GUARANA, Giacomo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 60 (2003)

di Simone Guerriero

GUARANA, Giacomo (Iacopo). - Nacque da genitori veneziani il 28 ott. 1720 a Verona, dove il padre Vincenzo era al servizio del vescovo Marco Gradenigo (Moschini, 1808). Come provano le testimonianze del padre allegate alle richieste di stato libero del pittore alla curia patriarcale di Venezia, il G. dall'età di quattro anni "dimorò continuamente in Venezia" (Guerriero, p. 161), da dove si sarebbe allontanato solo per brevi spostamenti nel Veneto e, alla fine della sua attività, per il viaggio a Ravenna in occasione della realizzazione della decorazione della cupola di S. Vitale. Il 28 apr. 1740 il G. si sposò a S. Pantalon con Caterina Girelli e si stabilì quindi nella parrocchia di S. Tomà, dove due anni più tardi sarebbe nato il figlio Vincenzo; trasferitosi a S. Pantalon e scomparsa prematuramente la moglie il 3 nov. 1758, il 29 novembre dell'anno successivo si unì in seconde nozze con Francesca Alvarà.

La testimonianza più antica circa la formazione dell'artista è quella del patrizio veneziano P. Gradenigo che nei suoi Notatori, alla data 12 giugno 1755 definiva il trentacinquenne G., allora impegnato nelle sue prime imprese pubbliche, "Discepolo del Celebre Gio. Batta Tiepolo" (Livan, 1942, p. 16); diversamente, secondo l'anonimo estensore del Compendio delle vite de' pittori veneziani (1762), che ne lodava il "diligente disegnare" e la "maniera di colorire cignanesca", il G. fu allievo di S. Ricci, prima, e in seguito di G.B. Tiepolo, asserzione ripresa da Moschini (1808) e infine da Mariette (1853-54). Queste notizie tramandate dalle fonti sono state accolte con qualche riserva da parte della moderna critica (Pallucchini).

Il G. risulta iscritto alla fraglia dei pittori veneziani a partire dal 1744 (Favaro). Nel 1756 entrò a far parte della nuova Accademia veneziana di pittura e scultura, di cui fu presidente nel 1774 e nel 1784; inoltre, come ricorda Moschini (1806, p. 85), "egli ebbe l'onore d'essere ascritto alle Accademie di Firenze e di Bologna".

L'insegnamento e l'assidua partecipazione alla vita accademica non furono tuttavia d'ostacolo alla copiosa produzione artistica del G., che non solo seppe far fronte alle numerose richieste di pale d'altare e di soffitti ad affresco per chiese di Venezia e della Terraferma, ma fu soprattutto ricercato dalla nobiltà per affrescare le proprie dimore cittadine e le ville di campagna, divenendo uno dei più importanti decoratori del Settecento.

Le prime prove del G., di cui si è a conoscenza, si collocano tutte a partire dai primi anni del sesto decennio del secolo. Nel 1753, in collaborazione con il quadraturista G. Zanardi, dipinse "a fresco poi e a tempera" (Zanetti, 1771, p. 479) il Coro angelico sulla cupola della cappella del Sacramento nella chiesa di S. Giacomo dall'Orio; dello stesso periodo, se non addirittura precedente, è la tela sul soffitto della cappella a destra della maggiore nella chiesa di S. Moisè con la Vergine in gloria e s. Antonio da Padova; nel dicembre del 1755 fu pagato per gli affreschi, realizzati in collaborazione con il quadraturista C. Lazari, che decorano il lunettone di fondo e la volta del presbiterio di S. Tomà (Guerriero), raffiguranti rispettivamente il Trionfo dell'eucarestia e una Gloria d'angeli le cui tipologie paiono desunte da Ricci ancor più che da Tiepolo.

