GIAN GALEAZZO MARIA Sforza, duca di Milano

GIAN GALEAZZO MARIA Sforza, duca di Milano

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 54 (2000)
di Francesca M. Vaglienti

GIAN GALEAZZO MARIA Sforza, duca di Milano. - Primogenito di Galeazzo Maria, duca di Milano, e di Bona, figlia del duca Ludovico di Savoia e cognata di Luigi XI di Francia, G. nacque il 20 giugno 1469 nel castello di Abbiategrasso, presso Milano. Il luogo era stato prescelto dal padre che aspirava a creare un senso di continuità dinastica, e dunque di legittimità, con quei Visconti che si sapeva essere nati in quella dimora, ossia il duca Giovanni Maria e Bianca Maria.

Per meglio favorire le operazioni del parto, Galeazzo Maria fece cercare anche reliquie di s. Giacomo, s. Maria Maddalena e s. Bernardino. La nascita di G. fu celebrata in tutto il dominio, mentre alcuni messaggeri ducali, vestiti alla francese, si diressero prontamente verso la corte di Luigi XI a portare la notizia del lieto evento. Per ingraziarsi il favore dei cittadini milanesi, vennero abolite per quell'anno le tasse di acquartieramento dei soldati stanziati nel distretto (all'epoca, 1800 unità), allontanati in tre zone confinanti.

Il battesimo di G. si celebrò il 25 luglio, festa dei Ss. Giacomo e Cristoforo, nel duomo di Milano, che si stava allora edificando; suoi padrini furono nominati Lorenzo de' Medici, Federico da Montefeltro ed esponenti delle casate Gonzaga, Este e della Corona di Francia, che parteciparono di persona o tramite loro rappresentanti. Il nome scelto si ispirava apertamente al fondatore del Ducato di Milano, Gian Galeazzo Visconti e, in quanto erede alla successione, a G. venne assegnato il titolo di conte di Pavia. Tra il Natale 1469 e il marzo 1470, Galeazzo Maria richiese il rinnovo del giuramento di fedeltà da parte di tutti i soggetti, città e feudatari del dominio diretto alla persona sua e del suo erede. In seguito a una grave malattia che lo colpì nella primavera del 1470, il 18 maggio Galeazzo Maria dettò le proprie disposizioni testamentarie, riconoscendo suo legittimo successore al Ducato il piccolo G., sotto la tutela della madre Bona, del marchese Ludovico Gonzaga e di Cicco Simonetta, quest'ultimo raccomandato a tal punto come indispensabile supporto all'erede minorenne da far pronunciare al duca parole di maledizione contro chi avesse osato contravvenire a tale disposizione, G. compreso (Archivio di Stato di Milano, Archivio ducale Visconteo-Sforzesco [indi Arch. Visc.-Sforz.], Potenze sovrane, cart. 1462).

Estremamente legato ai suoi figli, tanto da violare la tradizione e disporre che la prole celebrasse con lui le festività natalizie sino a sera inoltrata, nel 1471 Galeazzo Maria doveva oltre 250 ducati agli argentieri per una serie di ritratti su medaglie e statuette - disegnati da Zanetto Bugatti - del giovane conte di Pavia, che volle raffigurato al suo fianco, mentre lo accompagnava per mano, anche nel ciclo di affreschi che avrebbero dovuto celebrare la dinastia e la corte sforzesca nella sala grande del castello di Pavia. Il legame tra il duca e il suo primogenito era del resto fortissimo e reciproco: il piccolo G., a poco più di un anno di età, accompagnato da Giovanni Agostino Olgiati, cui era affidato, andava cercando il padre di stanza in stanza, chiamando in continuazione "oh pà! oh pà!" e, nel vederne il ritratto nella camera privata, cercava di andargli in braccio (Ibid., Carteggio interno, cart. 898). Un'immagine di umanissima intimità familiare tanto alta che Baldassarre Castiglione, il quale in gioventù ebbe largo accesso alla documentazione della Cancelleria milanese, non esitò più tardi a trasporla al centro della sua Elegia qui fingit Hippolyten suam ad se ipsum scribentem, vv. 27-33, riferendo l'episodio al proprio figlio Camillo. Nonostante il carattere allegro e una costituzione robusta, tanto da costringere il duca a cercargli sempre nuove balie per allattarlo, G. soffrì, in tenera età, di svariati episodi febbrili e, nel novembre 1473, si ammalò tanto gravemente che il padre, nonostante la fiducia riposta in Cristoforo da Soncino, medico personale del primogenito, ordinò a tutti i monasteri del dominio di pregare per la sua pronta guarigione.

