi a Bologna per studiare diritto, fu successivamente costretto dalla peste a trasferirsi allo Studio di Padova; cessato il pericolo, ritornò a Bologna per dedicarsi alla teologia. Conseguito il dottorato in utroque, si recò a Roma per patrocinare una causa di famiglia, e vi rimase per prendere i voti e iniziare la vita curiale. Nel 1639 Urbano VIII lo nominò referendario del tribunale della Segnatura e nel 1642 presidente della Camera apostolica. Nel 1652 subentrò a C. Pamphili nella direzione dei lavori per la chiesa di S. Agnese a piazza Navona.

Innocenzo X voleva fare della chiesa un monumento alla sua famiglia e aveva affidato i lavori a Girolamo e Carlo Rainaldi. La chiesa preesistente affacciava su via dell'Anima ed era troppo arretrata rispetto all'ovale della piazza. Il progetto dei Rainaldi sollevò molte critiche, specie per quanto riguardava la grande scalinata che avrebbe rotto l'equilibrio della piazza e le ire del papa, che sostituì i Rainaldi con F. Borromini e rimosse il Pamphili, sostituendolo col Franzoni. Questi si dimostrò "cauto dispensatore degli scudi della R. Camera apostolica" (Montalto, p. 404).

Grazie alla solida preparazione e alle capacità dimostrate, il F. fece una rapida carriera negli uffici curiali, divenendo, sotto il pontificato di Innocenzo X, presidente delle Strade e delle Armi e della Zecca. In tale carica proibì l'introduzione nello Stato pontificio delle monete d'oro scarse di peso; la proibizione di estrarre dallo Stato monete e metalli, rinnovata nel 1648 da Innocenzo X, aveva favorito infatti la circolazione di monete di peso non regolamentare. Al 23 ott. 1655 risale un chirografo indirizzato al F. (Bibl. apost. Vaticana, Barb. lat. 6487, f. 75), con il quale il papa ordinava che venissero pagate dalla tesoreria della Camera tutte le spese sostenute da Cristina di Svezia nel corso del suo viaggio attraverso lo Stato pontificio. Già dal 30 apr. 1654 il F. aveva avuto la carica di tesoriere pontificio, che gli fu rinnovata da Alessandro VII, il pontefice che provvide a rinnovare non solo i locali della Zecca, ma anche gli impianti per la coniazione delle monete, introducendo delle macchine ad acqua. Il F. nel 1655 introdusse l'appalto del tabacco nello Stato della Chiesa che all'inizio fu unificato con quello dell'acquavite. La stima che papa Pamphili nutriva per il F. e per la sua incorruttibilità - in più di un'occasione non aveva esitato a contrastare la stessa volontà del pontefice - gli procurò anche la nomina a prefetto delle milizie dello Stato pontificio.

Prove di notevole capacità il F. dette in occasione della pestilenza che colpì Roma nel 1656: l'isola di San Bartolomeo fu trasformata in lazzaretto. Trastevere, dove si erano verificati i primi casi del morbo, fu isolata con una cinta di mura; il F. provvide, con una diaria di 160 scudi, ai disgraziati abitanti. Furono approntati altri quattro lazzaretti. Gli editti erano severissimi: si impediva a medici, chirurghi e speziali di allontanarsi dalla città; chiunque non denunciasse il proprio o l'altrui contagio veniva condannato alla pena capitale, commutabile con il servizio negli stessi lazzaretti.

In qualità di tesoriere, il F. si trovò a operare in una gravissima situazione.

L'indebitamento dell'Erario era cresciuto, nel periodo di tempo intercorso tra il pontificato di Gregorio XV (1621-23) e quello di Innocenzo X, da 13 a 48 milioni di scudi. La miseria, dovuta soprattutto al numero dei mendicanti e dei vagabondi nella città e nelle campagne, mentre le famiglie nobili e abbienti stornavano i capitali dalle imprese agricole, o comunque produttive, per impiegarli in opere di prestigio o in più facili e redditizi investimenti. A ciò si aggiungano i danni provocati da pestilenze e carestie che provocarono una notevole diminuzione del reddito pubblico e sottrassero manodopera alla produzione. Nell'impossibilità di aumentare i già gravosissimi tributi Alessandro VII ridusse l'interesse dei "luoghi di Monte", realizzando in un primo tempo un utile considerevole, ma provocando in seguito una notevole diminuzione del valore dei luoghi stessi. Il guadagno fu presto inghiottito dalle ingenti spese specie nell'abbellimento della città, tanto che il debito pubblico nel 1670 era salito a 52 milioni di scudi.

Appena salito sul soglio pontificio (aprile 1665), Alessandro VII aveva assegnato al F. la prefettura di Castel Sant'Angelo e la protettoria dei monaci silvestrini. Il 29 apr. 1658 lo nominò cardinale in pectore dell'Ordine dei diaconi, assegnandogli la chiesa di S. Maria in Aquiro. Fu proclamato due anni più tardi, il 5 apr. 1660, e il mese seguente fu nominato legato a Ferrara.

Il F. vi si recò fin dai primi di giugno, e subito dovette prendere in esame la travagliata questione di Comacchio, su cui vantava pretese Alfonso IV d'Este, duca di Modena. Dopo lunghe trattative si giunse a un accordo che tuttavia non fu di lunga durata: Comacchio sarebbe restata proprietà della Camera apostolica, che in compenso avrebbe versato ad Alfonso 40.000 scudi o gli avrebbe ceduto il possesso di un palazzo a Roma. Vennero inoltre confermati a casa d'Este i giuspatronati dell'abbazia di Pomposa e dell'arcipretura di Bondeno.