Precedente al 1755 circa è pure il soffitto a fresco della cappella dell'Addolorata nella chiesa dell'Angelo Raffaele, con Scene della Passione a monocromo e, al centro, la Discesa dello Spirito Santo, correntemente ritenuto opera di F. Fontebasso sebbene segnalato dal conte F. Tassis nelle sue aggiunte alla guida di Zanetti del 1733 (Fiocco, p. 169) come opera di "Giacomo Guarana". Ricordati per la prima volta da Tassis (ibid.), e dunque anch'essi eseguiti entro il 1755, sono pure i due ovali della Scuola di S. Giovanni Evangelista raffiguranti gli episodi della Guarigione di un ragazzo e del Vecchio miracolato.

Al 1757 risale il pagamento della pala con Daniele nella fossa dei leoni, ora nei Civici Musei di Udine ma eseguita per la chiesa cittadina di S. Francesco, nella quale il G. sembra in parte recepire anche la lezione di A. Balestra (Pallucchini). Negli stessi anni fu impegnato a eseguire un nutrito gruppo di opere per chiese della città e del territorio di Treviso, citate dalle fonti.

Probabilmente già nel 1755 realizzava la pala con il Martirio di s. Stefano per la chiesa omonima (Vannucchi); mentre nel 1758 si dedicò alla decorazione ad affresco del soffitto, perduto, di S. Teonisto. Qui l'artista dipinse l'Assunzione della Vergine e, al di sotto, santi e figure allegoriche annicchiate negli angoli e nelle edicole di un vasto loggiato che illusionisticamente prolungava le pareti della navata e si apriva al cielo, attribuito al quadraturista A. Urbani; nel coro, entro ricchi ornati a cartoccio di gusto rococò, raffigurò la Fede accompagnata da angeli. Probabilmente prossima a questa impresa era la decorazione del soffitto ad affresco della distrutta chiesa di S. Parisio con la Gloria del santo. Vicino, anche l'elegante soffitto ad affresco con le Virtù teologali della parrocchiale a Quinto di Treviso.

Della fine del sesto decennio è il primo lavoro sicuro del G. nel campo della decorazione profana d'interni, col quale si aprì il lungo capitolo dell'attività dell'artista nei palazzi veneziani, ricordata già da Moschini (1808), che fornì un primo elenco della serie di interventi del pittore, ricostruita criticamente da Pavanello (1998).

Al 1758 risale la complessa figurazione allegorica ad affresco che decora il soffitto della sala degli Arazzi in palazzo Rezzonico, ritenuta, nel suo genere, una tra le prove più felici del G. e a ragione descritta nel Compendio del 1762 come "ammirabile soffitto, dipinto con morbidezza sì tenera, che ad oglio meglio non si può dipingere".

Tra gli interventi indicati da Moschini immediatamente a ridosso di questa impresa va datato il ciclo di affreschi che si trova in quattro ambienti di palazzo Erizzo a S. Martino, con raffigurazioni della Fama buona, di Zefiro e Flora, dell'Imeneo di Bacco e Arianna e della Virtù, eseguito in collaborazione con l'ornatista F. Zanchi probabilmente attorno al 1758 (Pavanello, 1998). Verso il 1759 è datata la decorazione ad affresco di un soffitto di palazzo Baglioni, con un'Allegoria nuziale e figurazioni allegoriche, attribuita al G. con la collaborazione di P. Visconti per l'esuberante apparato ornamentale (Mariuz - Pavanello).

Di poco successive a questi lavori dovrebbero essere le due tele dei Musei civici di Padova con Alessandro beve la medicina portagli da Filippo e Sofonisba davanti a Massinissa, di un gusto tra rococò e classicistico, in parte di derivazione amigoniana, identificate da Pavanello (Da Padovanino a Tiepolo…) con i dipinti segnalati da Moschini (1808) in palazzo Mussato a Padova. Di analogo soggetto storico, oltre ai due rovinatissimi brani ad affresco del portego di palazzo Giustinian-Lolin a Venezia con Alessandro e Diogene e Coriolano supplicato dalle donne (Pavanello, 1998), erano pure le tre grandi pitture decorative, asportate durante la prima guerra mondiale da palazzo Fulcis-Bertoldi a Belluno e indicate da Moschetti come opere del G., raffiguranti le gesta di Alessandro Magno (Livan, 1934-35).