Galeazzo Maria aveva fortemente investito sul ruolo politico del figlio per il quale, già nel luglio 1472 era stato concordato il matrimonio con la cugina Isabella d'Aragona, figlia del duca di Calabria Alfonso e di Ippolita Maria Sforza, a suggello della rinnovata alleanza tra il re di Napoli Ferdinando I d'Aragona e il duca di Milano, in costante attrito per il forte divergere dei reciproci interessi particolari a fronte della comune, e opposta, aspirazione all'egemonia sulla penisola. G., dal canto suo, non deluse le aspettative paterne e, ripresosi rapidamente dalla malattia, crebbe assai vivace, facendo disperare non poco i suoi precettori che dovevano inseguirlo per tutto il castello di Pavia, sua residenza d'elezione. Educato al ruolo di principe ereditario, G. non disdegnava, all'epoca, le apparizioni in pubblico: così, in occasione del battesimo della sorella Bianca Maria, nata il 5 apr. 1472, seppe compitamente affiancare il padre nel ricevere l'omaggio degli illustri ospiti invitati a partecipare alla cerimonia. Parimenti, nel marzo 1475, accolse con tutti gli onori, insieme con il fratello Ermes e con uno spropositato corteo di benvenuto, il fratellastro di Carlo il Temerario di Borgogna, in visita al Ducato dopo l'accordo stretto tra i due duchi. Per i meriti che, di giorno in giorno, acquistava innanzi al padre, G. venne premiato, il giorno della festa di S. Giorgio dello stesso anno, con l'investitura alle armi e la consegna di uno "zuppone" azzurro cielo damascato, con ricami che riproducevano l'insegna araldica del duca.

Tutti i progetti di grandezza e splendore del casato sforzesco che, nell'ambiziosa genialità del padre, avevano visto in G. il futuro protagonista dovevano però drammaticamente infrangersi all'indomani dell'assassinio del duca, avvenuto il 26 dic. 1476 a Milano in S. Stefano. Al giovane erede non sarebbe rimasto del genitore che il ricordo di quel prolungato abbraccio ricevuto poco prima che Galeazzo Maria lasciasse il castello e cadesse vittima dei congiurati. Il governo di reggenza immediatamente costituito, con al vertice la duchessa Bona e il potente e abile primo segretario Cicco Simonetta, resse senza difficoltà alla transizione, anche in virtù delle precise e oculate disposizioni testamentarie di Galeazzo Maria che, per favorire il consenso nei confronti del successore, aveva stabilito si concedessero esenzioni fiscali, si rimettessero i debiti verso la Camera ducale e si distribuissero alla popolazione le riserve governative di grano a prezzi calmierati. Ottenuta la pacificazione interna e l'appoggio dei potentati italiani e stranieri alleati di Milano, il 9 genn. 1477 Bona di Savoia venne formalmente investita della tutela di G., che aveva all'epoca solo sette anni.

La residenza dei duchi venne fissata nel castello di Porta Giovia, dove si stabilì anche un comitato ristretto di governo, emanazione alta del Consiglio segreto ducale. Il conseguito rinnovo del giuramento di fedeltà nei confronti del nuovo duca da parte delle città, delle terre, delle comunità e degli uomini soggetti, che impegnò per tutto il mese di gennaio illustri personaggi di corte appositamente inviati inloco, non salvaguardò tuttavia il governo di reggenza dalle trame di continuo ordite dai fratelli del duca defunto, impegnati a più riprese e più o meno apertamente a conquistare il trono di Milano a discapito dei diritti di successione del nipote. Già nel febbraio 1477 venne artatamente diffusa la voce che Bona e G. erano morti, vittime di avvelenamento, per provocare la sollevazione dei centri periferici del dominio.