Il 4 maggio 1655 il F. lasciò la legazione di Ferrara, dove venne sostituito dal card. G. Buonvisi. Il 7 giugno 1666 Alessandro VII, lo nominò vescovo di Camerino dove, appena arrivato, fece promulgare una lettera pastorale. Nella sua diocesi il F. dedicò molta attenzione alla disciplina del clero - ancora nell'agosto dovette occuparsi di un convento femminile - convocando due sinodi diocesani nel 1675 e nel 1688.

Nel 1673 fece pubblicare nuovamente, con proprie aggiunte, gli atti del sinodo tenuto nel 1630 dall'allora vescovo di Camerino card. E. Altieri, divenuto nel 1670 papa Clemente X. Il F. fece eseguire riparazioni nella cattedrale, dove eresse una cappella in onore dei santi Carlo Borromeo e Filippo Neri, del quale era molto devoto e la cui Congregazione nell'oratorio proprio a Camerino aveva fondato la prima casa per opera di A. Matteucci. Provvide anche ai restauri del seminario, aprì una biblioteca nel palazzo vescovile e introdusse nella città l'Ordine dei somaschi.

Nel 1687 Innocenzo XI lo creò vescovo di Frascati. Il F. conservò però l'amministrazione della diocesi di Camerino sino alla fine del 1693. Nel 1669 aveva cambiato il titolo diaconale di S. Maria in Aquiro con quello di S. Maria in Cosmedin. Il 14 maggio 1670 Clemente X lo aveva nominato cardinale prete del titolo di S. Pancrazio, titolo che mutò poi (27 febbr. 1673) con quello di S. Maria in Aracoeli e il 30 apr. 1685 con quello di S. Maria della Pace. Anche a Frascati il F. celebrò un sinodo, i cui decreti furono editi a Roma nel 1689. Nel 1693 passò alla sede di Porto.

Prese parte a cinque conclavi: di Clemente IX, Clemente X, Innocenzo XI, Alessandro VIII e Innocenzo XII. Essendo, per carattere più un amministratore che un politico o un diplomatico, la sua partecipazione ai conclavi non ebbe un eccessivo rilievo. In quello che portò all'elezione di Clemente X si dichiarò contrario al card. A. Celsi, "rilassatissimo nel senso e nella carne" (de Bildt, p. 86). In quello del 1676, da cui uscì eletto Innocenzo XI, ebbe un voto il 3 agosto e il 21 settembre. Di questo conclave scrisse un Diario (Bibl. apost. Vaticana, Urb. lat. 1630, ff. 70-93). Nel conclave del 1689 prese partito contro P. Ottoboni, che salì al soglio pontificio col nome di Alessandro VIII.

Morì a Roma il 19 dic. 1697 e, per sua espressa volontà, fu sepolto in S. Maria in Vallicella, ulteriore testimonianza della sua devozione a s. Filippo Neri.

Fonti e Bibl.: Innocentii XI epistolae, a cura di I.I. Berthier, I, Romae 1890, pp. 64, 260 s.; A. Clouwet, Iacobus S.R.E. episcopus cardinalis Franzonus Ianuensis creatus die XXIX aprilis MDCLVIII, Romae s.d.; F.A. Vitale, Mem. istor. de' tesorieri generali pontifici, Napoli 1782, p. 54; L. Cardella, Mem. stor. de' cardinali, VII, Roma 1793, pp. 144 s.; F. Cancellieri, Notizie istor. delle stagioni e de' siti diversi in cui sono stati tenuti i conclavi, Roma 1823, p. 64; G. Cappelletti, Le chiese d'Italia, I, Venezia 1844, p. 644; IV, ibid. 1846, p. 301; A. Frizzi, Mem. per la storia di Ferrara, Ferrara 1848, pp. 127 ss.; F. Petruccelli della Gattina, Histoire diplom. des conclaves, III, Paris 1865, pp. 283, 341, 392; F. Cristofori, Storia dei cardinali…, Roma 1888, pp. 171, 174, 195, 214, 261; C.N.D. de Bildt, Christine de Suède, Paris 1906, pp. 45, 86, 158; E. Rodocanachi, Les monuments de Rome, Paris 1914, p. 87; E. Martinori, Annali della Zecca di Roma, II, 15, Roma 1919, pp. 34, 64; A.M.G. Scorza, Le famiglie nobili genovesi, Genova 1924, p. 106; L. von Pastor, Storia dei papi, XIV, 1, Roma 1932, pp. 306, 405; 2, ibid. 1932, pp. 4, 6, 9, 387; M. Petrocchi, Il quietismo ital. del '600, Roma 1948, ad Indicem; L. Montalto, Travertino e marmo per S. Agnese in Agone, in Studi romani, V (1957), 4, p. 404; A. Serra, I riflessi della politica finanziaria di Alessandro VII, ibid., 2, pp. 184 ss.; M. Petrocchi, Roma nel '600, Bologna 1970, p. 80; P. Gauchat, Hierarchica catholica…, IV, Monasterii 1935, pp. 5, 131; Dict. d'hist. et de géogr. ecclésiastiques, XVIII, col. 1035.

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