Il G. fu a più riprese impegnato anche nelle decorazioni di villa Pisani a Stra.

In uno dei due cortili, entro incorniciature dovute a Visconti, dipinse le immagini a chiaroscuro di Uomini illustri (Rossetti); nel salone da ballo gli spettano le coppie di finte statue a monocromo, adagiate sui fastigi degli ingressi e dei finestroni, raffiguranti Virtù cardinali e Divinità mitologiche, affrescate tra 1761 e 1762 a completamento della celebre decorazione tiepolesca; verosimilmente dello stesso periodo è la ben più impegnativa decorazione ad affresco della cosiddetta stanza di Bacco, caratterizzata da un ricco e greve apparato ornamentale di Visconti (Pavanello, 1998), con tre scene principali sulle pareti, Trionfo di Bacco, Baccanale e Infanzia di Bacco, che fingono dei quadri riportati, e l'episodio dell'Imeneo di Bacco e Arianna, che, con effetti di trompe-l'oeil, si svolge sul soffitto; agli stessi anni dovrebbe risalire anche il soffitto della scala con La Virtù e la Fama; databile al 1770 circa è, infine, la tela raffigurante un'Allegoria, posta sul soffitto della stanza delle Tele.

Il Compendio delle vite dei pittori veneziani ricordava l'attività del G. per la corte russa, riferendo che il G. "dipinge ora, per la Corte di Moscovia, in un gran soffitto il Sacrificio d'Ifigenia, che fra gl'altri, che colà ha spediti, questo è giudicato opera singolare".

Oltre a questo dipinto, commissionato nel 1760 e collocato nel palazzo d'Inverno di San Pietroburgo (Formiciova), il G. realizzò anche il piccolo soffitto, firmato, con Zefiro e Flora, destinato a decorare il palazzo cinese di Oranienbaum (ora Lomonosov), insieme con quello più vasto con il Sacrificio cinese, opera curiosa e di carattere esotico, ispirata al gusto delle chinoiseries. Particolare rilievo viene ad assumere proprio la presenza di opere del G. nel palazzo cinese: al pittore sono stati infatti ricondotti, oltre alle due sopraporte con Anfitrite e Nettuno (ibid.), tanto il soffitto della sala d'ingresso raffigurante Le Arti con Apollo, quanto le sopraporte della sala contigua con Ercole e Onfale e Marte e Venere, nonché la più vasta tela della sala del Bigliardo con una Scena orientale (Pavanello, 1995).

Al 1760 risale il contratto per la tela destinata al soffitto del salone della Scuola di S. Giovanni Evangelista dove il G. raffigurò, in una gremita e concitata composizione, la Visione dei sette angeli e dei sette vasi. Verosimilmente più tardo di oltre un decennio è invece l'elegante soffittino con la Gloria di s. Giovanni Evangelista, per la sala dell'archivio della stessa Scuola, ricordato solo nell'edizione del 1792 della guida di Zanetti.

Secondo quanto riferiva Gradenigo (Livan, 1942) tra il febbraio e l'ottobre del 1764 il pittore lavorò all'affresco sul soffitto della chiesa di S. Martino, con la Gloria del santo entro l'inquadratura predisposta da Zanchi. Nell'estate dello stesso anno fu pagato dall'Accademia veneziana "per la facitura a tempera del quadro di mezzo del soffitto della camera delle riduzioni" nella sede al fonteghetto della Farina: l'opera, raffigurante "le tre arti Pittura, Scultura e Architettura" (Zanetti, 1771, p. 480), fu sostituita solo pochi anni più tardi, nel 1767, da un affresco di F. Fontebasso tuttora in situ (Livan, 1934-35; Pavanello, 1998).