Rientrati a Milano gli zii paterni Sforza, duca di Bari, e Ludovico detto comunemente il Moro, costretti all'esilio in Francia dopo avere tentato di pugnalare il fratello Galeazzo Maria e non estranei al complotto di S. Stefano, i tentativi di fronda nobiliare assunsero i contorni meglio delineati e più efficaci di una congiura, affidata alle ambizioni del condottiero Roberto Sanseverino e a elementi di spicco del partito ghibellino milanese, avverso al Simonetta. Contravvenendo apertamente ai termini oltre modo favorevoli e generosi della convenzione patteggiata da Ludovico Gonzaga nel febbraio 1477, guidati dalla convinzione che il Ducato di Milano "non è Stato da governarsi per mane di femine vedove, né per mane de putti: il populo et la cità non gli piace per niente" (Arch. Visc.-Sforz., Potenze sovrane, cart. 1464), accecati dall'odio per il duca defunto e la sua legittima discendenza - per invidia i fratelli, per presunte ingiustizie pubbliche e private il patriziato cittadino -, sostenuti inoltre all'esterno da potentati tradizionalmente ostili agli Sforza, quali il Ducato di Ferrara, ma anche Savoia e Venezia, i ribelli tentarono il 25 maggio l'aperta sollevazione di Milano. A fronte del modesto consenso riscosso dall'azione sovversiva, il Sanseverino si diede alla fuga verso Asti, il fratello più giovane di Galeazzo Maria, Ottaviano Maria, preso dal panico, morì annegato nel tentativo di guadare l'Adda, al confine orientale del dominio, mentre Ascanio e Ludovico si rimisero alla clemenza del governo di reggenza. Del tutto estraneo al complotto risultò Filippo Maria, sinceramente affezionato al nipote G. e assai poco incline a interessarsi di politica.

Esiliati lo Sforza nel suo Ducato di Bari, Ludovico a Pisa e Ascanio a Perugia, si rese urgente procedere all'incoronazione di G. che, il 24 apr. 1478, in occasione delle festa di S. Giorgio e della celebrazione militare degli stendardi, venne ufficialmente insignito, sul sagrato del duomo di Milano e secondo lo studiato protocollo che già aveva visto protagonisti i suoi avi, del titolo ducale e degli onori che ne conseguivano, fra i quali di disporre di un seguito di 65 persone deputate a servire la sua persona.

La cerimonia venne predisposta nei minimi dettagli: giuristi e medici, adornati di berrette foderate di vaio, avrebbero retto il baldacchino; un manto di damaschino bianco, foderato di ermellino, avrebbe coperto le spalle del giovane principe, per il quale si sarebbero fabbricati uno scettro, sul modello di quelli dei duchi Francesco e Galeazzo Maria, e una spada. Il corteo, poi, avrebbe seguito un preciso ordine, nel rispetto della tradizione passata, aspirando, nella ripetitività della forma, all'affermazione della continuità del potere costituito: avrebbero aperto la parata i cittadini, a piedi, in base alla Porta di provenienza, seguiti da gentiluomini e cortigiani, a cavallo, camerieri e magistrati; quindi, i trombettieri, quattro squadre di cavalleria, i balestrieri a cavallo, i paggi, il nobile deputato a portare la spada del duca e quello incaricato di reggerne la berretta; il duca a cavallo, sotto il baldacchino; gli ambasciatori, i consiglieri, la guardia personale e il resto dell'esercito.

A due soli giorni di distanza dai fasti della solenne cerimonia di intronizzazione, la reggenza si trovò tuttavia ad affrontare la profonda crisi apertasi in Italia in seguito alla congiura dei Pazzi (26 aprile), che aveva visto cadere Giuliano de' Medici e gravemente ferito il fratello Lorenzo, e alla guerra che ne era derivata: per tenere fede alla decennale alleanza con la Firenze medicea, Milano dovette sostenere pesanti oneri militari e, nel contempo, esporre il Ducato agli intrighi del re di Napoli, per nulla ostacolato dai vincoli matrimoniali e di amicizia stretti con la dinastia milanese e mai ufficialmente ricusati. Dopo un primo tentativo di riconciliazione operato da Ludovico Sforza nei confronti della cognata e del nipote (maggio 1478), fu proprio imputabile all'azione politica congiunta dei fratelli Sforza esiliati e dell'Aragonese, agli inizi del 1479, quell'estrema fragilità del dominio che portò alla perdita di Genova e all'invasione della Valtellina da parte dei Confederati. Penetrati militarmente in Lunigiana, sul finire del 1478, Roberto Sanseverino e Ludovico Sforza procedettero alla sistematica occupazione delle roccaforti del Ducato sino a conquistare, nell'agosto 1479, Tortona e numerosi capisaldi della zona, invitando la nobiltà - con lusinghe e promesse di feudi e benefici - all'aperta ribellione. Mentre il dominio, sotto l'avveduta guida del Simonetta, si apprestava a resistere militarmente all'offensiva mossa da Ludovico, la duchessa Bona - repentinamente e in assoluta autonomia - decise, il 7 settembre, di concedere udienza al cognato: il giorno successivo vennero inviate lettere a tutte le città soggette e, di seguito, ai potentati amici per comunicare che il quintogenito di Francesco Sforza era rientrato nelle grazie dei signori di Milano, scortato a ruota dal "caro cusino" Roberto Sanseverino. A due giorni di distanza, venne ordinato l'arresto di Cicco e Giovanni Simonetta, nonché di Orfeo Cenni da Ricavo, tutti fedelissimi del defunto duca Galeazzo Maria e del suo legittimo erede, accusati di avere ordito "la iactura et damni seguiti al stato et subditi nostri quasi ad tutta Italia" (Arch. Visc.-Sforz., Potenze sovrane, cart. 1464).