In palazzo ducale, tra il settembre 1766 e il maggio dell'anno successivo (Rossi), il G. eseguì gli affreschi della chiesetta, tra cui il soffitto con S. Marco, Venezia e figure simboleggianti la pubblica felicità e le allegorie del Consiglio e della Prudenza, avvalendosi della collaborazione di G. Mengozzi Colonna per gli ornati. Di maggior respiro è la successiva decorazione del soffitto della sala dei Banchetti (ora annessa al palazzo patriarcale), per la quale il G., affiancato da Zanchi, fu scelto con decreto del Senato del 30 apr. 1767.

Gli affreschi, portati a termine nel dicembre del 1768, constano di tre scomparti centrali e dodici minori laterali e svolgono il complesso tema allegorico dell'Apoteosi di Venezia tra gruppi di Virtù. Gradenigo (Livan, 1942) ricordava, a due anni dal loro scoprimento, che la Serenissima avrebbe voluto affidarne l'esecuzione a G.B. Tiepolo, a quell'epoca in Spagna: di fatto tale impresa sanzionò il successo e la fama del G. che, assente Tiepolo, nella città lagunare doveva ormai apparire un suo degno continuatore (Rossi). Ancora in palazzo ducale l'artista realizzò nel 1774 gli affreschi del soffitto dell'antichiesetta con l'Allegoria del Buon Governo nel grande ovale al centro e, attorno, quattro Allegorie in medaglioni a monocromo (ibid.).

Tra le grandi decorazioni profane uno degli interventi più felici è senza dubbio costituito dagli affreschi della sala di musica all'ospedaletto, eseguiti tra il 1776 e il 1777 al fianco di A. Mengozzi Colonna come quadraturista. Più che nel soffitto con l'Allegoria della Musica, fu nella rappresentazione di Apollo che dirige un'orchestra di fanciulle che il G. si riconfermò quale dotato frescante, per la felice invenzione in cui si uniscono illusionismo scenico e notazioni realistiche.

Nel 1779 il G. dipinse per la chiesa di S. Pantalon gli apostoli Filippo (firmato e datato) e Bartolomeo, e, forse nello stesso tempo, due quadri raffiguranti la Maddalena che lava i piedi a Cristo e il Noli me tangere, originariamente portelle dell'organo, ricordati nell'edizione del 1792 della guida di Zanetti (p. 622) insieme con una "mezza figura" di S. Vincenzo. Di più difficile datazione sono la lunetta sull'altar maggiore della chiesa di S. Beneto con la Gloria del santo, ricordata per la prima volta da Moschini (1808), e la pala con la Madonna del Carmelo e santi della chiesa di S. Teresa (ora al Museo diocesano).

Negli stessi decenni l'attività del G. proseguì anche in Terraferma.

Nella chiesa di Crespano del Grappa affrescò attorno al 1760 il Trionfo della Croce sulla volta del presbiterio e l'Ascensione di Cristo, accompagnata da raffigurazioni delle Virtù, sul soffitto della navata, di cui aveva fornito l'incisione F. Bortolozzi. Gli affreschi di Crespano suscitarono l'ammirazione di A. Canova (Moschini, 1808) e sono ricordati già nel 1780 nelle Notizie istoriche e geografiche appartenenti alla città di Asolo ed al suo territorio, dove pure si faceva generico cenno a una delle tre pale d'altare dipinte dal G. per la stessa chiesa (raffiguranti i Ss. Marco e Pancrazio, la Deposizione e l'Immacolata Concezione). Ai primi anni del settimo decennio vanno datati (Livan, 1934-35) gli affreschi che il G., in collaborazione con G. Mengozzi Colonna per le inquadrature, eseguì in palazzo Porto Breganze a Vicenza (Arnaldi).

Probabilmente negli stessi anni si recava a Valnogaredo (nel Padovano) per decorare il salone di villa Contarini (Pallucchini, 1996). Sulle pareti, entro incorniciature rocaille attribuite a Urbani, si svolgono due episodi tratti dal Pastor Fido di G.B. Guarini, il Gioco della mosca cieca e una Scena di matrimonio. Più convenzionale rispetto al gusto aggraziato delle scene sulle pareti, nelle quali accanto alla favola arcadico-pastorale fanno la loro comparsa brani di cordiale realtà quotidiana, è il soffitto con Divinità e geni dell'Olimpo. A Valnogaredo il G. dipinse anche l'affresco con S. Bartolomeo assunto al cielo sul soffitto della parrocchiale, per la quale eseguì, inoltre, la pala con la Vergine del Carmelo che appare a s. Simone Stock.

Dopo la partenza di Tiepolo per la Spagna nel 1762, il G. era veramente divenuto l'artista più richiesto sulla scena veneziana; e la sua attività decorativa nei palazzi della Serenissima si fece ancora più intensa.

Tra il 1765 e il 1768, come attestano i relativi pagamenti (Zucchetta, Affreschi e stucchi settecenteschi…), il pittore fu impegnato a eseguire gli affreschi (distrutti) della sala da ballo di palazzo Tron a S. Stae, con il Trionfo di Ercole nel soffitto e Storie dell'eroe nelle pareti, dettagliatamente descritti da Moschini (1808, p. 139) e definiti "l'opera più grande che di lui si conosca in privato". Nello stesso palazzo si trova un altro soffitto, ritenuto del G., realizzato alcuni anni più tardi, raffigurante Diana ed Endimione.

Sul finire del settimo decennio fu attivo in palazzo Crotta a S. Geremia dove eseguì due soffitti con scene allegoriche (Pavanello, 1998). Coevo potrebbe essere un soffitto con figure allegoriche e coppie in maschera (ibid.) nel ridotto di palazzo Dandolo a S. Moisè, dove il G. aveva pure eseguito i perduti affreschi della sala, con il Trionfo di Bacco, e della scala, con le Fortune prospera e avversa (Moschini, 1808).

Agli inizi degli anni Settanta fu impegnato in uno degli interventi più significativi in un palazzo veneziano: come risulta dai documenti d'archivio (Chiappini di Sorio, 1983), in collaborazione con Zanchi realizzò tra il 1770 e il 1773 il ciclo di affreschi in palazzo Pisani Moretta a S. Polo, comprendente, oltre alle decorazioni di una stanza al secondo piano, le grandi raffigurazioni della Luce che sconfigge le tenebre e Apollo con le Ore nel soffitto del portego al primo piano.

Attorno al 1772 vanno invece collocati gli interventi in palazzo Morosini a S. Stefano, con il plafond raffigurante Nettuno accompagnato da figure allegoriche, e in palazzo Nani a S. Trovaso (Zucchetta, Un affresco…): qui il G. affrescò al centro di un soffitto un ovale con le allegorie della Fama, Musica e Poesia, mentre attorno, in una struttura quadraturistica, attribuita ad A. Mengozzi Colonna, con cupolette angolari e parapetto, si affacciano figure allegoriche disposte con naturalezza, quasi come in una scena di genere (Pavanello, 1998).

Verso il 1775 il G. intervenne in palazzo Pisani a S. Stefano dove eseguì i comparti con le raffigurazioni dell'Aurora e il Crepuscolo del Mattino e del Mezzogiorno con Apollo sul carro nel soffitto del portego, nonché l'ovato allusivo alla Concordia maritale nel soffitto di un'altra stanza. In collaborazione con A. Mengozzi Colonna per gli ornati, nel successivo decennio dipinse ad affresco due soffitti al piano nobile di palazzo Mocenigo a S. Stae, pagati nel 1787 (Chiappini di Sorio, 1974) e raffiguranti, rispettivamente, la Nobiltà e la Virtù con altre figure allegoriche e la Concordia maritale campeggiante in un leggero ornato di tralci fioriti. In palazzo Barbarigo della Terrazza, oltre a un soffitto ad affresco con la Concordia maritale, entro ornati di gusto classicistico, riferibile agli anni Novanta (Pavanello, 1998), si trova un ciclo di tele dedicato ai Fasti dei Barbarigo (1780 circa) comprendente, insieme con i lavori del figlio Vincenzo, i "due grandi quadri che offrono due vittorie riportate da due eroi di lor famiglia" segnalati da Moschini (1808, p. 140).