Da quel momento il potere esercitato dalla reggente, anche a nome del figlio, andò inesorabilmente e rapidamente migrando nelle ambiziose mani di Ludovico che, il 7 ott. 1480, giunse a ordinare la reclusione del giovane G. nella Rocchetta, la fortezza più custodita del castello di Porta Giovia, ufficialmente per tutelarne la sicurezza a fronte di una presunta congiura ordita ai suoi danni da Antonio Tassino, amante della duchessa Bona, ma più concretamente per costringere la stessa a capitolare definitivamente innanzi all'effettiva presa di potere del Moro.

In cambio della conferma dei diritti di vedovanza, di 10.000 ducati e dei gioielli personali, Bona di Savoia rinunciò alla tutela del primogenito e lasciò Milano per ritirarsi ad Abbiategrasso. Il duca G., abbandonato dalla madre al proprio destino e circondato da elementi fedeli a Ludovico, fra i quali il marchese Pallavicino Pallavicini, governatore personale del giovane principe, si piegò facilmente alla volontà generale, accettando la tutela, con diritto di firma, da parte dello zio e così esplicitamente dichiarando innanzi ai membri del Consiglio segreto, riunitisi all'uopo: "Consiglieri, essendosi partita la illustrissima madonna mia matre, io voglio che 'l signore Ludovico, mio barba, sii mio tutore" (ibid.).

Fu questa la prima e ultima espressione pubblica di una qualche consistenza politica che G. ebbe occasione di pronunciare. A tutte le vicende che in seguito avrebbero visto protagonista il Ducato milanese, infatti, egli rimase completamente estraneo, emarginato nel ruolo di rappresentanza cui lo zio lo seppe confinare con abile e spietata sistematicità. Né G., patetica figura di duca solo di nome, dimostrò di volersi mai ribellare all'attribuzione dei rispettivi ruoli imposta da Ludovico, se non da ultimo - forse per insistenza della sua sposa, la combattiva Isabella d'Aragona - determinando la fine precoce della sua breve esistenza.

Sotto la stretta sorveglianza del Moro, il giovane duca trascorse l'adolescenza cresciuto al modo di un nobiluomo privo, al presente come per il futuro, di responsabilità pubbliche e di governo. Le dettagliate disposizioni che ne regolavano la giornata tipo nel 1477 (ibid.), forniscono - con qualche probabile e opportuna modifica - un quadro preciso dell'educazione impartitagli. Alzatosi e vestitosi, senza venire distratto da pensieri di caccia, avrebbe dovuto partecipare alla celebrazione della messa, ma non avrebbe dovuto toccare o essere toccato da alcuno se non al momento dello scambio del gesto liturgico di pace; quindi, avrebbe assistito alle riunioni del Consiglio segreto per un'ora (pratica di cui si perde testimonianza a seguito dell'ascesa dello zio al potere); poi, sino all'ora di pranzo, sarebbe stato libero di svagarsi a piacere; durante il pranzo avrebbe avuto come commensali il proprio governatore e il proprio maestro (Mattia da Trevio), e non avrebbe potuto mangiare altrove; gli sarebbero state servite solo quattro portate, due di cibo lessato e due di cibo arrosto; alzatosi da tavola gli sarebbero stati consentiti un riposo di massimo mezz'ora e qualche momento di svago, prima di una lezione di due ore; altra opportunità di gioco e distrazione avrebbe potuto averla ancora prima di cena, ma non gli si sarebbe consentito di recarsi nelle cucine o nelle cantine da solo, né di intrattenersi con i falconieri ducali, se non nella pausa pomeridiana, o di tenere presso di sé più di due cani da caccia.