Quest'ultimo ricordava pure altri lavori su tela del G. nei palazzi cittadini, tra cui i tre dipinti, tuttora conservati in palazzo Boldù a S. Felice, raffiguranti Ercole e Onfale, Bacco e Arianna, Zefiro e Flora, tra le più riuscite composizioni dell'artista.

Se gli interventi citati costituiscono solo la parte sopravvissuta, e a tutt'oggi rintracciata, di quelli ricordati da Moschini (1808), un altro gruppo non indifferente di decorazioni ad affresco presenti in palazzi veneziani è stato ricondotto alla mano del G., pur in assenza di indicazioni da parte delle fonti o di appoggi documentari (Pavanello, 1998).

Ne fanno parte, tra gli altri, i due soffitti di palazzo Barbaro a S. Vidal raffiguranti una Scena con allegorie e Venere e Imeneo; il soffitto con Venezia, Apollo e Giunone in palazzo Zen ai Frari; il soffitto con Apollo sul carro in palazzo Corner-Contarini dai Cavalli a S. Luca; in palazzo Donà in Riva de Biasio il soffitto con il Trionfo della Fede; il soffittino, pure di soggetto sacro, raffigurante la Trinità dell'alcova in palazzo Soranzo Piovene alla Maddalena; il soffitto con l'Allegoria maritale in palazzo Donà a S. Stin.

Anche negli ultimi due decenni del secolo l'artista, nonostante l'età ormai avanzata, proseguì la sua incessante attività. Tra l'aprile e l'agosto del 1780 (Guerriero) con il quadraturista G. Moretti affrescò nel soffitto della chiesa di S. Tomà il Martirio di s. Tommaso apostolo, in cui l'assimilazione della lezione tiepolesca risulta evidente a partire dalla ripresa dell'impianto prospettico adottato oltre quarant'anni prima dal maestro veneziano nel soffitto dei Gesuati.

Nel 1782 il G. si trasferì a Ravenna per decorare, insieme con il quadraturista S. Barozzi, la cupola della basilica di S. Vitale, incarico affidatogli l'anno prima dall'Accademia bolognese, in sostituzione di U. Gandolfi appena scomparso.

Gli affreschi, per l'esecuzione dei quali il G. dovette verosimilmente adeguarsi a quanto già deciso, e in parte dipinto, da Gandolfi (Biagi Maino), raffigurano al centro della cupola I ss. Vitale e Benedetto in gloria e, nel tiburio, otto statue colossali dei Padri dell'Antico e del Nuovo Testamento in finto bronzo, e furono celebrati in un poemetto di P.A. Belgrado (1782).

Successivamente il G. fu chiamato con lo stesso Barozzi a Forlì ad affrescare il Trionfo della Fede nel soffitto della chiesa del Suffragio. Distrutti nel 1930 a causa di un ciclone furono invece gli affreschi del soffitto della parrocchiale di Selva del Montello, eseguiti nel 1791.

Nuovamente a Venezia, nel 1792 il G. fu impegnato a dipingere "in grandiosa tela" il soffitto della sala della nuova sede della Scuola del Rosario, opera dispersa, che rappresentava "nell'alto la ss. Trinità, e gloria d'angeli, che festeggiano la Vergine protettrice del Rosario" (Zanetti, 1792, pp. 622 s.).

Per la Scuola della Carità, alla quale aveva già fornito alcuni decenni prima la tela con La figlia di Jefte (commissionatagli il 29 luglio 1769, ora nella chiesa di S. Cassiano), realizzò, in base a un contratto del 1° ott. 1792 (Moschini Marconi), il grande soffitto su tela destinato alla sagrestia raffigurante Le Virtù teologali e le buone opere della Scuola della Carità (depositi delle Gallerie dell'Accademia).

Alla fase estrema della sua attività, improntata ormai dal gusto neoclassico, appartiene in palazzo Querini Stampalia il vasto ciclo di affreschi che si estende ai soffitti di diverse stanze del nuovo appartamento di Alvise Querini e di Maria Lippomano, unitisi in matrimonio nel 1790, comprendente, nel grande brano centrale del salone, Il carro dell'Aurora e varie raffigurazioni mitologiche e allegoriche negli altri ambienti.

Della fine del Settecento è anche un soffitto ad affresco in palazzo Gradenigo in rio Marin, con Flora, le Virtù e altre allegorie (Pavanello, 1998). È documentato inoltre un intervento nel 1800 in palazzo Manin a Rialto, di cui nulla rimane; mentre si conserva in palazzo Michiel del Brusà ai Ss. Apostoli la decorazione ad affresco segnalata da Moschini (1808), costituita dal soffitto d'alcova con Zefiro e Flora entro un impianto ornamentale di eleganza neoclassica dovuto a D. Rossi, lavoro forse eseguito attorno al 1802 (Pavanello, 1998).

L'ultima opera nota del G. è la pala con il Sacro Cuore e santi dipinta nel 1802 per la chiesa di S. Polo, dove egli era intervenuto negli anni precedenti in veste di restauratore (Pedrocco, 1993, pp. 534 s.).

Il G. fu attivo durante tutta la sua carriera artistica anche nel campo dell'arte calcografica, sia eseguendo in più occasioni disegni destinati alla traduzione incisoria, sia realizzando incisioni stesse.

Nel 1792 furono pubblicati a Venezia gli Oracoli: auguri, aruspici, sibille, indovini della religione pagana… delineati dal celebre Jacopo Guarana ed incisi in rame dai più esperti viniziani artefici, per i quali il G. risulta anche incisore di quattro delle ventuno illustrazioni; inoltre, nove acqueforti, pubblicate sempre a Venezia da M. Pelli, furono firmate dal G. per l'invenzione e l'incisione.

Nel dicembre 1807 il G. si rivolse al principe Eugenio Beauharnais, viceré d'Italia, rammentando i suoi meriti e chiedendo "un annuo assegno pel restante de' suoi giorni" (Fogolari, p. 23). Morì pochi mesi dopo, il 18 apr. 1808, nella propria casa in parrocchia di S. Polo.