Sebbene G. fosse ben lungi, per carattere, dal ripetere le gesta dell'avo suo omonimo che, nel dimostrarsi in giovinezza docile e remissivo all'altrui volontà, si disponeva invero all'efferata vendetta contro lo zio Bernabò e alla piena presa di potere del dominio lombardo, Ludovico diffidava del nipote e, soprattutto, dell'entourage di corte e dei signori fedeli alla linea legittima di successione che, nelle frange estreme, complottavano contro di lui, considerato, più o meno apertamente, un usurpatore. Noto e documentato l'episodio, fallito, di ribellione che nel 1481 vide protagonisti l'ottuagenario conte Pier Maria Rossi di San Secondo e suo figlio Guido, signori di un piccolo e potente Stato nel Parmense, giunti a stringere alleanza con Venezia pur di destituire il Moro.

Preoccupava poi non poco l'avvicinarsi di G. all'età dell'emancipazione: per il diritto romano e canonico vigente all'epoca, infatti, dalla nascita al settimo anno i bambini erano qualificati giuridicamente come coloro qui fari non possunt; dai sette ai quattordici anni erano considerati pueri e dai quattordici ai venticinque puberes, privi di personalità giuridica, ma legittimamente suscettibili di quella emancipazione che avrebbe consentito loro di intraprendere anche azioni di governo. Ludovico si premurò quindi, nel giugno del 1483, di ottenere dal nipote, che aveva appena compiuto quattordici anni, la dichiarazione di rinnovo dei propri diritti all'esercizio di una piena e integrale tutela nei suoi confronti. A poche settimane di distanza, del resto, G. cadde vittima di una violenta infezione intestinale, come diagnosticato all'epoca, che non risparmiò tuttavia neanche il suo governatore, Pallavacino Pallavicini, usuale commensale del giovane principe (Arch. Visc.-Sforz., Potenze sovrane, cart. 1464).

Non mancarono, comunque, al duca G. riconoscimenti di onori effimeri, spesso appositamente procuratigli dall'avveduto zio: così, l'11 maggio 1487, il Moro gli ottenne da papa Innocenzo VIII, nonostante la giovane età, l'attribuzione della Rosa d'oro, ambita onorificenza riservata ai principi cattolici, già concessa da Callisto III al duca Francesco. Né il Moro si permise, per evidente convenienza politica, di rescindere il contratto matrimoniale che il fratello Galeazzo Maria aveva stipulato anni addietro tra il suo primogenito e Isabella di Aragona. Il matrimonio, celebrato per procura a Napoli il 21 dic. 1488, venne solennizzato a Milano nel febbraio dell'anno successivo, e seguito dalla memorabile festa del "Paradiso", organizzata da Ludovico che si avvalse, per l'occasione, dell'arte poetica di Bernardo Bellincioni sostenuta dalla potente scenografia d'effetto allestita da Leonardo da Vinci. Le nozze non poterono tuttavia essere consumate se non nella tarda primavera del 1489, per manifesta indisposizione di Gian Galeazzo Maria.

Sulla presunta impotenza o, quantomeno, tendenziale immaturità del giovane Sforza sono state avanzate, soprattutto nel secolo scorso, molteplici illazioni, quasi a voler implicitamente giustificare l'avvenuta e fraudolenta presa di potere da parte del Moro, la cui gagliardia sessuale fu ampiamente pubblicizzata, contrapponendola alla mancanza di virilità, e dunque di attitudine al governo, del nipote. In realtà, sebbene sia documentato un certo ritardo nello sviluppo fisico di G., che soltanto nel 1494 poteva annunciare trionfalmente di essersi fatto tagliare la sua prima barba, già il 30 genn. 1491 il duca poteva vantare la nascita del suo primogenito maschio legittimo, Francesco, poi chiamato il "duchetto", seguito da Bona, nata a Vigevano nel 1493, da Bianca, nata a Pavia l'anno successivo, e da Ippolita, nata postuma a Milano nel marzo 1495, entrambe le due ultime piccine morte in tenera età. Né G. disdegnava le avventure extraconiugali: rimane infatti esplicita testimonianza di una sua passione amorosa per la figlia sposata di un tintore vigevanese.

Certamente, i drammi patiti nell'infanzia e nella prima adolescenza, da un lato, e le mollezze prive di ogni responsabilità a cui lo abituò il Moro durante tutta la giovinezza non contribuirono a fortificarne il carattere, né - già per indole - si dimostrò mai uomo d'azione. Dedito quotidianamente agli svaghi di corte e appassionato, quasi maniaco, della caccia, soprattutto della falconeria, le esigenze di G. andarono progressivamente riducendosi, con il trascorrere degli anni, alla necessità di disporre di mute di cani ben addestrate, falconi di pregio e cavalli di razza per i quali spendeva tutto l'appannaggio, invero di entità sempre più modesta, che lo zio gli elargiva. Ritiratosi in volontario esilio a Vigevano, non sopportando più di soggiornare nel castello di Porta Giovia, le cui "camere me rincreschono troppo per non havere piacere alcuno" (Arch. Visc.-Sforz., Potenze sovrane, cart. 1464), G. era circondato da spie del Moro che redigevano bollettini giornalieri su quanto da lui fatto o detto; né poteva inviare o ricevere corrispondenza senza la preventiva approvazione di Ludovico, o essere informato del contenuto dei dispacci diplomatici in entrata e in uscita dal dominio.

A seguito del matrimonio dello zio con Beatrice d'Este la situazione della coppia ducale si aggravò poi ulteriormente: cortigiani e servitori persero gradatamente ogni forma di rispetto, ogni spesa doveva essere autorizzata preventivamente dallo Sforza, la scorta ducale venne drasticamente ridotta negli effettivi al pari della servitù, l'appannaggio mensile scese a 200 ducati, ogni pur minima disposizione dettata da G. doveva essere approvata dal Moro prima di venire attuata. Una situazione che si ripresentò, pressoché immutata, anche nel castello di Pavia, dove il duca decise di ritirarsi confidando in un trattamento migliore. Gli rimaneva, invero, il ruolo di protagonista nella farsa degli atti ufficiali, quando era chiamato a legittimare scelte, deliberazioni e azioni che non solo non aveva operato, ma non aveva neppure contribuito a realizzare. Nel luglio 1494 si era giunti al punto che la corte dei duchi era costituita, a Pavia, da un solo elemento, Dionisio Confalonieri, spia del Moro. Eppure, ormai compiuti i 25 anni, G. avrebbe potuto legalmente, oltre che legittimamente, rivendicare il pieno esercizio della propria autorità di duca di Milano: lo sapeva lo zio, lo pretendeva la consorte di G., Isabella d'Aragona, insofferente dello strapotere esercitato dal reggente e da sua moglie Beatrice. La nascita del primogenito di Ludovico nel 1493, l'aperto contrasto tra le opposte ambizioni delle "due" duchesse di Milano, il raggiungimento della maggiore età da parte di G., le pressioni crescenti dei potentati italiani e stranieri che si celavano nel sostegno accordato all'uno e all'altro partito, tra Regno di Francia e di Napoli e Impero, affrettarono - direttamente o meno - la fine del duca.

Il 20 luglio 1494 G. incominciò a soffrire di forti dolori di stomaco, seguiti, nei giorni successivi, da estrema debolezza muscolare e inappetenza. Un netto miglioramento della salute del duca si verificò poi nel corso di una vacanza venatoria che ottenne dallo zio di poter trascorrere nel Parmense, insieme con la consorte. Tornato a Pavia nella seconda metà di agosto, G. cominciò a soffrire di forti accessi febbrili, rigidità articolare, attacchi di vomito e diarrea, dolori di stomaco. Le diagnosi avanzate dai medici di corte che, premurosamente inviati dal Moro, si susseguirono al capezzale del giovane - Cristoforo da Soncino, Ambrogio Grifi e Giovanni Matteo Ferrari da Grado - si rivelarono, una dopo l'altra, errate per loro stessa onesta ammissione: indigestione, congestione, febbre terzana, febbre quartana, febbre terzana doppia; altrettanto inadeguate, le cure prestategli, consistenti per lo più in digestivi e purghe. L'unico miglioramento sensibile nelle condizioni di salute di G. si verificò quando, tra il 14 e il 19 settembre, il duca riuscì momentaneamente a licenziare Franceschino Beccaria, che aveva "l'officio de darne da bevere" e che il Moro, prontamente, restituì all'incarico (Arch. Visc.-Sforz., Potenze sovrane, cart. 1464). A partire dal 19 settembre, iniziò la lenta agonia di G.: ripresero i dolori allo stomaco, seguirono insensibilità agli arti superiori, anemia, coliche, vomito, diarrea, febbre, difficoltà respiratorie, sete, crisi di pianto, convulsioni. Nel contempo, i sintomi e lo strano decorso della malattia di G. incominciarono a insospettire alcuni elementi della corte ducale "che hano havuto ad dire" nei confronti del Moro, come prontamente denuncia al suo signore il fedele Dionisio Confalonieri (ibid.). Il 3 ottobre giunse a Pavia la duchessa Bona; della sua visita al figlio morente è rimasta toccante testimonianza, forse l'unico stralcio di umana commozione che ci è dato di conoscere di questa donna, fredda ed egoista: "gionta al lecto del ducha, l'excellentia sua li tochò la mane et ricomenzò ad piangere, voltando la facia in gioso. Et stete grande pezo prima dicesse cosa alcuna" (ibid.). Le voci di un possibile coinvolgimento del Moro nella malattia del nipote, intanto, giunsero anche alle orecchie del giovane che, il 7 ottobre, "facto andare da canto ogniuno" chiese al Confalonieri di avvicinarsi al suo capezzale per dirgli "in secreto, se credeva che l'excellentia vostra [Ludovico] li volesse bene": un primo, forte dubbio, da parte di G., sulla reale natura dei legami con lo zio, che Dionisio non esita ad attribuire alla "relatione de qualche bone lingue" (ibid.). Il 14 ottobre chiuse la penosa teoria delle visite illustri l'incontro con Carlo VIII, re di Francia, diretto a Napoli per tacitare, fra l'altro, il crescente malcontento di Ferdinando I nei confronti di Milano, dove - insieme con la vita del legittimo duca - si estingueva l'opportunità di indirizzare le politiche del potente dominio.