Fonti e Bibl.: Compendio delle vite de' pittori veneziani…, Venezia 1762, ad vocem; G. Rossetti, Descrizione delle pitture, sculture, ed architetture di Padova, Padova 1765, p. 360; A.M. Zanetti, Della pittura veneziana, Venezia 1771, pp. 479 s.; E. Arnaldi, Descrizione delle architetture, pitture e sculture di Vicenza, Vicenza 1779, ad ind.; P.A. Belgrado, Martelliani in lode del signor Jacopo G. pittore veneto, Ravenna 1782; A.M. Zanetti, Della pittura veneziana…, Venezia 1792, pp. 615-623; G.A. Moschini, Della letteratura veneziana del secolo XVIII fino a' giorni nostri, III, Venezia 1806, pp. 84 s.; Id., Della vita e delle opere del pittore Jacopo G. veneziano…, in Giorn. dell'italiana letteratura, XXII (1808), pp. 135-147; Id., Guida per la città di Venezia, Venezia 1815, ad ind.; P.J. Mariette, Abécédair…, II, Paris 1853-54, p. 337; A. Baudi di Vesme, Le peintre-graveur italien, Milano 1906, pp. 484-487; G. Fogolari, L'Accademia veneziana di pittura e scultura del Settecento, in L'Arte, XVI (1913), pp. 23, 59-63; G. Fiocco, Aggiunte di Francesco Maria Tassis alla guida di Venezia di A.M. Zanetti, in Riv. della città di Venezia, VI (1927), pp. 142, 168 s., 174; A. Moschetti, I danni ai monumenti e alle opere d'arte delle Venezie nella guerra mondiale MCMXV-MCMXVIII, Venezia 1932, p. 91; L. Livan, "Il pittore storico" G. G., tesi di laurea, Università di Padova, facoltà di lettere e filosofia, a.a. 1934-35; Id., Notizie d'arte tratte dai Notatori e dagli Annali del N.H. Pietro Gradenigo, Venezia 1942, pp. 16, 19, 68, 105, 112, 122, 154, 164, 178, 186, 192; S. Moschini Marconi, Gallerie dell'Accademia di Venezia. Opere d'arte dei secoli XVII, XVIII, XIX, Roma 1970, p. 33; T. Formiciova, Alcune opere di artisti della cerchia del Tiepolo nei musei dell'URSS, in Arte veneta, XXV (1971), pp. 215-218; I. Chiappini di Sorio, Affreschi settecenteschi veneziani: palazzo Mocenigo, in Notizie da Palazzo Albani, 1974, nn. 2-3, pp. 66-71; E. Favaro, L'arte dei pittori in Venezia e i suoi statuti, Firenze 1975, p. 160; E. Manzato, Un soffitto inedito di Jacopo G., in Sebastiano Ricci e il suo tempo, Udine 1975, pp. 120 s.; K. Garas, Appunti per Jacopo Amigoni e Jacopo G., in Arte veneta, XXXII (1978), pp. 383-389; I. Chiappini di Sorio, Palazzo Pisani Moretta: restauri e decorazioni (Angeli, Piazzetta, Tiepolo, G.), in Notizie da Palazzo Albani, 1983, nn. 1-2, pp. 272 s.; E. Martini, Novità per Jacopo G., in Labyrinthos, XI (1987), pp. 85-101; A. Mariuz - G. Pavanello, Le decorazioni settecentesche della villa e del palazzo dei Baglioni, in Arte veneta, 1993, n. 44, pp. 55 s.; F. Pedrocco, "Atti della Deputazione al ristauro della chiesa di S. Polo", in Studi per Pietro Zampetti, a cura di R. Varese, Ancona 1993, pp. 534 s.; E. Zucchetta, Affreschi e stucchi settecenteschi a Venezia: palazzo Tron a S. Stae, ibid., pp. 544 s.; Id., Un affresco di Jacopo G. in palazzo Nani a Venezia, in Boll. della Soprintendenza per i Beni ambientali e architettonici di Venezia, I (1993), pp. 64-69; G. Pavanello, Appunti da un viaggio in Russia, in Arte in Friuli e arte a Trieste, 1995, n. 15, pp. 415-417; L.M. Vannucchi, Jacopo G., tesi di laurea, Università di Venezia, dipartimento di storia e critica delle arti, a.a. 1995-96; R. Pallucchini, La pittura nel Veneto. Il Settecento, a cura di M. Lucco et al., II, Milano 1996, pp. 260-275; F. Pedrocco, in The Dictionary of art, XIII, London-New York 1996, p. 740; D. Biagi Maino, in La basilica di S. Vitale a Ravenna, Modena 1997, pp. 190-195; G. Pavanello, in Da Padovanino a Tiepolo… (catal., Padova), a cura di D. Banzato et al., Milano 1997, pp. 284-287, nn. 233 s.; Id., Schedule sei e settecentesche, in Arte in Friuli e arte a Trieste, 1997, nn. 16-17, pp. 92, 96; P. Rossi, Lavori settecenteschi a palazzo ducale (II), in Arte veneta, 1997, n. 50, pp. 108-122; S. Guerriero, Jacopo e Vincenzo Guarana nella chiesa di S. Tomà, ibid., 1998, n. 53, pp. 150-163; G. Pavanello, L'attività di Jacopo G. nei palazzi veneziani, in Riv. dell'Istituto nazionale di archeologia e storia dell'arte, XXI (1998), pp. 197-246; U. Thieme - F. Becker, Künstlerlexikon, XV, p. 165.

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