Dopo cinque giorni di atroci sofferenze, conclusesi con il collasso dell'intero apparato digerente, nelle prime ore del mattino del 21 ott. 1494 G. venne a morte a Pavia.

Sulle minute di cancelleria predisposte per comunicare la notizia ai potentati italiani e stranieri manca, significativamente, la causa del decesso, uno spazio lasciato in bianco. A notte inoltrata, il feretro del duca, accompagnato da un corteo funebre di sacerdoti, frati e camerieri, e ricoperto con un drappo di broccato d'oro, venne condotto a Milano, in S. Eustorgio e, di seguito, in duomo, dove, a una settimana di distanza, gli vennero tributati solenni funerali, con l'intervento di tutte le corporazioni di mestiere. Le insegne ducali, scettro e berretta, nonché l'abito da cerimonia di broccato erano però stati recapitati ai servitori soltanto nel corso del tragitto da Pavia a Milano. Il duca, che non fu mai duca, non aveva avuto neanche il diritto, in vita, di conservarle presso di sé.

Il 22 ott. 1494, innanzi ai maggiorenti milanesi, Ludovico Sforza venne proclamato nuovo duca di Milano, a discapito del legittimo erede Francesco, primogenito di G., parendo ai presenti, dietro imbeccata di alcuni elementi debitamente istruiti, che "non fanciulli dovessero succedere a tanta dignità" (Corio, Storia di Milano, ad annum). Il 24 ottobre, il Moro convocò a Milano il confessore del nipote, affinché si stabilisse a corte, forse con il celato intento di farsi rivelare gli ultimi, più intimi pensieri del defunto. Ancora nel 1496, a due anni di distanza dalla tragica scomparsa di G., le voci che accusavano - anche pubblicamente - Ludovico Sforza di avere proceduto all'assassinio prima di Galeazzo Maria, poi del di lui primogenito, per insignirsi di un immeritato titolo ducale, erano tutt'altro che sopite come, del resto, l'ambizione del Moro.

G. ebbe dedicate alcune opere di umanisti e di uomini di corte contemporanei, fra le quali la Oratio… in laudemIoannis Galeatii Sfortiae Vicecomitis Mediolani ducis, composta dal consigliere segreto e oratore ducale Agostino Rosso d'Aragona, e la Vita ducum di Pietro Lazzaroni, che, nel celebrare le gesta degli illustri avi, intendeva istruire il giovane principe sull'arte di conquistare, governare ed espandere i suoi domini.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Milano, Archivio ducale Visconteo-Sforzesco, Carteggio Sforzesco, Potenze sovrane, cartt. 1462, 1464; Ibid., Carteggio interno, Milano città, cart. 898; A. Rosso d'Aragona, Oratio… in laudem Ioannis Galeatii Sfortiae Vicecomitis Mediolani ducis, a cura di C. Castiglioni, in Rer. Ital. Script., 2ª ed., XXV, 2, pp. 55-72; Ph. de Commynes, Mémoires, a cura di J. Calmette, III, Paris 1925, ad indicem; I registri delle lettere ducali del periodo sforzesco, a cura di C. Santoro, Milano 1961, ad nomen; Acta in Consilio secreto Mediolani, a cura di A.R. Natale, I-II, Milano 1963-64, passim; C. Canetta, Le sponsalie di casa Sforza con casa d'Aragona (giugno-ottobre 1455), in Arch.stor. lombardo, IX (1882), pp. 136-144; C. Magenta, I Visconti e gli Sforza nel castello di Pavia, Milano 1882, passim; A. Dina, Lodovico Sforza detto il Moro e G.G. S. nel canzoniere di Bernardo Bellincioni, in Arch. stor. lombardo, XI (1884), pp. 716-740; Id., Lodovico il Moro prima della sua venuta al governo, ibid., XIII (1886), pp. 737-776; C. Cantù, Gli Sforza e Carlo VIII, ibid., XV (1888), pp. 319-349; L. Beltrami, Il ponte detto antico sulla Strona, costruito durante il dominio di G.G. S., ibid., XVI (1889), pp. 410-416; Id., Il castello di Milano durante il dominio dei Visconti e degli Sforza (1368-1535), Milano 1894, passim; F. Fossati, Lodovico Sforza avvelenatore del nipote? (Testimonianze di Simone dal Pozzo), in Arch.stor. lombardo, XXXI (1904), 2, pp. 162-171; L. Fumi, Una nuova leggenda sulla Rosa d'oro pontificia e il dono di questa fatto da Callisto III al duca Francesco I Sforza, ibid., XXXVII (1910), 2, pp. 249-253; Ch. Hare, Isabella of Milan princess d'Aragona and wife of duke G.G. S., London 1911; F. Malaguzzi-Valeri, La corte di Ludovico il Moro, I-IV, Milano 1913-23, passim; A. Dina, Isabella d'Aragona duchessa di Milano e duchessa di Bari, in Arch. stor. lombardo, XLVIII (1921), pp. 269-457; M. Borsa, La caccia nel Milanese, Milano 1924, passim; A. Cutolo, Nuovi documenti sull'esilio pisano di Ludovico il Moro e gli avvenimenti contemporanei (1477-1479), in Arch. storico lombardo, LXI (1939), pp. 136-161; F. Catalano, Il Ducato di Milano nella politica dell'equilibrio, in Storia di Milano, VII, Milano 1956, pp. 311-414 (cfr. Indice); C. Santoro, Gli Sforza, Milano 1968, pp. 174-305 e ad indicem; D.M. Bueno de Mesquita, Bona di Savoia, in Diz. biogr. degli Italiani, XI, Roma 1969, pp. 428-430; V. Ilardi, The assassination of Galeazzo Maria Sforza and the reaction of Italian diplomacy, in Violence and civil disorder in Italian cities. 1200-1500, a cura di L. Martines, Berkeley-Los Angeles-London 1972, pp. 72-103; B. Corio, Storia di Milano, a cura di A. Morisi Guerra, III, Torino 1978, ad annum; N. Morard, L'ora della potenza (1394-1536), in Nuova storia della Svizzera e degli Svizzeri, I, Lugano-Bellinzona 1982, pp. 199-329 (cfr. Indice); T. Zambarbieri, Milano e la Borgogna tra il 1474 e il 1477: le loro relazioni diplomatiche col contesto dell'Europa mediana, in Libri e documenti, VIII (1982), 2, pp. 33-69; 3, pp. 1-36; Milano nell'età di Ludovico il Moro. Atti del Convegno… 1983, Milano 1983, passim; G. Soldi Rondinini, Milano, il Regno di Napoli e gli Aragonesi (secoli XIV-XV), in Id., Saggi di storia e storiografia visconteo-sforzesche, Bologna 1984, pp. 83-129; R. Fubini, Italia quattrocentesca. Politica e diplomazia nell'età di Lorenzo il Magnifico, Milano 1994, ad indicem; G.P. Lubkin, A Renaissance court. Milan under Galeazzo Maria Sforza, Berkeley-Los Angeles-London 1994, ad indicem; G. Fantoni, Isabella d'Aragona e Bona di Savoia, in Diz. biogr. delle donne lombarde. 568-1968, a cura R. Farina, Milano 1995, pp. 594 s.; The French descent into Renaissance Italy. 1494-1495. Antecedents and effects, a cura di D. Abulafia, Aldershot 1995, ad indicem; G. Chittolini, Dagli Sforza alla dominazione straniera, in Id., Città, Comunità e feudi negli Stati dell'Italia centro-settentrionale (secoli XIV-XVI), Milano 1996, pp. 167-180; L. Pesavento, L'umanista e il principe. La "Vita ducum" di Pietro Lazzaroni, Pisa 1996; F.M. Vaglienti, Galeazzo Maria Sforza, in Diz. biogr. degli Italiani, LI, Roma 1998, pp. 398-409; Enc. Italiana, XVI, sub voce.

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